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mercoledì 9 novembre 2022

Sarneghera? - Dr​.​Vanderlei: Tales From the Lake Vol​.​1

#PER CHI AMA: Alternative/Math Rock
Voi avete idea di che cosa sia la Sarneghera? È una leggenda metropolitana che la identifica come una tempesta violenta che sembrerebbe collegata alla tragica morte di una ragazza promessa sposa ad un nobile, ma poi gettatasi nel lago d'Iseo, per una drammatica e fatale delusione d'amore. E quindi il cielo tuona vendetta per quell'amore strappato, scatenando vento e pioggia sul lago. Tutto molto affascinante, tanto da spingere la band bresciana a trarre ispirazione da questa storia per il loro moniker. 'Dr​.​Vanderlei: Tales From the Lake Vol​.​1' riprende la stessa storia con altri personaggi: un alieno naufragato nei pressi del lago e il misterioso Dr. Vanderlei che ritrova una maschera in grado di reinventare il linguaggio. Tutto questo nel debutto dei nostri Sarneghera? che ci presentano un sound alternativo sporcato da molteplici influenze. Il tutto appare chiaro sin dall'opener "Larsen Attack" che attacca con una ritmica disarmonica non proprio lineare ed un linguaggio lirico inventato che miscela italiano, inglese, francese, spagnolo, latino in un pot-pourri di parole neonate, il tutto accompagnato da bordate ritmiche che accompagnano una proposta dritta ma comunque assai melodica. Nelle note della prima traccia ci sento inoltre influenze math-rock e post-hardcore. Con "Spyrium" invece quelle colgo sono derive garage rock in un sound che si conferma dinamico ed imprevedibile nella sua alternanza ritmica, con una serie di saliscendi di chitarra che donano una certa originalità e freschezza alla musicalità del combo lombardo. È però con "Lampara" che mi lascio maggiormente suggestionare dai Sarneghera?, grazie ad un gioco di chiaroscuri di chitarra e basso (ma anche a cura di fantasiose percussioni), che per ben tre minuti generano, attraverso uno space rock cosmico e progressivo, una palpabile tensione nell'aria che rimarrà almeno fino a quando la voce salmodiante del frontman farà il suo ingresso in un contesto musicale più controllato rispetto ai precedenti pezzi, ma di comunque grande impatto. In questo brano addirittura compare un bel vocione distorto a mostrare l'ecletticità della band. In chiusura, "Prima i Terrestri" (una parodia forse dello slogano del buon Salvini?), l'unica canzone cantata esclusivamente in italiano, che abbina ancora math rock, alternative, crossover e post metal in un brano che evoca Tool, Lingua e A Perfect Circle in una devastante e sghemba galoppata di oltre quattro minuti. Quella dei Sarneghera? è una bella scoperta, ora non ci resta che attendere un album più lungo e strutturato. (Francesco Scarci)

Necromass - Mysteria Mystica Zothyriana

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Black Metal
Purtroppo nessuno, sottolineo nessuno, ha mai dato il giusto peso a questa produzione discografica datata 1994, che ha segnato un passo fondamentale nell'underground nostrano. Infatti, considero 'Mysteria Mystica Zothyriana' come uno dei primi effettivi dischi di black metal, usciti dalla nostra penisola, assieme a bands come Mortuary Drape e Bulldozer. L'album in questione uscì per la Unisound Records, label greca etichettata da molti (tra cui proprio i Necromass di allora) come rip-off in senso assoluto. Purtroppo il disco ebbe una distribuzione e promozione mediocre ed il valido lavoro svolto in studio dal talentuoso Luciano Zella (Death SS), fu in parte stravolto da una manipolazione errata in Grecia. Questo comportamento scorretto da parte della casa discografica impedì ad una band ottima, di poter esser conosciuta e apprezzata per un album di musica davvero ben fatta e suonata. La storia ci racconta poi che dopo alcuni avvicendamenti di line-up e l'uscita di nuove releases davvero fuoriluogo, la band nel giro di pochi anni si sarebbe sciolta miseramente. Alcuni ex-componenti militarono in formazioni come Handful Of Hate, Domine o G.F.'93. Comunque sia andata, questo album rappresenta gli albori del black italiano, i brani inclusi in questo capolavoro suonano molto old style in pura concezione black ellenica (vi ricordate i vecchi Rotting Christ e i Necromantia?) con qualche riferimento nordico qua e la. Brani come "Necrobarathrum", "Sodomatic Orgy Of Hate" e pure la title track, sono quasi per tutta la durata del brano, mid-tempos, e le parti veloci, seppur presenti, sono di velocità contenuta mentre le parti di chitarra (distorta e acustica) sono quasi sempre linee melodiche e oscure. La voce, elaborata con una vasta gamma di effetti e di sfumature, rappresentava un valido traguardo all'epoca. Il disco suonava dannatamente bene per quegli anni, e io, riascoltandolo oggi, continuo a trovarlo molto vario, fresco ed attuale. Cercate questo disco e ascoltatelo, ne vale la pena. Giustizia è fatta.

(Unisound Records/Obskure Chaos Distro - 1994/2019)
Voto: 80

https://necromass.bandcamp.com/album/mysteria-mystica-zothyriana

martedì 8 novembre 2022

Beware of Gods - Upon Whom The Last Light Descends

#PER CHI AMA: Sludge/Post Metal
Chicago, Illinois. Ecco da dove arrivano questi Beware of Gods, misterioso duo dedito ad un sludge/post metal dalle tinte fosche e stralunate. 'Upon Whom the Last Light Descends' è il loro biglietto da visita che ho iniziato ad ascoltare con un certo interesse un paio di mesi orsono e mi porta oggi alla scrittura di questa recensione. Cinque pezzi catartici che si aprono con "Invitation (I Am Named After Death)" ed un sound che lascia spazio a viaggi mentali in preda a sostanze psicotrope e visioni cosmiche che ben potrebbero conciliarsi con l'immagine di copertina del disco. Il sound è sicuramente originale, muovendosi a tratti nel noise, nella psichedelia, nel post metal o nello sludge, come si evince dalla ritmica rallentata della seconda metà del brano. Ma non mi fermerei a queste sole influenze, dato che l'abrasiva voce di The Archetype potrebbe richiamare lo screaming tipico del black, cosi come alcune derive soniche accostano la proposta del duo statunitense a suoni dronici. I vocalizzi del frontman assumono comunque molteplici sembianze, dallo screaming dicevamo dell'opener alle spoken words ma anche un pulito suggestivo ed intrigante. Convincenti, non c'è che dire. Anche se nella seconda "Nightmare in the Dreaming House" si potrebbe cogliere più di un accostamento ai Neurosis, ma la voglia di emergere dalla massa, fa si che i due enigmatici musicisti regalino sonorità astruse, disarmoniche e a tratti caotiche, sortendo un continuo effetto di imprevedibilità, soprattutto quando mi pare che i nostri flirtino con un sound vicino all'alternative dei Deftones, con dei chitarroni comunque frastornanti a fissarsi nelle orecchie. Con "It Sleeps", le sonorità si fanno più sonnecchiose, vuoi forse anche un titolo che richiama il sonno. Ma il sonno in cui ci faranno sprofondare non è certo quello ovattato, ma sembra più qualcosa di inquietante e disturbante, un incubo ad occhi aperti da cui fuggire sarà impresa ardua, anche laddove i nostri sembrano rinunciare a dar fuoco alle polveri e preferendo un versante più atmosferico. Diffidate gente, diffidate, con i Beware of Gods c'è poco per restare sereni e non guardarsi le spalle, la progressione ritmica pur rimanendo bloccata dietro l'angolo, questo pezzo più degli altri vede un approccio ritmico verso gli sperimentalismi dei Terra Tenebrosa o più indietro nel tempo, a riferimenti che ammiccano a Ved Buens Ende e Virus. Ipnotici, angoscianti, malati, il sound dei BoG prosegue in un pezzo apparentemente più affabile e abbordabile, "It Wakes (to Destroy Us)", dove a livello vocale, c'è un'alternanza tra il cantato pulito, lo screaming ed una terza modalità che, non so per quale astruso motivo, mi ha evocato i Soundgarden. Forse sono un visionario, forse inizio a sentire la mancanza di Chris Cornell, però ho percepito una forma primordiale della band di Seattle che sottolinea comunque ancora una volta, un certo ecletismo sonoro da parte dei due artisti. A chiudere questo primo capitolo, ci pensano le asfissianti e lisergiche note di "House of Locusts (Intravenous Sunshine)", che ci inghiottiscono definitivamente nel mondo malato dei Beware of Gods, che in questo loro debutto si sono peraltro ispirati al mito di Azathoth, l'onnipotente "The Blind Idiot God" descritto da HP Lovecraft nelle sue opere, a testimoniare quanto questi due stravaganti personaggi abbiano da raccontare attraverso la loro musica. (Francesco Scarci)

Deranged - S/t

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Brutal Death
Una malsana ventata di aria infetta, satura di miasmi cadaverici: ecco cosa si sprigiona dal lavoro di questa band scandinava incondizionatamente votata al brutal death. Un assalto spietato, letale. I Deranged hanno ormai accumulato parecchia esperienza in questi anni di attività. Ciò ha permesso loro di affinare le armi. Non crediate si tratti di un album dozzinale: vi basterà ascoltare il gran lavoro di chitarre nella opener "Flesh Rebel" per convincervene. È una cascata di violenza sonora quella che i nostri ci rovesciano addosso, interrotta appena da una curiosa traccia intitolata "La Orgia de Los Muertos", che vi riporterà alla mente una scena di 'Full Metal Jacket'. I suoni su questo cd sono semplicemente eccezionali. Non esito ad affermare che i Deranged siano riusciti a superare - e di molto - i Cannibal Corpse di 'Bloodthirst', confezionando un'opera crudele, morbosa, suggestiva.

(Listenable Records - 2001)
Voto: 74

https://listenable-records.bandcamp.com/album/deranged

lunedì 7 novembre 2022

I Maiali - cenere/CENERE

#PER CHI AMA: Post Hardcore/Black
Il secondo album della band romana, il cui moniker già li rende lontanissimi da un'idea di facile comprensione musicale, si ricollega concettualmente al loro primogenito del 2019, intitolato 'Culto', ampliandone il range sonoro ed espandendo gli orizzonti della loro musica. Il concept, come descritto dalla band nelle note di copertina - "...è il vangelo del nostro Messia, a partire dalla sua genesi fino al rogo che lo ridurrà in cenere... facendovi conoscere meglio il nostro Dio e mostrandovi quanto noi uomini siamo facilmente condizionabili..." - si preannuncia destabilizzante fin dalla grafica di copertina e sicuramente, dopo il suo ascolto, non deluderà le vostre aspettative. Di fronte ad una notevole evoluzione dello stile post-hardcore nella direzione del black metal, posso rassicurarvi che a tutti gli effetti, ci troviamo dinanzi ad un lavoro veramente estremo, ben confezionato, con un artwork di copertina d'impatto, ove troveremo un esasperato uso del distorsore nella voce ed una forza d'urto che crea una pulsazione urticante, molto, molto potente. Tra le note dei vari brani ho riscontrato anche una ricerca sonora che non punta al solito crudo frastuono, ma dentro al suo oscuro mezzo d'espressione, trovano spazio melodie decifrabili e nonostante il suo essere perennemente abrasivi, si scopre addirittura una certa sinistra sensualità nello stile del primo Manson, con punte soniche che richiamano band di culto quali Breach o Converge. Il legame con altre band conterranee come Ovo o Hate & Merda è lieve, e va detto che ne I Maiali, la capacità di generare poesia underground, violenta e rumorosa, è più genuina, più rock, meno costruita, più umanamente lacerata, un po' alla Forgotten Tomb e che piaccia o meno, a quel modo di fare musica altra, che è di casa nei Deviate Damaen. Riuscita anche la svolta parziale verso il black, dove le strutture tipiche de I Maiali, vengono ridipinte in veste oscura con echi di Craft o Fallakr, costantemente carico di suggestioni nere e tensione a non finire. Il disco si snoda bene lungo tutto il percorso e mostra muscoli ed intelligenza compositiva in più occasioni. Progressivamente, nel suo avanzare, lascia intravedere anche spiragli di ritmi più lenti, doom e laceri, che nella triade finale raggiungono l'apoteosi con "(r)Umore Blu", "Plumbeo Giudizio" e la conclusiva, "Io, Brucio". Ecco, potrei ribadire che un piccolo neo lo si possa trovare nell'uso distorto continuo della voce, che impedisce la comprensione totale dei testi in molte sue parti, ma il supporto che dona in qualità artistica, una simile voce dilaniata, è spettacolare. In sostanza il nuovo disco della band capitolina, è si più sporco del suo predecessore e sicuramente meno immediato, ma gode di una componente poetica, macabra e abrasiva che poche band nel bel paese possono vantare tra le loro qualità. Uscito sotto le ali protettrici della Overdub Recordings, 'cenere/ CENERE', è un ottimo disco, il cui ascolto risulta obbligatorio! (Bob Stoner)

(Overdub Recordings - 2022)
Voto: 78

https://imaiali.bandcamp.com/album/cenere-cenere

domenica 6 novembre 2022

Sceptic - Nailed to Ignorance

#PER CHI AMA: Techno Death
Ancora Polonia, un'altra band (dopo i Faust) che ha pensato bene di prendersi una pausetta di giusto 17 anni per riassettare le idee et voilà, il disco è servito. 'Nailed to Ignorance' è il quinto album per la band di Cracovia, dopo un silenzio in cui si era pensato quasi ad uno scioglimento dei nostri. Il lavoro però giunge in nostro aiuto con nove nuovi brani di techno death di scuola statunitense che ci fa strabuzzare gli occhi e non poco. Ma non siamo nuovi a sorprese di questo tipo in una nazione che ha dato i natali a gente del calibro di Vader, Decapitated e Behemoth. E noi ci aggiungiamo anche questi Sceptic che già nel primo pezzo, "Mind Destroyer", tributano i Death con una sezione ritmica che avrebbe reso sicuramente orgoglioso il caro vecchio Chuck Shuldiner. Bravi, bravi, cosi si fa, si osa, rischiando anche di bruciarsi le ali come fece il buon Icaro. Se poi i risultati sono questi ben vengano questi lavori, che pur non portando nulla di originale alla scena estrema, in realtà danno linfa vitale ad un movimento a tratti stantio ed obsoleto. E quindi lasciamoci guidare dai giochi di chitarra che il solido quartetto ci regala, sarà un po' come fare un tuffo nel passato. In "Wolf as a Shepherd", il basso di Paweł Kolasa assume toni e sembianze del buon Steve Di Giorgio, facendomi gridare al miracolo e portandomi a verificare nel booklet interno che non ci sia qualche ospitata da parte dell'originale. Ottimo l'assolo di Jacek Hiro sebbene assai breve per i miei gusti. E difatti, si rifà nel finale con un'altra cascata di note ubriacanti, anche qui, a dire il vero, troppo stringata. Ma i nostri non hanno certo il braccino corto e continuano in "Fate in My Hand" a mietere vittime con un sound robusto, deliziosi giri di chitarra (e botte di basso) in tapping o con fraseggi non lineari, che delineano l'elevato tasso tecnico di questi individui. E poi che assoli ragazzi, che break (scuola Atheist) a farmi gridare di gioia. State anche voi ancora soffrendo per la dipartita del buon Chuck? Beh qui avrete di che divertirvi, perchè siamo solo all'inizio di un disco che avrà ancora da offrire pezzi esaltanti: dalla ultra ritmata "Gaia" (Pantera docet) e quel suo ispanico break acustico di chitarra, passando per la più sinistra "Wordbow" che segna la metà di un disco, da qui tutto in discesa, vista la capacità di conquistarmi con i suoi primi 25 minuti (assolo epico pure qui peraltro e in "All I Can Devour" sarà da leccarsi i baffi). Ma non starò qui ad assillarvi ulteriormente con altre parole, se non per citarvi "The Sakkara Bird", un pezzo strumentale che ci sta alla grande e che in un qualche modo, mi ha ricordato la progressione musicale di "Cosmic Sea" dei Death ai tempi di 'Human' e la title track, dove una voce pulita stile Mikael Stanne in 'Projector', si contrappone al corrosivo latrato del vocalist. Se poi proprio devo trovare un difetto ecco, avrei optato per un disco più breve di sei/sette minuti, sempre meglio assestarsi sui tre quarti d'ora di musica quando ci muoviamo in questi paraggi, ma come diceva Totò sono "bazzecole, quisquilie, pinzellacchere..." (Francesco Scarci)

(Szataniec - 2022)
Voto: 78
 

Faust - Cisza Po Tobie

#PER CHI AMA: Prog Thrash
I Faust sono una band in giro da metà anni '90 che, ad un certo punto della loro storia, ha pensato di prendersi una pausa di ben 15 anni, ricaricare le pile e tornare sulle scene nel 2019, rilasciando un paio di album, di cui quest'ultimo 'Cisza Po Tobie'. Detto che io la band di Wyszków stranamente non la conoscevo, mi avvicino con un certo interesse a questo cd che raffigura una Madonna con un bambino che tiene in mano quello che sembra essere il serpente del peccato originale (viste le mele marcescenti che circondano il quadretto). Nonostante questi elementi religiosi, non mi sembra di intuire (i testi sono in polacco) che ci siano riferimenti religiosi nelle liriche, semmai si parla di una fuga di un genitore col proprio figlio dalla guerra, probabilmente in riferimento al conflitto in atto oggi in Ucraina. Fatte tutte queste dovute premesse, il disco si palesa con una lunga intro, "A Jeśli Umrę", in cui la voce (operistica) è affidata ad una gentil donzella (credo tal Karolina Matuszkiewicz) in un contesto estremamente melodico, ma non lasciatevi ingannare visto che quando irrompe "Za Tamtą Górą" sembra di aver a che fare con una proposta a cavallo tra Testament e Nevermore, ricca di furenti galloppate, ma anche di parti più atmosferiche o arpeggiate, leggasi il break acustico a metà brano con tanto di strumenti folklorici a supporto. La voce del frontman, pulita ma comunque aggressiva, faccio a dire il vero un po' fatica a digerirla, ma sono convinto sia più per una questione legata alla lingua in quanto non riesco ovviamente a seguirne i testi (sarebbe stato sicuramente meglio l'inglese). Anche qui fa capolino la voce di una dolce fanciulla. "Pokocham Tę Cisze Po Tobie" parte presentando un dualismo tra voce femminile e maschile (qui anche in formato growl) offrendo peraltro una ritmica che mi evoca anche un che degli Annihilator, sebbene sparata alla velocità della luce. Tuttavia, i molteplici arrangiamenti, quasi sinfonici a tratti, sembrano addolcire la supposta devastante che i nostri sono pronti ad infilarci, indovinate voi dove. Ottima la parte solistica anche se avrei preferito un più lungo assolo, però alla fine il brano è figo. Una sirena d'allarme e un coro (che tornerà nel corso del brano) ci mettono in fuga con "Pogarda", song dotata di una splendida linea di chitarra, di un groove assai convincente e di un assolo finalmente più strutturato, ed un finale di classica matrice "testamentiana". Un piano apre "Iskra Pod Śniegiem", ma poi in realtà è una bella randellata nei denti quella che ci si para avanti, anche se i nostri, ancora una volta, indorano la pillola con rallentamenti, eteree voci femminili, da cui ripartire più selvaggi che mai, ma con mille trovate musicali in testa. "Jakbyś Gryzła Żwir" è bella tosta e diretta, con un giro di chitarra che mi ha evocato il buon rifferama dei Death, poi si abbatte una tempesta sonora senza precedenti, quasi di scuola Morbid Angel, per quella che è la canzone più incazzata del lotto, la più tecnica, quella con l'assolo più tagliente. Insomma una figata. In chiusura, l'esotica "Zdążyć Przed Deszczem" con la scena affidata nuovamente alla splendida, e qui malinconica, voce di Karolina. Insomma, un graditissimo ritorno, e una bella scoperta per il sottoscritto. (Francesco Scarci)

giovedì 27 ottobre 2022

Astarot - Rain

#PER CHI AMA: Depressive Black
La one man band messicana Astarot è una di quelle classiche realtà musicali estremamente prolifiche, quasi come se mettersi in proprio sia il modo migliore per rilasciare tonnellate di album. Detto che spesso la quantità supera di gran lunga la qualità, mi avvicino con una certa curiosità ad una band che avevo apprezzato in passato per un album come 'Gateway Microcosm', che ancora conservo nella mia collezione. La proposta del buon Gonzalo GB "Astarot" (attivo peraltro in altre band quali Abysmal Depths, Alasthor, Black Lord, Odium Umbrae), continua imperterrita sulla strada del depressive black anche in questo 7" intitolato 'Rain'. Due soli pezzi per svelarci che, nonostante siano passati sette anni da quel disco che sopra menzionavo, la musica del mastermind di Irapuato non si è spostata di un millimetro, proponendo sempre un black mid-tempo che trova alcune variazioni al genere in soffusi ("Rain I, Howls of Pain") o spettrali ("Rain II, Suspiros en la Lejania") break atmosferici o nell'uso pulito della voce, e ancora di un ipnotico utilizzo dei synth. Certo, la presenza della drum machine non aiuta l'esito conclusivo, ma se volete provare ad accostarvi alla band, beh un paio di pezzi, potrebbero essere estremamente indicativi della proposta degli Astarot. (Francesco Scarci)

(Ah Puch Records - 2022)
Voto: 63

https://astarot.bandcamp.com/album/rain

Whispers In The Maze - Stories Untold: Chapter I

#PER CHI AMA: Melo Death
Whispers in the Maze... Sussurri nel labirinto. Whispers è una parola che piace parecchio anche a me, tanto da spingermi a chiamare quell'embrionale band che breve vita ebbe circa 25 anni fa, Whispers in the Darkness. A parte i miei pregressi scarsi, da musicista scarso, ci ritroviamo al cospetto di una quartetto originario dell'Ontario che con questo 'Stories Untold: Chapter I' ci offre il proprio secondo EP e noi non possiamo che porgere il fianco alla proposta melodica del gruppo canadese che ci guida all'interno del proprio labirinto musicale con quattro pezzi dediti ad un death melodico. Le melodie dell'opener "Poisoning Imagination" mi evocano quelle dei primi vagiti dei Dark Tranquillity, epoca 'Skydancer' e 'The Gallery' per intenderci, anche se la vocalità di Ben Bertrand, cosi abrasiva, sembrerebbe spingerci verso territori, a tratti, black. Tuttavia, musicalmente parlando, i nostri infarciscono la loro proposta di elevatissime dosi di melodie con le chitarre che costruiscono gradevolissimi giochi di luci e ombre. Le cose sembrano procedere sulla stessa piacevole linea anche nella più ostica e disarmonica "Ink", in cui a mettersi più in mostra sarà però il basso del frontman, con dei giri che sembrano ricalcare l'epicità del buon Steve Di Giorgio. "Chained Till the Grave" apre le danze con la tribalità delle percussioni, affidate a Mike Berrigan, che cederanno presto il posto alle ottime chitarre delle due asce, formate da Vitto e dalla turca Emine Topcu che si rincorreranno per tutto il resto del brano. In chiusura, "Behind Your Eyes", un pezzo in cui la chitarrista turca si diletta, ahimè malamente, anche nel canto, con una performance che sembra fare il verso a Courtney Love ed in un canzone che, volendo richiamare una ritmica meshugghiana miscelata a quella degli Arch Enemy, alla fine non raccoglie troppi consensi. C'è sicuramente ancora da lavorare, ma i margini di miglioramento sono piuttosto importanti. (Francesco Scarci)