Francesco Scarci
Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising
Trelldom - ...By the Word...
Gravity Sparks - The Dying Room
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Death8699
Moonspell - Night Eternal
Sepultura - Beneath The Remains
Sepultura - Arise
domenica 31 maggio 2026
venerdì 29 maggio 2026
Palmer Generator - Corpo Celeste
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| #PER CHI AMA: Post Rock Strumentale |
I Palm Generator sono una band che non si dimentica facilmente. Composta da padre, figlio e zio, questa formazione marchigiana rappresenta un raro esempio di intima alchimia famigliare tradotta in musica. Il loro nuovo album, 'Corpo Celeste', prosegue lungo la scia stilistica a cui ci hanno abituato in passato: un percorso diviso in quattro movimenti distinti, dove melodie ipnotiche, sinfonie cosmiche e atmosfere cinematiche, si fondono per dar vita a un’esperienza musicale intensa e immersiva. Sin dal primo brano, "Corpo Celeste I", il trio ci conduce per mano verso un viaggio sonoro che sembra esplorare l’infinito. In questo pezzo, lo spazio tra una nota e l’altra si dilata magistralmente, fino a disorientarci e farci perdere qualsiasi punto di riferimento. Le chitarre e le percussioni s'intrecciano in strati che crescono lentamente, quasi con una pazienza monacale, oscillanti tra eco vibranti post-rock e una psichedelia profonda e oscura, simile alla sensazione di guardare attraverso un telescopio puntato verso il nulla. Non c'è però da aspettarsi svolte stilistiche clamorose rispetto ai lavori precedenti. La band rimane fedele al suo caratteristico sound onirico e introspettivo, dimostrando ancora una volta, una sorprendente capacità interpretativa nel mesmerizzare l'ascoltatore. Ovvio, se state cercando il ritornello da canticchiare in macchina, vi trovate decisamente nel posto sbagliato: questa è musica per chi cerca un’esperienza più complessa e meditativa. 'Corpo Celeste' richiede disciplina e un ascolto consapevole, magari al buio, in quel momento sospeso in cui il mondo non esercita più pretese e ci lascia finalmente liberi di perderci. Arriviamo a "Interludio", un ponte estatico, di quasi sette minuti, che ci accompagna attraverso le sue trame lisergiche, in una transizione fluida verso il terzo movimento, "Corpo Celeste II". Qui ci attendono altri dieci minuti di armonie meditative capaci di farci sentire sospesi a metà tra la terra e l'ignoto. Il viaggio si chiude con "Coda", ultima traccia di un album che con i suoi suoni profondamente contemplativi, sembra quasi condurci in una lezione di yoga intergalattica. 'Corpo Celeste' è alla fine un disco da esplorare senza fretta, per palati raffinati e anime sognanti, perfetto per chi ama immergersi in atmosfere avvolgenti e concettuali. (Francesco Scarci)
(Bloody Sound - 2026)
Voto: 74
mercoledì 27 maggio 2026
Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising
Ascolta "Dimmu Borgir_Grand Serpent Rising" su Spreaker.
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| #PER CHI AMA: Symph Black |
C’è una strana forma di rassegnazione che ti assale quando aspetti qualcosa per otto anni, che ti fa guardare il cielo sperando di veder comparire di nuovo un lampo familiare, pur sapendo che, molto probabilmente, vedrai invece le solite nuvole grigie. Quando i Dimmu Borgir hanno annunciato l’uscita di 'Grand Serpent Rising', ero eccitato e preoccupato al tempo stesso, quasi stessi sentendo quella vecchia cicatrice ricominciare a prudere. Mi sono chiesto se ci fosse ancora del veleno in corpo alla band che aveva ridefinito i confini del symphonic black metal più di trent'anni fa, o se la proposta della band seguisse le orme del deludente 'Eonian'. La risposta, purtroppo, non è un urlo trionfale, ma un monumentale lavoro lungo 69 minuti che riflette una volontà tanto ambiziosa quanto poi in realtà , discontinua. Ascoltando la nuova release dell'ensemble norvegese si ha come l'impressione di camminare tra le stanze di un castello immenso, dove i corridoi cercano disperatamente di evocare i fasti di un tempo, mentre i saloni principali restano schiacciati sotto il peso di una pomposità barocca e teatrale. La produzione è al solito, un muro di suoni stratificati, una cattedrale di tastiere, sezioni orchestrali e frangenti gotici. Eppure, proprio quest'abbondanza finisce per essere la zavorra del disco: c'è infatti troppa materia che allunga il brodo, troppe composizioni, soprattutto nella seconda metà del disco, che accumulano quella percezione di già sentito, disperdendo quella tensione emotiva che un tempo toglieva il fiato. Quando parte "Ascent", mi sono illuminato nell'ascoltare un sound quasi miracoloso, tra la brutalità primordiale e la grandeur orchestrale, un qualcosa che la band non scriveva da anni. Tuttavia è già dal brano successivo, "As Seen in the Unseen", che non mi è chiaro dove i nostri vogliano andare a parare; sembra manchi la convinzione dei giorni migliori, forse per quel costante desiderio di inseguire un'atmosfera che sembra voglia stemperare la furia dei nostri, nel tentativo di accontentare un po' tutti. Non sono affatto male gli arrangiamenti ma, si c'è sempre un ma, che rende l'ascolto poco a fuoco. Arriva "The Qryptfarer", e qui l'uso delle keys torna a tessere quelle trame raffinate che evocano lontanamente 'Enthrone Darkness Triumphant', ma che poi si perdono in una ridondanza ritmica quasi fastidiosa. E sta proprio qui il canovaccio di un disco che vede ogni suo brano partire alla grande, ma che finisce poi di perdersi nelle labirintiche trame di un qualcosa che puzza di una prevedibilità da manuale, che sa più di conservazione che di vera urgenza artistica. Non è un disastro, sia chiaro, le qualità degli scandinavi rimangono intatte, ma sembra che ci sia una svogliatezza di fondo dalla quale i Dimmu Borgir stentano a riprendersi. Non siamo di fronte al crollo di un impero, ma piuttosto alla sua lenta, maestosa burocratizzazione. (Francesco Scarci)
(Nuclear Blast - 2026)
Voto: 66
martedì 26 maggio 2026
Gravity Sparks - The Dying Room
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| #PER CHI AMA: Alternative Rock |
Avete presente quel momento, nel cuore della notte, in cui ogni minimo scricchiolio della casa sembra amplificare i pensieri? Ti rigiri tra le coperte e ti rendi conto che non stai cercando il sonno, ma una risposta. Ecco, a me capita ogni notte, ed è proprio in questa penombra dell'anima che si sistemano i Gravity Sparks e il loro EP 'The Dying Room'. Si tratta di un lavoro di alternative rock che genera una tensione sottopelle sin dal suo lungo epilogo, una malinconia narrativa che non ha certo bisogno di urlare per farsi sentire. "Epilogue" è quindi molto convincente sebbene i suoi tratti strumentali, ma è con "Call Me" che la band ci spinge a scavare ulteriormente nel nostro io interiore e lo fa attraverso i vocalizzi delicati del frontman e a un suono che miscela prog, rock, alternative con un approccio crepuscolare, onirico che evoca stanze chiuse, confessioni sussurrate a denti stretti e scadenze interiori. Il sound dei nostri, di cui non ho trovato fondamentalmente alcuna informazione in rete, induce un brivido familiare, una nudità emotiva che fa quasi male, grazie soprattutto alla voce del cantante che nella title track si fa ancor più intima. "Waiting for the Death" prosegue lungo questo filo invisibile, che si dipana attraverso caratteristiche musicali assimilabili ai polacchi Riverside o alle cose più introspettive degli Anathema. 'The Dying Room' è un lavoro piacevole, forse troppo breve (20 minuti in cinque brani), dedicato a chi sa perfettamente cosa significhi sentirsi vulnerabili e, per una volta, decide di non vergognarsene e anzi, si mette a nudo (e la conclusiva "Naked" ne è il manifesto). Alla fine, il silenzio che resta dopo l'ultima nota non è vuoto, è solo il posto in cui le nostre paure hanno finalmente smesso di fare rumore. (Francesco Scarci)
(Self - 2025)
Voto: 72
lunedì 25 maggio 2026
Artillery - Made in Hell
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| #PER CHI AMA: Thrash Metal |
Il tempo non cancella nulla, si limita a stratificarsi sopra le cose, come la polvere sugli scaffali. Te ne stai a guardare un’uscita discografica e pensi quanti inverni sono passati da quando certe formule sembravano l'unica risposta possibile al rumore del mondo. Con gli Artillery dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di ben 44 anni: era il 1982 infatti, quando il quintetto di Taastrup si formava. Da allora, la band danese ha macinato parecchi chilometri e riff senza cercare troppe rivoluzioni, evitando anche quella patetica rincorsa alla giovinezza che spesso rende i veterani una caricatura di se stessi. Se ne escono cosi con questo EP, 'Made in Hell', un dischetto che mette insieme due canzoni nuove di zecca, una rilettura del passato ("Into the Universe", estratto dal mitico 'Fear of Tomorrow') e un pezzo registrato dal vivo ("The Almighty"). Diamo un ascolto ai primi due, la vera novità quest'oggi: la title track apre con echi che mi hanno riportato a 'Master of Puppets', muovendosi sui binari di un thrash metal dotato di un suono secco, frontale, e che non ha bisogno di troppi trucchi per farsi spazio nel petto di chi ascolta. I nuovi membri, il cantante Martin Steene, il chitarrista René Loua e il batterista Frederik Kjelstrup Hansen, mantengono intatta quella precisione chirurgica che da sempre è il marchio di fabbrica degli Artillery. Analogamente, "Ghost in the Machine" fa il suo, proponendo un suono che sembra virare in territori quasi più oscuri, un ponte gettato tra ciò che è stato e ciò che forse sarà , che ha il pregio di mantenere comunque intatto il DNA dei nostri. "Into the Universe" è uno degli inni per eccellenza della band, un brano che ho amato alla follia fin dal primo ascolto, per quella capacità di intersecare linee di chitarra e basso, seppellendo in sottofondo la batteria. "The Almighty", registrata a Roskilde nel 2024, anch'esso presente nel debut dei danesi, è una dimostrazione di quanto anche dal vivo, i cinque musicisti nordici siano davvero potenti. Alla fine, questo EP è dedicato a chi sa che il passato non è un posto in cui tornare, ma una radice profonda da cui continuare a trarre linfa. (Francesco Scarci)
(Mighty Music - 2026)
Voto: 70
domenica 24 maggio 2026
Death Dies - Maledicti in Aeternvm
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| #FOR FANS OF: Black/Dungeon Synth |
Founded in 1995 by Demian De Saba and Samael Von Martin, Death Dies was created as a more visceral and aggressive counterpart of the legendary band Evol, which fused black metal with dungeon synth. Both musicians wanted to create a fiercer band where aggression could play an absolutely dominant role. After the dissolution of Evol, they could concentrate exclusively on this newer project and started to release albums at a more constant pace. As often happens with similar projects, frequent line-up changes alongside the musicians' various side-projects led to a subsequent decrease in the number of albums that Death Dies released.
Fortunately for the project’s future perspective, the band seems to have found its stability now. Following their 2023 release, Death Dies is back with a new opus entitled 'Maledicti in Aeternvm', a short yet engaging release that keeps the project’s core sound intact. Death Dies plays a straightforward form of black metal, speedy, aggressive, and pulling no punches. As you can imagine, fast and short tracks are highly common throughout the whole record. The album opener, "Il Bosco Siamo Noi", is a fine example of this: a short, vivid, and ferocious track which still leaves room for a melodic touch in certain riffs, a feature that I truly appreciate as it enriches the song. Another characteristic I find satisfying are the occasional atmospheric touches that the band introduces as a background ambience, adding an additional layer to the composition and therefore heightening it. This is a quite common resource that the band uses in different tracks like "Asmodevs" or the excellent "Carmina Trivmphalia", among others.
Pace-wise this record is, as aforementioned, mainly fast. Tempo changes are not remarkably abundant, although the listener will find them here and there. Quick songs like ‘Trivia Soteria’ still feature some tempo variations while keeping up with the speedy tone. This is a welcome change and an effort that benefits the final result. "La Casa de Diaol" is perhaps the most distinct track thanks to its mid-tempo nature and backing vocals, which create a calmer and more solemn composition that I consider highly enjoyable. This successful approach is also used in the heavier track "Patavinorvm Tyrannys", where the band effectively combines the widespread speedy brutality with a mid-tempo majesty, creating what is probably the best track of this album.
'Maledicti in Aeternvm' is certainly a compelling album for those who enjoy honest, straightforward black metal. The atmospheric touches already present throughout the record, along with a greater variety in the pacing of the songs, are elements the band should take into consideration and continue to explore in order to move forward and craft something truly distinctive. Even so, this album already feels like a solid step in that direction, as I have genuinely enjoyed it. (Alain González Artola)
(My Kingdom Music - 2026)
Score: 75
venerdì 22 maggio 2026
Vertige – Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!
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| #PER CHI AMA: Post Black |
Pubblicato il 6 aprile, a soli tre giorni di distanza da un altro suo lavoro altrettanto viscerale ('Chute-Libre'), 'Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!' è un titolo che morde. "Prendete gli avanzi, non bisogna sprecare!". Sembra quasi un invito rivolto a chi ci ha consumati, un gesto beffardo di chi, invece di elemosinare pietà , ti sbatte in faccia i propri scarti e ti sfida a farne qualcosa. È un black metal atmosferico che trasuda nelle sue note, una solitudine tutta umana. Sotto lo pseudonimo di Vertige, ecco riemergere Brouillard, la poliedrica artista francese (vero nome Marie) che abbiamo già incontrato in passato. Solo tre pezzi in questo EP, tre movimenti che scavano dentro l'anima, espandendosi come una macchia d'inchiostro su un foglio bianco. Si parte con "Écharpé", una ferita aperta che non cerca di rimarginarsi, ma si limita a presentarsi nella sua totale nudità black lo-fi, con suoni compassati, grim vocals paragonabili alla carta vetrata che striscia sulla carrozzeria di un'automobile e, le immancabili, atmosfere angoscianti. Poi arriva "Réchappé", e qui il ritmo sembra cambiare: è la cronaca di una sopravvivenza faticosa, costruita nota dopo nota, su un'iniziale malinconica chitarra acustica, che cederà poi il passo a una più lacerante linea di chitarra elettrica, tra vocals eteree in sottofondo e lo screaming della polistrumentista in primo piano, tra momenti più lenti ad accelerazioni più disperate. Infine, gli otto minuti abbondanti di "Vengeance". Un altro minuto di suoni delicati e poi il martellante post black di Marie a gridare vendetta. Questa è musica che sembra fatta per essere scoperta per caso, in un pomeriggio piovoso, quando si è troppo stanchi per fingere che tutto vada bene. È un invito a raccogliere i pezzi, anche se sono rotti, anche se sono "avanzi". Perché in quegli scarti, in quello che gli altri hanno scartato, si nasconde la versione più vera di noi stessi, quella che non ha più paura di restare nell'ombra. (Francesco Scarci)
(Transcendance - 2026)
Voto: 64
mercoledì 20 maggio 2026
Taxology - A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology
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| #PER CHI AMA: Instrumental Psichedelia |
'A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology' è la porta d'ingresso per il visionario mondo dei Taxology. Il disco segna il debutto su lunga distanza del duo di polistrumentisti originario di Taranto, attraverso un corposo viaggio di ben 15 brani, che è però assai distante dalle sponde del metal che solitamente frequentiamo. Quello che ci apprestiamo ad ascoltare infatti, sembra più qualcosa ideale per quei pomeriggi in cui la mente, stanca del solito rumore quotidiano, comincia a cercare un ordine diverso nelle cose, una logica che non sia quella dei doveri o delle scadenze, ma qualcosa di più profondo, quasi sotterraneo. Vi guardate intorno con la necessità di perdere ogni punto di riferimento tradizionale, per scivolare in un luogo dove le regole della fisica e della logica comune, sembrano sospese. Ecco cosa ci si para davanti, una raccolta di brani e intermezzi scientifici, da consumare distrattamente, magari con un bel cocktail in una mano e una canna (anzi Cannabis sativa), nell'altra. Cerchiamo di essere precisi visto che i titoli dei brani riprendono la nomenclatura botanica. "Azadirachta Excelsa", "Mandragora Caulescens" e "Aceranthus Sagittatus" sembrano estratti direttamente dalle pagine ingiallite di un vecchio manuale di medicina medievale o di botanica occulta, mentre il sound ci conduce attraverso atmosfere soffuse, ipnotiche e cinematiche, il tutto rigorosamente in veste strumentale. L'ascolto sottolinea inoltre come la proposta dei due artisti tarantini, misceli sonorità vintage con suoni più contemporanei, anche se a prevalere è sicuramente la prima. La psichedelia si fonde con pulsioni funk, break atmosferici e frammenti orchestrali. Beh, tutto molto bello ma dopo un po', se l'ascolto si fa più attento, per il sottoscritto diventa un filo noioso. Rimane il diktat iniziale allora, ossia di un ascolto distratto, per meglio assaporare le atmosfere caleidoscopiche messe in scena dai due autori in una sorta di jam session botanica. Se dovessi pensare a delle band con tratti similari, il primo nome che mi viene in mente è quello degli Eterea Post Bong Band, anche se quest'ultimi sono decisamente più vivaci dei Taxology. È un debutto eccentrico, coraggioso, perfetto per quelle serate in cui la solitudine smette di pesare e diventa lo spazio ideale per prenderci cura del nostro piccolo bonsai. (Francesco Scarci)
(NOS Records - 2026)
Voto: 68
lunedì 18 maggio 2026
Design - Faithless
Ascolta "Design - Faithless" su Spreaker.
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| #PER CHI AMA: Post-Punk/Industrial |
Da un paio d'anni mi sono avvicinato al post-punk, quindi per me è stato piacevole recensire 'Faithless', terzo album dei marchigiani Design. Non li conoscevo, devo ammetterlo, ma la proposta del quartetto, per quanto poco affabile, si muove in territori che intrecciano post-punk, industrial, darkwave e alternative rock. Quando fate partire il disco, vi immergerete subito nelle atmosfere oscure della title track, capendo che qui non stiamo parlando di metal, quello dei riff d'acciaio e della doppia cassa che ti prende allo stomaco; eppure, c’è un filo invisibile, una densità fatta di chiaroscuri e di silenzi pesanti, che unisce questo lavoro all'estremismo emotivo più nero. I Design si muovono su un crinale scosceso: in "Cold War", il post-punk si scontra con la coldwave e l'elettronica in sottofondo, non credo serva a far ballare, semmai a dare un ritmo regolare al brano, che ho immediatamente eletto come il mio preferito del disco, forse anche per una piega decisamente internazionale che avvicina i nostri a realtà ben più affermate del panorama musicale. Proseguendo nell'ascolto di "Sweet Surrender", delle sue evocative linee di basso e dei suoi testi che vedono una "dolce resa" come un atto di libertà e sopravvivenza emotiva, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è proprio un gioiellino, da mettere accanto alla mia collezione fatta di Secret Cameras, Talk to Her e The Slow Readers Club, anche se tutti questi suonano decisamente più commerciali rispetto alla band di quest'oggi. "Deep Dive" è una discesa negli abissi della propria anima, e l'inquietudine sonora creata dai Design mira a toccare esattamente quel nervo scoperto che teniamo nascosto anche a noi stessi. Il suono sembra farsi ulteriormente più cupo in "Blame", con la voce del frontman, sempre notevole dall'inizio alla fine, qui meno "accogliente" rispetto agli standard, stemperata comunque da un coro che sembra voler quasi donare un tocco etereo al brano. Un interludio strumentale e poi è il momento dei "Evil Eye", un pezzo che parla della rottura di un legame tossico e forse per questo, si percepisce una bella dose di rabbia nelle distorsioni sonore e nel graffio vocale. Il disco prosegue ancora per altri quattro pezzi, tra l'industrialoide ("Keyhole") e l'alternative ("The Belly of the Whale"), e il risultato non cambia poi di molto. Non c'è la pretesa di inventare un linguaggio nuovo, ma c'è la dignità di chi usa le vecchie parole della darkwave per scrivere una lettera d'addio estremamente contemporanea. (Francesco Scarci)
(Overdub Recordings - 2026)
Voto: 75
sabato 16 maggio 2026
Mauser - Casualties of War
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| #PER CHI AMA: Thrash/Death |
'Casualties of War' è l'EP d’esordio dei polacchi Mauser, un concentrato di thrash/death metal, sfornato all'inizio di quest'anno, che rimanda nel suo titolo, al film di Brian de Palma del 1989 (in Italia 'Vittime di Guerra'). Sei brani per quasi 25 minuti di musica che promettono un assalto sporco, bellico e piuttosto classico, per una miscela di ferocia e ignoranza controllata, espressa con la stessa grazia di una scheggia di metallo che riga una carrozzeria pulita. Ovviamente, sotto queste premesse, potrete immaginare come la proposta della one-man band di Cracovia, guidata da Krzysztof Leja, non brilli certo in originalità , ma anzi ci consenta di fare un bel tuffo indietro nel tempo a ripescare vecchie gloriose band del passato. Superato l'inquietante preludio, ecco andare a sbattere contro "Tiger I", che mette subito in chiaro come il mastermind polacco, aiutato da altri musicisti della scena, voglia affrontare le cose: il muro thrash death evoca immediatamente trincee, fango e luoghi dove l'essere umano è ridotto a pura materia sacrificabile. Krzysztof si è caricato il peso delle chitarre sulle spalle, lasciando a Tymon Wiekiera il controllo del microfono e di quel suo growling corrosivo. Nella successiva "You Can't Save Me", emerge una strana e geometrica linea musicale, una di quelle che sembra stritolarti nelle corde di chitarra e basso, mentre la batteria ogni tanto, esplode dardi nel cielo, in una cavalcata comunque che ha il suo fascino, pur evocando palesemente spettri di fine anni '80. Apprezzabile quindi il tentativo dei nostri di provare a fornire una rilettura dei vecchi classici, attraverso i propri brani: "Obscene as a Cancer" è una dimostrazione di nichilismo viscerale in salsa thrash, che non rinuncia a qualche graffiante assolo. "Ripping Guts" è forse il pezzo più devastante, con blast-beat indemoniati, ritmi frenetici alternati a suoni più compassati, per quello che alla fine risulterà essere il pezzo più monolitico del dischetto. A chiudere, "Kill or Help Us!" suona meno come il titolo di una canzone e più come l'ultimo messaggio radio inviato da un avamposto dimenticato da Dio, l'ultimo esempio di un lavoro che non si prefigge certo di cambiare le sorti del thrash/death con velleità avanguardistiche, ma semmai di odorare di cenere e polvere da sparo, e rappresentare il lavoro ideale per chi cerca ancora quella sensazione di suoni primitivi, che la musica mainstream ha dimenticato di poter offrire. (Francesco Scarci)
(Hagalaz Label - 2026)
Voto: 68
Architects of Aeon - Dead Dreamer
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| #PER CHI AMA: Death/Doom |
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)
(Self - 2026)
Voto: 67
giovedì 14 maggio 2026
Scythe of Mephisto – Till Life do Us Part
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| #PER CHI AMA: Epic Black |
C’è un momento preciso, quando la luce del giorno si arrende all'oscurità e al freddo della notte: è in questo esatto istante che dovreste far scorrere i quasi diciannove minuti di 'Till Life do Us Part', opera prima degli italiani Scythe of Mephisto. Sebbene arrivino da Novara, la loro anima abita chiaramente tra le foreste svedesi degli anni '90 (in compagnia di ciò che rimane dei Dissection e dei Lord Belial?). Il loro debut è un’incisione rapida, una reinterpretazione del black melodico delle band sopracitate, all'insegna di un sound che è insieme tagliente e profondo: le chitarre non gracchiano, ma tagliano l'aria come vetro rotto, sostenute da una sezione ritmica che non si limita a picchiare, ma costruisce architetture di tensione pura attraverso blast-beat e passaggi quasi epici. Niente di nuovo sia chiaro, ma la proposta del duo ha comunque il suo fascino. La voce di Qayin è uno screaming urticante, una sorta di preghiera rovesciata che parla di occultismo e satanismo anti-cosmico. L’apertura affidata a "Moonlight over Babylon" è una discesa ripida verso un abisso senza luce, tra linee di chitarra epiche, mid-tempo che si contrappongono a rasoiate furiose, e momenti più atmosferici. Proprio questi ti prendono per mano con melodie quasi malinconiche, per poi lasciarti cadere nel vuoto di "Bloodstained Sacrifice", li dove il ghiaccio viene a contatto col fuoco, sprigionando una forza devastante di black metal old-school. Ma è nella terza traccia, "Chants of Qayin", che la band rivela la sua vera statura: sei minuti abbondanti in cui la narrazione si fa più ampia, il respiro più pesante e l'evoluzione armonica delle chitarre e di quel basso pulsante in sottofondo, ti portano verso un climax che non risolve, ma lascia sospesi. (Francesco Scarci)
(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 70
martedì 12 maggio 2026
Hexcastle - The Hexcastle
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| #PER CHI AMA: Raw Black/Dungeon Synth |
Il tempo è un giudice severo si sa, ma talvolta anche distratto, uno che lascia cadere tra le crepe della memoria alcuni lavori che meriterebbero un pizzico di attenzione in più. Quando nel 2022 Lucifero Errantis Bellator, artefice solitario dietro al progetto messicano Hexcastle, consegnò al mondo queste nove tracce, lo fece nel silenzio quasi assoluto, quello di una manciata di musicassette. Eppure, c’è un motivo se nel 2026, la Flowing Downward ha pensato di ridare visibilità , con un bel vinile, a questo fantasma. Ascoltare 'The Hexcastle' è infatti come varcare la soglia di una castello in rovina, infestato di spettri. E non è solo l'organo di "Funeral Mist" a darci questa sensazione ma tutto un insieme in cui non c’è nulla di moderno, nulla di patinato. Il suono è lo-fi e lo si evince immediatamente quando "The Hex Castle" si palesa nel mio stereo, per una scelta estetica deliberata, una nebbia che avvolge le chitarre per proteggerle dalla luce del sole. Un nichilismo che guarda dritto negli occhi la seconda ondata black norvegese, con una sensibilità , tuttavia, diversa, più densa, quasi rituale. Non solo black però, visto che Bellator ha pensato di arricchire la propria proposta anche con pezzi dungeon synth ("Ancient Shadow", "The Fallen" e qualche altro momento di ambient neoclassica che non è un semplice riempitivo), cosi da completare il raw black più feroce (penso all'assalto frontale di "Profane Ritual" o la più controllata "Chaotic Boreal Paganism") del polistrumentista messicano. Questo disco non è solo musica, è un luogo dove rifugiarsi quando il mondo fuori diventa troppo luminoso e superficiale per essere sopportato. È la prova che alcune storie, per quanto oscure e nascoste, trovano sempre il modo di tornare a galla, perché il vuoto che colmano, è lo stesso che portiamo dentro noi stessi. (Francesco Scarci)
(Canti Eretici/Flowing Downward - 2022/2026)
Voto: 66
domenica 10 maggio 2026
Dewichor - No Tomorrow
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| #PER CHI AMA: Epic Black |
La Russia si conferma luogo che mastica il black metal e lo sputa fuori sotto forma di melodia disperata. Non è la raffinatezza barocca di certe produzioni nordeuropee, né il rumore bianco e indistinto di chi cerca di nascondere la mancanza di idee dietro un muro di distorsione lo-fi. Con i Dewichor, e con il loro esordio 'No Tomorrow', la sensazione è quella di trovarsi davanti a un incendio che divampa in una foresta ghiacciata, in cui l’aria che respiri taglia i polmoni. L’album, uscito sotto l'egida della Satanath Records, non perde tempo a spiegarsi. Tolta la strumentale e introduttiva "Hell Unchained", capisci poi che qui non si scherza. Le chitarre da "The Great Divide" iniziano a correre su tremolo infiniti, palesando il contrasto tra le accelerazioni rabbiose e rallentamenti marziali, intrecciandosi poi in armonie che sanno di epica antica. È un black metal melodico quello del quintetto di Novosibirsk, ma con quel cuore slavo che trasforma i riff in una condanna a morte. Non ci sono troppi fronzoli moderni, nemmeno tastiere invadenti che cercano di addolcire la pillola. C’è solo la consapevolezza che il domani, come suggerisce il titolo, è un concetto che non ci appartiene più. La voce non è un canto, è un ululato che arriva da lontano, va a fondersi con le asce fino a diventare un unico elemento atmosferico, quasi naturale, come il vento che soffia tra le rovine. L'unico problema è che pezzi come "Requiem", "Face the Hellfire" o "Heresy" suonano un po' troppo scontati e derivativi, un sound già sentito dozzine di volte. Solo "Barbed Wire" e "The Light of the Dead World" sembrano voler prenderne le distanze, cercare un filo di sperimentazione avanguardistica, proponendo l'utilizzo di un sax in un'atmosfera oscura, quasi da lounge bar. E queste si, diamine se mi piacciono. Per il resto 'No Tomorrow' è sicuramente un onesto lavoro di black metal, confermato anche dalla conclusiva e glaciale "Frostfall", perfetto per quei momenti in cui il silenzio fuori è troppo forte e hai bisogno di qualcosa che urli al posto tuo. (Francesco Scarci)
(Satanath Records - 2025)
Voto: 67
venerdì 8 maggio 2026
Rejuvenation – The Pinnacle of Violence
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| #PER CHI AMA: Techno Death |
C’è qualcosa di ancestrale nel modo in cui i Rejuvenation hanno deciso di bussare alla porta di questo 2026, un anno che sembra già soffocarci sotto il peso di troppa informazione, troppa musica e troppa guerra. 'The Pinnacle of Violence' vuole essere un’anatomia lucida della nostra fine, eseguita con la precisione chirurgica di chi è cresciuto a pane e techno death, anche se non mi lascerei troppo ingannare dalla quella dicitura. Certo, c’è la scuola europea, c'è quel rigore algido che ha reso grandi gli Obscura o i Cognizance, ma qui batte un cuore diverso. Le chitarre, di Bozhko Bozhkov e di Vladimir Voloshchuk, non corrono per il gusto di arrivare prime, ma per tessere una tela in cui l'ascoltatore rimane, inevitabilmente, impigliato. È un organismo coeso, un respiro unico dove il basso di Nedislav Miladinov e i pattern di Nikola Ognyanov creano un pavimento solido, su cui il growl di Teodor Bakardjiev esala puro tormento. Il disco si apre con "Timeshift Pt. II: Abyss", e il titolo non è un caso. È un salto verso gli abissi, un maelstrom di suoni iper tecnici che ci stordisce sin dalla prima nota. "The Forest Calls" si muove su coordinate simili, ma quando il basso e la chitarra si mettono a tracciare saette pulsanti e note graffianti, sembra di assistere a un dialogo tra due parti della stessa anima: una che implora e l'altra che condanna. "Mortality Inevitable" funge da ponte tra la prima e la seconda dell'EP, che sfrutta la veemenza della title track per confermare un concentrato di ferocia e melodia che lascia senza fiato. Un altro breve pezzo e poi è il momento della chiusura, affidata a "Shades of Perception", un altro brano tirato, old-school, che ha però il pregio di sfoggiare un'ottima e più progressiva sezione solista. Alla fine, 'The Pinnacle of Violence' è un disco che non chiede di essere capito, ma di essere subìto. C’è un’eleganza brutale nel modo in cui tutto crolla, eppure, per un istante, sembra quasi che valga la pena restare a guardare. (Francesco Scarci)
(Self - 2026)
Voto: 65
mercoledì 6 maggio 2026
Splendidula - Absentia
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| #PER CHI AMA: Post Black/Doom |
Ci sono assenze che non si possono spiegare e i belgi Splendidula lo sanno bene: hanno capito che per sopravvivere alla perdita, quella che gli ha strappato il compagno di viaggio e bassista Peter Chromiak, non servono discorsi troppo filosofici, ma un posto dove poter urlare tutto il proprio dolore. 'Absentia', il loro quarto album, non è stato scritto per scalare le classifiche, ma per inviare una lettera a un indirizzo che non esiste più. Non c’è un modo soft per entrare in questo disco. Ti investe subito con la title track e un suono enorme e terribilmente vuoto allo stesso tempo. Le chitarre di Guy Van Campenhout costruiscono architetture post-metal che sembrano reggere il peso del mondo, per poi cedere di schianto ad esplosioni doom. E in mezzo a questo caos, c’è la voce di Kristien Cools: limpida e fragile, supportata nell'opening track da Tim Yatras (Austere, Germ) e nella seconda traccia, "Echoes of Quiet Remain", addirittura da Aaron Stainthorpe (ex frontman dei My Dying Bride). La musica dei nostri si arricchisce di ulteriori sfumature: dalle accelerazioni post-black della già citata title track, alla solennità della seconda traccia, un pugno nello stomaco emotivo. Il disco prosegue su questi binari emozionali, proponendo pezzi dal titolo in fiammingo che esprimono a parole, ancora quel dolore che dilania la band: dalla furibonda "Kilte" (il freddo) alla più riflessiva "Donkerte" (l'oscurità ). Con i fatti poi, la musica ci trascina in un isolamento che brucia, non promette pace, nè redenzione, ma sembra semmai spingerci ad affrontare i nostri demoni. "Let It Come to an End" chiude il cerchio, con un pezzo vibrante e forse con quella consapevolezza acquisita che il dolore non svanisce mai del tutto, ma rimane un qualcosa con cui imparare a camminare, un passo dopo l'altro, nel buio. (Francesco Scarci)
(Argonauta Records - 2026)
Voto: 78
Scarab - Transmutation of Fate
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| #PER CHI AMA: Techno Death |
Il Cairo non è una città che si dimentica tanto facilmente, e non è solo merito delle piramidi di Giza e della Sfinge. C'è una densità particolare nell'aria, una miscela di polvere, rumore moderno e un silenzio millenario che sembra rimasto intrappolato tra le crepe dei palazzi. È lo stesso tipo di densità che ti si piazza sul petto quando facciamo partire il disco degli Scarab, una band death metal originaria proprio della capitale egiziana. E non si tratta poi degli ultimi arrivati, visto che il sestetto è in giro dal 2006. Chi segue i sentieri meno battuti del death, sa bene che la band non è un nome come un altro, sono una specie di anomalia geografica e spirituale, un organismo che ha passato vent'anni a raccogliere frammenti di riff nel buio per poi fonderli insieme in un'unica, spaventosa colata di piombo che ha trovato la sua forma definitiva in 'Transmutation of Fate'. Qui non troverete l'aggressione cieca, quella fretta adolescenziale di spaccare tutto e tutti che spesso penalizza le band più giovani. Qui stiamo parlando di techno death dalle classiche tinte mediorientali, un sound che ci investe, sin dall'iniziale "Vow of the Sphinx {Abo El-Houl}", con arrangiamenti fitti, quasi soffocanti, e armonizzazioni stratificate che avanzano con la solennità di una processione funebre. Sembrerebbe addirittura che l'uso del ritmo sia modellato su incantazioni fonetiche antiche e concetti neoglifici. È un suono comunque pesante, oscuro, talvolta quasi teatrale nella sua drammaticità , che mi ha evocato i nostrani Fleshgod Apocalypse, quest'ultimi forse un filo più orchestrali. Brani come la già citata opening track, considerata da più parti, la pietra angolare dell'intero EP, la belligerante "Hands from the Sun {Amon}" con le sue scariche di blast-beat e la pulsante (complice un basso da urlo) "Epistle of Secrets {Creators of III}", non sono semplici canzoni, ma nodi concettuali che parlano di risvegli violenti, di memorie sepolte nella carne e di una resa dei conti karmica a cui nessuno può sottrarsi. La mia preferita rimane però la conclusiva "Monarch of Violence {Oriasirius}", una centrifuga di suoni, atmosfere, cori cerimoniali che sembrano proiettaci indietro nel tempo di 3000 anni. 'Transmutation of Fate' in definitiva, è un lavoro maturo, che usa l'immaginario esoterico come l'ossatura di un discorso morale più profondo. (Francesco Scarci)
(Brutal Records - 2026)
Voto: 72
lunedì 4 maggio 2026
Vargrav - Dimension: Daemonium
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| #PER CHI AMA: Symph Black |
Il buio non è solo assenza di luce. È una presenza densa, una stanza che si restringe intorno a te finché non senti il battito del cuore di qualcun altro. E quando ascolti i finlandesi Vargrav, hai questa strana percezione appiccicata addosso. Dimenticati i tempi delle foreste innevate e dei castelli assediati dell’epica high-fantasy dei dischi precedenti, il duo finlandese ha deciso di alzare lo sguardo. E ciò che ha visto lassù, tra galassie che sanguinano e cancelli dimensionali, non è rassicurante. 'Dimension: Daemonium' è il portale per un nuovo mondo, che si fa portavoce di un black sinfonico che, già durante l'ascolto di "Ablaze upon the Nocturnal Realms", è in grado di evocare un sound che combina i maestri del symph black, i Limbonic Art, e quelli dell'avantgarde, i Ved Buense Ende, diventando quindi essi stessi un nuovo punto di riferimento. V-KhaoZ e il leggendario Werwolf (ex Horna e Sargeist) hanno partorito un’opera che ha il coraggio di essere imponente. Le tastiere dominano tutto, non come un semplice tappeto sonoro, ma come una cattedrale costruita dentro una grotta umida. Se chiudete gli occhi durante l'ipnotica "Moonfrost Storms", sentire l’eco dei Dimmu Borgir di 'Enthrone Darkness Triumphant', ma con una sporcizia e una cattiveria che solo la scuola finlandese sa mantenere intatta, complice anche un Werwolf alla voce, che passa dal ringhio ortodosso a una sorta di parlato quasi febbrile, un sermone declamato da un pulpito che fluttua nel vuoto cosmico. E mentre i brani scorrono, pezzi come "Dragons of Nightmare", "The Gates of My Dimension" e "Starlight Chalice", ci ricordano come il cosmo sia un posto gelido, dove le stelle non illuminano, ma bruciano la pelle. Alla fine, "Unveil the Enslavement of Lunar Prophecies" è la ciliegina sulla torta di un lavoro denso, a tratti anche faticoso che, per chi non è abituato a queste profondità cosmiche, rischia di essere risucchiato in una dimensione dove la ragione smette di funzionare. Se portate ancora nel cuore i dischi che hanno cambiato il vostro modo di vedere il metallo nero trent'anni fa, fermatevi qui. Sedetevi. E lasciate che i demoni inizino a danzare sulle vostre teste. (Francesco Scarci)
(Werewolf Records - 2026)
Voto: 74
sabato 2 maggio 2026
Galibot – Catabase
Ascolta "Galibot - Catabase" su Spreaker.
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| #PER CHI AMA: Post Black |
Non più di due mesi fa, su queste stesse pagine, mi ritrovavo a scavare tra i solchi di 'Euch’Mau Noir Bis', convinto di averne esaurito il fiato e la polvere. Eppure, in un giro di tempo così stretto da sembrare un’accelerazione del destino, i Galibot sono tornati. Non è fretta, la loro; è l'urgenza di chi ha ancora troppo nei polmoni per riuscire a stare zitto. Con 'Catabase', il quintetto del Nord della Francia non si limita a bissare il debutto, ma decide di portarci esattamente lì dove il titolo suggerisce: giù, in un rito di discesa verso l'oscurità . Qui, l'aria ha l'odore ferroso delle miniere di Lens, il silenzio pesante delle fonderie dismesse tra Hénin-Beaumont e quella dignità stanca dei galibot, i ragazzi che un tempo spingevano i carrelli nel cuore della terra. Qui, il suono ha smesso di essere una parete di fumo per diventare un’architettura di nervi e metallo. Le chitarre hanno una qualità melodica che sa di scuola svedese, penso ai Dissection ad esempio, ma è una melodia che non consola, bensì graffia. E poi c’è la voce di Diffamie, che avevo già precedentemente accostato alla nostra Cadaveria ai tempi dei primi Opera IX. Quando affiora il suo cantato pulito, come nel manifesto sonoro della sbilenca "Pénitent", di "Jeanlin" o ancora, della convincente e conclusiva "Mesektet", non senti un artificio tecnico, ma una ferita che si apre. Un grido che entra in un tunnel dove l'aria è finita da un pezzo, una cucitura emotiva che tiene insieme la rabbia cieca del post black e una vena malinconia più nuda. Il concept minerario non è un fondale di cartapesta. È un'identità . Cantare in francese, con quella densità che sembra uscita da un manoscritto di Zola smarrito tra le gallerie, è una scelta ricercata. 'Catabase' ci racconta come la modernità industriale sia stata costruita sul sacrificio di corpi che il sole non l'hanno visto mai, e lo fa senza retorica, con la forza di chi sa che il carbone, in fondo, non è altro che tempo compresso sotto un peso insopportabile. Mentre scorrono le tumultuose rasoiate inferte da brani come "Bleu Noir Rouge", la corrosiva "Voreux" o la veemente "Terril", mi rendo conto come questo disco alla fine parli di noi, della nostra incapacità di imparare dal passato e della bellezza che riusciamo a trovare solo quando abbiamo toccato il fondo del barile. I Galibot diciamocelo, non hanno un sound cosi originale da lasciarci senza fiato, ma ci insegnano tuttavia che scendere non significa perdersi, ma forse smettere di fingere. (Francesco Scarci)
(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70
venerdì 1 maggio 2026
The Oneiric Tide - Endlings
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| #PER CHI AMA: Post-Hardcore/Stoner |
C’è qualcosa di ironico, per non dire estremamente cinico, in una band il cui titolo del disco è 'Endlings', visto il momento storico che stiamo vivendo. Se non lo sapete, un "endling" è l’ultimo esemplare di una specie (verosimilmente la nostra), che si configura in quell’unico individuo rimasto a fissare il vuoto, consapevole che dopo di lui, non rimarrà nessuno a ricordare nemmeno come si faceva a respirare. Questo è il concetto che il quartetto, originario di Bisceglie, va a condensare in quello che credo sia il loro debut: preparatevi quindi a un bel pugno nello stomaco, fatto di una miscela di stoner, post hardcore e post metal, che sa di polvere, fumo e verità , di quelle scomode che preferiresti non sentire. La loro musica è un corpo vivo, niente suoni di plastica o produzioni leccate; qui il suono è ruvido, organico, con un basso che batte nelle costole come un cuore affaticato e chitarre che sanno esattamente quando affondare i denti e quando lasciarti lì, nudo, col tuo respiro. L'album, dopo una breve intro, attacca con "The Scent", e senti subito che l’aria si fa pesante e non solo per il growling del vocalist incombente, ma per quell'atmosfera asfissiante che circonda un suono che in realtà sarebbe sorretto da tinte progressive. Ma in quella tensione che incendia l'aria, si nasconde la metafora della guerra che, siamo onesti, non è proprio così lontana come ci piace raccontarci. Ma attenzione, questo non è un disco politico da quattro soldi, è un disco profondamente umano. Se pezzi come la tonante "Fight Back (The Pike)" e "Shell Shock" ci trascinano nel fango delle trincee a colpi di riff tesissimi che non chiedono certo il permesso, "Nexus" è invece quella mano tesa che ti aiuta a rialzarti, grazie a melodie vocali un po' più ruffiane (nella sola componente pulita, attenzione, visti poi i grugniti in seconda battuta), accompagnate da un'architettura sonora che strizza l'occhiolino al post-hardcore. Sia chiaro, non siamo davanti a chissà quale album, le imperfezioni e le derive soniche presenti sono talvolta un filino scontate. Nel frattempo, arriviamo alla title track e il cerchio sembra chiudersi, e stringere alla gola. C’è tutto dentro: la fretta di chi sente il tempo sgocciolare via e la malinconia di chi ha capito che, nonostante tutto, non abbiamo imparato un accidente dai nostri errori. È un urlo verso il passato e un monito per quello che verrà . Il tutto in una modalità post-qualcosa, all'insegna di atmosfere soffuse e tiepide chitarre in tremolo, che mi hanno evocato un che dei miei amici Sunpocrisy, soprattutto nel roboante crescendo del finale. E infine, arriva "Holotype", la chiusura. Breve, definitiva. L'ultimo battito, l'ultimo silenzio, quello che fa molto più rumore di un’esplosione. Specie se ti rendi conto che l'ultima voce rimasta è la tua. (Francesco Scarci)
(Self - 2026)
Voto: 70
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