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mercoledì 25 marzo 2026

Cave Dweller – Showing Teeth

#PER CHI AMA: Black/Sludge/Folk
Il menestrello oscuro del Massachusetts è tornato con un disco che conferma la sua geniale originalità. Perseguendo le strade del suo stile unico e profumato di odori intensi, di natura ostica e selvaggia, fonde una forte componente spirituale con alternative country, post doom e black metal minimale dai rintocchi rituali. Apre le danze la lunga "The Savage Face of Tekoa", progressiva corsa che passa da un leggero folk recitato ad un sound figlio dei Melvins e dei Cathedral più criptici, con una ritmica pesantissima forte di un riff marmoreo ad elevata capacità di assimilazione per l'ascoltatore (una vera goduria per le orecchie), per finire in un doom atmosferico dal riff ciclico e ipnotico, che chiude con una coda figlia di un sound ridotto all'osso ma decisamente d'estrazione grunge. Le tracce sono di media molto lunghe e in sette formano un disco che nella sua totalità supera i 40 minuti, mentre il sound nella sua complessità, risulta tanto e deliziosamente sotterraneo, ipnotico, cavernoso e rude, ma estremamente attraente e, pur non lasciando mai il legame con quel senso di natura primordiale, per certi aspetti, è anche circondato da un certo tipo di feeling avanguardistico evoluto, scarnificato, visionario e secco come un ramo d'autunno privo di foglie. "Appalachian Alchemy" è letteralmente disarmante per il suo letale bagliore verso l'infinito, deflagrante, con al suo interno, un ponte folk, flauto e chitarra cristallina, a creare un'immagine surreale di via di fuga verso un cosmo violento ma protettivo. La ricerca sonora di Adam R. Bryant, ex membro della band post-black metal americana Pando, con all'attivo un sacco di altri progetti, si avvale di innumerevoli rumori e suoni di sottofondo, che rendono le sue opere particolarmente interessanti, sporche ed evocative, veri e propri campi di battaglia mentali per l'equilibrio umano. Come nei nove minuti di "Sunrise Offering (The Valley as an Altar)", dove una rumorosa ritmica in lontananza crea un mood sonoro soffocante, dalle evidenti sfumature esoteric black, sviluppandosi poi in pura rumoristica d'ambiente, sperimentale a dir poco, inquietante, con una chiusura mistica governata da percussioni rituali prese in prestito dalla world music più tribale. "Amanita Bisporigera" è il nome di un fungo del nord America, chiamato anche l'angelo distruttore, estremamente letale per l'uomo, ma anche il titolo dell'allucinata traccia più corta dell'album, che al suo interno al minuto 1:30, si avvale di un breve stacco inaspettato che riporta in vita la forza d'impatto delle prime note gelide di "Bela Lugosi's Dead", per poi aprirsi ad un esperimento cacofonico con un organo in sottofondo, altrettanto inaspettato, che gela il sangue, dando un nuovo significato mistico all'occult metal. Il finale è affidato al brano dal titolo "Panacea", dove Cave Dweller, torna ad esplorare le terre sconfinate dell'alternative country più buio e intimo, con un recitato dai canoni teatrali, pieno di effetti e doppie voci, rumori pesanti, rarefatti, e dal sapore quasi industrial/drone, a fotografare una foresta di ferro e acciaio, per un effetto cinematografico raggelante e tanto suggestivo, dal significato inequivocabile, dove solo la simbiosi con la natura può essere la cura di tutti i mali dell'essere umano. 'Showing Teeth' alla fine è un viaggio sonoro che conferma una figura artistica che disarciona i generi musicali più estremi, scomponendoli e filtrandoli con una sensibilità ignota ad altri artisti, un'enfasi folk apocalittica che rende questo musicista underground unico nel suo genere. Splendido album. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

giovedì 9 marzo 2023

Cave Dweller - Invocations

#PER CHI AMA: Noise/Ambient/Dark
Il nuovo album di Cave Dweller, ovvero Adam R. Bryant, ex membro della band post black metal americana Pando, è stato concepito come una lunga colonna sonora, con l'idea stessa di emanare una visione simbolica del rapporto che lega l'uomo alla spiritualità della natura. Un concetto profondamente radicato tra le note della musica di questo uomo delle caverne, che si fa notare fin dal significato del moniker scelto dall'autore stesso. Le danze si aprono con una voce che recita sopra una rarefatta base, acustico ambientale ("An Invitation"), morbida ed eterea per proseguire nella oscura parvenza di "To Accept the Shadow", che ricorda le trame delle musiche più cerebrali dei Virgin Prunes (vedi la splendida raccolta 'Over the Rainbow'), con un piano nostalgico e amaro a condurre le musica, per poi finire a deragliare su di un finale dark/ambient, con la presenza ritmica di una percussione metallica, che sonda i terreni dei lavori, tutti da scoprire, del progetto mistico/ambient russo, Enoia. Da qui, si viene traghettati in modo naturale, verso la splendida "Bird Song". Questo brano era già presente nel precedente ottimo EP, 'Between Worlds', ed è una traccia che vanta un cantato fragile, drammatico ed epico, con una chitarra solitaria dall'animo grigio e un'evoluzione in stile folk black, che fa riscoprire tutta la forza artistica di questo atipico menestrello del Massachusetts. L'arte di Cave Dweller è sotterranea, rurale fino al midollo, criptica, sperimentale e la si apprezza solo se si colgono i dettagli di registrazioni fatte con smartphone, rumori, fruscii e suoni non convenzionali, particolari sparsi un po' ovunque con genialità e la consapevolezza di creare qualcosa di profondamente evocativo. Un'opera di 44 minuti che evolve le sperimentazioni dell'autore in vari ambiti, folk apocalittico, ambient, alternative country, neofolk, senza prendere a prestito niente da nessuno, per un viaggio personale e originale. Suoni d'ambiente, uccelli in sottofondo, gabbiani, noise, oppure una tiepida batteria di matrice jazz, per rendere più accessibile la ballata noir, minimalista, "Entelechy". Un sound tribale e oscuro, con conseguente esplosione black industriale, nello stile della sua precedente band, dona con vigore, una facciata ipnotica e cosmica al lungo brano intitolato "Mirror". Ma la differenza in chiave di bellezza estrema, la troviamo nella canzone conclusiva intitolata "Solastalgia", dove il solo campione di voce simil lirica/sciamanica, che persiste in sottofondo di tutta la traccia, fa onore all'arte di questo musicista unico e impareggiabile nella sua esplicita arte sonora isolazionista, fredda, rumorista e lo-fi, contornata da psichedelia cosmica ed un cristallino folk, con uno spirito etnico proveniente da qualche sistema solare sconosciuto, che rievoca un vero e proprio risveglio interiore. Un album in veste concettuale, che rispecchia un po' la forma del gioiello sonoro quale fu, 'The Inspiration of William Blake' di Jah Wobble, ovviamente da accostare solo come intuizione compositiva, non come stile musicale, visto che i due artisti sono agli antipodi stilistici, ma convergono entrambi per una libertà d'espressione molto proficua. 'Invocations' è stato creato e mixato dallo stesso Bryant in un arco di tempo piuttosto lungo, tra il 2018 e il 2021, e si presenta come un resoconto del suo percorso sonoro, quindi da considerarsi come una specie di diario di bordo delle sperimentazioni che hanno dato vita al primo splendido album del 2019 (sotto il titolo 'Walter Goodman – or the Empty Cabin in the Woods') e l'EP sopracitato del 2021. Una musica intimista tutta da scoprire ed apprezzare, per cui consiglio di ascoltare prima questa raccolta introduttiva, per poi passare in ordine temporale, alle altre due ottime opere di questo valido autore. (Bob Stoner)

lunedì 21 dicembre 2020

Cave Dweller - Walter Goodman (or the Empty Cabin in the Woods)

#PER CHI AMA: Neofolk/Psych
Sono dieci i brani che compaiono in quest'album di debutto in qualità di solista, del musicista americano Adam R. Bryant. Uscito con il nome di Cave Dweller (da non confondere con altri, omonimi progetti sparsi per il web), già mastermind e componente effettivo della band post industrial, Pando, Mr Bryant ne evolve il concetto musicale, spostandolo decisamente verso le terre sconfinate del neofolk. Dieci canzoni immerse nelle nebbie mattutine, notti insonni e spazi aperti di natura incontaminata tra i paesaggi del Massachusetts. Storie che parlano di solitudini e disordini mentali, malattie, affrontate con il tono solenne del folk apocalittico ("Ancestor"), dell'alternative country filtrato dalla più buia espressività del dark e dell'alternative più rumoroso ("Why He Kept the Car Running"). La ballata nello stile di David J, soffocata da rumori d'ambiente, cicale, uccelli, fruscii, registrazioni in finto low-fi, una sorta di Burzum in veste di menestrello folk, imbevuto nello shoegaze, che a suon di chitarre acustiche mescola la selvaggia libertà di 'Into the Wild' con certo noise minimale e sperimentale, tanto caro ai Death in June. 'Walter Goodman (or the Empty Cabin in the Woods)' è un disco intimo e frastagliato, che riporta alla mente proprio l'album del 2016, 'Negligible Senescence', degli stessi Pando, con una ricercata vena poetica di base che si snoda lungo tutte le tracce. A volte si sentono echi post rock ma il suono è scarno, acustico e pieno di interferenze, anche il folk psichedelico appare tra le fila, ma il buio lo anima e lo rende tragico, mai spensierato, spesso ipnotico, malinconico, a volte persino evanescente, quasi ad inseguire un suono fantasma che ammalia, rapisce e sconcerta ("Where Trees Whispers"). Parti recitate e rumori d'ambiente inquietanti, disseminate ovunque ("Upon These Tracks"), registrati con smartphone e qualche altro aggeggio anomalo. Allucinazione e un senso di angoscia che si trasforma nei quattro brani conclusivi, spostandosi verso una tenue luminosità quasi pastorale con il coro di "The Secret Self", la cavalcata, alla Hugo Race (tipo 'Caffeine Sessions 2010'), tra country e synth wave cosmico di "Your Feral Teeth", lo strumentale dal solitario e rallentato passo bluegrass con il sottofondo di gabbiani e mare di "Bliss" ed il finale (con l'inizio che ha la stessa intensità della splendida "October" degli U2) lasciato ai rintocchi di piano di "To Return", segnano il battito di un disco non convenzionale, pieno di paesaggi in chiaroscuro tutti da scoprire, un viaggio insolito nel mondo di un folk parallelo, assai personale, intimo e nero come la pece, votato alla pura espressività poetica, per certi aspetti coraggioso ed innovativo. Una nuova veste per il neofolk a stelle e strisce. (Bob Stoner)