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lunedì 4 aprile 2011

Necromid - The Sleep of Reason


“Il sonno della ragione genera mostri”, questa è la celebra frase di Goya alla quale probabilmente gli esordienti Necromid si rifanno nel titolo del loro debut. Per quanto riguarda la musica, sicuramente i nostri devono essere grandi estimatori della scena death svedese, peccato che Imperia non sia Stoccolma e che gli Ithil World Studio non siano quelli dei ben più famosi colleghi scandinavi. Ciò che ne viene fuori è un genuino album di swedish death che si rifà a mostri sacri quali Arch Enemy, At the Gates e Dark Tranquillity, tanto per citare i più noti. Però mentre il sound delle band svedesi è molto ben strutturato e ragionato, la pecca dei Necromid sta nel lanciarsi in arrembanti cavalcate dalle melodiche e scandinave linee di chitarra, interrotte da qualche mid-tempos qua e là. Se il primo pezzo mostra un gruppo dalle grandi potenzialità, già il successivo mostra qualche limite della band, che sciorina brani si veloci, aggressivi, ma che bene o male si assomigliano un po’ tutti tra loro. La voce di Antonio dovrebbe dare una mano in tal senso, cercando di conferire maggiore personalità ai pezzi, mentre i brani dovrebbero giocare un po’ meno sul continuo ed eccessivo rincorrersi delle chitarre, perché il risultato può risultare sì piacevole in qualche pezzo, ma quando la cosa risulta reiterata, scade nel già sentito e incomincia ad annoiare pesantemente. Non mi dilungo ulteriormente nella descrizione delle canzoni proprio perché sono tutti molto simili tra loro (tranne la cover di Elvis Presley “Can’t Help Falling In Love” posta in chiusura al cd) e per questo auspico che la band possa lavorare per scrollarsi di dosso quell’alone pesante svedese che pesa sulle loro teste. Insomma, lasciamo fare lo swedish death agli svedesi e noi italiani dedichiamoci all’”italian” death in cui siamo altrettanto bravi. Sufficienza risicatissima, da rivedere (Francesco Scarci)

(UK Division)
Voto: 60

venerdì 1 aprile 2011

Neron Kaisar - Magnum Incendium


Loro arrivano dalla fredda Federazione Russa, sono al debutto con questo lavoro di nome “Magnum Incendium”. Sono i Neron Kaisar e di certo di freddo hanno solo il luogo di provenienza. Il loro Symphonic Black Metal è caldo, violento, brutale e cosa che non guasta mai, una ottima miscela tra parti classiche, chitarre e un incedere imperioso della batteria, un'amalgama perfetta e ben riuscita. Il cd è composto da 11 tracce (ah, fate attenzione perché la traccia n° 8 “Chaotic Profane Phenomena” è una cover dei Thyrane). La track list è ascoltabile e ben organizzata, anche perché, a gran sorpresa, i Neron si discostano dal genere per quanto riguarda la durata dei pezzi. L’unica che va al di sopra dei 4-5 min è la traccia 10, “Bloody Black Terror”. Il cd proprio per questa peculiarità, scorre via veloce e non annoia mai anche perché le canzoni sono ben strutturate con gli strumenti che si intrecciano in un tribale e incalzante ritmo furente con un growling mai troppo esasperato. Annotatevi sul taccuino la track 5, “Burn And Dominate”, dove un bellissimo assolo di chitarra squarcia l'orizzonte tenebroso (i “tecnici” lo apprezzeranno); “Malice, Hate And Sorrow” e “Bloody Black Terror”, ne consiglio l’ascolto, non sono canzoni ma un’esperienza, specie nella prima dove compare una bellissima parte di pianoforte. Il cd si chiude con “Incendio Absumptae (Outro)”, un pezzo del tutto strumentale molto cupo, che accompagna la fine del nostro ascolto fuori dal mondo dei Neron. I Neron Kaisar, per essere alla loro prima esperienza con un full lenght, mi hanno piacevolmente colpito e mi farebbe molto piacere se in futuro ne sentissi ancora parlare, di certo non ci stupirei, anzi concludo dicendo avanti così, la strada è quella giusta, con una buona dose di atmosfera, buoni musicisti e buone idee che senza dubbio non guastano mai, anzi... (PanDaemonAeon)

(Grailight Productions)
Voto:70

Saille - Irreversible Decay


Nel mio giro del mondo di recensioni, credo di non essermi mai imbattuto in una band belga, ma d’altro canto c’è sempre una prima volta per tutto e quest’oggi a togliermi la verginità in tal senso, ci hanno pensato i belgi Saille, freschi di un nuovo contratto con la nostrana e sempre attenta Code 666, con il loro debutto. Se siete degli amanti dell’ormai defunto black sinfonico, forse nei solchi di “Irreversible Decay”, troverete ciò che di meglio ha da offrire in tal senso oggi il mercato. Intro affidata ad una sinistra chitarra acustica e poi attacco arrembante offerto da “Passages of the Nemesis”, song dal tipico sapore nordico, con chitarre taglienti di scuola svedese, blast beat e uno screaming diabolico; bridge centrale affidato ad un mid-tempo melodico con tanto di sorprendenti violini, e un pathos crescente culminante con un solo di chitarra da paura che toglie il fiato. La sensazione è come se mi avessero sbattuto contro un muro violentemente e tagliuzzato la pelle con uno di quei rasoi da barba old style, e lasciato a terra con i vestiti fatti a brandelli, ansimante. Un inizio alla Limbonic Art apre la successiva “Overdose of Gray” che fa delle sue inquietanti tastiere, dei giri ipnotici di chitarra e della tellurica porzione di batteria il proprio punto di forza. Offende la nostra armata delle tenebre (la band è formata da ben 10 membri, tra cui violoncello, corno e appunto 2 violini) ma lo fa con assoluta grazia: Una elegante chitarra acustica apre “Plaigh Allais” e lo spettro degli Unanimated aleggia sul sound dei nostri quando c’è da pestare sull’acceleratore con ritmiche al fulmicotone; sorprende non poco invece nelle sue bizzarre parti centrali, dove ad ogni brano, i nostri si adoperano con qualche soluzione assai particolare, quasi a voler confondere l’ascoltatore. Non potete immaginare la mia gioia e il piacere nel potere affondarmi in questi suoni suggestivi, epici, sinfonici, quasi come se un ibrido formato da Immortal, Dimmu Borgir e la succitata band svedese si siano personificati nella figura contorta di questi belgi Saille, vera e propria sorpresa di questo inizio d’anno caratterizzato dai fuochi artificiali in casa Code666. Che altro dire, se non immergervi nell’ascolto di una delle più interessanti band in ambito estremo sentite nell’ultimo periodo. Estremamente affascinanti! (Francesco Scarci)

(Code 666)
Voto: 80

Lifend - Devihate


In attesa di andare ad ascoltare il nuovo lavoro dei lombardi Lifend, andiamo a rivedere quanto fatto in passato: cambio di rotta importante rispetto al precedente lavoro “Innerscars”, “Devihate” è un cd pretenzioso, che non vuole assolutamente passare inosservato al grande pubblico. Il cd inizia in modo strepitoso con “Purify Me”, lasciando presagire quello che la musica di questa band, estremamente preparata, ha da offrire: un death metal dal forte impatto emotivo. Sebbene la proposta sia più violenta che in passato, il sound dei nostri si fa più curato nei dettagli, ben suonato e ricco di sfumature che vanno ben oltre il death metal. Diciamo che di sicuro la matrice di fondo resta il death, con le sue ritmiche aggressive, il corrosivo screaming di Alberto (per la cronaca è sparita la soave voce femminile di Sara) e i forti richiami allo swedish. Ciò che rende realmente interessante questa nuova release, sono appunto tutte quelle sfumature che ruotano intorno al sound di base del quartetto meneghino. Eh si, perché suoni progressive si intersecano a sfuriate deathcore, inserti gotici si incastrano perfettamente a raffinate cavalcate heavy metal e malinconici intermezzi acustici ci concedono giusto il tempo di rifiatare qua e là. Se dovessi trovare un termine di paragone per i nostri, vi porterei indietro nel tempo di una quindicina di anni, quando gli svedesi Miscreant rilasciarono il sorprendente “Dreaming Ice”, concentrato di raffinato swedish death dalle forti tinte progressive. E cosi sono i Lifend: chitarre ultra compresse che vengono spezzate nel loro incedere furioso da aperture acustiche e sprazzi di splendidi synth. Dicevo che quella dei Lifend è musica emozionante che nonostante la rabbia, arriva dritta al cuore per la sua compatta genuinità. E soprattutto non è mai musica banale: i suoni, le melodie che escono dai solchi di questa seconda opera sono assai ricercati, a tratti ricordano gli Opeth più aggressivi degli esordi, in certi frangenti si respira l’aggressività degli ultimi Dark Tranquillity e in altri momenti è una pesantezza un senso di angoscia ad emergere, stati emotivi che solo i Meshuggah sono in grado di trasmettere. Forti inoltre di una splendida produzione, curata da Carlo Bellotti, i Lifend sorprendono non poco per la maturità compositiva che hanno saputo raggiungere in cosi poco tempo, sembrando dei veri e propri veterani della scena. Un solo avvertimento va dato però prima di avvicinarsi a questo disco: non pensate che sia semplice dargli un ascolto e farselo piacere immediatamente; ho dovuto ricorrere al sesto replay prima di capire che quello che ho fra le mani è una bomba dalle potenzialità enormi. Bravissimi!!! (Francesco Scarci)

(Worm Hole Death)
Voto: 80

Onsetcold - Onsetcold


Beh, dopo aver ascoltato almeno un paio di volte questo cd, non mi è ancora chiaro se i nostri suonano black, death, metalcore o cos’altro. È infatti per questo che ho definito il loro sound extreme metal perché è difficile riuscire ad inserire la musica del combo albionico in un genere ben definito. Il cd si apre infatti con “Life Without Numbers”, una death metal song che sembra essere suonata nella vena sinfonica dei Dimmu Borgir. Si prosegue e si viene martellati e sorpresi dal death/grind di “No Sun No Life”, brano veramente interessante per quel suo incedere angosciante (merito delle tastiere eccellenti di Farley) ma allo stesso tempo iper brutale. E via, il quintetto inglese continua in una carambola di alternarsi di parti aggressive, ultra tecniche (bellissime alcune parti di basso e mostruosa la prova del batterista), talvolta (ma raramente) melodiche, grazie all’inserto di quelle keys già citate, in grado di donare un alone atmosferico e depressivo all’intero lavoro. Grandi, mi piacciono un casino: le demoniache screaming vocals che governano “Masterdom”, si avvicendano a profonde growling vocals, mentre le chitarre continuano imperterrite a macinare montagne di riffs veloci, complicati e le tastiere disegnano plumbei nuvoloni carichi di pioggia. L’album non regala un attimo di sosta, è una cavalcata imperturbabile di inaudita pura violenza che distrugge tutto ciò che si staglia davanti. Notevoli, anche se continuo a non capire se i nostri suonano grind o industrial, hardcore o doom, quel che è certo è che sono dannatamente bravi e incazzati. Quel che sorprende ancora di più è il fatto che siano venuti a registrare agli Zeta Factory di Bologna e allo studio 73 di Ravenna. Bravi, lo ribadisco ancora una volta, gli Onsetcold mi hanno stupito perché giunti inattesi alle mie orecchie… Sorprendenti! (Francesco Scarci)

(Worm Hole Death)
Voto: 85

Chain Reaction - Vicious Circle


La Kolony Records è un'etichetta molto attiva sul mercato: tante le release rilasciate, di cui potete trovare anche la recenisone all'interno delle pagine del Pozzo; oggi siamo qui a parlare dei polacchi Chain Reaction, five pieces dedito ad un thrash metal moderno, contaminato da influenze provenienti dallo stoner, dal metalcore e dal cyber death metal (scuola Fear Factory per intenderci). Insomma proposta che non brilla proprio di luce propria, ma che comunque si lascia ascoltare piacevolmente. 11 le tracks contenute in questo “Vicious Circle”, tutte che si assestano fra i 3 e i 4 minuti di durata, quindi brani belli diretti come un pugno nello stomaco. Le ritmiche sono sorrette da pesanti chitarroni di chiara matrice Panteriana, la voce (growl e clean) ricorda quella del vocalist dei Pyogenesis era “Sweet X-Rated Nothing” ma che pure richiama il buon vecchio Robert Flynn dei Machine Head, la produzione è bombastica, potente e pulita e i suoni sono permeati di un groove trascinante. I nostri ci sanno davvero fare con i loro strumenti: precisi, aggressivi e tecnici, il loro limite sta però proprio nella mancanza di originalità, che penalizza non poco l’esito finale. Però che volete che vi dica, alla fine il risultato non è affatto male, magari la longevità di questo prodotto non sarà delle più lunghe, però credetemi, un ascolto lo merita di sicuro. Cambi di tempo impeccabili, rallentamenti pachidermici, catchy chorus, qualche inserto semi-acustico, taglienti assoli, cavalcate speed metal si combinano egregiamente con la melodia di fondo che contraddistingue la release del combo polacco rischiando di garantirne un discreto successo. Insomma, i Chain Reaction sono sa tenere d’occhio nella loro evoluzione, potrebbero rivelarsi una grande sorpresa per il futuro! (Francesco Scarci)

(Kolony Records)
Voto: 65

Drain the Dragon - Demon of my Nights


Quello fra le mie mani è il disco d’esordio dei patavini Drain the Dragon, concentrato dinamitardo di death metalcore. Sapete quanto io non sia un grande estimatore di questo genere perché ormai trovo che le band abbiano ben poco da dire di nuovo in un ambito in cui è già stato scritto e detto tutto il possibile; eppure non so cosa o perché, ma questo lavoro riesce a catturare il mio interesse. Devo ammettere che già la cover artwork del cd rapisce la mia attenzione: il disegno di una bambina (abbastanza inquietante devo dire) circondata da tutti i suoi peggiori incubi notturni (da qui posso dedurre la scelta per il titolo “Demon of my Nights”). La musica, per quanto sia carente di originalità (ma di questo non posso farne una colpa viste le premesse di cui sopra), sorprende per intensità, per la scelta azzeccata di alcune soluzioni inattese e per il buon gusto della melodia. Ribadisco il concetto che nulla di nuovo c’è fra le note di questo lavoro, eppure qualcosa continua a catalizzare la mia attenzione: il quintetto di Padova di sicuro riesce nell’intento di non essere alla fine scontatissimo e questo è già un grosso merito. La musica si lascia ascoltare alla grande, sebbene i nostri non siano dei mostri in fatto di tecnica (un plauso però al batterista va fatto) o non mi piaccia particolarmente il modo di cantare di Bokkia (da rivedere assolutamente) eppure qualcosa di tetro e oscuro nella proposta dei nostri, continua a tenermi incollato a questo maledetto stereo. Tralasciando l’inizio di “Awake the Vengeance”, preso in prestito da “St. Anger” dei Metallica, mi accorgo ben presto che non c’è solo metalcore qui dentro, in “Rise of Madness part 2” affluiscono suoni heavy metal classici, altrove compaiono sonorità death melodiche di stampo svedese e poi ancora palesi riferimenti al Nu-metal americano, senza dimenticare l’aura malinconica che pervade l’intero lavoro, conferendone un alone di mistero che ancora non mi lascia capire perché alla fine mi ritrovo innamorato di questo cd e totalmente spaventato dal mio demone delle notti… Yes, ora ho capito!

(Graves Records)
Voto: 75

Scrimshank - Se Guardi nell'Abisso


Devo essere sincero: mi avvicino sempre con un certo mix di paura, perplessità, talvolta riluttanza ai cd cantati interamente in italiano perché trovo sempre che la nostra lingua ben poco si adatti a sonorità estreme. Con grande piacere però mi lascio lentamente avvinghiare la mente dal lavoro di questi semisconosciuti Scrimshank che fin dall’iniziale “Al Nulla Devoto”, mi colpiscono per l’utilizzo delle vocals, growling (chiarissime nella loro interpretazione) e voci un po’ più pulite. Segue “Ave Oblio” e il risultato non cambia di una virgola, con il sound che viaggia sui binari del thrash death influenzati dai grandi nomi del thrash americano, Testament su tutti, e poi inevitabilmente per un grande fan come me dei mai troppo compianti IN.SI.DIA, ecco rimembrare i fasti del thrash anni ’90 della band bresciana che urlava a squarciagola tutto il proprio dissapore per la società e la chiesa cattolica. Il sound dei nostri certo non potrà impressionare i vecchi fan di questo genere (ne abbiamo sentite davvero di tutti colori in questo genere) e forse tanto meno potrà colpire i fan più giovani troppo presi dalle sonorità metalcore dell’ultima ora. Insomma, mi duole dirlo ma credo che questo cd scivolerà nell’oblio assai velocemente nonostante il thrash si fonda con alcune reminescenze più tipicamente heavy classic. Ecco forse il problema di “Se Guardi nell’Abisso” è di essere uscito con un ritardo di quasi un ventennio dai lavori che hanno reso grande il genere. Peccato davvero, perché se anziché essere il 2010, fosse stato il 1992, questa release avrebbe goduto di grande interesse. Ahimè ormai fuori moda… (Francesco Scarci)

(Quarto Piano Records)
Voto: 65