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sabato 12 marzo 2016

Spheres - Throposphere 5

#PER CHI AMA: Heavy/Jazz Strumentale
'Throposphere 5' è un esempio di come il metal possa essere divertente ed anche colto. Un disco coerente e originale capace di alienare l’ascoltatore tra melodie d’altri tempi e blast beat impetuosi. È Chambéry la città ad aver dato i natali agli Spheres nel 2008; il demo uscito nel 2013 già mostrava le caratteristiche principali della band che si sono poi completamente espresse in questo 'Throposphere 5' uscito nel 2016, un disco prevalentemente metal ma con importanti contaminazioni jazz che aggiungono un elemento di leggerezza, rendendo l’opera equilibrata e godibile. Gli Spheres ricordano nei tratti jazz i Color Haze, nei tratti metal a volte sembra di sentire i Black Cobra e a volte i Downfall of Gaia. La composizione è il punto forte, tutti i passaggi sono chiari e ben delineati, infatti malgrado la complessità della musica, non è per nulla difficile seguirne il senso. Traspare la passione di Fred, Mat, Syd e Ced che dichiarano sulla pagina facebook di non avere interessi commerciali o particolari ambizioni, solo il desiderio di suonare insieme e rendere partecipi gli altri dell’armonia che riescono a creare. Con una premessa del genere un fatto è certo, gli Spheres si sono divertiti un sacco a scrivere questo disco! E non si sono limitati a tenere questa gioia per sè ma hanno deciso di impregnare di un’aria scherzosa tutte le parti di 'Throposphere 5', dalla musica all’artwork, dai titoli dei brani alla loro composizione. Quest’ultima come detto è senza dubbio il punto di forza, per rendere l’idea è come ascoltare una persona che in un discorso riesce sempre a uscirsene con la battuta pronta. La grafica invece è stata curata da Aurelien Bartolucci, designer non nuovo alle copertine musicali. Bartolucci ha sicuramente colto lo spirito del gruppo, le macerie e gli oggetti di uso quotidiano affiancate allo scheletro di un t-rex, sembrano fluttuare nel vuoto pur conservando un tono scherzoso seppur intenso e presente. Tornando alle onde sonore, vediamo che il jazz e il metal sono in armonica e felice convivenza. L’uso della batteria risulta più vicino al metal, il basso invece ha uno stile e un suono decisamente orientati al jazz, le chitarre sono graffianti ma non imponenti nelle parti intense e nelle altre sono invece brillanti e cristalline. L’opera è divisa in due parti, la prima è lineare ed in generale più semplice mentre la seconda è decisamente più malata. Le parti sono separate da “The King of Rats” un divertente coro a cappella, l’unico momento del disco in cui sentiamo delle voci umane. Un’esortazione su tutte “save the congo space program”, fa sorridere e dubitare della sanità mentale dei musicisti. Il disco apre con “Tarte Sphérique”, un multiforme agglomerato di leggerezza e intensità. Da notare a circa tre minuti, lo stacco da una parte in blast beat ad una assolo sornione e sinuoso che ricorda nel suono e nello stile Byan May. Uno dei pezzi che mi ha colpito particolarmente è “Swim Among the Stars”, che riesce a creare un ambiente ostile ma non minaccioso, come trovarsi davanti uno di quei personaggi cattivi dei videogiochi che sta per lanciare un attacco micidiale, ma si sa che è finzione e la paura nemmeno ci prova ad affiorare. La parte finale del disco si fa decisamente più nevrotica della prima, emblematica “Captain Frequence” una giusta chiusura all’opera, tra ritmiche composte, ambienti celestiali e sequenze di accordi al limite del dissonante, senza mai rinunciare alla spinta animalesca del metal. La schizofrenia malata degli Spheres crea effetti psicotropi ed epilettici in quest’ultima parte, ma si può sempre trovare sollievo nelle derive da camera che rassicurano e placano gli animi anche se per pochi istanti. Credo che questo sia un disco perfetto per dimostrare di come la musica cosiddetta “pesante” possa essere leggera e divertente. Jazz inquinato col metal, un caffellatte estremo. Da provare assolutamente. (Matteo Baldi)

(Self - 2016)
Voto: 80

Intervista con i Downlouders

Seguite questo link per saperne di più dei Downlouders e del loro robotico capodoglio:


Barús - S/t

#PER CHI AMA: Black/Techno Death, Meshuggah, Aevangelist, Gorguts
Che la Francia sia in fibrillazione non lo scopriamo certo oggi. In ogni angolo del paese transalpino spuntano come funghi, brillanti realtà musicali che provano ad emulare gli act più famosi che si sono fatti strada nella scena estrema mondiale. Dalle Alpi francesi e da Grenoble per l'esattezza, ecco arrivare i Barús, supportati dalla Emanations, sublabel della Les Acteurs de l'Ombre Productions. Il quintetto, che conta tra le sue fila anche un paio di membri dei Maïeutiste, aggredisce con un death metal iper tecnico che ha tra i suoi riferimenti quasi inevitabilmente i Meshuggah. Tuttavia l'approccio dei Barús appare più violento dei colleghi svedesi, con delle ritmiche davvero spaventose e altrettanto sghembe. Il muro sonoro che si mostrerà davanti a voi in "Tarot" è un qualcosa davvero difficile da scalare, sembra quasi non vedersi la fine. Le chitarre macinano riff vertiginosi mentre il vocalist si prodiga nell'offrire demoniache vocals in cui growling e screaming si sovrappongono spaventosamente mentre il batterista si diletta in una prova da urlo dietro le pelli. Che serva una grande tecnica per proporre un genere cosi difficile è ben chiaro, ma qui siamo palesemente di fronte a dei musicisti davvero bravi. D'altro canto proporre un genere che chiama in causa i gods scandinavi ma anche le disturbanti visioni di Aevangelist o Portal, rilette in chiave meno claustrofobica, non è certo qualcosa che si possono proporre tutti di fare. "Disillusions" è forse un pezzo più classico, che colpisce però per un cantato il cui growling suggestiona per la veste più spettrale che assume nel corso del brano ma anche per un breve ma notevole approccio pulito. Il sound dei Barús si muove invasato tra stop'n go, parti arpeggiate, momenti di quiete e caos totale, in variazioni di ritmo spaventose. Questa particolarità rende ovviamente la proposta dei nostri di non cosi facile approccio, soprattutto alla luce di una musica che continua a variare nei seppur brevi 23 minuti di questo EP. "Chalice" è un angosciante pezzo marziale che cattura e ipnotizza per la ridondanza delle sue ritmiche capaci di scardinare i confini della musica estrema andando oltre, conducendoci ai limiti della follia umana. I Barús sono dei folli, ora mi è più chiaro e il riffing iniziale di "Cherub", che evoca nella mia memoria gli Akercocke, me lo conferma. Il sound è decisamente lugubre, con schizoidi cambi di tempo che chiamano in causa ancora Gorguts e Mithras, a completare il quadro di psicosi che affligge questi cinque francesi. Questo è decisamente un disco di pregevolissima fattura ma dall'ostico impatto. Mi raccomando ora, usatelo con estrema cautela. (Francesco Scarci)

(Emanations - 2016)
Voto: 75

Ex - Cemento Armato

#PER CHI AMA: Heavy/Rock
Gli EX sono una band hard rock nata nel 1997 con componenti attivi addirittura dai primi anni '80 in precedenti progetti come Spitfire, Exile, Vertigo, Slan Leat, Frenetica, X-Hero e Madreterra. Quello che contraddistingue la band è l'amore viscerale per il rock, l'amicizia che li unisce e lo spirito di una vita presa in modo positivo e goliardico. Il loro bagaglio musicale è influenzato da sonorità anni '70 e '90 che la band ha volutamente fuso e forgiato a propria immagine, autodefinendosi autori del cosiddetto "pasta rock", facendo ovviamente riferimento a quel "spaghetti" che spesso viene attribuito alla produzione artistica italiana. Detto questo, il quartetto veronese ha autoprodotto tre album, uno poi sotto la VREC/Atomic Stuff e l'ultimo 'Cemento Armato' grazie a Andromeda Relix/Nerocromo. Il cantato in italiano divide sempre i fan, personalmente non sono prevenuto e nel caso degli EX, i testi sono un mix di cantautorato semi impegnato e la pura goliardia, quindi si presume che i nostri abbiano preferito quest'approccio per mantenere una connessione più forte con il pubblico. I brani contenuti nel jewel case sono undici e da bravi rocker, vanno dalla classica cavalcata adrenalinica ("Weekend") all'immancabile ballad strappa lacrime ("Cane Bastardo"). La prima appunto è un misto di hard rock e glam da baldoria, con riff assai scontati e testi in salsa sociale contro la durata del fine settimana (!!). Da un punto di vista tecnico, i musicisti se la cavano bene, il mood c'è tutto e l'insieme scorre fluido e piacevole per l'udito. La qualità dei suoni è scarna, volutamente o no è in linea con il genere, soprattutto se non si vuole essere troppo pignoli e si apprezza più il groove in se stesso. "Cane Bastardo" invece mette in luce il lato blues/malinconico degli EX, insieme ad un cantato che ricorda i Timoria dei vecchi tempi. La ritmica lenta rende le parole pesanti come massi, pensando al passato e alla giovinezza ormai sfumata. Power cord e riff stoppati rincarano la dose, anche se manca uno spunto che permetta al brano di spiccare il volo con una propria definita personalità. Con "I Shot the Chef" si torna alla vena ironica della band, prendendo spunto dal famoso brano di Bob Marley e trasformandolo in una progressione heavy metal che parla di cucina e situazioni paradossali. Anche qui gli arrangiamenti puzzano di già sentito, però sono comunque ben eseguiti tecnicamente, cosi come gli assoli e i fraseggi basso/batteria. Ci sono modi diversi di affrontare un album e per una band come gli EX, ritengo che quello più adatto sia di apprezzarli per quel loro spirito rock che li ha portati a vivere la musica con passione, amicizia e ironia, sfidando il music business che spesso impoverisce il sacro fuoco del rock'n'roll e rovina i rapporti tra compagni di avventura. Dopo tutto se fossero stati una cover/tribute band non sarebbero nemmeno arrivati sulle pagine del Pozzo dei Dannati, quindi sono già dei vincitori per questo. (Michele Montanari)

(Andromeda Relix/Nerocromo - 2015)
Voto: 65

venerdì 11 marzo 2016

HellLight - Journey Through Endless Storms

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Gli HellLight fanno parte di quella limitata schiera di band che qui nel Pozzo dei Dannati abbiamo visto nascere, crescere e divenire punto di riferimento per altre band dedite al funeral doom. Fa sempre un certo effetto sapere che l'oscuro quartetto (oggi rimasto in realtà un trio) arrivi dalla terra delle splendide spiagge e dei fenomeni del calcio, il Brasile, considerato il mortifero genere proposto. 'Journey Through Endless Storms' riprende là dove aveva lasciato 'No God Above, No Devil Below', ossia con i suoi ritmi lenti e ossessivi, carichi di cupa disperazione. Otto le tracce a disposizione per rievocare, attaverso ben ottanta estenuanti minuti, tetri presagi di oscura e lacerante decadenza. Già dall'iniziale titletrack, il terzetto di São Paulo ci delizia con marziali funebri melodie celebranti il rito della morte, sulle cui note si incrociano il growling e le clean vocals di Fabio de Paula, nonchè la delicata voce di una gentile ospite, Claudia o Ghisi (presente anche nella finale "End of Pain"). Le influenze per i nostri rimangono le stesse di sempre, con in testa i soliti Skepticism, Evoken e Thergothon, che presto verranno spodestati nel loro ruolo di punto di riferimento, proprio dagli HellLight. La musica si muove lenta e disperata come era lecito attendersi, rievocando nei momenti più incredibilmente malinconici, anche lo spettro dei Saturnus, come nel caso del lungo assolo conclusivo di "Dive in the Dark", song che peraltro vede la presenza di un altro ospite al violoncello. La pioggia continua a cadere tra un pezzo e l'altro, a testimoniare quel senso di pessimismo cosmico e profonda tristezza che intride l'album in toto. Tutti i pezzi sono ben bilanciati tra affannose chitarre profonde, e suadenti note di pianoforte. "Distant Light That Fades", nel suo nostalgico flusso sonico, mi ha richiamato addirittura la splendida e deprimente "Sear Me MCMXCIII" dei My Dying Bride dell'impareggiabile 'Turn Loose the Swans': seppur privo del violino, le emozioni strazianti che ho percepito erano molto simili a quelle della "Sposa Morente". Gli HellLight ci consegnano un nuovo capitolo della loro storia, confermandosi ancora una volta una band di eccellenza priva di macchie o passi falsi nella propria discografia, un ensemble che merita tutta la nostra stima. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2015)
Voto: 80

giovedì 10 marzo 2016

Dust To Dearth / Lysergene - The Death Of The Sun

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Drone/Ambient/Funeral
Uno split con due band, una inglese e l'altra australiana, con sonorità ai confini della realtà, tanto ricercato l'album quanto anonimo nella confezione (l'artwork è poco curato e questa collaborazione meritava decisamente di più), tanto inquietante quanto gratificante nell'ascolto, elitario, impegnativo, sognante, oscuro, un viaggio sonoro verso un'altra dimensione, un trapasso inebriante ma non indolore. Si parte con i Dust to Dearth, progetto solista e parallelo di Mandy Andressen della nota band australiana Murkrat, il cui approccio alla musica drone, industrial, minimal doom si rivelerà apocalittico, con atmosfere rarefatte e silenzi infiniti, solcati da rintocchi orchestrali, come nel gioiello intitolato "Winter", dove un flauto di Pan fa il suo ingresso ancestrale e mistico tra suggestioni drone, elettronica e leggerissime percussioni post atomiche. In questa atmosfera troviamo la chiave di tutta l'opera, la sua voce angelica/sepolcrale, dal tono solenne e alchemico, una sorta di Loreena McKennitt dal tocco plumbeo e marziale atto a sottolineare il rigore ferreo delle malinconiche composizioni surreali della band. Da qui si snoda e parte l'intero lavoro della band, con la parte vocale usata perennemente in maniera sciamanica a guidarci in una foresta sconosciuta di sperimentazioni elettroniche e ipnotiche. L'impatto è psichedelico, melodico, decadente, gotico, etereo, introspettivo, un funeral doom la cui lenta cadenza deprivata di una chitarra, mostra un carico di emotività e magia comparabile a quello emanato da 'Spleen and Ideal' e 'The Serpent's Eggs' dei Dead Can Dance o da 'To Drive the Cold Winter Away' di Loreena Mckennitt molto tempo fa. "It is Dark" con i suoi accordi strascicati di piano, mi ricorda certe ottime cose di Gitane Demone e Dark Sanctuary, mentre "Dearth" ritorna sulle orme della divinità Lisa Gerrard per chiudere alla grande con gli oltre undici minuti di coltre nebbiosa, maestosa e misteriosa di "The Last". I Lysergene di Gordon Bricknell (chitarrista degli Esoteric) si allacciano perfettamente ai compagni di scuderia con un primo brano strumentale, lisergico quanto marziale con un finale contaminato da folle psichedelia aliena, con i suoni che ricordano gli Ulver più eterei e certe oscurità di casa Die Verbannten Kinder Evas con quel sano tocco di geniale perversione elettronica alla Maurizio Bianchi di "New Heavens New Earth", sonorità concepite sempre con un tocco malato, che sfiorano l'ambient di Somnium nel ricordo di un Robert Rich in salsa lo–fi con l'intento di creare un suono atto a disturbare l'ascoltatore con incubi astrali e siderali. La mezz'ora circa di musica strettamente strumentale in odor di Lustmord o simili, offerta dalla band di Birmingham è votata all'assenza di percussioni e ci costa un viaggio di sola andata verso la psiche più oscura della nostra personalità, la colonna sonora perfetta per il nostro inspiegabile B side, srotolata in tre lunghi brani psicologicamente contorti e cerebrali, enigmatici e sperimentali, persino romantici se visti sotto una certa ottica. La Aesthetic Death ci offre l'opportunità di scoprire questi due side project formati da componenti di Esoteric e Murkrat in una forma smagliante, con musica al di sopra delle righe, sicuramente per ascolti di nicchia ma con un valore inestimabile e di alta qualità. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2010)
Voto: 75

mercoledì 9 marzo 2016

Veratrum - Mondi Sospesi

#PER CHI AMA: Black/Death, Fleshgod Apocalypse, Behemoth 
I bergamaschi Veratrum sono ormai amici di vecchia data: li abbiamo ospitati su queste pagine (ma anche in sede di intervista radiofonica) in occasione del demo cd 'Sangue' e successivamente per il debut album 'Sentieri Dimenticati'. Dopo una chiacchierata face to face prenatalizia e l'ascolto di alcune tracce del nuovo disco, eccomi qui a parlare più dettagliatamente di 'Mondi Sospesi', il secondo lavoro sulla lunga distanza, per il terzetto guidato da Haiwas. Ancora una volta vorrei partire elogiando l'artwork estremamente curato e suggestivo, un artwork che cela misteri, simboli e profezie qui espressi palesemente dalla torre di Babele che cappeggia nella parte destra della cover. Passando alla musica, qualche novità rispetto al passato è riscontrabile nei contenuti di 'Mondi Sospesi', ma andiamo con ordine e partiamo da quelle che sono le certezze dei nostri. Si parte con l'assalto sonoro di "Un Canto", che ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, di che pasta sono fatti i nostri: ritmiche assassine di stampo black death, alla stregua di Behemoth e Belphegor, che confermano la solidità dell'ensemble lombardo. I nostri poi, continuano sulla strada del cantato in italiano e questo è assai apprezzabile; infine, la tecnica del trio, supportato nel disco da una serie di guest star, a confermarsi sempre eccellente. Detto questo, andiamo ad analizzare quelle che sono le novità che risiedono in questo lavoro. "Il Culto della Pietra" mostra una buona dose di melodia frammista a sfuriate ipertrofiche e alla presenza in sede vocale, di una gentil donzella, Aeon (vocalist degli Holy Shire), che presta la sua delicata voce su un tappeto ritmico che ondeggia tra una batteria simil contraerea e atmosfere ben più ariose alla Fleshgod Apocalypse. Ecco proprio i Fleshgod Apocalypse potrebbero essere la band a cui potremmo accostare il nuovo sound dei Veratrum, con il gruppo perugino in realtà più orientato verso lidi sinfonico-orchestrali. Nel sound dei Veratrum non troverete nulla di tutto questo, però la band ha imparato a pestare con stile offrendo parti più atmosferiche, sorrette da buoni arrangiamenti e aperture ricche di groove. Ma quando c'è da picchiare come fabbri (e penso a "Etemenanki"), i nostri non si tirano certo indietro e anzi spaccano culi che è un vero piacere. Ma la crescita dei Veratrum sta anche nell'alternare song prettamente feroci ad altre in cui la melodia ha la meglio su tutto il resto ("Il Tempo del Cerchio"), pur mantenendo una dose di violenza sopra la media, con le lyrics, sebbene in growl profondo, che diventano più chiare e addirittura canticchiabili (perdonami Haiwas), e dove splendidi assoli disegnano iperboli incantevoli nell'etere. Le ritmiche schizofreniche iper tecniche, in stile Nile sono ancora presenti nella matrice sonora dei nostri, non temete e "Quando in Alto" lo conferma chiaramente con velocità sostenute, cambi di tempo e ritmiche vertiginose che poco hanno da regalare in termini melodici, fatto salvo per un altro lavoro di cesello alle chitarre nella seconda metà del brano. L'alternanza violenza/melodia porta a confezionare poi "Davanti alla Verità", un pezzo più controllato che potrebbe evocare un ipotetico ibrido tra Dissection e Ecnephias, e in cui compaiono anche dei cori a cura di Alessandro Carella e Francesco Carbone degli Haddah, compagni di etichetta dei Veratrum e dove alla chitarra c'è in prestito Riccardo Lanza dei Death the Bride. Giungo velocemente all'ultima rasoiata black/death, "H Nea Babylon", che senza accorgermene, mi dice che sono passati 40 minuti di piacevole musica infernale. (Francesco Scarci)

(Beyond Productions - 2015)
Voto: 75

martedì 8 marzo 2016

Ambientium – Digiseeds

#PER CHI AMA: Experimental Ambient/Elettronica/Downtempo
'Digiseeds' è l'ultima produzione firmata Ultimae Records, uscita lo scorso dicembre e nel cui interno vi troviamo riuniti alcuni artisti che gravitano attorno all'etichetta francese in una compilation raffinata e di classe. L'opera è del musicista/DJ/compositore/eco–attivista ceco, Lubos Cvrk che qui esprime tutta la sua volontà di estendere questo genere musicale ad un pubblico più ampio, mettendo insieme una sequenza di brani davvero ispirata e omogenea, per un viaggio all'insegna della psichedelia digitale, il downtempo e l'ambient più ricco e ricercato. Tra tanti suoni dilatati, carillon fanciulleschi, elettronica minimale, peculiarità hi -fi, suoni d'ambiente naturale, paesaggi astratti e riflessivi e una ricerca maniacale dell'effetto ipnotico, i brani si susseguono con una scorrevolezza impressionante, con una forza rigeneratrice che coinvolge tutti i sensi, che gioca con la malinconia più sottile, che induce alla riflessione e alla fuga da ogni cosa, all'isolamento per ricaricare la nostra volontà di esistenza. Undici brani carichi di suggestive alchimie sonore, curatissime e ad altissima fedeltà, undici brani più uno che non è altro che il remix del brano "The Circadian Clock" di Sonml451 per un totale di sessantasei minuti avvolti (e che avvolgono) in un'atmosfera surreale, ancestrale che trova a mio avviso in "Seven Years of Summer" dell'artista One Arc Degree, il suo massimo splendore, con un'evoluzione del brano incredibile, fatta di composti ritmici tratti da continui rumori e interferenze, piccole imperfezioni che compongono una tela perfetta di micro sonorità rarefatte, allucinate, giocate al confine tra la new age e la psichedelia da colonna sonora per film d'avanguardia, tra William Basinski e la follia più estrema di Alva Noto. Una compilation ad alta densità tecnologica e dal taglio ricercato, intimista, surreale, con composizioni di altissima qualità e bellezza, da ascoltare tutta d'un fiato sospesi nel vuoto a fluttuare e perdersi in paradisi alternativi. Un ottimo lavoro per Ambientium, un'ottima released per la Ultimae Records che conferma la sua fama di produttrice di opere di qualità, sempre sofisticate e assai ricercate. Un album perfetto per i viaggiatori psichedelici moderni, per i ricercatori di libertà a 360°. Consigliato anche il suo ascolto ripetuto e approfondito ad alto volume e in cuffia, per una resa a dir poco spettacolare... divertimento e riflessione assicurati, buon ascolto! (Bob Stoner)

(Ultimae Records - 2015)
Voto: 80