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sabato 1 settembre 2012

Mish - The Entrance

#PER CHI AMA: Alternative, Math, Post Rock, Tool
Di questa band non so assolutamente nulla, se non che proviene dall’Australia; pertanto la recensione si fa sfidante fin da subito, in quanto con nessuna informazione tra le mani, non posso far altro che trasmettervi in poche righe, quelle emozioni o descrivervi semplicemente quei suoni, che fuoriescono da questo “The Entrance”. Attacco arrembante con “Precocial”, che sembra un pezzo di math-core, con una ritmica serrata e affilata, che evolve lentamente in suoni più oscuri con delle vocals pulite in sottofondo. Al di là del sound massiccio, quasi in stile Meshuggah, è senza dubbio la tecnica chirurgica dei nostri a ben impressionare. Song dirette, orecchiabili e forse “Janitor” ne è l’esempio più azzeccato, con i nostri, dopo aver preso appunti a scuola dei Tool, ne ripropongono la loro personale versione, ed il risultato, ve l’assicuro, non è affatto male. A differenza dei maestri però, le canzoni qui sono sicuramente meno lunghe, non mostrano la complessità dei brani che si riscontra nelle release dei gods statunitensi, tuttavia sembrano seguire uno schema ben preciso, che si consolida a poco a poco dapprima nel cervello, per scendere poi più giù, fino ad imprimersi nell’anima. E cosi ecco scorrere splendide immagini, accompagnate da un’ottima musica che si muove all’interno dei confini di quello che possiamo semplicemente definire come musica alternative, per un risultato davvero sorprendente ed intrigante. Forse la voce di Rowland Hines non è ancora al meglio nella sua veste più squillante, tuttavia quanto confezionato dal nostro quartetto australiano, è sicuramente di pregevolissima fattura, anche con pezzi del tutto strumentali (“Resilience”), dove i nostri sembrano trovarsi maggiormente a proprio agio. Con “Fire Inside”, esploriamo la parte più intimistica dei Mish e mi rendo conto che forse dovrò aumentare di un altro mezzo punto la votazione degli aussie boys, in quanto ora è un certo post rock a penetrare nel tessuto musicale dei nostri e a rendere il risultato finale decisamente più introspettivo e ricco di significati. Ma “The Entrance” non cessa certo qui di stupire con le sue raffinate linee melodiche, l’originalità della proposta e la perizia tecnica dei propri strumentisti: “Altricial” sembra quasi un pezzo dei Primus, complice la presenza di un basso in prima linea; “Cosmo” è un lungo pezzo che abbina il post rock a suoni math-crossover-funky, per un risultato finale assai originale. Chiudono “Telepathic”, song tecnica e forse troppo ridondante nel suo giro di chitarra e la title track, una specie di outro del disco con una ritmica in stile Metallica e la presenza in sottofondo dei didjeridoo, lo strumento tipico degli aborigeni australiani, a decretare che i Mish sono un’altra eccitante realtà proveniente dal “nuovo continente”. Ottimi! (Francesco Scarci)

(The Birds’ Robe Records)
Voto: 85

Grisâtre - Esthaetique

#PER CHI AMA: Suicidal Black Metal, Burzum
Questa torrida estate vede fare la comparsa tra le mie etichette “amiche” anche la nostrana Dusktone, che mi propone gli ultimi suoi tre lavori. E allora iniziamo con l’analizzare quello che mi ha incuriosito di più, per stile e per nome, ossia il secondo album dei francesi Grisâtre, band capitanata da Rokkr e responsabile in questo “Esthaetique”, di suoni oppressivi, nichilisti, e di quel genere che viene etichettato come depressive suicidal black metal, che va tanto per la maggiore nell’ultimo periodo. Ebbene, dopo la breve intro, ecco gettare la mia residua felicità nel cesso, lanciarmi all’ascolto autodistruttivo di “L’Abstrait”, dove mi lascio fagocitare dalle maledette tristi melodie di Rokkr, che vedono lunghi tratti di epiche cavalcate annebbiarmi dapprima i sensi, stordirmi con visioni oniriche in bianco e nero, immagini che non hanno nulla di positivo da regalare, ma che sembrano essere solo un presagio di morte. Anche l’aria che respiro durante l’ascolto è pesante, quasi putrida, pronta a scandire l’ora del mio decesso. L’intorpidimento delle braccia e delle mie gambe, mi fa temere il peggio, ma è chiaro che ho solo perso il contatto con la realtà, cosi tanto assorbito dall’ascolto di questo lugubre lavoro, che vede tipicamente offrire una produzione scarna e sporca. L’eco del sound nord europeo si ritrova nella proposta del nostro Rokkr, l’ambient di scuola burzumiana aleggia come un’inquietante spettro nella musica dei Grisâtre, cosi come pure le chitarre zanzarose, che si lanciano in rari turpiloqui di ferale brutalità, rompono la monotonia del loro incedere. Il black doom della band transalpina viene poi squarciato dallo screaming selvaggio e sgraziato di Rokkr, ma si sa, queste sono le dinamiche di un genere sempre più in ascesa e di cui sentiremo sempre più spesso parlare. Se non volete rovinare la positività della vostra estate con la disperazione emanata dalle atmosfere dei Grisâtre, posticipate l’ascolto di “Esthaetique” in autunno; ma se anche voi, non avete paura ad affrontare le paure più recondite che si celano dentro alla vostra anima dannata, allora date una chance a questo lavoro. Funereo. (Francesco Scarci)

Ephel Duath - On Death and Cosmos

#PER CHI AMA: Avantgarde, Progressive
Qualche anno fa mi ero spaventato alla notizia che gli Ephel Duath potessero essersi sciolti, io che li avevo seguiti sin dal loro demotape di debutto, quando il loro sound era molto più vicino al black sinfonico dei norvegesi Limbonic Art. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e Davide Tiso ha nel frattempo raggiunto livelli di notorietà nell’underground davvero elevati (complice la sua nuova residenza californiana probabilmente), tale da poter reclutare tra le fila del proprio avanguardistico progetto, dei veri e propri mostri del virtuosismo metallico: partiamo dal menzionare il fenomenale Marco Minneman alla batteria, passiamo poi al funambolico Steve di Giorgio al basso, ed infine citiamo Karyn Crisis alle vetrioliche vocals, senza tralasciare comunque le doti notevoli di Davide alla chitarra. Ed ecco un assaggio di quello che sarà il full lenght della band di origini italiche, ma ormai di residenza statunitense: tre song che riprendono il discorso laddove era stato interrotto, in modo quanto mai indiscusso, in “Through My Dog’s Eyes”. I suoni sperimentali continuano ad essere l’elemento cardine degli Ephel Duath, che con impetuosi sali e scendi, ci fanno sentire sul più ripido e ubriacante rollercoaster americano, tale che, quando la giostra si ferma, persiste nelle mie budella, una specie di senso di nausea. Non è certo la velocità, ormai relegata in secondo piano, a scuotere cosi tanto i miei sensi, ma una proposta che sembra aver aumentato il livello di difficoltà esecutivo, visto incrementare la componente avantgarde e ha visto comparire nella sua matrice tissutale, anche una sottile patina post rock che si manifesta evidente nel malinconico feeling che permea la terza traccia, vera perla di questo interessantissimo antipasto. Insomma, saranno anche cambiati gli attori, ma il risultato in casa Tiso, non è mutato affatto, se non accrescerne ulteriormente il livello tecnico e il pathos emotivo. Ora l’attesa del full lenght si fa più vibrante nella mia anima, per capire in che modo il buon Davide e i suoi funambolici compagni, potranno scuotere il panorama mondiale, con la loro incredibile proposta musicale. (Francesco Scarci)

(Agonia Records)
Voto: 75
 

mercoledì 29 agosto 2012

Necrovation - Necrovation

#PER CHI AMA: Death, Mithras, Morbid Angel
Quanta nostalgia stavo patendo nell’ultimo periodo, mi mancava la recensione di un qualche killer album, uno di quelli che dal primo all’ultimo secondo, non ti dà tregua, non ti consente di rifiatare un solo secondo, ti strazia i timpani con un riffing efferato, diretto e serrato. Ed eccomi accontentato, almeno in parte. Direttamente dalla Svezia, patria che ha dato i natali a Grave, Dismember ed Entombed, giusto per fare tre nomi a caso, ecco arrivare i Necrovation, il cui nome è certamente un programma. E signori, che album… Ebbene, non una pausa, non un attimo di quiete, ma solo l’incedere furibondo di chitarre, mai troppo pesanti a dire il vero, che, come un sasso rotolante nella sabbia, danzano al ritmo di mefistofeliche melodie. I primi nomi che mi vengono alla mente sono quelli degli inglesi Mithras e Ackercocke, ma per il pestilenziale feeling emanato, sicuramente i Morbid Angel, quelli di “Blessed are the Sick” e “Altars of Madness”, andrebbero citati al primo posto. Le song si susseguono veloci, una dopo l’altra, con delle durate che si assestano sui cinque minuti, in cui la band scandinava mette in mostra i muscoli, grazie ad una tecnica ineccepibile, ad un buon gusto per le melodie di vecchia scuola (anche gli Slayer andrebbero annoverati tra le influenze di questo lavoro omonimo) e per le cupe ed infernali ambientazioni che odorano di zolfo (“Pulse of Towering Madness” ne è un esempio), sfociando in taluni isolati casi, addirittura in territori doom. La cosa sconvolgente che rimane alla fine, è la disinvoltura con la quale i Necrovation si muovono all’interno di tutti questi ambiti, death, thrash o doom che siano, bravi, non c’è che dire. Ultima menzione a “The Transition”, sinistra traccia strumentale che vede il largo utilizzo anche di chitarre arpeggiate, una danza venduta al diavolo, in cambio delle anime dei dannati. Diabolici! (Francesco Scarci)

(Agonia Records)
Voto: 75

lunedì 27 agosto 2012

The Ocean - The Grand Inquisitor

#PER CHI AMA: Post Metal
I The Ocean non li scopriamo certo oggi, non starà certo a me infatti dirvi chi sono o cosa hanno fatto, mi limiterò semplicemente a dire che cos’è questo “Grande Inquisitore”, ovvero un EP di quattro tracce uscito esclusivamente in vinile, in 302 copie (andate esaurite in pre-order), in ristampa ed in uscita ad ottobre (in 250 limitatissime copie), ancora una volta con due differenti artwork. Le prime tre tracce qui contenute, figuravano già in “Anthropocentric”, mentre “Exclusion From Redemption”, unreleased track (anche se appare in una qualche edizione limitata), va a completare il concept tematico dei primi tre capitoli che si riferiscono ai “Fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij. Quindi una vera e propria mossa commerciale della Pelagic Records, che per cavalcare l’onda del successo della band berlinese, rilascia questo EP, che sinceramente mi sento di consigliare esclusivamente ai collezionisti o a quei fan che dei The Ocean vogliono avere tutto, ma proprio tutto. La musica del “Collettivo” la conoscete fin troppo bene, non c’è nulla di nuovo qui dentro per cui valga realmente la pena spendere qualche parola. Il lavoro rimarrà senza voto, un bel 4 invece alla label tedesca, assai vogliosa di spillarci i residui quattrini. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records)
Voto: S.V.

http://www.theoceancollective.com

sabato 25 agosto 2012

Vampillia - Rule the World/Deathtiny Land

#PER CHI AMA: Metal a 360°
Quando ci si imbatte in opere di questo calibro, bisogna togliersi il cappello e inchinarsi, non ci sono parole per spiegare tanta genialità in un unico cd dalla durata di 25 minuti con 24 brani tra cui il più lungo dura 3 minuti e 11 secondi!!! I Vampillia vengono da Osaka e sono stravaganti come tante band che vengono da quelle parti (vedi Dir En Grey o Malice Mizer). Sono un collettivo di 11 elementi tra cui tre cantanti, violino, piano , un dj, un combo metal etc... Loro si definiscono una “Brutal Orchestra” e vi spiegherò il perché brano per brano. L'album è come un concept e si divide in due tracce che danno il titolo al cd, anche se in realtà le tracce sono 24 all'interno del dischetto e tutte insieme ci raccontano di un uomo che ha l'ambizioso sogno di dominare il mondo per mettere in pratiche le sue folli e poco convenzionali intenzioni. Si apre il sipario e troviamo subito due suite per violino e piano che ci devastano di tristezza; anche la terza traccia si apre sulle note di archi, violino e pianoforte ma come per incanto in sottofondo un caos calibrato crea il panico con una doppia cassa velocissima e una chitarra super thrash che si colloca su vocalizzi lirici di voce femminile e growl violenti e folli ci percuotono per la bellezza in neanche due minuti. La quarta traccia calca ancora la mano e sulle note disperate di un violino vagamente gitano ecco porsi un pianoforte da film muto anni '30, ancora lirica e growl animaleschi e un tiro in sottofondo che ricorda i Die Apokalyptischen Reiter in salsa noir. La quinta traccia è più lunga della prima e dura 1 minuto e 57 secondi e qui tutto come nella prima traccia, solo che le partiture si complicano e si sposano con una scrittura da musica classica, maestosa e potente con finale corale che ricorda vagamente le arie epiche di Verdi. Il sesto brano ha il ritmo di una polka e unisce la follia dei Boredoms con il sound di Uz Jsme Doma (storica band di rock in opposition dalla repubblica ceca), il tutto in soli 15 secondi. In 16 secondi riescono a fondere follia canora da camera con il miglior brutal intellettuale. Nel minuto e quindici successivo evocano la tristezza dei My Dying Bride, magistralmente cantata con voce spudoratamente clonata al miglior Tom Waits e poi cori lirici, e voci sghembe e via di pesante metal sinfonico e claustrofobico per un finale epico. La prima metà della traccia nove potrebbe essere un esperimento degli ultimi Death in June e poi tanto violino così si entra nella track10 che mescola gli strani ritmi post rock dei June of '44 con gli Alboth più taglienti e sperimentali con innesti di lirica, voce sussurrata alla Marylin Manson, growl e screaming devastanti. La track 11 cambia i toni, mostrando una piega doom subito tradita dalla track 12 che tramuta i Vampillia in una costola dei mitici Naked City del grande John Zorn in soli 20 secondi. La tredicesima traccia dura 4 secondi! E chiude la precedente! Traccia 14 e 15: un piano ricco di pathos per un totale di 1 minuto e 85 secondi. La track 16 mostra ancora il fantasma gotico dei My Dying Bride e ci introduce al brano più lungo della compilation, ovvero 3:08 di tristissima, estrema sperimentazione in chiave metal che riprende il tema d'inizio album. Con la track 18 si entra in un'atmosfera surreale, tagliata da un'assurda virata in stile ska ala Specials, per concludere in pompa magna teatrale. Inizio metallico per il diciannovesimo pezzo ma in stile decadente, devastante e cabarettistico in puro stile Vampillia. Una maratona. Siamo al ventesimo brano che in 22 secondi ci frusta il cervello con un metal psicotico da sballo. Il 21 continua la follia mentre il ventiduesimo sembra una cover di qualche colonna sonora di quei film russi di una volta... Penultimo e ultimo brano, qui la follia imperversa a dirotto; siamo a metà strada tra certa new wave di fine anni '70 e le deviazioni canore della migliore Nina Haghen. Non posso aggiungere altro: so che i Vampillia non hanno un contratto e solo questo lavoro è uscito per la Code666 e che nel frattempo hanno registrato un nuovo split/cd con i Nadja. Ci sono tantissimi gruppi al mondo ma quando si trova un lavoro così ci si ferma a pensare se non valga la pena almeno per una volta essere veramente pazzi!!! Un album da 110 e lode!!! (Bob Stoner)

(Code 666)
Voto: 110

http://www.vampillia.com/

Kausalgia - Farewell

#PER CHI AMA: Death/Black con venature Dark, Thy Serpent, Black Sun Aeon
La cura per il caldo torrido di quest’estate? Trasferirsi in Finlandia ovviamente, oppure trasferire la Finlandia a casa nostra ed ecco che i cinque membri dei Kausalgia potrebbero fare giusto al caso nostro. Da Uusimaa ecco giungere tra le mie mani l’EP di debutto dell’atmosferico quintetto finnico, che ha da offrire quattro brillanti tracce di black death, spruzzato da venature darkeggianti. Si parte con “Reincarnated”, song che immediatamente richiama i conterranei Thy Serpent, quelli più melodici, occulti, oscuri e lenti, che possono etichettarsi come black, esclusivamente per le harsh vocals del suo frontman, Markus Heinonen, in quanto poi la musica dei nostri viaggia su binari alquanto tranquilli. “The Drug” però, ci desta dal torpore in cui eravamo sprofondati con la opening track, sprigionando tutta la sua energia attraverso una ritmica tirata, in cui in sottofondo si evidenziano intriganti (ma poco invadenti) tastiere, che indicano la strada da seguire alle chitarre, spesso assai ispirate, come a metà brano, dove si concedono il lusso di un’apertura acustica, seguita da un piacevole bridge. L’alone mistico e la vena malinconica che permea i testi dei nostri lapponi, si riscontra anche nelle gelide atmosfere di “Lupaus” per un esito finale a dir poco coinvolgente e pieno di spunti vincenti, per una band che, nata dalla ceneri degli Hypotermia, dimostra di avere talento e voglia di incantare gli amanti di sonorità invernali. Eccolo il fresco che arriva da nord, a ritemprare questa infernale estate; sta tutto nelle note di “Farewell”, un lavoro che gioca attorno a goduriosi mid-tempo che potranno indurre diversi paragoni, con i connazionali Black Sun Aeon o i Before the Dawn, ma che in realtà vanno a collocare i Kausalgia accanto alle suddette band, anzi a dischiuderne la strada verso una potenziale brillante carriera. Ah dimenticavo, la conclusiva title track racchiude nei suoi 12 minuti anche una splendida ghost track in cui il roboante suono del basso (accompagnato da vivaci tastiere e chitarre) sembra addirittura arrivare direttamente dall’immortale “Heaven and Hell” dei Black Sabbath. Meritevoli della vostra attenzione. (Francesco Scarci)

Warseid - Where Fate Lies Unbound

#PER CHI AMA: Viking/Progressive, Amon Amarth, Cynic
Sicuramente mi sto spingendo veramente in profondità nell’underground per fare cosi fatica a reperire informazioni sulle band che sto recensendo nell’ultimo periodo; poco importa quando è poi la musica a parlare. Oggi è il turno dei vichinghi statunitensi Warseid, proveniente dal Wisconsin, la cui proposta è di sicuro legata alla tradizione nordica europea, in quanto le quattro tracce di “Where Fate Lies Unbound” richiamano Odino e il Valhalla, e le ormai mitologiche battaglie nelle lande scandinave. I Warseid sono i nuovi portabandiera del viking metal oltreoceano, mischiando nel proprio sound, feroci cavalcate death con l’epico ardore che ha reso grandi gli Amon Amarth e il risultato, che talvolta trascende l’ordinario, sconfinando addirittura in preziosismi techno death, ha del miracoloso. Quattro brillanti tracce, per poco più di trenta minuti, che si esplicano attraverso le quattro parti che costituiscono il concept che si cela dietro questa release, in cui una larga componente folk vede trovar posto in “Frost Upon the Embers”, mentre il sound dei Warseid strizza l’occhio ai Cynic in “The Vengeance Pact”, dimostrando l’ampia ecletticità ed intelligenza di questi baldi ragazzoni che salgono alla ribalta con una proposta articolata, originale, variopinta e ricca di spunti interessanti, in grado di prendere facilmente le distanze dai ben più famosi colleghi svedesi (o finlandesi, per cui mi vengono in mente i Thyrfing), arrivando ad insinuarsi in territori che probabilmente appaiono ancora del tutto inesplorati: difficile infatti immaginarsi un death ipertecnico, brulicante di accenni folkish (soprattutto nella lunga e bucolica conclusione di “Farewell” dove tra flauti, archi e strumenti tipici della tradizione folk, i nostri ne combinano di tutti i colori), progressive, black (ma solo per lo screaming di Logan Smith che si contrappone al cantato pulito di Joe Meland) e partiture heavy classiche, in cui i nostri abilmente si districano. Ottimo convincente lavoro. Da risentire quanto prima con una release più lunga, per valutare se i tempi sono già maturi per etichettare i Warseid come dei veri e propri fenomeni… (Francesco Scarci)

Minotauri - II

#PER CHI AMA: Doom, Black Sabbath, Candlemass
I finlandesi Minotauri hanno rilasciato il loro secondo e molto probabilmente anche ultimo capitolo (dato lo split immediatamente successivo al rilascio del Cd), intitolato semplicemente “II”. La band, formatasi nel 1995 per mano di Ari Honkonen, mente dei metallers Morningstar, con l’intenzione di proporre un sound più lento del suo gruppo principale, ci offre un mix di sonorità a metà strada tra gli anni ’70 (sul genere di Pentagram, Black Sabbath e Sarcofagus) e suoni un po’ più moderni, sulla scia di quanto fatto dai connazionali The Orne e Reverend Bizarre. Dieci brani (la mia è la versione con tre bonus track) per 47 minuti di musica, che sicuramente faranno la gioia degli amanti di questi suoni, per chi ha una certa nostalgia per le epiche cavalcate dei primi magnifici lavori dei Candlemass e per chi è in cerca di suggestive ambientazioni seventies. Ci tengo sempre a sottolineare che di originale qui c’è poco nulla, ma “II” rappresenta una sorta di celebrazione dei grandi gruppi doom del passato: melodie malinconiche, chitarre distorte e dal lento incedere, basso ipnotico, clean vocals e una grezza produzione, riassumono in poche parole “II”. Forte, dicevamo è l’influenza dei Black Sabbath (era Tony Martin), grazie ai quei richiami chitarristici che hanno reso grandi i mostri sacri, cosi come pure alle ottime vocals di Ari, oscure e spettrali, come contemplato dal genere, e che talvolta ricordano, l’ahimé scomparso, Quorthon. Qua e là si odono anche cenni alla tradizione nordica: “Doom on Ice” ad esempio, riesce, nel suo incedere apocalittico, a rievocare melodie vichinghe tanto care ai Bathory di “Hammerheart”. Insomma, se siete degli amanti del doom, nello stile di St. Vitus, Reverend Bizarre, Trouble, Pentagram e Candlemass, troverete il secondo lavoro dei Minotauri estremamente affascinante. Poi, trattandosi anche del canto del cigno della band finlandese, l’ascolto è d’obbligo. (Francesco Scarci)

(Firebox Music)
Voto: 80

http://firebox.fi/label/

H.O.P.E - Reason and Divine

#PER CHI AMA: Black Pop Symph., Muse, Dimmu Borgir
Quando ho inserito il cd ho avuto una specie di mancamento, in quanto la partenza di questo incredibile “Reason and Divine” non poteva non ricordare i Muse per le vocals e la musica rock melodica proposta; mi sono bastati pochi minuti però, per capire che quest’imprevedibile lavoro, contenesse anche celata furia black/death e maligne vocals, capaci di disorientare non poco l’ascoltatore. Gli H.O.P.E (acronimo che sta per Human or Pain Existence) rappresentano il side project di Nicolas Alkariis, un musicista francese che, stanco delle solite sonorità black/death, ha pensato di comporre la sua prima geniale release, avvalendosi per l’occasione di alcuni sessions. Come dicevo, l’apertura è affidata a “An Ordinary Morning”, un brano che sembra estrapolato dai primi lavori dei Muse, con quelle sue dolci vocals (affidate a Ruddy, molto simile a Bellamy, leader della band inglese) e quelle sue linee melodiche di chitarra e tastiera. Dopo un paio di minuti accade l’imprevedibile: fanno irruzione delle malvagie growling vocals e un tappeto chitarristico/tastieristico degno della miglior produzione black sinfonica. Inebrianti, originali, imprevedibili, gli H.O.P.E sono entratti immediatamente nella mia schiera di band di cui devo mantenere traccia costante. Si passa alla successiva “Le Chậteau Noir”, inizio vellutato, poi attacco violento affidato alle chitarre pesanti di Guillaume e ai campionamenti, che hanno un ruolo predominante nell’economia del disco; un fantastico assolo conclusivo conclude probabilmente il brano più bello del cd. La terza traccia richiama i monegaschi Godkiller, per quel suo portentoso uso dell’elettronica, quelle sue cavalcate cibernetiche, il massiccio uso di tastiere e, da brividi, è la parte centrale con l’alternarsi tra chorus femminili, l’angelica voce di Ruddy e il growling maligno di Athervos. Non c’è niente da fare, ascoltare quest’album sarà, anche per voi un’esperienza fuori dal comune, una sorta di Muse in versione cyber electro-death. Emozionanti... sarà dura per i deathsters più puri avvicinarsi a tale opera, ma per chi è aperto mentalmente, troverà delizia per le proprie orecchie; sarà invece, sicuramente più facile per i rockettari, dare un ascolto a questa meravigliosa idea partorita da Nicolas. Le coordinate stilistiche di “Reason and Divine” proseguono su questi binari, sfoggiando ottimi brani, dando prova di un’eccellente perizia tecnica, un bizzarro gusto per le melodie e per le atmosfere autunnali, malinconiche, goticheggianti e psichedeliche, una perfetta commistione di generi, che farà la gioia degli amanti dell’avantgarde. Accostabili a nomi del calibro di Manes, The Maldoror Kollective e Dodheimsgard, gli H.O.P.E ci fanno capire, attraverso la loro genialità, che la scena metal è viva più che mai e che in futuro ne sentiremo veramente delle belle; e io, non vedo l’ora... (Francesco Scarci)

(Blackage)
Voto: 85 

Savior from Anger - No Way Out

#PER CHI AMA: Heavy/Thrash, Over Kill
Mcd di debutto per la band napoletana dei Savior from Anger, nata da una costola dei Nameless Crime grazie alla volontà del coriaceo chitarrista Marco Ruggiero. Il mcd, contenente quattro pezzi, anticipa quello che sarà l’album del 2009, "Lost In The Darkness". La direzione musicale del quartetto partenopeo continua quanto già fatto precedentemente da Marco nelle altre band ove ha suonato, mostrando però una vena più rock orientata. A differenza infatti di Landguard e degli stessi Nameless Crime, qui si respira un’aria più leggera, più rock’n roll se vogliamo, con una forte influenza derivante dai Judas Priest, anche se negli iniziali riffs di “Claustrophobia” e nella title track, per un attimo ho pensato di avere fra le mani il nuovo disco degli Over Kill. Poi le cose prendono una loro forma definita: rocciosi riffs heavy metal, che forse puzzano un po’ di vecchio, ma credo che alla fine sia il risultato voluto dall’act napoletano, mostrano una buona presa sull’ascoltatore. La voce di Alessandro Granato cerca di rievocare in taluni tratti quella di Bobby Blitz Ellsworth, tuttavia consiglio una maggiore personalizzazione nel cantato. Palma come miglior brano alla conclusiva “Killing Greed” per quel suo break centrale spagnoleggiante e l’ottimo assolo. “No Way Out” è in definitiva una cavalcata di una ventina di minuti, che sicuramente farà la gioia dei nostalgici dell’heavy metal anni ’80, che darà invece modo ai curiosi di scoprire quali interessanti novità il suolo italico si prepara a rilasciare.(Francesco Scarci)

Diachronia - Absolute Time

#PER CHI AMA: Death/Black con venature heavy, Emperor, Arcturus
Dalla città di Bielsko-Biala (nel sud della Polonia) ecco arrivare una delle band più sottovalutate della storia del black metal. Se fossero nati in Norvegia o Svezia, sicuramente avrebbero ottenuto un grandissimo successo invece, dopo l’ottimo cd del 2000 “XX’s Decline”, se ne persero le tracce e considerai la band sciolta. Qualche tempo fa invece ho trovato il loro link su myspace e li ho contattati: il risultato è che ora ho fra le mani il loro secondo lavoro ormai datato 2006. Il genere proposto dal quintetto polacco è un brillante mix di death black metal sinfonico, assai intelligente e soprattutto contraddistinto da ottimi assoli, merce assai rara nel black. I nostri attaccano con otto belle songs dirette, tirate ma mai eccessivamente, con una base melodica di fondo sempre ben definita e orecchiabile (so che è una parola che non vi piace), grazie alla magnifica prova alle tastiere di Robson che crea meravigliose ambientazioni in stile Dimmu Borgir. Devo ammettere che la band è davvero preparata sotto ogni punto di vista: tecnica, esecuzione, gusto per le melodie e originalità della proposta. Non siamo di fronte al solito clone di Cradle of Filth e Dimmu Borgir sia ben chiaro: l’act polacco ha una propria personalità ben definita, che palesa attraverso la sintesi di aggressività, avanguardia, brutalità e melodia. E poi ci sono quegli ottimi assoli, che valgono sicuramente il prezzo del cd: graffianti riffs che, riprendendo dalla scuola classica degli Iron Maiden, garantiscono un risultato sorprendente. Cosa volete che aggiunga ancora? Se siete degli amanti del black sinfonico alla Emperor o delle prime cose degli Arcturus, ma prima ancora dell’heavy metal nella sua accezione più generale, beh contattate assolutamente la band!!! (Francesco Scarci)

sabato 18 agosto 2012

Last Mistake - Living Again

#PER CHI AMA: Hard Rock, Scorpions
Altra band italiana, formatasi in quel di Formia nel 1998, questo è il loro secondo lavoro, dopo “Last Mistake” uscito nel 2007; aggiungo solo che non ha nulla da invidiare ai nostri cantautori di vecchio stampo. "Escape" si apre con note sintetizzate e chitarra distorta, per introdurre l'ascoltatore ad un viaggio nei meandri del rock più puro. "Living Again" ricorda in modo impressionante il sound degli Scorpions, con la voce tendente all'acuto e chitarre a tutto spiano, per un tripudio di puro rock: il ritornello tende ad essere molto melodico, con un risultato sorprendente ed un assolo di chitarra ricordante i Queen, band da cui hanno preso ispirazione. Con "Alive" il sound si fa più aggressivo, dalle sonorità più profonde, ma mantenendo sempre un tocco melodico. In sottofondo si possono anche udire note di synth, che danno un'impronta anche orientaleggiante al brano, rendendolo così particolare che sarà impossibile dimenticarlo. "Locked" ha un'impronta più progressive, con ampio spazio alle tastiere e alla chitarra acustica: impercettibili sono le note “spagnoleggianti”, ma aiutano a dare un tono più ricco e vario al brano, senza farlo scadere nel banale. "Time to Shine" ricorda fortemente i Pink Floyd, con le chitarre suonate delicatamente, la voce che si accompagna al sound e la chitarra distorta che sottolinea il tono di voce usato, accompagnato anche da tocchi di pianoforte. L'assolo di tastiera riprende il leit motiv del progressive rock, rendendo questa traccia una perla di rock italiano. "Ladytime" riprende il sound degli Scorpions, ma aggiungendovi anche elementi orchestrali: il risultato è un brano solenne, semplice e vario al tempo stesso, che si avvale di nuovi elementi man mano che procede: una sorpresa dentro la sorpresa, insomma. Persino la voce, che sembra troppo melodiosa, con la parte orchestrale, si adatta perfettamente e non risulta pesante all'ascolto. "I Will Live There" invece è potente, più vicina al metal che al rock puro, con note di synth che supportano gli altri elementi della band creando un brano di difficile catalogazione, ma a mio avviso di una spettacolarità sorprendente: questa è una delle tracce dell'album che preferisco, con alla fine batteria e tastiere che danno il meglio di se stesse. "Your Song" è più acustica, con la chitarra classica e il pianoforte all'inizio, con chitarra elettrica appena percettibile e batteria che riprende le note di “Time to Shine”. Verso il ritornello poi la chitarra elettrica si fa sentire di più, per poi tornare dietro le quinte. "Push" presenta il cantato in falsetto, mentre le tastiere sono in primo piano: il risultato è un brano molto leggero, da synth-pop degli anni '80, creando un'atmosfera irreale e a tratti ilare, ma senza dimenticare un puro assolo di chitarra. "Fate" è energica ed intensa, con le keys portate al picco più alto mentre chitarra, basso e batteria accompagnano il tutto con una verve più stile Europe. Arriviamo, purtroppo, alla fine del viaggio con "The Silent Room": pianoforte per cominciare, atmosfera inquieta, voce bassa, un pizzico di malinconia ma un favoloso assolo di chitarra in puro stile Guns'n'Roses, che lo rende singolare. È con delle note di pianoforte in scala che si chiude questo viaggio nelle band che hanno segnato la storia del rock. Per concludere, questo è un lavoro da non lasciarsi scappare, soprattutto per la varietà di suoni, di tributi e di cambi di ritmi che presenta: per i nostalgici del progressive rock, consiglio vivamente questo acquisto: non ve ne pentirete. Sono curiosa di sapere come sarà il loro nuovo lavoro. (Samatha Pigozzo)

(Uk Division Records)
Voto:75