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domenica 15 aprile 2018

Prophets of Rage - S/t

#PER CHI AMA: Rap Metal, Rage Against the Machine
Più che rabbiose canzoni di protesta o gloriosi inni alla ribellione, la sedicente controffensiva dei Profeti della Rabbia (codificata in "The Counteroffensive", appunto) consiste di dodici generici brontolamenti da novantesimo minuto sulla coscienza di classe ("Strenght in Numbers"), la disuguaglianza sociale (la 110 di "Living on the 110" sarebbe l'autostrada che conduce alle zone residenziali di Los Angeles, lungo la quale vivrebbero migliaia di homeless in condizioni di estrema povertà), la privacy (già, la privacy, in "Take me Higher"), la menzogna del sogno americano (seguite il testo "Bombs droppin on cities where kids play / soldiers fallin' in the name of freedom hey / civilians buried in the rubble where dreams die / politicians spew lie after fuckin lie" di "Unfuck the World" e divertitevi a contarne i luoghi comuni). Le canzoni sono vecchie outtakes dei R-A-T-M e si sente ("20 kilotons of explosive rock’n’roll music of the R-A-T-M catalog", commenta in un'intervista Ottimismo Morello itself) ma il suono è indubitabilmente quello R-A-T-M (anche Audioslave, in "Legalize me" e "Take me Higher"), il tocco laser-chitarristico è inconfondibilmente quello di Ottimismo M. e il rapping è inconfutabilmente quello di Baperino-Real e voi, insomma, per quanto sia difficile ammetterlo in pubblico, voi per quelle cose lì ci avete un fottutissimo debole e non sapete proprio come giustificarvi. E perché poi dovreste? (Alberto Calorosi)

(Fantasy Records - 2017)
Voto: 70

http://prophetsofrage.com/

giovedì 12 aprile 2018

Persefone - Core

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Prog Death/Black Symph, Opeth, Dimmu Borgir
E anche il piccolo stato di Andorra ha la sua band metal: si tratta dei Persefone, che oggi ha parecchia notorietà nel circuito underground ma che nel 2007 rappresentavano forse una curiosa realtà proveniente dal piccolo stato immerso nei Pirenei. 'Core' è il loro secondo lavoro (originariamente rilasciato nel 2006 solo in Giappone, poi anche nel resto del mondo, attraverso la Burning Star Records e ristampato anche nel 2014 visto il sold-out originario), dopo 'Truth Inside the Shades' datato 2004. Il sestetto, formatosi nel 2001, propone un sound a cavallo tra il death (per ciò che concerne le ritmiche) e il black sinfonico (per quanto riguarda gli arrangiamenti e le orchestrazioni). Sicuramente molte sono le fonti di ispirazione per il combo ritrovabili in acts quali Borknagar, Arcturus o Old Man's Child, senza tralasciare neppure le sonorità di Opeth, Orphaned Land e Symphony X. A leggerla così, sembrerebbe di trovarsi fra le mani un bel pacco bomba, in realtà, la proposta dei nostri a quei tempi non si mostrava ancora del tutto matura, anche se s'intravedevano ampi margini di crescita. Le idee ci sono, e anche buone devo ammettere, mancavano forse i mezzi adeguati e una guida esperta, che potesse indicare la giusta via a questa giovane band. 'Core' è un concept album, diviso in tre parti, narranti la storia di Persefone, la mitologica dea greca dell'oltretomba. La musica dicevo, è un mix di death metal, con originali divagazioni in ambito progressive (stile Dream Theater) grazie ad eccelsi virtuosismi dei singoli e ad una generalizzata complessità delle ritmiche (ascoltare la bellissima quarta traccia “To Face the Truth” per capire di cosa stia parlando); accanto al prog death metal sono udibili gli accenni al black sinfonico, con chiare orchestrazioni di scuola Dimmu Borgir ed un elegante avantgarde di matrice Arcturusiana. La presenza di una vocalist femminile ammorbidisce lo screaming feroce (da rivedere) del cantante (che si trova a ringhiare sia in formato growl che clean). Eccellenti le tastiere, a testimoniare la vena progressive dei nostri, cosi come le parti semi-acustiche e le oscure melodie, che completano un lavoro assai articolato e sicuramente di non facile presa, ma certamente già di grande interesse. (Francesco Scarci)

(Burning Star Records - 2007)
Voto: 70

https://persefone1.bandcamp.com/album/core

Prosperity Denied - Consciousless

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Death/Grind
La viennese Noisehead Records non è stata un'etichetta troppo lungimirante: dopo la scadente prova dei Misbegotten, ci ha riprovato da li a poco con gli austriaci Prosperity Denied e ahimè il fiasco si è mostrato ancora dietro l'angolo. Il terzetto, formatosi nel 2006 da una costola dei Ravenhorst, proponeva l'ennesimo esempio di death metal, sporcato da influenze derivanti dall'hardcore, dal punk, dal grind e addirittura dal black metal. Il risultato sfortunatamente non è stato dei migliori: undici tracce super aggressive, incazzate, veloci, taglienti, ma come se ne ascoltavano e se ne ascoltano tuttora a migliaia in giro ogni giorno. Chitarre ruvide, non troppo pesanti, una voce al vetriolo, una batteria che bada più alla quantità che alla qualità, confermano quanto già detto: tra le mani non ci troviamo niente di particolarmente interessante. A meno che non siate fans sfegatati di questo genere, di cui tutto è già stato scritto e ripetuto una infinità di volte, lasciate pure perdere. (Francesco Scarci)

martedì 10 aprile 2018

Hvíldarlauss Dauðr - Terrorforming

#PER CHI AMA: Post Black/Doom/Avantgarde
Gli Hvíldarlauss Dauðr sono una nuova creatura proveniente dalla terra d'Albione, e 'Terrorforming' rappresenta il loro debutto sulla lunga distanza dopo due EP ormai datati 2011 e 2013. La proposta del terzetto britannico è votato ad una forma di black metal crepuscolare. L'opener, "Heart and Soul Planted", lo dimostra con un sound che ha in un pianoforte i suoi soli tocchi di eleganza, e la cui matrice ritmica sembra invece muoversi in territori ovviamente black, con un tocco di punk ed una sagace oscurità che si riflette in una ricercata, anomala e riuscitissima porzione solistica. Decisamente più ritmata la seconda "Orbits", anche se l'originalità di Robert Hobson e soci, si riflette in parti di spoken words e spezzoni atmosferici, quasi a delineare una suggestiva ambientazione che richiama l'Inghilterra vittoriana di Jack lo Squartatore. Il sound è comunque melodico e il dualismo vocale contribuisce a smorzarne la ferocia. "Plateau" sembra percorrere un'altra strada che trova nello screaming di Rick Lester il solo punto di contatto con la fiamma nera: le ritmiche sono infatti qui più sbilenche, decisamente orientate ad un death metal ricco di groove, mai eccessivamente veloce o pesante, anzi in grado di strizzare l'occhio a forme più gothic/doom. Devo ammettere però che non è cosi semplice incasellare la musica dei nostri con un'etichetta ben precisa e forse sta qui la forza della band di Leeds che in "Night Walking" sembra andare ancor più a rilento, tra sonorità notturne, rallentate, l'ideale colonna sonora per una passeggiata nel bosco di notte. Con "Vulture" tornani i fasti (post) black, in una song aspra e più lineare rispetto alle precedenti, almeno nella sua prima parte visto che nella seconda metà si torna a divagare. Sonorità più alternative rock (si avete letto bene) in "Brocken Spectre" mi disorientano non poco; ci pensa fortunatamente una mitragliata post-black (che ritroveremo anche nella tiratissima "Return to Hvamm") a ristabilire l'ordine delle cose e rimettere i nostri sui corretti binari, anche se poi trovo francamente difficile capire cosa aspettarmi dalle note successive di questo mutevole lavoro. La title track chiude un disco tanto interessante quanto di impegnativo approccio, che permette di intravedere grosse potenzialità per la band inglese. Per ora dovrete accontentarvi di una versione digitale visto l'esiguo numero (25) di cd stampati, ma sembrerebbe che una nuova ristampa sia già in programma, stiamo a vedere ed intanto godiamoci le insane sonorità di 'Terrorforming'. (Francesco Scarci)

lunedì 9 aprile 2018

Slow Nerve - S/t

#PER CHI AMA: Alternative Rock
La Karma Cospirancy Records è una realtà giovane ma molto attiva, sgomita per farsi strada nella scena e lo fa con proposte originali e ricercate come gli Slow Nerve, una formazione beneventina snella ed essenziale, che propone un mix di showgaze, rock e alcuni sprazzi di free jazz tra ritmiche incalzanti e incastrate, ardite linee vocali sintetizzatori e chitarre a tratti aggressive a tratti decisamente atmosferiche. Il risultato è qualcosa di onirico, una musica da dormiveglia dove il sogno ha appena iniziato a generare le sue assurde immagini, o quel momento in cui appena svegli ci si ricorda di tutte le cose della propria vita, ancora non totalmente consapevoli di cosa sia veramente reale. Il debutto degli Slow Nerve apre con "Liquid Glass" dove la voce di Flaminia si libera come il volo di un gabbiano su un tappeto dalla ritmica sbilenca e sugli accordi di synth che come nuvole su un cielo uggioso d’inverno, coprono lo spettro sonoro, generando lunghe scie bianche. L’attitudine è aulica e leggera, pur sempre mantenendo una certa classe nella scelte armoniche e di arrangiamento, le band che mi vengono in mente sono i Blonde Readhead e i Flaming Lips, a tratti anche i Muse. Gli Slow Nerve riescono comunque a distinguersi con una propria originale interpretazione del genere, qualcosa che in Italia non si vede spesso e che lascia ben sperare per il nostro underground. Si passa poi ad "Asia" uno dei pezzi più significativi del disco, forse quello che maggiormente esprime la carica onirica della band che ipnotizza con suoni intensamente eterei, sostenuti da una batteria che insiste nell’inciampare e continuamente rialzarsi creando un effetto allo stesso tempo statico ma lanciato in una corsa forsennata sospesa a mezz’aria e senza meta, come quando si sogna di volare o quella sensazione di cadere all’infinito, per poi accorgersi di essere stesi immobili sul letto. Il mio pezzo preferito però è senza dubbio "Libellula", potrei ascoltarla per ore, oltre a racchiudere tutte le caratteristiche del sound degli Slow Nerve, è anche l'unico pezzo dove vediamo utilizzato l’italiano: “perché il raziocinio è soltanto raziocinio e soddisfa soltanto la capacità raziocinativa dell’uomo” il messaggio espresso non mi è estraneo anzi lo sento comune a molti, è un’arringa accorata sulla cecità in cui quotidianamente viviamo, intrattenuti dalle nostre piccole contingenze ci dimentichiamo sempre di non essere solo oggetti da profitto, cavie da laboratorio del mondo dell’agire gerarchico e organizzato. “La natura agisce tutta insieme” dice Falminia, la natura non si cura delle nostre credenze, dei nostri stereotipi e costrutti mentali, la natura distrugge e crea, culla e punisce, la natura pervade ogni cosa dell’esistenza e noi non ne siamo parte, noi siamo la natura in prima persona. Una menzione infine, va fatta anche a "Dive Splendida" chiusura in stile Explosions in the Sky in vena di suonare riff alla At the Drive In, ove il basso si rende protagonista e trasporta la musica verso uno scenario psichedelico e svuotato, un limbo sonoro dove il sogno ha lo spazio necessario per allargarsi fino al suo limite massimo solo per poi risolversi simmetricamente nel violento turbinio metrico inziale. Slow Nerve è un progetto in divenire che sicuramente ha molto ancora da dire, attendo impaziente il prossimo lavoro sperando che i ragazzi non escludano un utilizzo più esteso dell’italiano che personalmente mi ha davvero colpito e che renderebbe il progetto ancor più unico. (Matteo Baldi)

(Karma Conspiracy Records - 2017)
Voto: 75

https://slownerve.bandcamp.com/releases

Misbegotten - Keeping Promises

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrashcore
Era il 2007 quando è uscita la quinta release degli austriaci Misbegotten e sinceramente era la prima volta che li sentivo nominare, segno che proprio dei fenomeni non fossero, e lo split-up dopo questo 'Keeping Promises' lo testimonia. La proposta del quintetto, in giro addirittura dal 1993 e che ha supportato band del calibro di Obituary, Pro Pain e Grip Inc., è decisamente noiosa e abulica. Non inventano nulla di nuovo con queste dieci tracce, i nostri sanno solo spararci in pieno volto, un mix di thrashcore sorretto dalle tipiche sporche chitarre hardcore e altre (e forse qui sta l'unico vero elemento interessante) che talvolta richiamano riffs di scuola Iron Maiden (nella opener è ben più palese questa influenza). Le rozze vocals di Andreas Forster, la ritmica selvaggia, i soliti breaks e qualche discreto assolo o bridge, rendono 'Keeping Promises' il tipico album che nulla ha da chiedere, se non un rapido ascolto, solo da chi mastica quotidianamente questo genere di musica. Gli altri, per carità, si tengano alla larga. (Francesco Scarci)

(Noisehead Records - 2007)
Voto: 55

https://www.facebook.com/MISBEGOTTEN-191361580872/

Campos - Viva

#PER CHI AMA: Electro Folk, Black Heart Procession
Chitarra acustica riverberante, sporcata da un'elettronica crepitante e sabbiosa ("Am I a Man", "Cargo Cult"), persino prossima a una specie di trip-hop decostruito ("Uneven Steps"), o subliminalmente tribale ("How My Son"). Rileverete fin dai primi accordi quella profondità di suono affascinante e scura, repentina e spaventevole come il freddo che sopraggiunge nel deserto. C'è molto dei primi Calexico, quelli di 'The Black Light', per esempio, ma anche Tim Buckley ("You Keep Thinking"). Nel prosieguo la vegetazione musicale si dirada ulteriormente. Nel deserto rimangono un filo vitale di chitarra, una voce disidratata e miraggi sonori elettronici ("Space", "Storm"). Il vostro viaggio lisergico nel deserto sta prendendo una brutta piega ("Far Away"). Sentite la vita sfuggire in un afflato, quando finalmente il sole sorge nuovamente. Quel sole mattiniero e sonno-folkeggiante che filtrava dalla tapparella di Beck in "Morning Phase" ("Freezing", "Straight Ahead"). Siete salvi. Vi è andata bene, stavolta. Ma ricordate: mai assecondare i seducenti consigli del Re Lucertola. (Alberto Calorosi)

(Aloch Dischi - 2017)
Voto: 75

https://alochdischi.bandcamp.com/album/viva

domenica 8 aprile 2018

Deadly Carnage - Through the Void, Above The Suns

#PER CHI AMA: Post Metal/Blackgaze, Novembre, Alcest, Shining, Neurosis
Seguo con interesse l'evoluzione musicale dei romagnoli Deadly Carnage sin dagli esordi; lo dimostra il fatto che su queste stesse pagine ho recensito quattro dei loro ultimi cinque lavori e non ho che potuto apprezzarne e sottolinearne la loro progressione sonora. 'Through the Void, Above The Suns' era un lavoro che aspettavo con grande curiosità per tastare il polso della band di Rimini dopo l'ottima performance di 'Manthe' e la virata verso sonorità di "alcestiana" memoria dell'EP 'Chasm'. Ebbene, il nuovo disco, un concept votato a tematiche cosmiche, combina di tutto un po', dagli ultimi ammiccamenti alla band francese a forti reminiscenze che ci conducono addirittura ai britannici The Blood Divine, li ricordate, la band nata per mano di Darren White, dopo la fuoriuscita dagli Anathema? Perché dico questo? Perché il nuovo vocalist dei nostri, Alexios Ciancio, prima solo chitarra e synth nella band e che ora ha assunto anche il ruolo di cantante, ha uno stile che si avvicina appunto a quello del bravo Darren, cosi sofferente e disperato nelle sue linee vocali. È palese già da "Matter", ancor di più con la splendida ed inquieta "Hyle", due brani che mostrano nuove influenze per i nostri che provengono sia dal post/sludge metal (per la prima traccia) che dal death doom albionico (nella seconda). Un pezzo strumentale, "Cosmi", ci conduce a "Lumis", una song che sembra riprendere quel retaggio del passato dedito al depressive black e coniugarlo con la nuova dimensione sonora dei nostri, in un nuovo folgorante ibrido tra Shining e The Blood Divine (chissà poi se la band è d'accordo con la mia disamina), lanciato in un potentissimo assalto post black, in stile Wolves in the Throne Room a occupare la seconda parte del brano, prima che il suo umor nero venga smorzato da sonorità assai vicine ai nostrani Novembre. Tutto chiaro no? L'ascolto dell'album è un'autentica epifania di suoni e umori che rendono questo 'Through the Void, Above The Suns' un lavoro di grande spessore. Spettacolare a tal proposito quella che ho già eletta a mia traccia preferita, "Ifene": cantata in italiano, è un flusso sonico di sonorità post black emozionali con un cantato pulito ma sofferente, atmosfere decadenti e drammatiche, una sorta di versione black di 'The Silent Enigma' degli Anathema, che a metà brano virerà verso quelle splendide malinconiche melodie tanto care ai Novembre, grazie e soprattutto ad un coro carico di una spinta emozionale davvero di grande impatto, da ascoltare e riascoltare fino alla nausea, perché i brividi che ha prodotto sul mio corpo era tempo che non li provavo. Un altro indovinato intermezzo strumentale, "Fractals" e arriviamo a "Divide", dove torna prepotente l'influenza degli Alcest più violenti, almeno nella parte iniziale del brano, con il cantato eccellente di Alexios molto vicino per stile a quello di Neige, mentre la seconda metà del pezzo assume connotati decisamente più sognanti che tirano in ballo, questa volta solo a livello vocale, la band di Carmelo Orlando. Arriviamo all'ultima onirica "Entropia", un concentrato mellifluo di suoni post metal e blackgaze, un ibrido tra Neurosis e Alcest che sottolinea l'eccezionalità di un pezzo ed in generale di un album che potrebbe anche diventare una pietra miliare della scena metal italiana. A chiudere, un plauso anche per il curatissimo digipack e le splendide immagini contenute nel booklet interno. Disco riuscitissimo e stra-raccomandato! (Francesco Scarci)

(A Sad Sadness Song - 2018)
Voto: 85