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lunedì 29 luglio 2013

Me After You – Foughts

#PER CHI AMA: Post Punk, Dark Wave, Shoegaze, Alternative
Sono giorni che non riesco a staccarmi dalle questo disco d’esordio dei Me After You, duo anglo-italiano con base a Copenhagen (!) che si autodefiniscono alfieri del Bluesgaze, sorta di ibrido tra blues e shoegaze, e di sicuro autori di un lavoro ricco di spunti interessanti, nel suo declinare un rock di stampo post-punk in maniera sicuramente originale e di impatto. Il suono della band (sapientemente curato in questo disco da Andy Miller, già produttore di nomi importanti come Mogwai e Arab Strap) si fonda sull’equilibrio tra Leonard Seabrooke e Federico Festino, uno responsabile delle notevoli parti di basso e in possesso di una particolarissima voce baritonale – che oscilla continuamente tra lo Ian Curtis più mesmerico e il primo, animalesco Nick Cave – laddove l’altro suona batteria e tastiere. Il disco è aperto da un vibrafono indolente che sfocia nell’ipnotica "Fat Man", sorta di inaudito ibrido tra Joy Division e certe asprezze math. "Out of My Mind", scritta e cantata da Festino, parte quasi come un pezzo electro-wave e presenta anche una parte declamata in italiano, un po’ sullo stile dei grandi Massimo Volume. E l’influenza della musica di Emidio Clementi e soci non si limita a questa citazione, tanto che a metà scaletta compare una convincente versione de “Il Primo Dio”, che pure tradotta in inglese conserva intatta la sua forza evocativa. L’album è pieno di brani davvero notevoli e molto originali nel loro coniugare senza soluzione di continuità marzialità new-wave ed esplosioni improvvise e quasi sguaiate, come nella splendida "Wipe the Blood". Il termine “Bluesgaze” sembra calzare a pennello alla solenne "Retrospecting", mentre la trascinante "Someone to Hate" pare un apocrifo dei R.E.M in chiave darkwave, e in un mondo perfetto sarebbe in heavy rotation su tutte le radio. Nella parte finale del disco i suoni e le atmosfere si appesantiscono, tanto che "Revolt!" sfodera un basso infernale e un incedere noise che non sfigurerebbe su un disco Touch & Go dei primi anni '90, mentre "Mama" viaggia dritta su binari distorti, come un treno senza controllo. Lavoro interessantissimo e – l’ho già detto? – estremamente originale, in grado di piacere tanto ai cultori della wave che portano fieramente la loro T-shirt di "Unknown Pleasures", quanto agli amanti del rock più viscerale e a tutti i curiosi sempre in cerca dell’ultima sensazione post-qualcosa. (Mauro Catena)

(Custom Made Music, 2013)
Voto: 75

http://www.meafteryou.net/

Cardiac - Incurante dello Sguardo Umano

#PER CHI AMA: Rock acustico
Tornano i Cardiac e lo fanno in maniera unplugged, questo a conferma che il loro recente set acustico inizia ad avere un ruolo importante per la band, non solo a livello live. "Incurante dello Sguardo Umano" è un piccolo cameo composto da cinque tracce incastonate ad arte, il tutto racchiuso in un semplice folder in cartoncino, ma dalla grafica e fotografia ben curate. Premetto che questo EP va ascoltato con un impianto hi-fi buono in modo da poter cogliere tutte le sfumature del mixing e mastering, nonché gli intrecci degli arrangiamenti. Quello che colpisce è che la mancanza della botta elettrica non si senta, la forza dei testi e delle note trasuda in ogni singolo passaggio che ora sussurra all'orecchio dell'ascoltatore, ora invece piange la sua rabbia. "Ballando con gli Angeli" si muove in punta di piedi tra veloci riff di chitarra e linee di basso/batteria che corteggiano la suadente voce dei Cardiac. Il tutto in continua metamorfosi durante gli abbondanti sei minuti di canzone, inversioni di rotta, cambi di ritmo ed esplosioni musicali. "Semmai" esprime un flebile disagio interiore attraverso gli arrangiamenti in minore e la ritmica psicotica, ma poi tutto cambia e il pezzo si riscatta verso l'alto, dove l'orizzonte porta luce e tepore. Personalmente preferisco la versione elettrica dei Cardiac (ogni buon rocker ha le distorsioni nel sangue), ma questo EP permette di apprezzare un lato più intimo della band. Dopo tutto il set acustico non è da tutti, occorre mettersi in gioco e lavorare molto sugli arrangiamenti se si vuole uscire con un prodotto ben fatto e non banale. Se MTV rispolverasse quel vecchio programma che negli anni novanta ha ospitato grandi band in chiave non elettrica, i Cardiac meriterebbero di condividere il palco con qualche mostro sacro del rock. I Cardiac centrano il bersaglio con questo "Incurante dello Sguardo Umano" e ora possono guardare avanti con fiducia al prossimo lavoro. (Michele Montanari)

Church of Void - Winter is Coming

#PER CHI AMA: Doom, Heavy, Grand Magus, Pentagram
I Church Of Void sono una band finlandese nata pochi anni or sono, che esordisce con questo EP (limitato a 200 copie), con un sound che oserei definire "fuori moda". Non me ne vogliano i nostri, ma il cd richiama infatti sonorità vicine alle produzioni degli anni 2000: si tratta di un heavy rock sporcato di doom, con delle lievi brezze che mi ricordano l'ultimo (opinabile) periodo dei Lake of Tears (anche in termini vocali). "Winter is Coming" è un lavoro che nel complesso non mi attrae affatto, a causa di una continua preponderanza verso l'old school (emblematica a tal proposito l'oscura "Strongholds of Karan Varn" e la canonica "The Hours is Getting Late" dove emergono echi di Black Sabbath); retrò anche i nomi oscuri dei componenti (Magus Corvus, G. Funeral o H. Warlock, Byron V. e A.D.) mentre le tracce si mostrano vicine all'epic doom dei Candlemass. Tuttavia il disco non prende le distanze da sonorità moderne e ciò alla fine non esclude un discreto lavoro in termini di resa sonora e composizione (da migliorare la produzione), anzi direi che potrebbero tranquillamente piacere molto a quegli ascoltatori più orientati verso la scena heavy americana o a quei fan che apprezzano maggiormente un sound più tranquillo proprio sul versante del doom, soprattutto con riferimento anche agli ultimi Paradise Lost (si ascolti la title track). Ampi sono i margini di miglioramento, da risentire su full lenght. (Kent)

Wagars – Wagars

#PER CHI AMA: Black/Crust, Black Kronstradt, Disfear
Da Riga giunge l'ombroso e freddo sound dei Wagars, band che esordisce a colpi di black/crust con questo omonimo EP della durata di una ventina di minuti. Le tracce sono molto semplici e dirette, figlie di un black melodico di stampo svedese e della rabbia del crust anni '90, ma il segno particolare dell'opera è l'opacità del suono, a causa di un leggero oscuramento delle frequenze chitarristiche in sede ritmica, miglioria che permette di far depositare un lieve strato di cenere sul disco, e che ricorda molto le prime produzioni dei Wolfpack (ora Wolfbrigade). Nonostante la prevedibilità imposta dal genere, il combo lettone riesce a creare delle situazioni interessanti nel poco tempo a disposizione, riuscendo a inserire all'interno delle tracce anche diverse contaminazioni moderne che richiamano il passato, con alcuni spunti arpeggistici degni dei Amebix. L'unico dubbio che versa su questa release riguarda la sua chiusura, fuoriluogo e sotto la media. Un vero peccato perchè la penultima traccia era un estrapolato di un discorso di Imants Ziedonis (famoso poeta lettone), ottimo per chiudere in bellezza questo debutto. Questo EP è solamente un'aspettativa, una introduzione di quello, che si spera scriveranno di buono, i Wagars a breve. La strada è giusta, è sufficiente continuare così. (Kent)

(P3lican)
Voto: 65

http://wagars.bandcamp.com/

venerdì 26 luglio 2013

Raedon Kong - Raedon Kong

#PER CHI AMA: Prog Metal, Stoner, Doom Metal, Zeni Geva, Rush, Neurosis
Veramente un prodotto inusuale quello dei Raedon Kong, duo dalla Louisiana capace di incorporare gran parte delle sonorità degli anni '70 in un unico prodotto, senza mai ricorrere a facili e spudorati copia-incolla come in questo tetro periodo musicale, a cui stiamo assistendo quotidianamente soprattutto nell'ambito del doom metal. Le influenze del combo statunitense spaziano tra il progressive di scuola inglese, krautrock e doom primordiale, creando una emulsione sonora che definirei come una sorta di "Mastodon non commerciali". Il full-length apre con "Heavy Lite", song dalla ritmica articolata e dalle chitarre brillanti che in un'escalation strumentale fiorisce in una derivazione stoner posta in chiusura; segue "End of Days" che rivela il lato classico del loro universo, uno sludge pesante ma sempre attento alla musicalità. "Forgotten Son" mi rimembra un avantgarde simile ai Virus che sfocia in un doom metal tradizionale ingigantito dallo spessore chitarristico e dalla voce potente. Per finire, "Ash is the Omen" divaga tra atmosfere post rock vicine ai Russian Circles, prima di ritornare alla base prog doom, vero trademark di questa band. Nulla da dire, un grande disco, colmo di musica interessante e personale, da ascoltare assolutamente per aprire la mente a nuove idee o per evocare richiami dal passato. (Kent)

mercoledì 24 luglio 2013

Kalmankantaja – Kalmankantaja

#PER CHI AMA: Black/ Drone Sunn O))), Wolves in the Throne Room, Bedeiah
Il duo in questione arriva dalla gelida Finlandia e porta con sè una forma artistica molto interessante e particolare, una sorta di catarsi psichedelica scritta in tinte di nero, una forma di black metal oscurissima, visionaria, intimista e carica di (ir)reale misantropia. Il cd omonimo non è altro che una compilation che raccoglie i primi lavori dell'act di Hyvinkää, di cui abbiamo comunque voluto dare un tributo a tutte le cover art, oltre che quella che raccoglie tutti i brani.


Dei 3 cd che ci sono pervenuti, "Elama on Kuoleva Huora" è il primo demo di questa band con 4 brani per un totale di circa 32 minuti convogliati per due quarti sulle coordinate stilistiche di Burzum ma molto più laceranti, spirituali e sepolcrali, melodici e cupi come i migliori My Dying Bride, freddi ma non senz'anima; mentre nella seconda metà di questo demo dimostrano una capacità interpretativa dei sentimenti più profondi e tristi degna di nota. Il terzo brano dona il titolo all'intero lavoro e ci offre una veste molto diversa e folklorica dei Kalmankantaja giocato su di un arpeggio di chitarra sofferto, pulito e avvolgente mentre "Katku Kärsivä Valkeudesta" è un brano dalle tinte forti senza via d'uscita esasperato nell'intrecciarsi di drones funerei e nebbiosi, contornato di screaming lancinanti e disperati. Un biglietto da visita stupendo per chi ha imparato ad amare band come Wolves in the Throne Room, di cui questi Kalmankantaja potrebbero essere cugini se solo non prediligessero ritmi più lenti e doom.


Il secondo cd dal titolo "Tekopyhyyttä Pyhässä Temppelissä" (che tradotto significa: L'ipocrisia nel santo tempio) riparte laddove il demo si era egregiamente fermato e fa emergere un lato sperimentale ancora più elevato portando a due soli pezzi il contenuto di questo lavoro, molto lunghi e drammatici. I suoni sono squisitamente underground molto ricercati e figli di quel black metal iperboreo e zanzaresco ma rivisitati con gusto e un pizzico d'avanguardia sonica che li spinge oltre. Ascoltate gli screaming del brano omonimo dell'album e ditemi se non meritano qualche riflettore in più. I tredici minuti abbondanti della successiva traccia partono con un mid tempo attraente, sempre funerei e tetri, mai uno spiraglio di luce, interpreti convincenti di un'oscurità vissuta, una macabra forma d'arte nera. Il suono di Kalmankantaja non vive di qualità tecniche ma espressive al punto che durante l'ascolto si ha l'impressione di essere di fronte ad un ibrido fra black metal, psichedelia, shoegaze e dark ambient.


Il terzo cd dal titolo più semplice "III" porta tre brani divisi nei titoli di part I, part II e part III a sottolineare quasi una forma di concept album, le cui tracce sono divise ma potrebbero far parte benissimo di un unico lunghissimo brano decadente e sciamanico, un lungo scorrere di emozioni nere e ombre che rendono per certi aspetti unici questi due musicisti finlandesi. La musica affila le armi e nel primo brano il sound dei Wolves in the Throne Room fa da maestro; in realtà i Kalmankantaja hanno molto in comune con la band americana anche se spostano sempre il tiro verso un approccio più sperimentale e ancora più sotterraneo con un'attitudine gelida alla Sunn o))). Il duo predilige i testi drammatici, estremi, depressivi e rivolti alla forza e maestosità della natura. La musica rispecchia i testi esageratamente, portando con sè una sensazione di vuoto profondissima e una disarmante vena di solitudine che affascina sempre di più ad ogni ascolto. Tre lavori di non facile assimilazione ma che una volta appresi e compresi possono dare molte soddisfazioni alle vostre orecchie e ai vostri stati d'animo. Ascoltare per credere. Non tutto il nero vien per nuocere...(Bob Stoner)

Karm Rage - SoCiym

#PER CHI AMA: Thrash metal
Ecco, prendete “SoCiym” degli ucraini Karma Rage e ascolterete un disco talmente thrash metal vecchia scuola che uno dice: “ma cavolo... è un album del 2012?!” Loro sarebbero anche da ammirare, mi sembra che cantino in ucraino (o forse russo?) e questa è una scelta coraggiosa, e tutto sommato non ci sta neanche malissimo. Non mi sbilancio sui testi, però prometto che, appena torna dalle ferie, chiedo alla badante di Odessa del mio vicino una valutazione. Cosa ascolterete se piazzerete il ciddì nel vostro lettore? Come vi dicevo thrash di quello classico, batteria che picchia, un basso dal suono oscuro e le chitarre che ci sparano riffoni al rasoio. Ecco: le chitarre sono il punto più forte dell’album. Si sente che i due chitarristi ci sanno fare, parti lente e veloci si susseguono come si deve e gli assoli sono a modo. Il cantato è quello tipico del genere con parti ora ringhiate, ora più calme e mi sembra il lato più debole del loro lavoro. Il disco è ben prodotto, tutto si sente come si deve. Le tracce si somigliano in maniera davvero preoccupante, vi consiglio “Кто ты есть?” (che dovrebbe voler dire “chi sei tu?” - Спасибо Google traduttore) che mi è parsa la migliore. Riassumendo, un disco carino, che potrà piacere a chi si avvicina per la prima volta la genere thrash, gli altri si annoieranno. (Alberto Merlotti)

(Metal Scrap Records)
Voto 55

https://myspace.com/karmarage

King Howl Quartet - King Howl

#PER CHI AMA: Blues Rock/Stoner
Fantastico, cominciare il lunedì mattina con un bel cd, ti mette sempre di buon umore, soprattutto quando non hai un cazzo voglia di lavorare. E allora via, con queste 11 tracce direttamente dalla grande isola (Sardegna), assaporiamo un po’ di aria nuova e dimentichiamoci per un attimo la cappa calda e umida che ci opprime in questi giorni... Come dichiarano loro stessi, i KHQ (King Howl Quartet) ululano al cielo la loro passione per la vita e per il blues rivisto in chiave stoner per alcune sonorità grosse e panciute, in chiave funk/post punk per quelle più ritmate. Ma passiamo alla ciccia, visto che avrete già l'acquolina alla bocca per cotanta roba. "Mornin" è una sorta di rash cutaneo che in vero stile Quentin Tarantino, fastidioso e pungente, con una bella botta di batteria e chitarre che grazie a sapienti break iniziali, crea un insano dondolamento dell'estremità superiore del corpo umano. Da subito ci si accorge delle pregevoli doti strumentali del gruppo e dal vocalist che s’infila tra i vari arrangiamenti e ne esce vincitore. "Drunk" sfoggia un bel riff con slide che conferma le origini blues del nostro gruppo sardo e regala sonorità tradizionale unite a distorsione che il vecchio BB King non avrebbe mai pensato di abbinare. Un losco personaggio come Jack White invece ci sguazza da anni. Breve cavalcata che si fa apprezzare e vi porta a volerne ancora. Passiamo quindi al mio pezzo preferito, "My Lord", forse perchè trasuda stoner alla Kyuss e Queens of the Stone Age come un viaggiatore del deserto che cerca una bettola aperta dal tramonto all'alba. In questa traccia i KHQ mostrano di avere le palle quadrate perchè uniscono un sound perfetto per il genere ad arrangiamenti azzeccati. Cavoli, non sono ancora arrivato alla fine del cd e già adoro 'sti ragazzotti. Le altre tracce sono più in stile traditional blues e mi sarei aspettato che la band avesse osato un pò di più. Va bene non allontanarsi troppo dalle proprie radici, ma nessuno li avrebbe bruciati vivi sul rogo per qualche sperimentazione psicotica qua e la. Non male come lavoro, speriamo piaccia ai puristi e a chi il blues tradizionale non lo ascolta più di tanto. (Michele Montanari)

mercoledì 17 luglio 2013

Alchemist - Embryonics

#PER CHI AMA: Death Progressive, Avantgarde,
Purtroppo questo doppio cd ha costituito il canto del cigno di una delle formazioni che più ho amato nel corso della mia militanza metallara, gli Alchemist, band australiana, che nonostante sei ottimi album è rimasta sempre reclusa nell’underground della musica estrema, come oggetto di culto per pochi appassionati. “Embryonics” raccoglie il duro lavoro di otto lunghi anni a partire dagli esordi, attraverso i primi cinque album della band, andando a rispecchiare fedelmente la filosofia musicale dei quattro ragazzacci di Camberra. Se non conoscete il sound proposto dagli aussie boys, riuscireste mai ad immaginare i Pink Floyd di Syd Barrett che suonano un brutal death thrash? Eh si capisco, è davvero dura concepire un suono del genere, però gli Alchemist fanno tutto ciò e forse ancor di più, proponendo della musica spettacolare: una miscela stracolma di melodie che spaziano da suoni space rock, a momenti progressive, passando attraverso momenti etnici (con l’utilizzo anche del didjeridoo, strumento tipico aborigeno), accelerazioni death metal, frammenti di rock anni settanta, fughe psichedeliche alla The Doors, per continuare ancora lungo la strada delle sperimentazioni elettroniche e della pura musica heavy metal, il tutto condito con belluine vocals. Potrei continuare ancora a lungo tante sono le influenze che confluiscono e si amalgamano alla perfezione all’interno della musica di questi pazzi scatenati. Inutile citare una canzone piuttosto di un’altra; trattandosi di una raccolta il consiglio che posso darvi è di dargli assolutamente un ascolto e poi fare come me: andare ad acquistare tutti i loro album, partendo dal bellissimo, originalissimo e schizoide esordio “Jar of Kingdom”, attraverso il più brutale ma al tempo stesso più creativo “Lunasphere” e l’intimistico “Spiritech”, fino ad arrivare agli ultimi due assoluti capolavori “Organasm” e “Austral Alien”. Ragazzi, vi garantisco che nelle 28 tracce qui contenute, per una durata di più di due ore e mezzo di musica, ne sentirete davvero delle belle, perchè il sound degli Alchemist è davvero unico e bizzarro. Adam, Roy, John e Rodney avrebbero meritato un riconoscimento da un pubblico più vasto, che fosse in grado di apprezzarne le raffinate sperimentazioni musicali e la loro follia, in modo tale da liberarli da quel limbo musicale in cui sono rimasti imprigionati ingiustamente. C’è ben poco altro da aggiungere, gli Alchemist sono semplicemente geniali, peccato solo ci abbiano lasciati!!!! (Francesco Scarci)

Hellstorm – Into the Mouth of the Dead Reign

#PER CHI AMA: Thrash/Death, Destruction, Celtic Frost, Kreator
Attivi fin dal 1997, i milanesi Hellstorm hanno dato alle stampe un demo, un EP e due full lenght, di cui l'ultimo dal titolo "Into the Mouth Of the Dead Reign" uscito nel 2012 per la onnipresente etichetta italica Punishment 18 Records. "Into the Mouth of the Dead Reign" è un album che merita grande attenzione e mette in luce una band veramente interessante, capace e determinata. La caparbietà di questa band ha fatto si che l'anima dei Destruction, l'irruenza dei Kreator e la morbosita di certi Celtic Frost arrivassero a fondersi sfoderando una decina di brani variegati e intelligenti in sapor di horror movie e metal, tanto metal. Tantissimo metal!!! Possiamo dire che gli Hellstorm suonano thrash, che hanno influenze death e hanno un chitarrista fantasioso e ricercatore di riff al vetriolo sapiente come pochi, un ottimo cantante, che mostrano un gusto per la ritmica d'insieme con un risultato finale davvero efficacissimo; gli assoli sono bellissimi con suoni claustrofobici come solo i Celtic Frost di "Morbid Tales" riuscivano a fare ma la cosa più importante è che questa band ha la stoffa per suonare questa musica nel modo migliore e l'attitudine perfetta per fregiarsi dell'etichetta di metal band come solo i grandi gruppi possono avere. Dentro questo lavoro si trovano un sacco di spunti splendidi. La potente "Dead Walk" dopo l'intro iniziale di rito parte in modo allucinante con ritmiche di chitarra da strapparsi i capelli! "The Deepest Night" (la nostra preferita) sciorina degli assoli splendidi e mostra un tiro spaventoso. La dirompente "The Wicked Mirror" è un mid-tempo doom con assoli sputa fuoco e una grinta che va avanti a spada tratta fino alla finale decima traccia "Journey to North", una ballata malinconica, epica e riflessiva che incorona i 42 minuti circa di questo maestoso lavoro dall'anima forgiata nel metallo più puro. La sensazione che ci resta alla fine di questo album è la stessa di quando si ascoltano i maestri luminari come Wasp, King Diamond o Dio, eminenze sacre del regno metallifero. Gli Hellstorm suonano thrash alla grande, non suonano come cloni, sono originali, oscuri, vivono e sudano la loro musica e si sente. Il combo lombardo alla fine confeziona un disco maturo, credibile dall'inizio alla fine, godibilissimo, pesante e accessibilissimo, da ascoltare tutto d'un fiato e ad alto volume. Un album per chi ama il metal, imperdibile! (Bob Stoner)

(Punishment 18 Records)
Voto: 85

http://www.hellstorm.it/

sabato 13 luglio 2013

Somnus Aeternus - On the Shores of Oblivion

#PER CHI AMA: Death Doom, Paradise Lost, Lake of Tears, Katatonia
Questo album licenziato dalla Solitude Productions nel 2012, è il primo atto di questa band proveniente dalla Repubblica Ceca e fondatasi nel 2007. Buona la grafica del cd anche se poco originale, poi per quanto riguarda la musica, la band si propone con un buon gothic dalle influenze doom e qualcosina di death. Quello che rende più interessante l'intero lavoro è la sua sonorità molto moderata e per così dire tanto rock e poco metal, una qualità che mette in risalto il lato melodico dell'intero album così carico di atmosfere buie e tortuose ma che non rinuncia mai a mettere in mostra una certa vena malinconico/romantica di sicura presa. Potremmo definire a grandi linee l'insieme dei brani un giusto mix tra i vecchi Paradise lost e la malinconia evoluta dei moderni Katatonia o Lake of Tears, anche se qui troviamo una voce potente e gutturale che contrasta in maniera positiva l'uso delle tastiere che sovrasta leggermente il resto della band. Da una parte l'uso esponenziale del piano rende tutto più decadente e romantico dall'altra però toglie potenza e forza alle ritmiche che a nostro avviso dovrebbero risaltare di più, infatti la band dà il meglio di se nei brani più decisi e tutto sembra essere più centrato e consono al loro stile (ascoltate "Purgatorium" e "Divine Void" - la nostra preferita). L'ensamble gira a pieno e si sente la buona intesa, il lavoro è decisamente pensato e riflettuto ma ribadiamo che il sound andrebbe un po' irrobustito per renderlo ancora più pesante e oscuro. L'ombra dei Katatonia e il sound rock oriented dei Lake of Tears è onnipresente in giusta misura e la costruzione dei brani è interessante e originale seppur logicamente consona al genere di riferimento. I Somnus Aeternus hanno costruito una cattedrale di suoni e ritmiche molto qualificata, stabile e credibile, ora non resta che consolidarla e renderla impenetrabile con qualche piccolo ritocco sonoro. Un lavoro pregevolissimo che scivola velocemente sul nostro lettore e si lascia ascoltare a più riprese coinvolgendoci completamente. Se avesse una spinta in più verso il nero sarebbe al top delle sue possibilità! Una band da tener d'occhio, un gothic rock ricco e molto interessante pieno di slanci in avanti per un futuro molto prospero. Da ascoltare. (Bob Stoner)

(Solitude Productions)
Voto: 70

http://somnusaeternus.bandcamp.com/music

Mental Torment - On the Verge...

#PER CHI AMA: Doom Gothic, Paradise Lost, My Dying Bride
Degli ucraini Mental Torment sappiamo che "On the Verge..." è il loro primo full lenght del 2013 dopo un demo del 2009, che il cd esce per la Solitude production e che la band vanta ben otto musicisti, che l'artwork è ben curato e ricercato e che la musica proposta è di elevata e pregevole fattura. Il suono di "On the Verge..." è un caldo vortice di emozioni a rallentatore collegate tra loro da una forza narrativa e progressiva che incanta di malinconico splendore. L'arte musicale scelta dalla band è da ricercarsi nei meandri bui del suono di matrice My Diyng Bride e dei Paradise Lost di "Shades of God" e seppur l'intero lavoro paga il giusto tributo ai suoi predecessori, quest'album gode di una rigenerazione e di una luce che smantella ogni dubbio e alla fine non resta che inchinarsi di fronte a tanta maestria. Questa sua profondità è colta a pieni mani da album come "Tears Laid in Earth", micidiale capolavoro dei The 3rd and the Mortals e la riporta in vita con tutti quei sentimenti di ansia, tormento e resa tipica del doom, anche se qui il lato più poetico e gotico della facciata prevale e colpisce a fondo, non stiamo parlando di stoner doom ma di gothic doom ad elevata potenza emotiva. Potremmo dire che è impossibile resistere a questo album, alla sua voce gutturale così ferrea e posata, suggestiva e trascinante, narratrice e marziale, alle cristalline melodiche chitarre che fanno da contraltare all'incedere di ritmiche pesanti, lente, oppressive e cupe, nerissime ma cariche di fascino oscuro e per certi aspetti romantiche nella loro volontà di decadenza, un suono pieno, completo fin nei più piccoli particolari e carico di tragica speranza, quella che fa dilatare le pupille alla ricerca di una salvezza. Un lavoro decisamente al di sopra della media, un album per disperati, eterni sognatori vestiti di nero. Una delizia dal profondo cuore gotico! (Bob Stoner)

Teresa 11 - Smoky Heaven

#PER CHI AMA: Ambient/Ethnic/Trip Hop
Il suono minimale di un'arpa si confonde con il rumore di una metropoli notturna e la voce modulata di una donna che accompagna lo strumento si perde nel chiasso delle luci elettriche, come se le immagini che scorrono lente davanti a noi fossero un sogno vissuto ad occhi aperti. È questa la prima, immediata sensazione visuale che ha suscitato in me l'ascolto di "Harp and 12 String Harp - Impro" e "Blue Shine", i due brani che aprono il lavoro dei Teresa 11. È un vero peccato che il promo non sia accompagnato da nessuna nota biografica e che l'unica informazione fornita dall'etichetta sia che il gruppo proviene dal Giappone, ma con qualche ricerca sono venuta a sapere che si tratta di un trio (formato da Rie Lambdoll, Anri Muramatsu e Miyazaki) e "Smoky Heaven" è il loro primo lavoro. La tradizione musicale giapponese emerge in numerosi passaggi, come qualcosa cui i Teresa 11 non sanno rinunciare, ma la sua eco si fonde con sonorità moderne, variegate e multisfaccettate che fanno di quest'album un'ideale e distaccata colonna sonora noir per una lunga, solitaria notte insonne in una grande metropoli. Ognuna delle dieci canzoni scandisce il trascorrere delle ore. Ognuna accompagna un'esperienza che si dipana in luoghi fisici e mentali diversi. Costanti aleggiano il suono dell'arpa e la voce "grassa" e modulata della cantante, interprete carnale di un soul moderno, riletto in chiave sintetica. Le arpe di Rie e di Anri e la voce di Rie sono senza dubbio anche gli aspetti più caratteristici dei Teresa 11, ma ad essi si mescolano una serie di gradazioni sonore multiformi che attingono dal trip-hop, dalla musica etnica, classica, ambient e soul-blues fumosa per poi macchiarsi di sperimentazioni e distorsioni elettriche in un seducente concentrato "cinematografico" dal forte impatto visivo e dal mood oscuro. Per apprezzare veramente quest'album è necessario dimenticare completamente qualsiasi classificazione e avvicinarsi ad esso con la mente libera da ogni forzatura stilistica. È un lavoro sfuggente, eppure risulta profondamente concreto e il suo maggior pregio sta proprio nel non sottostare ad alcuna corrente musicale. È un prodotto forse anomalo, un po' datato (2004) ma anche completamente maturo, pronto per essere accolto senza riserve da chiunque sappia apprezzare la vera musica. Non fate l'errore, dunque, di trascurare "Smoky Heaven": sorprendente! (Laura Dentico)

Runes Order - The Art of Scare and Sorrow

#PER CHI AMA: Dark/Ambient
Dopo "Il Sonno del Sogno", i Runes Order hanno proposto un ammaliante album che si aggiunge ad una lunga quanto prestigiosa discografia. Claudio Dondo con quest'opera affronta un esperimento musicale intrigante ed inconsueto, basando il suo lavoro su un concept ispirato a "La Casa dalle Finestre che Ridono" (1976), uno dei capolavori di Pupi Avati che può essere affiancato ad altri cult-movie dell'horror italiano del calibro di "Profondo Rosso" di Dario Argento o "L'Aldilà" di Lucio Fulci. In "The Art of Scare and Sorrow" l'artista piemontese si è avvalso della collaborazione di Tony Tears degli Helden Rune (per le parti di chitarra e basso) e di Argento degli Antropofagus, il quale ha prestato la sua voce in alcuni episodi dell'album. Le vocals morbose di Argento fanno rabbrividire per il loro pathos, turbano per la loro carica disperata e squarciano quell'ideale tela di orrori che si dipinge con tratti decisi nei nostri incubi. L'interpretazione vocale tormentata si confonde spesso con i campionamenti tratti dai dialoghi del film di Avati e si divincola in modo imprevedibile tra i lamenti progressivi delle chitarre, come nel preludio "Twisted Act I" e nella successiva "The Night and His Tears". L'elettronica di Runes Order si muove fluida e pulsante tra cold-wave siderale e ambientazioni da soundtrack, rivelando in diversi momenti un'influenza che rende inevitabile l'accostamento ai maestri Goblin (il loop introduttivo di "Walls Sweat Images" ne è un esempio) e lasciandosi violentare da urla agonizzanti e sussurri melliflui. A spezzare per un breve istante l'omogeneità dei brani, giunge improvvisamente la voce battagliera di Argento, che recita tuonante "Murder is a Faith" nell'omonimo brano, ma si tratta di un episodio isolato (per quanto riuscitissimo) che cede subito il passo al tono ambientale dei brani successivi. "The Art of Scare and Sorrow" termina così, dissolvendosi tra i paesaggi spogli e desolanti di una dark-ambient apparentemente quieta, gli stessi scenari che appartengono ad una realtà distorta, nella quale dominano paura e smarrimento e il delitto diventa assieme un bisogno e un'arte. (Roberto Alba)

(Beyond Prod.)
Voto: 80

https://myspace.com/runesorder

Nethermost - Alpha

#PER CHI AMA: Death Doom, primi Katatonia
L'attacco di "Alpha" puzza tanto di Katatonia degli esordi: "Phasing Currents" apre infatti in una vena doom malinconica come solo il mitico "Dance of December Souls" fu in grado di fare. Ritmica molto lineare e nel ventre della musica, si muove una chitarra pizzicata, affranta e crepuscolare, che lascia solo intravedere le tenebre della notte. Eccolo il debutto dei Nethermost, band proveniente dal Texas, non proprio quel che si dice una terra dalle atmosfere plumbee ed oscure, eppure il death doom che i nostri propongono, suona come quello nord europeo, con appunto Katatonia e tutti i cloni derivati (in testa gli October Tide), come principale fonte di ispirazione. Il terzetto di Laredo non fa poi molto per discostarsi dagli insegnamenti dei gods svedesi e con "The Untroubled Kingdom of Reason" è palese l'amore viscerale anche per "Brave Murder Day". Le chitarre disegnano linee melodiche laceranti l'animo, con il growling di John a turbare ulteriormente la nostra sensibilità. "Dance of Burning Beasts" chiude un EP assai troppo derivativo, che pur proponendo una musica emotiva, rischia di perdersi tra l'infinito mare di clone band che da 20 anni cercano di riproporre il mastoso sound degli esordi di Blakkeim e soci. Da rivedere la monotonia di fondo con nuove soluzioni sonore. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records)
Voto: 65

http://netherdoom.bandcamp.com/