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sabato 28 maggio 2011

Zifir - Protest Against Humanity

#PER CHI AMA: Black mid tempo, primi Nachtmystium, Burzum
Ecco un album che ci si sente obbligati ad ascoltare per intero, un viaggio di sola andata da affrontare da soli attraverso nove agonizzanti stazioni di puro suono ipnotico. Non è una metafora campata in aria. L’intera opera appare davvero progettata come un itinerario attraverso i luoghi più bui (e puri) dell’anima. Si parte con un’intro strumentale, lenta e commovente, commutata in un abbandono definitivo dai luoghi dell’innocenza per immergersi a poco a poco in un sound più ostile, amaro, graffiante. Le chitarre ‘a zanzara’ sono le reali dominatrici di questo universo sonoro. Permeano ogni tonalità con la stessa frequenza con cui penetrano nel cervello di chi le ascolta. Ronzano indistintamente in passaggi lenti e veloci, violenti e melanconici rievocando a tratti i primi Nachtmystium, altrettanto drogati dall’onnipresenza sciamica. Gli Zifir assorbono elementi da molte band del genere black (io lo definisco con affetto spiritual slow black), riuscendo tuttavia a sperimentare e dare vita ad un interessante lavoro, dimostrando capacità e serietà nella composizione delle tracce, che pur riproponendo un sottofondo ipnotico non si dimostrano mai ripetitive. Sono dell’idea che sia necessario avere una conoscenza a priori di questo tipo di metal, altrimenti risulta impossibile apprezzarlo appieno e viene percepita solo un’accozzaglia di strumenti e voci sofferenti. Il risultato è ben altro. Queste band creano sinergia e non è possibile dire: “Ehi, senti questo ritornello!”. Il ritornello non c’è, non esiste. Ogni canzone deve essere ascoltata per intero nella sua evoluzione. Solo così si può comprendere, ad esempio, perché le tracce più lente e pseudo strumentali siano “Uncertain”, “The Poison From My Veins” e “Goat’s Throne”, rispettivamente la prima, la quinta e l’ultima. “Goat’s Throne”, in particolare, rappresenta in sintesi l’anima dell’intero album. Otto minuti di inospitalità in cui si passano in rassegna tastiere gotiche, voci pulite alternate a screaming e lamenti stile Burzum. Unica pecca, dal mio piccolo punto di vista, il titolo dell’album, che per fortuna non ha una title track. Non può esserci una protesta contro l’umanità, se quest’opera stessa parte dalla negazione di quello che la società umana comporta. Così come ogni opera d’arte del genere umano, qualunque sia il messaggio che intende veicolare, non avrebbe ragione di esistere se tale significato non venisse trasmesso. Apprezzo moltissimo la qualità di questa musica, ma la troppa estremizzazione dei testi a volte mi sembra superficiale e stereotipata. Ciò non toglie la qualità di un album come “Protest Against Humanity”, e quello che incarna: una selvaggia, carnale epifania. Tutta in ascesa. (Damiano Benato)

(Kunsthauch)
Voto: 80

giovedì 26 maggio 2011

Cult of Erinyes - Golgotha

#PER CHI AMA: Ritual Black Metal, Absu, Mayhem, Ondskapt
Ritualistic black metal, interessante definizione per questi sconosciuti Cult of Erinyes provenienti da Bruxelles. EP d’esordio datato 2010 questo “Golgotha”, fa da apripista al nuovissimo lavoro “A Place to Call My Unknown”. Apertura ambient affidata ai 3 minuti e mezzo di “Anima”, che fa delle atmosfere rituali il suo punto di forza; poi ecco scatenarsi l’inferno con “The Glowing Embers” che esplode in tua la sua veemenza black con una ritmica martellante di chiara matrice old school. I suoni non sono proprio il massimo, ma la furia black non cerca di certo suoni bombastici per scatenarsi; l’incedere delle ritmiche si avvicina notevolmente a quello del mitico “De Mysteriis Dom Sathanas” degli immensi Mayhem, con le vocals di Mastema che provano egregiamente a ricalcare quelle del buon vecchio Attila. Se devo essere sincero è proprio la parte vocale ad entusiasmarmi maggiormente in questo lavoro della durata di poco più di 15 minuti, dove l’aria sulfurea che si respira, si fa ancor più malsana e intrigante nella terza e conclusiva, “The Year All Light Collapsed”, che fa decollare qualitativamente la proposta del terzetto belga. Suoni rallentati, al limite del doom si intrecciano con un mood d’avanguardia (dimostrato anche dalle cleaning vocals) che sfocia in un finale suggestivo, un inno alla guerra, con il drumming di Baal davvero epico e le vocals gracchianti in marcia verso la vittoria. Peccato solo per l’esigua durata dell’EP, altrimenti sono certo che la band avrebbe meritato di più. Ora attendo l’ascolto del full lenght che segna l’esordio sulla lunga distanza per questo nuovo combo mitteleuropeo. Interessantissimi! (Francesco Scarci)

(Kunsthauch)
Voto: 70

lunedì 23 maggio 2011

Owl - Owl - English

#FOR FANS OF Brutal death
Kolf Christian must be a forge of ideas and above all must have plenty of free time to afford to have so many bands: Island, Valborg, Woburn House, Orbo, Slon, Centaurus-A, Kosmos Wald and now this latest creation, the Owl. Once again, helped by the loyal Patrick Schroeder, drummer on duty in several of its businesses, Christian creates this time a work that plunges into the darkest, more claustrophobic, intransigent and toughest death metal to hear, maybe also because of the endless duration of some songs. It begins with the "Conquering the Kingdom of Rain" and its 13 minutes of extreme sounds played on gloomy mid-tempo, distressing and at the end crawling like an extremely dangerous boa constrictor who is about to threaten and then grab its prey. In all this obsessive pace of guitars actually never that boring, are perhaps the dissonant sounds of the guitars which contribute to the darkening of the already gloomy by itself atmosphere, not to mention the growling vocals, which are making the proposal even more depressing. None of these hearings is easy to listen here, make up an excuse for yourselves soon; otherwise you too will end up being crushed in the deadly grip of the boa. From the “owl" this release probably only has those nocturnal sounds that are found in the finale of the opening track that gives room to a gloomy, brutal and pounding sound of the "Lost in the Melting Mountain Vaults Underneath of the Saints", a sort of psychotic version of Nile, merged with the delirious musical shrewdness of the visionaries Deathspell Omega, while the cavernous vocals of Mr. Kolf continue to haunt our worst nightmares. The suggestion of the Owl is proving increasingly deadly as it advances through listening and my poor ears are also strained by the long third track that continues to make palpable the feeling of death that comes out of in this fetid platter. At the fourth "Spell of the Ignis Fatuus That Lead to the impalpable Altar of Beasts", characterized by hyper fast blast beats, I almost thought that I got away with it because only a piece separates me from the end of this boring cd, but soon I realized that the conclusive "Threnodical Ritual at the Spectral Shores of the Eternal Sunset" lasts 30 minutes. Terrified by this discovery, I take a deep breath and I dive into the icy putrid waters that open the piece; I come across another sad discovery that in fact this half hour is made up only of ambient sounds, almost like one of those bookshop cd’s of the type “sea sounds”; troubling realization that destabilizes even more the hearing of this controversial work. Unfortunately I would not recommend this album to a much wider audience, but only to those who like extreme death metal sounds, only to be disappointed by the epilogue ambient. I do not know, hard to judge an album so psychotic, but on the other hand, by such a controversial guy like Christian Kolf, what could we expect? (Francesco Scarci – Translation by Sofia Lazani)

(Zeitgeister)
Rate: 65

Spuolus - Behind the Event Horizon

#PER CHI AMA: Space Funeral Doom, Helllight, Septic Mind
Il mio primo problema nel dover recensire questo cd è stato dover capire quale band stavo ascoltando, perché sulla copertina della release, non vi era alcun logo o titolo; fortunatamente girovagando per il web, sono riuscito ad individuare il tutto, grazie al contenuto cosmologico (la scienza che studia l’universo) riportato nel booklet. E cosi quello che ho fra le mani è l’introvabile (solo 500 copie stampate, che onore!) debut degli ungheresi Spuolus, che con il loro atmosferico black doom, affrontano i temi legati all’universo. Affascinanti a dir poco, perché i nostri (dovrei dire il nostro, visto che si tratta di una one man band), si spingono con le loro liriche verso concetti legati ai buchi neri e alla previsione della relatività generale. Intriganti le lyrics, altrettanto i suoni che fuoriescono da queste quattro infinite tracce, che raggiungono quasi l’ora di musica. La release si apre con i quasi venti minuti di “I Stand Nowhere” e non posso far altro che calarmi in questo viaggio spaziale alla ricerca dell’”orizzonte degli eventi”. Un synth apre il tutto delicatamente, per lasciar ben presto posto al misantropico e litanico riffing di Szabó Void, unico membro della band. La song è atmosferica, grazie al massiccio uso di synth, inquietante per quel suo incedere tipico del funeral doom, angosciante per le sue funeree ambientazioni, ma mi piace, non lo nego. I suoni apocalittici penetrano le mie vene con quel loro ossessivo e asfissiante incedere; dopo quasi dieci minuti, finalmente la song cambia ritmo, modificando il proprio giro di chitarra e rimango ancor di più catalizzato dalla morbosità dei suoni, dall’aria totalmente priva di ossigeno. Beh chiaro, ci stiamo spingendo verso i confini della nostra galassia, e i suoni che percepiamo finiscono per assumere connotati quasi alieni, ma non abbiate paura ad avvicinarvi agli Spuolus, potrebbe essere una interessantissima esperienza extraterrestre. La conferma della unicità della proposta musicale del combo magiaro, ci arriva anche dalla seconda titanica “Your Defencelessness”, che riprendendo i suoni della traccia posta in apertura, continua con suoni enigmatici, talvolta tribali, spaziali, unici, sinfonici, mi conducono oltre le “colonne d’Ercole” della galassia e qui la percezione extrasensoriale si fa più profonda. Le musiche, mantenendo quella melodia di fondo, ci mostrano angoli galattici sconosciuti. E il mio viaggio in compagnia di E.T. prosegue alla scoperta di suoni non di questo mondo, narrati in modo oscuro dal buon Szabó. Il funeral finisce per fondersi con l’avantgarde e la follia di act nordeuropei; il growling si trasforma in un cantato pulito sofferente, sono quasi condotto in uno stato catatonico. Forse gli alieni stanno manipolando la mia mente, perdo la coscienza, non capisco più dove mi trovo, cosa succede, i suoni continuano a scorrere come arcobaleni in cieli costellati da sette lune e quattro soli. Il mio viaggio continua e i miei sensi percepiscono cose che mai prima d’ora erano state provate: suoni sinistri, colori indecifrabili e sensazioni inusuali mi si parano davanti. Quando ritorno sul pianeta terra la sensazione è quella di far fatica a respirare, forse il ritorno all’ossigeno mi dà un po’ alla testa ma pian piano mi riabituo alla nostra atmosfera. Un viaggio unico, ma forse non da tutti affrontabile quello in compagnia degli Spuolus. Intergalattici! (Francesco Scarci)

(Kunsthauch)
Voto: 85

Lustre - Serenity

#PER CHI AMA: Black Ambient, primi Burzum
“Serenity” rappresenta l’EP di debutto datata ormai 2008, degli svedesi Lustre, one man band capitanata da Nachtzeit (Mortem Parto Humano, ex-Durthang, ex-Life Neglected, ex-Hypothermia). Due song per poco più di 21 minuti che ci mostrano luci e ombre di questo enigmatico personaggio, che comunque si è poi fatto conoscere con altri lavori assai interessanti, come “Night Spirit” e “A Glimpse of Glory”. L’avvio è affidato a “The Light of Eternity”, song che senza ombra di dubbio alcuna (e sfido chiunque ad affermare il contrario), si ispira a “Hvis Lyset Tar Oss”, del buon vecchio Burzum, nella sua versione più ipnotica: incedere lento, riffing ossessivo e ripetuto all’infinito, suggellato dalle strazianti vocals corrosive del factotum Nachtzeit. I 13 minuti della opening track poggiano interamente sul lavoro pesante dei synth accompagnati da liriche portatrici di naturistica oscura spiritualità, che alla fine si insinuano nel nostro cervello e ci spingono verso una sorta di abbandono onirico, che si concretizzerà nella successiva “Waves of the Worn”, traccia costituita da un mistico sintetizzatore che mi lascia presagire fin da subito, che per tutta la sua durata si muoverà su queste coordinate. E difatti non mi sbaglio: un’onda sinuosa attraverso le mie orecchie, mi spinge definitivamente verso il sonno più profondo. Difficile poter giudicare un cd con pochi minuti a disposizione, tuttavia mi sento di promuovere appieno la proposta musicale dei Lustre, in attesa di avere fra le mani i full lenght della band. Onirici! (Francesco Scarci)
 
(Self)
Voto: 65

Movimento d'Avanguardia Ermetico - Stelle Senza Luce

#PER CHI AMA: Depressive Black, primi Burzum, Lantlos
Devo essere sincero ed ammettere d’esser stato inizialmente affascinato da questo cd esclusivamente dal nome mistico della band e dal titolo della release. Poi l’ascolto ha fatto il resto. Eh si, perché quando “Stelle Senza Luce” apre le danze, ecco trasportarmi in un vortice senza speranza, in una strada senza uscita, catapultandomi d’improvviso in una vita senza senso. Questo è quello che ho respirato fin dalle note dell’iniziale “Decade di Isolamento e Aristocratico Distacco”, song che ci consegna finalmente una grande band italiana dedita ad un suicidal black metal, dalla forte vena malinconica. Il riffing zanzaroso eseguito con grande maestria, ci riporta ai gelidi boschi norvegesi, dove era solito trascorrere il suo tempo, in totale solitudine, il buon Varg Vikernes (Burzum). E proprio dalle sonorità del conte norvegese, i nostri traggono un po’ della propria ispirazione, senza tuttavia tralasciare richiami alla tradizione black depressive svedese (primissimi Katatonia e primi Shining). Tutto questo per confermarvi che il debutto della band italica, per quanto sguazzi all’interno di sonorità già proposte ampiamente nell’arco dell’ultimo ventennio, mostri una già carismatica personalità dei nostri, che emerge all’interno di questi cinque lunghi inni, dove a scorribande di glaciale black metal old school, si possono ritrovare frangenti atmosferici al limite del psichedelico (ascoltare la “liquida” “Ritorno alle Porte dell’Essere”) o aperture melodiche di gran classe (meravigliosa l’apertura di “Spazi Remoti di Abissi Interiori”), con delle vocals che urlano tutto il loro dissapore. Sono entusiasta dall’ascolto di questo cd (cosi come era avvenuto per i debutti di Mete Infallibili e Kalki Avatara, a dimostrare che le grandi band di black d’avanguardia non si ritrovano solo in Francia (Deathspell Omega, Blut Aus Nord e Pensees Nocturne) o in Germania (Lantlos), ma che anche in Italia esiste un interessante movimento nell’underground. Brava anche la russa Kunthauch a scoprire questi talenti; ora a voi il dovere di dare un ascolto a questo Movimento d’Avanguardia Ermetico. Mistici! (Francesco Scarci)

(Kunsthauch)
Voto: 80

martedì 17 maggio 2011

Folge Dem Wind - Inhale the Sacred Poison - English

#FOR FANS OF Black Avantgarde, Fleurety, Deathspell Omega
I would have to admit now that, France has become a forge for talented black metal bands; there is no use to deny the evidence, but Deathspell Omega, Blut Aus Nord, Alcest, Pensees Nocturne, Les Discrets (and thousands of others) all come from the country of the much hated cousins and even today I have to surrender before the clear superiority of those Folge Dem Wind and place them among the most talented bands from across the Alps. After having done this large introduction, I can also say that I have been following the quintet coming from the unknown Montgeron, since their debut EP, "Hail the Pagan Age", and since then the band have struck me for their dark and evil sound, which thus emerged more strongly in the first official release, but in my opinion, only with this remarkable "The Sacred Inhale Poison” reaches the peak of genius. And they do so from the beginning with the morbid title track which mounts through black sounds, avant-garde and psychotic influences, throws us into a whirlwind of insane madness with its 7 minutes and continues. With the following "... Of Blood & Ether", their music, while revealing the very dark black roots, leads us to walk through territory which is difficult to be explored by black groups. For sure we're not in front of the schizoid proposal of the Norwegian Fleurety or in front of the disruptive class of the aforementioned Deathspell Omega, but honestly some harmonic choices, some rhythmical dissonances, the constant presence of murky atmosphere (listen to "Grey Behind the Veil") and the search for intimate fragments, they merely confirm their enormous potential. We've already mentioned the third track, but I would to cite to you the wonderful prologue that has certainly little to do with metal music (who mentioned Jazz?) and this is precisely the winning point of Folge Dem Wind: they savagely attack us with their ruthless guitar riffs clearly of Nordic black origin and then in the complicated gait of the song, they know how to drive in the dark mazes of their sick mind, with accomplices also the heartrending vocals of Kilvaras. I want to make a further introduction to you: "The Sacred Inhale Poison" is not a work of immediate assimilation, you will definitely need various diverse hearings to be able to assimilate it, to be able to appreciate it, but when your ears will get used to it, it will be very difficult to do without it, because it has that quid, the characteristic that only big band capable of daring what no one else dares, able to create something lasting and I am convinced that they have these features. Exceptional song "…Of Reptilian Fires", that in itself, contains all the refined elegance of brutality and experimentation, and the ineffable simplicity in handling long pieces with great ease. The release spins with pleasure between dazed guitar lines, inhuman scream, post metal inserts, fragments of crazy jazz, becoming the joy of those who, like me, are in constant and frantic search of sounds beyond the common and those like the ones by Folge Dem Wind, surely contain something magical, esoteric, dreamy and deeply evil. Seducing! (Francesco Scarci – Translation by Sofia Lazani)

(Code 666)
Rate: 75

Vardlokkur - Med Døden Til Følge

#PER CHI AMA: Black Epic, Enslaved, Immortal
La prima traccia di questo album ci introduce nei meandri di quello che potrebbe benissimo configurarsi come un malato orfanotrofio abissale. Si, perché ci si sente soli mentre si ascolta. L’assenza di speranza colpisce asettica dalla prima nota. Sembra strano, almeno all’orecchio dei puristi del genere, iniziare un’opera di black metal con le tastiere, suona paradossale. D’altronde l’incarnarsi come anti-tutto è stata fin dagli albori prerogativa di questa musica (ricordate cosa c’era scritto nel libretto di "Nightwing" dei Marduk? “Non sono state utilizzate tastiere per questo album”). A parte ciò, i Vardlokkur si identificano con un buon gruppo black, tematicamente formatosi a cavallo tra il periodo purista (per intenderci: quello delle registrazioni violente autoprodotte esaltate con fierezza dal suono ‘marcio da cantina’) e le sonorità del nuovo millennio, veicolate prevalentemente da una melodia meno graffiante e più orecchiabile. Pur non avendo, almeno a mio avviso, una personalità individuale, "Med Døden Ril Følge" riesce comunque a farsi apprezzare proprio per la caratteristica di essere ‘contaminato’ dai multiformi rimandi ai più conosciuti mostri sacri del black. Si ritrovano i passaggi tipici degli ultimi Immortal, le violenze estreme dei Gorgoroth, la voce pregnante dei Darkthrone… Un cocktail da trangugiare in un solo sorso per appassionati. L’ho molto apprezzato, pur non essendo riusciuto a identificare nulla di nuovo. Tralasciando le tastiere (scusate se insisto su questo punto, ma sono cresciuto con un’idea atavica del black metal), l’apogeo di quest’opera risulta essere la seconda traccia, "Morituri Te Salutant", vero manifesto di notturno nichilismo. Al suo interno si trovano (quasi) tutti i passaggi conosciuti di batteria e piatti nell’ambito black, con un ghiacciato rimando alle chitarre dei Taake, che da sole valgono tutto il pezzo. Cosa posso dire? I Vardlokkur hanno tutte le carte in regola per diventare quello che altri sono diventati nel panorama black metal. Non devono tuttavia essere considerati come una punta di riferimento. Almeno per ora. La costanza si vede nel tempo. (Damiano Benato)

(Det Germanske Folket)
Voto: 70

Abortus - Process of Elimination

#PER CHI AMA: Death, Thrash
Gli Abortus provengono da Sidney e hanno all'attivo un debutto discografico autoprodotto, risalente al 1999, dal titolo "Judge Me Not". Il secondo album "Process of Elimination" ci presenta una band dal suono deciso, potente e dalle venature lievemente old fashioned. Un death-thrash molto aggressivo è ciò che ci propone il quartetto australiano, una fucina di brani spaccaossa che risente dell’influenza del vecchio thrash americano piuttosto che delle oramai sfruttatissime sonorità svedesi. Qualche eco del death metal europeo lo si trova, tuttavia, nel riffing veloce e quando arriva "God Vision", fa la comparsa una contaminazione black che sembra quasi un tributo agli Impaled Nazarene. "Abort Us", "Revenge Now Sworn", "Redemption", "Sadist-Fy"... tutti i brani sarebbero degni di nota per la perizia tecnica con la quale vengono eseguiti e per il coinvolgimento che provocano nell'ascoltatore, complice un lavoro fantasioso sia nel drumming, sia nelle parti di chitarra, le quali ogni tanto ci regalano qualche assolo. L'unico punto che oscura un po', non il valore ma l'appetibilità commerciale, di questo "Process of Elimination" è da ricercare probabilmente nel suono un po' sporco ottenuto in studio, ma questa è una caratteristica che sottolinea solamente l'intento della band di rimanere grezza e selvaggia. Consigliati. (Roberto Alba)

(Code 666)
Voto: 70

sabato 14 maggio 2011

Defect Noises - Pure Sickness

#PER CHI AMA: Djent, Death Groove, Meshuggah, Cynic, Periphery
È il genere del momento (grazie ad act più famosi quali TesseracT o Periphery), se proprio di genere vogliamo parlare, o forse lo potremo definire un fenomeno musicale. Sto parlando ovviamente del djent che, per chi non lo conoscesse, è in realtà una corrente caratterizzata dal modo di suonare le chitarre, super distorte, con accordature super ribassata e tecnica “palm muting”; tutto chiaro no fin qui? Si insomma, avete presente il sound dei Meshuggah, con le sue ritmiche nevrotiche e sincopate, l’ampio uso di poliritmie e le chitarre a 7, 8 o addirittura 10 corde? Bene, questo descrive il genere di cui sto parlando e quello che ho fra le mani è un lavoro, figlio di questa scuola e Marian Gradinarski incarna alla grande questa filosofia, con una chitarra a 10 corde e un sound poliritmico che penetra le profondità della nostra psiche fino a condurci al delirio. “Pure Sickness” parte alla grande con “Suffering System”, song che mostra già la disumanità di Marian con la sua “arma” contundente nelle proprie mani: virtuosismi da paura si intrecciano infatti con un sound estremamente dinamico e ricco di fraseggi, cambi di tempo e digressioni in territori a noi sconosciuti, mantenendo come unico filo conduttore la ritmica devastante di fondo (opera di un drumkit), che ci fa capire che ci troviamo in territori di extreme metal. Sono immobilizzato, stordito, affascinato da cotanta energia lavica prodotta dalla 10 corde di Marian, ipnotizzato da allucinanti giri di chitarra, arzigogolati fraseggi che non sembrano umani, come se un alieno si fosse impossessato di questo straordinario strumento e lo suonasse in modo a noi misterioso, quasi incomprensibile, ma meravigliosamente piacevole. Sono rimasto fin da subito sorpreso dalla capacità di catalizzare la mia attenzione con dei suoni pazzeschi e pur non essendoci una voce a deviare ogni tanto la mia attenzione, continuo imperterrito a seguire le evoluzioni di questo axeman mostruoso, che attraverso le sue funamboliche scorribande (“Crawl Back In”, “In the Void the Stones are Turning”), riesce a farmi digerire un sound che probabilmente, fatto in altro modo, resterebbe sullo stomaco a molti. La tecnica di Marian è impressionante, il suo spettro di influenze il più vario con il sound a la Meshuggah che si intreccia all’irrazionalità e imprevedibilità dei Cynic, il tutto suonato con la tecnica dei Dream Theater. Ho scritto ovviamente le prime tre band che mi sono venute in mente immediatamente, ma sarebbe assai riduttivo limitare il sound di questo incredibile lavoro, che ha forse la sua unica pecca di non avere un vocalist che ogni tanto possa urlare nel microfono, perché l’unica mia perplessità, è che qualcuno si possa stancare facilmente di una release completamente strumentale. Non di certo il sottoscritto, che sta usurando la sua copia e che forse presto si troverà costretto a richiederne un’altra. Grazie Marian per avermi aperto le porte ad un’altra dimensione con il tuo sound e con la tua chitarra, che con i suoi micidiali riverberi o delay, ma sempre pregna di brutalità, mi ha saputo conquistare e condurre con te là, in mezzo all’universo dove solo melodie aliene trovano spazio. Da ascoltare obbligatoriamente! (Francesco Scarci)

(Self)
Voto: 85

Fragile Art - Axiom

#PER CHI AMA: Swedish Death, Soilwork, In Flames
Dopo colpevole ritardo, ci siamo resi conto di aver lasciato indietro un nuovo gruppo abbastanza interessante, che proviene dalla Russia, i Fragile Art. Il loro primo cd è datato 2007, registrato per la CD-Maximum intitolato “Axiom”. La release in questione è composta da 10 track, mai troppo lunghe, che quindi scorrono via piacevolmente. Il lavoro ci sorprende subito per l’uso notevole e quasi assiduo di synth, che fanno percepire i brani molto diversi dal solito melodic death in voga. “Axiom” si apre con “From Blind Love To Wild Hate”, brano che sorprende e aggredisce subito il nostro udito, sorprende perché c’è una inaspettata parte di synth e poi inizia con una batteria parecchio aggressiva, come anche i riff di chitarra, che suonano distorti e aggressivi; una ottima partenza direi perché il pezzo suona davvero interessante specie nelle parti di “musica elettronica“ (spero la band non si offenda). Il tutto scivola via piacevolmente e non abbandona mai quell’atmosfera poeticamente aggressiva che aveva creato all’inizio. Altra citazione d'obbligo è per “Not Dead Not Alive “ che attacca subito forte, aggressivo e cattivo con la batteria che sembra correre su un binario immaginario di potenza e frenesia. I riff di chitarra nella loro distorsione instillano in chi lo ascolta un'alta dose di adrenalina. La title track ha un inizio molto violento, con la doppia cassa della batteria che arriva in gola. Le chitarre offrono riff molto veloci e distorsioni che non stonano mai l’ascoltatore. Si fa notare la parte di pad, un bel arpeggio che si amalgama alla grande con la ritmica. Il tutto suona molto piacevole, ideale per un bel viaggio on the road. Il pezzo non perde mai il suo mordente iniziale, anzi ad un certo punto va anche in un crescendo di armonie distorte delle chitarre. Non menziono particolarmente la voce con il tipico growling del death metal. Il cd nel suo complesso mi ha particolarmente colpito in positivo, possiamo decisamente ritenerlo un buon punto di partenza, anche se suggerirei alla band di concentrarsi particolarmente sulle parti elettroniche e di synth, che contribuiscono a dare quella caratteristica distintiva e ricercata al cd, senza per forza ammiccare a gente del tipo di Soilwork o ultimi In Flames. Per concludere, mi sento di consigliarne l’acquisto perché la musica proposta dai Fragile Art è valida ed interessante, vi terremo sott’occhio, il margine di crescita è ampio, ora sta solo a loro maturare! (PanDaemonAeon)

(CD-Maximum)
Voto: 75

Indian Fall - Seasons in Equilibrium

#PER CHI AMA: Black Symphonic, Dimmu Borgir
Devo essere sincero, ad un primo ascolto quest’album non mi ha entusiasmato molto. Mi ha deviato sicuramente da “Demonologic Universe”, quasi un copia e incolla del sound dimmuborgiano, una traccia che non avrei certo sistemato in apertura di lavoro. Per il resto, a parte qualche chiara caduta in prevedibili riff death, ammetto che mi sono davvero ricreduto in ascolti successivi. Qui stiamo parlando di un’opera di qualità, di quel metal di classe che oggi è qualità rara. Tracce ben strutturate, giusto equilibrio di potenza sonora e melodie avvolgenti (che sia proprio un caso il titolo “Seasons in equilibrium”?). Siamo di fronte a quello che io ho sempre definito ‘metal ragionato’, un simulacro di suoni che creano atmosfera senza estremizzare con vuota tecnica (comunque molto presente e dalla magnifica resa), un susseguirsi di tracce che mutano, si evolvono in sintonia senza essere ripetitive. Per necessaria coerenza, anche la voce presenta equilibrio, modulata in profondi growl e graffianti screaming a seconda dell’andamento delle canzoni. Voce pulita nelle sezioni intermedie. Si tratta di sacralità. Pura e semplice. Si tratta delle stesse sensazioni che ho provato quando ho ascoltato per la prima volta gruppi come Septic Flesh e altri pionieri del metal mitologico. Gli Indian Fall evocano un mondo antico, primordiale, incontaminato. Raramente sono riuscito a trovare una qualità del genere, tralasciando ovviamente la produzione dei nomi blasonati. L’unico elemento che purtroppo stona, come ho già riferito, è la presenza (per fortuna non ‘in’ tutte le tracce e non ‘per’ tutte le tracce) delle tastiere alla Dimmu Borgir post “Puritanical Euphoric Misanthropia”. Pur non essendo un album di black metal, concedetemi una digressione a tema: dirò una bestemmia per molti, ma questi Indian Fall sono nettamente superiori ai nuovi Dimmu, e non hanno affatto bisogno di imitare le tastiere di chi fatica a raggiungere (o ‘tornare’, in questo caso) alle vette di un tempo. Gli Indian Fall sono un regalo dell’universo sonoro. Un piacere per le orecchie e per lo spirito (la presenza di Dan Swano alla consolle è poi un’ulteriore conferma di qualità). Confido possano in futuro aumentare il contesto ‘atmosferico’ delle loro opere, e liberarsi di pesanti orpelli di cui non hanno bisogno. (Damiano Benato)

(Self)
Voto: 85