Cerca nel blog

sabato 4 giugno 2016

124C41+ - Mörs/Ërde

#PER CHI AMA: Post Rock/Blackgaze/Ambient
I CentoventiquattroCquarantunoPiù (124C41+) non sono una band come tutte le altre: lo si evince da un moniker che chiama in causa lo scrittore di fantascienza Hugo Gernsback e il suo 'Ralph 124C 41+', un omofono della frase inglese "one to foresee for one". Lo si capisce ancor di più dalle loro uscite discografiche, ridotte all'osso per contenuti. Dopo l'EP omonimo e minimalista dello scorso anno, ecco tornare la band di Terni con un nuovo EP di due pezzi e soli sei minuti di musica. 'Mörs/Ërde' è un'altra uscita all'insegna di un ambient/post rock catartico, ma potrei allargare lo spettro musicale dei nostri al noise, drone, shoegaze e mille altre sfaccettature. Impressiona tutto ciò perché "Mörs" è solo un pezzo di due minuti scarsi, fatto di sonorità intense, cupe e drammatiche in cui, sui tocchi di un malinconico pianoforte, appare il cantato in screaming (in italiano) di Eugenio e Marco dei Die Abete, sorretto da una ritmica distorta ma intimista. Angosciante il testo... "Il diavolo è nelle grida di chi vuol vederci rientrare a casa. Svelto, s'è fatta sera. D'ora in poi avremo per sempre dodic'anni e sugli specchi d'acqua torva imprimeremo i nostri volti. Svelto. S'è fatta sera". Nichilismo totale invece per la successiva "Ërde", che supera i quattro minuti, ma con un tensione emotiva che dilania a dir poco l'animo: la song, completamente strumentale, cresce piano di intensità in un'atmosfera che definirei quella plumbea londinese di novembre. Suggestioni, pensieri e riflessioni si avvicendano rapide nella mia testa rimescolate come un cocktail nello shaker, fino a quando la batteria rimane l'unico strumento pensante a dettare gli ultimi battiti del mio cuore. Poi, solo silenzio e buio infinito. (Francesco Scarci) 

(DreaminGorilla Records/Stay Home Records - 2016)
Voto: 75

Intervista con Skoll

Photo Credit: Dawid Krosnia
Seguite questo link per riscoprire la storia delle antiche culture europee, in compagnia di M (the bard), mastermind dei piemontesi Skoll:

Krigere Wolf - Sacrifice to Valaskjàlf

#PER CHI AMA: Black/Death, Emperor, Dissection, Gorgoroth
Ormai la scena è cosi satura di band che inizio a far acqua da tutte le parti e scopro soltanto oggi che i Krigere Wolf sono una realtà nostrana, catanesi per la precisione, questo 'Sacrifice to Valaskjàlf', (Valaskjalf è nella mitologia norrena, il palazzo ove si trova Odino) inviatomi dalla loro etichetta coreana, è il secondo album e addirittura un terzo, 'Infinite Cosmic Evocation', è già uscito un paio di mesi fa. Che dire, se non fare un mea culpa e parlarvi intanto di questo capitolo della discografia dell'act siciliano, in attesa di aver fra le mani il nuovo cd. Nove le tracce qui contenute indirizzate verso un graffiante black scandinavo stile anni '90. Se "Towards the Black Mass" affonda le proprie radici nell'infernale calderone dei Gorgoroth, in "Disciples of Sacred Fire" convivono, in pacifico equilibrio, thrash metal, death e un raggelante black d'annata, con glaciali linee di chitarra (soprattutto a livello solistico) che mi avrebbero fatto propendere per origini nordiche della band, se solo non avessi saputo la realtà dei fatti. Il sound si fa ancor più martellante con la title track e la successiva "Blood to the Wolves", due schegge d'odio impazzite in cui le chitarre, minacciose e schizofreniche, osano in termini di velocità e acuminatezza, non disdegnando fortunosamente a qualche accenno di melodia ed epicità, soprattutto nella seconda song, la mia preferita. I ritmi costantemente indiavolati, trovano nuovi orizzonti con "Impaled Slaves", ove la brezza norvegese (scuola Ancient ed Emperor) soffia paurosamente soprattutto nella seconda parte del brano, scomodando l'immortale 'In the Nightside Eclipse' a livello delle chitarre. Il suono del basso, il soffio del vento e una voce evocativa, guidano la breve "The End Has a Beginning". Poi è di nuovo l'affilato suono delle sei corde e il drumming a mo' di mitragliatrice, a imperversare incontrastati in "Vision of Death", dilaniando le carni e maciullando le ossa con uno stile vicino al black/death svedese di Unanimated e primi Dissection. L'outro finale è spaventoso: grida di donne messe al rogo, con in sottofondo delle eteree tastiere per un contrasto davvero diabolico. Ultima chicca: il mastering è affidato a Magnus Andersson dei Marduk, a testimoniare la ferocia inaudita dei Krigere Wolf. Non credo vi serva altro per avvicinarvi alla belligerante proposta di questo squadrone della morte. (Francesco Scarci)

(Fallen Angels Productions - 2014)
Voto: 70

venerdì 3 giugno 2016

Love Frame - Forgiveness

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Senza essere troppo pessimisti, se guardiamo il panorama musicale main stream italiano sembra francamente dura sopravvivere. Il rischio poi di incappare in jingle de lo Stato Sociale, Calcutta e simili durante l'ascolto della vostra compilation preferita su Spotify è assai elevato, da parte mia cerco di evitare il tutto come la peste o spoiler dell'ultimo episodio di 'Games of Thrones'. Mi riempie pertanto il cuore ricevere un bell'album che contiene musica ben fatta e studiata. Oggi vi presento (se non li conoscete già) i Love Frame, un trio milanese (il bassista è a chiamata) che ha esordito nel 2008 con un EP, poi qualche singolo fino ad arrivare a produrre questo 'Forgiveness', nel tardo 2014. Il sound della band è incentrato sull'alternative rock e sin dai primi minuti denota un'ottima cura nella ricerca dei suoni e una certa perizia in fase di registrazione/mix/mastering. Il cd si presenta poi in modo professionale anche a livello di packaging, con l'artwork che mostra un cuore apparentemente composto da radici tortuose di alberi, ma forse è solo la mia suggestione personale. All'interno trovate i testi delle canzoni, vecchia tradizione che apprezzo tutt'ora, dopotutto a molti piace sapere se sotto un mega riff di chitarra si sta parlando di una bella squinzia o di gare di rutti. L'ascoltatore troverà undici tracce in questo lavoro e l'onore di essere la prima, spetta ad "Halo", una scelta oculata perché non ha un tiro esagerato e permette di immergersi gradualmente nel mondo della band milanese. Il main riff ha il ruolo di essere ossessivo-compulsivo, mentre la suadente voce della brava vocalist ci apre le porte della loro club house. La sezione ritmica costituita da basso e batteria, inizia con un pattern cadenzato e per tutta la traccia ha un ruolo determinante, grazie anche ad alcune finezze stilistiche assai apprezzabili. Nel ritornello la melodia si apre, le note diventano più lunghe e si ha una sensazione fisica di distensione. Si va a chiudere con un assolo classico dotato di una bella accelerazione finale e la sana soddisfazione di dedicare le mie attenzioni a questa band. "Mine" parte subito dopo, come un giocatore di football americano vigoroso che vi placca senza tanti complimenti. La chitarra iniziale ricorda vagamente un famoso brano degli Offspring, ma l'ensemble lombardo cambia presto le carte in tavola grazie al lavoro alla sei corde di Laerte Ungaro, che non nasconde le sue ottime doti tecniche e dispiega tutto il suo armamentario sonoro. I vari passaggi e gli arrangiamenti convincono sin da subito e i brevi break (ottimo quando il bassista ci dà dentro al limite della rottura delle corde) conferiscono un sacco di dinamicità al brano. Giulia Lupica, la vocalist, convince sempre di più, con una timbrica fresca e decisa che, unita ad una gran padronanza tecnica, ripaga chi studia e canta con passione. Finalmente una voce poi che non ripiega sui soliti gorgheggi strampalati e vibrati ripetuti fino alla morte, inoltre scrive anche i testi, quindi una musicista veramente completa. Nell'album troviamo anche delle ballate, una su tutte "Blue", un buon momento per mettersi alla prova e prendere respiro dopo tanto sudore. Struttura classica con tanto di assolo (da manuale) che accompagna la crescita della canzone e la porta alla conclusione con grande dignità. Ci sono ancora molti altri pezzi da recensire, ma invece di annoiarvi con le mie parole, vi inviterei piuttosto ad andare ad ascoltarvi i brani in streaming, i Love Frame sono bravi e fanno ottime canzoni. Troverete qualcosa di innovativo in questi undici brani? Direi di no, ma se avete bisogno di buona musica per depurarvi dall'insano ciarpame che vogliono farci ascoltare e comprare per forza, qui non sbagliate. Affatto. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 80

Homselvareg - Catastrofe

REISSUE:
#PER CHI AMA: Black Old School 
No, non stiamo parlando del nuovo album dei comaschi Homselvareg: 'Catastrofe' è infatti il loro secondo disco uscito nel lontano 2010 e riproposto per la Sliptrick Records lo scorso febbraio, dopo le evoluzioni di line-up intercorse negli ultimi anni che ne hanno stravolto completamente l'assetto, con i soli Plague alla voce e Bazzy alla chitarra, rimasti gli unici superstiti della formazione originale. Per chi non conoscesse la band lombarda, e immagino siate in molti, i nostri sono incalliti blacksters, assimilabili come sound, alla seconda ondata norvegese, con la peculiarità, abbastanza rilevante, di cantare in italiano. E allora, eccole scorrere le tracce di questo oscuro 'Catastrofe', dalla furibonda "L'Inizio della Fine" (che un po' fa il verso a qualche titolo, stile "The Beginning of the End", che imperversava negli anni '90) fino alla conclusiva "Solo Memoria", attraverso un sound caustico e malvagio, degno delle migliori produzioni nord europee. Si parte, dicevamo da "L'inizio della Fine" che vanta una lunga parte introduttiva affidata alle chitarre di Selvan e Bazzy, prima che a metà brano, entri finalmente in scena la voce torva, ma assai comprensibile, di Plague a vomitare tutto il proprio dissapore verso la razza umana, destinata all'inevitabile estinzione. Sembra abbastanza chiaro il messaggio che i nostri vogliono diffondere anche con la successiva "Senza Via d'Uscita", che sottolinea un approccio lirico all'insegna dell'odio nei confronti dell'uomo, e che a livello musicale palesa invece un riffing che per alcuni istanti mi rievoca addirittura i Windir; successivamente la ferocia degli Homselvareg mi trascina in un maelstrom infernale creato dal turbinio sonoro che non trova sosta neppure nella successiva "Terremoto", in cui a mettersi in luce è la mastodontica prova dietro alle pelli di Hell. Le chitarre macinano riff vorticosi, il drumming assume i connotati di iper energici blast beats, le vocals divengono più rabbiose mentre il basso urla come un lupo in una notte di plenilunio. Questa la fotografia di "Rogo", la quarta traccia, che ha modo anche di offrire un duetto vocale tra vocals mefistofeliche e pulite durante uno dei rari rallentamenti del cd. Un rifferama in stile Immortal introduce "Ultimo Lamento Umano", ove una tempesta di riff granitici e una tellurica sassaiola ritmica non lasciano scampo all'ascoltatore. E "Aria di Tempesta", parafrasandone il titolo, ha modo di dissipare violente correnti di putrido black metal che mi rievocano un gruppo italiano che seguivo una ventina di anni fa, gli Handful of Hate. Ci avviamo verso la conclusione del disco: "Inondazione" ha modo di regalarci, almeno inizialmente, un black mid-tempo maligno, prima che la torrenziale efferatezza degli Homselvareg riprenda là dove ci aveva lasciato e ci conduca nei profondi abissi della conclusiva "Solo Memoria" che chiude un album sicuramente intenso, decisamente diabolico... (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2016)
Voto: 70

martedì 31 maggio 2016

Nervovago - Il Clan Rocket

#PER CHI AMA: Alternative/Noise Rock
I Nervovago sono un duo pisano che nasce nel 2011 prima con una line-up completa con cui pubblicano un paio di lavori e in seguito, si consolidano nel 2015 come chitarra/voce e batteria. 'Il Clan Rocket' è prodotto da (R)esisto Distribuzione e contiene dodici tracce raccolte in un jewel case, anche se i titoli sul retro sono elencati per lato, come se si trattasse di un vinile. La grafica è semplice, tonalità rosa per l'artwork e un bel cono gelato spiaccicato in copertina. Questo ci lascia in effetti un po' interdetti su cosa andremo ad ascoltare, quindi non indugiamo oltre e cacciamo il cd nel lettore. La prima traccia è quella che conferisce il titolo all'album in cui salta subito all'orecchio il cantato, o meglio, un free stytle con una timbrica simile a quella di Salmo per capirci, mentre la sezione ritmica articola una struttura noise dal gusto leggermente sintetico. Le distorsioni ricordano quelle dei NIN, con una certa attitudine hardcore in salsa rock, ove si susseguono diversi break che permettono l'inserimento ripetitivo del riff principale. In centocinquanta secondi non rimane granché e cerchiamo risposte con le successive canzoni. "Breaking Bad" conferma quanto già sentito, questa volta con una ritmica più lenta, ma dal risultato assai simile. Dopo poco subentra una sensazione di noia dovuta alla mancanza di dinamicità sia a livello strumentale che vocale. Quest'ultima ha tra le mani le sorti del progetto Nervovago che, se limitato a chitarra e batteria, necessiterebbe di un elemento di spicco per catturare l'ascoltatore. Cerchiamo conforto altrove, tipo in "È Necessario" e qui lo troviamo: l'introduzione ci avvolge in un'atmosfera industrial che viene spazzata via dall'entrata delle distorsioni, potenti e suadenti allo stesso tempo. Sicuramente il pezzo migliore dell'album, in cui il testo corre via liscio, senza accelerazioni forzate per rincorrere la struttura musicale, inoltre le strofe coinvolgono e trasmettono un forte senso di ansia, rassegnazione, rabbia e voglia di redenzione. C'è posto anche per un finale con pianoforte che sembra arrivare direttamente da un qualche film horror. L'album chiude con "Il Casanova", in cui il duo toscano concentra un quantitativo impensabile di rabbia e potenza, la chitarra continua con il suo suono disintegrato e ricomposto a livello molecolare. Il testo è breve e stavolta viene lasciato più spazio agli strumenti, inoltre si aggiungono degli stralci di screamo che aumentano la rabbia dell'esecuzione, come i vari feedback di chitarra. Il duo italico mostra sicuramente delle buone intuizioni e personalmente li accomuno per attitudine ai Bachi da Pietra in salsa urbana. Per essere più appetibili però servirebbe un esercizio di stile per trovare una via di uscita che porti agli obiettivi prefissatisi dai nostri, che mirano per certo a ritagliarsi un pezzo di notorietà nell'ampio panorama musicale. Sono apprezzabili per la scelta dei suoni, alcune strofe e l'energia che mettono nella loro musica, ma chiaramente si può fare di più, molto di più. (Michele Montanari)

((R)esisto Distribuzione - 2016)
Voto: 65

https://www.facebook.com/nervovagoFanpage/

domenica 29 maggio 2016

Gort - Pestiferous Worms Miasma

#PER CHI AMA: Black Old School, Darkthrone, Mayhem
Abbiamo incontrato il buon Wolf recentemente nella recensione dei Terrorfront, lo ritroviamo qui con un'altra band partenopea, i Gort, il cui anno di fondazione cita addirittura 2002. Dopo quasi 15 anni di militanza, il quartetto di Napoli conta 4 demo all'attivo, 3 split album e due full length, tra cui il qui presente 'Pestiferous Worms Miasma', disco di otto pezzi, uscito qualche mese fa per la Lupus Niger. La proposta musicale dei nostri si rifà ad un black metal vecchia scuola, che scomoda per intensità i vecchi grandi del passato, da Darkthrone a soprattutto i primi Bathory e Celtic Frost. Le torrenziali e gelide chitarre di "Black Katharsis", coadiuvate dalle caustiche vocals di Lord Lemory (ex frontman dei Tenebra), ci riportano indietro nel tempo, grazie alle sue ataviche melodie e a quel feeling, tipicamente anni '80, abbracciato dai quattro musicisti campani. Non aspettatevi quindi una certa ricercatezza nei suoni, che a dire il vero spesso risultano scarni nel loro corrosivo incedere. “Old Bleeding Scars” esprime perfettamente quanto detto sinora, anche a fronte dei continui "Uh!" che si concede il vocalist, quasi ad omaggiare il vecchietto T.G. Warrior dei Celtic Frost. Stiamo parlando di musica che incarna i dettami in voga 30 anni fa e che qui viene riproposta nuda e cruda, senza tanti orpelli stilistici, lasciando che sia il solo suono tagliente delle chitarre a suggestionarci, a farci rivivere il mito delle registrazioni nelle foreste norvegesi, la follia dilagante delle chiese incendiate, degli inni a Satana o degli assurdi omicidi che falcidiavano la scena scandinava. Nel frattempo le song avanzano minacciose, turpi e sporche nella loro fangosa proposizione, sfoggiando rallentamenti al limite del doom nella mefitica "I Am Thy End", che vanta peraltro un bel basso posto in primo piano a guidare le belligeranti ritmiche dei Gort. Tracce di melodia si scorgono nell'incipit di "The Macabre Show of Life" prima che la furia guerriera divampi nelle linee impetuose di chitarra/batteria e basso, sorrette dalle sempre animalesche scream vocals di Lord Lemory, in quella che trovo essere la traccia più epica e battagliera dei Gort. Si prosegue verso la seconda metà dell'album e non c'è troppo spazio per variazioni al tema, sebbene "The Misanthrope" sveli un'epica voce che mi ha rievocato 'Vinterskugge' degli Isengard, un'altra delle diaboliche creature di Fenriz. Il sound della band italica continua con i suoi rimandi alla tradizione black scandinava, citando l'epicità degli Enslaved di 'Vikingligr Veldi', le sfuriate a la Mayhem, i tenebrosi richiami agli Emperor, il folklore dei Satyricon di 'Dark Medieval Times', l'ardore degli Ancient, senza dimenticare la crudezza dei Darkthrone o dei primissimi vagiti di Quorthon. Se vogliamo aggiungere poi che la band fa l'uso dell'italiano in "Odium Vincit Omnia", è facile accostare i Gort anche agli Aborym di 'Kali Yuga Bizarre'. Per farla breve, 'Pestiferous Worms Miasma' è raccomandato a tutti i nostalgici del black old school, ma anche a coloro, che per la prima volta, vogliono assaporare l'emozionalità di un genere che ha segnato il corso della storia nella nostra musica. (Francesco Scarci)

(Lupus Niger - 2016)
Voto: 70

The Pit Tips

Francesco Scarci

Fallujah - Dreamless
Novembre - Ursa
Convulse - Cycle of Revenge

---
Kent

Zoviet France - A Flock Of Rotations
Культура курения - Некрофилия
Psychonaut 4 - Have A Nice Trip

---
Don Anelli

Decrepit Soul - The Coming of War
The King Must Die - Murder All Doubt
Wormed - Krighsu

---
Matteo Baldi

Converge - All We Love We Leave Behind
Cult of luna - Somewhere Along the Highway
Radiohead - A Moon Shaped Pool