venerdì 23 gennaio 2026

Archvile King - Aux Heures Désespérées

#PER CHI AMA: Black/Epic
Non sono mai stato un grande fan della one-man-band capitanata da Baurus, un buon mestierante ma niente di più, almeno per il sottoscritto. 'Aux Heures Désespérées' è il secondo full-length per l'eroe transalpino che procede nel suo intento di voler proporre un black melodico intriso di un gran quantitativo di thrash metal. Lo si evince immediatamente dalle note dell'iniziale "Riposte", una song cadenzata, quanto nitida e tagliente, con le classiche linee di chitarra che corrono gelide lungo i binari di un black nordico, accompagnato da vocals acuminate e da intermezzi che richiamano un thrash anni '90. Tutto giusto per carità, ben suonato, carico di una enorme aura di malvagità, ma che in tutta franchezza, puzza di già sentito lontano un kilometro. La produzione è secca e pulita e rafforza quel senso di violenza che vuole rilasciare il disco, ma già alla seconda "Le Chant des Braves", mi accorgo che le mie corde non vibrano, per quanto, nel saliscendi ritmico dell'artista francese, si possano riconoscere echi di Windir o addirittura dei primi Dissection. La verità è che se questo disco fosse uscito 20 anni fa, avrei forse gridato al miracolo, ma oggi mi sembra un lavoro normale, tanto normale. E non bastano le buone aperture melodiche del secondo brano, i riferimenti ancor più forti ai Windir della terza "L’Excusé", o la ricerca frenetica di parti atmosferiche in "Le Carneval du Roi des Vers"; alla fine sembra sempre che manchi qualcosa che faccia spiccare il volo al disco. In "Sépulture", ammetto invece che ci sia una maggior ricerca di soluzioni alternative, non fosse altro che non ci troviamo di fronte al solito serratissimo attacco frontale, ma le parti atmosferiche, guidate dalle keys, hanno un ruolo meno marginale nell'economia del brano. Oggi, le vocals urlate, le ritmiche sparate alla velocità della luce, le chitarre aguzze non sono più sufficienti, vorrei più anima ed emozioni, proprio come accade in "Sépulture", dove il black abbraccia soluzioni più "gaze", che imprimono un senso di malinconia e che, alla fine dell'ascolto, mi fanno identificare qual è stato realmente il brano che più mi ha toccato nel profondo. Il resto, potrete constatarlo voi stessi: fatto salvo per l'outro, vi si pareranno davanti altri due attacchi frontali di un black metal che probabilmente, avreste trovato esaltante 20/25 anni fa. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 65

giovedì 22 gennaio 2026

Arallu - DMoon - From The Ancient World

#PER CHI AMA: Mesopotamian Black Metal/Thrash
Se c’è una band capace di far risuonare l’eco delle sabbie millenarie nel caos primordiale del metal estremo, quelli sono gli israeliani Arallu, dal momento che il silenzio regna sovrano dalle parti dei Melechesh. 'DMoon - From The Ancient World' è apparentemente il nono album della band di Ma'ale Adumim, in realtà il disco è una riscrittura completa del loro leggendario 'The Demon from the Ancient World', uscito nel 2005. A distanza di 20 anni da quel disco, ci ritroviamo a celebrare quel vagito, che francamente non ebbi modo di ascoltare all'epoca, ma da quel che ho capito, non ricevette grandi elogi a causa di una produzione piuttosto grezza (e oggi non posso negare come il suono di quel disco sia vicino a certe sgradevoli cose registrate nello scantinato di casa). Finalmente quel lavoro, per quanto seppe conquistare un certo status symbol, ha una nuova dignità, che esalta il black thrash del quartetto, da sempre in grado di alternare ferocia bellica (molto evidente in brani come "Sierra Nevada", la più roboante e carica di groove, "The Dead Will Rise Again" o ancora "Battleground", un nome, un programma) con quelle melodie folkloriche mediorientali che ci trascinano tra antichi dei sumeri e cronache di sangue e battaglie, con ogni colpo di batteria che sembra scandire la caduta di un impero. Tra i solchi di questo massacro, ecco che i miei brani preferiti si mostrano sottoforma dell'opener "Dingir Xul", per l'utilizzo di strumenti folk, della già citata "The Dead Will Rise Again", godibile soprattutto nella seconda metà, anche per quel suo assolo da paura. Ho adorato la tribale "Ishtar Will Rise (The Sumerian Words)" con quell'intreccio di chitarre e tastiere a esaltarne gli arrangiamenti, al pari di "The Devil's Massacre", un pezzo che potrebbe collocarsi a metà strada tra Slayer e Melechesh, in un'altalena ritmica micidiale. Ultima menzione per "War Spirit", e un incipit che sembra proiettarci indietro nel tempo di 2000 anni, verso la fonte di quella pozione magica che potrebbe anche rendere eterno un lavoro come questo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 78

De Profundis Clamavi - Artes Moriendi

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Metal
Un viaggio sonoro nel profondo abisso del black metal, quello che i De Profundis Clamavi ci offrono con il loro demotape, 'Artes Moriendi'. La band, segnata da un passato tormentato e da continui cambi di formazione, emerse dalle tenebre con un'opera che necessitava attenzione e dedizione. All'inizio, il suono di 'Artes Moriendi' può risuonare come un'eco di cliché già uditi, una superficie che sembrava troppo liscia per il mio palato affilato. Ma come una maledizione che si svela lentamente, ho scoperto che ogni ascolto successivo rivelava strati di complessità e oscurità. Questo lavoro non è solo un'espressione di black metal crudo; è un rituale sonoro che trascende il banale, un inno alla desolazione. Le composizioni si snodano in un abbraccio di riff gelidi e melodie sinfoniche, dove i tappeti di tastiera s'intrecciano con la furia delle chitarre, creando un'atmosfera densa e oppressiva. Ogni nota sembra evocare un senso di dolore e malinconia, trasportando l'ascoltatore in un viaggio attraverso le ombre della psiche umana, riflettendo perfettamente l'essenza di ciò che il black metal dovrebbe essere: un'istantanea della sofferenza umana. (Francesco Scarci)

(Self - 2003)
Voto: 65


martedì 20 gennaio 2026

Ulver - Neverland

Ascolta "Ulver - Neverland" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Psych/Electro
L’annuncio di 'Neverland' ha scosso nuovamente le fondamenta di chi, vedi il sottoscritto, ha ormai perso ogni ragione per incasellare il sound degli Ulver in un unico perimetro stilistico. I lupi norvegesi, guidati dall'instancabile Kristoffer Rygg (per gli amici Garm), tornano a esplorare quei territori al confine tra il synth-pop cinematografico e l’elettronica d'avanguardia (un po' come fecero in occasione di 'Lyckantropen Themes' e 'Svidd Neger'), e portandomi a pensare che le foreste black metal delle origini sono ormai lontane nel tempo di oltre trent'anni. Tuttavia, qualcosa è rimasto intatto da allora, un senso di sacralità e mistero che soggiace a tutti i lavori del terzetto di Oslo, indistintamente dal genere proposto. Che dire allora di questo nuovo lavoro? Poco nulla, a dire il vero. La produzione è un capolavoro di design sonoro, con beat pulsanti che s'intrecciano a freddi synth analogici e droni eterei ("Weeping Stone"), creando un tappeto sonico straniante, in cui la voce di Garm non farà praticamente mai la sua apparizione. Ci sono semmai i sussurri celestiali di Sara Khorami nella già citata "Weeping Stone" o nelle retrovie dello stravagante incedere trip-pop della pulsante "Hark! Hark! The Dogs Do Bark" e ancora nella disturbata "Quivers in the Marrow". Il fatto è che più si avanza nell'ascolto, e più ho la sensazione che i brani si configurino come incorporei miraggi nel deserto, labili visioni di un qualcosa che realmente non esiste, il che potrebbe anche essere legato al titolo dell'album e a quell'isola che non c'è. "Horses of the Plough" e la ancor meno accessibile "Pandora's Box", sembrano giocare con strutture ritmiche quasi dance, slavate però in un minimalismo elettro-ambient sofisticato ma comunque di grande impatto. "Welcome to the Jungle" e "Fire in the End" sembrano essere i brani più normali del disco, con una struttura non troppo destrutturata e scusate il voluto gioco di parole. Alla fine 'Neverland' è probabilmente uno dei lavori più complessi da assimilare degli Ulver, forse troppo synth-oriented anche per chi come me, è un fan della band sin dalla notte dei tempi e se sono stato in grado di digerire tutte le evoluzioni sonore a cui i lupi ci hanno sottoposto, non farò certo fatica a capire e apprezzare anche quest'ultimo viaggio sensoriale nell'estatico universo ulveriano. (Francesco Scarci)

(House of Mythology - 2025)
Voto: 73

Blut Aus Nord - Ethereal Horizons

Ascolta "Blut Aus Nord - Ethereal Horizons" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze/Post Rock
Dopo l'immersione nell'abisso claustrofobico e dissonante della saga 'Disharmonium', i Blut Aus Nord riemergono dalle profondità della psiche per rivolgere lo sguardo verso l'alto, in una traiettoria di ascesa cosmica tanto inaspettata quanto necessaria. Se il precedente capitolo era un tributo all'orrore Lovecraftiano più denso e soffocante, 'Ethereal Horizons' si configura come un atto di liberazione. Non siamo di fronte a un semplice disco, ma a un pellegrinaggio spirituale verso la grazia, dove la materia oscura dei lavori precedenti si trasmuta in una nuova forma di trascendenza. È il suono di un'anima che, dopo aver attraversato il vuoto, trova finalmente la forza di contemplare l'infinito. Con questo sedicesimo album, il trio francese opera una rottura consapevole rispetto alle architetture del passato recente, andando a recuperare quella maestosità atmosferica che aveva definito capolavori come 'Memoria Vetusta III' e la sacralità geometrica di '777 – Cosmosophy'. La forza del disco risiede infatti nella sua capacità di sintetizzare black metal, blackgaze, post-rock e ambient in un flusso privo di suture, con le melodie ad aprirsi come veri e propri crepacci sonori, rivelando una profondità che rende il disco sorprendentemente accessibile anche per i seguaci di Enslaved o Alcest. In questo scenario, la performance vocale di Vindsval non funge da guida narrativa tradizionale, ma quasi da apparizione astrale, mentre i brani si susseguono con grande naturalezza. "Shadows Breathe First" è l'incipit perfetto proponendo un riffing atmosferico denso che va a intrecciarsi con chitarre sognanti, stabilendo immediatamente il tono etereo e quasi onirico che permea l'intero lavoro. "The Ordeal" combina sonorità blackgaze al prog che emerge in tutta la sua solennità, tra strutture articolate e cori celestiali, che creano inevitabilmente una tensione epica che tocca vette di rara intensità. "What Burns Now Listens" è una cavalcata cinematica nello spazio cosmico, mentre la conclusiva "The End Becomes Grace", con i suoi 12 minuti e passa, è forse il culmine dell'opera: qui la band transalpina contrappone ritmi serrati a una calma astrale surreale, in una catarsi sonica che alla fine riconcilierà l'ascoltatore con l'universo. Queste sono solo alcune delle tracce che compongono un album spiazzante che brilla di una luce propria, capace di ridefinire i confini del black avanguardistico moderno. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti Productions - 2025)
Voto: 80

lunedì 19 gennaio 2026

Deconstructing Sequence - Tenebris Cosmicis Tempora

#PER CHI AMA: Black/Death
Era dal 2018 che non avevo più notizie dai Deconstructing Sequence. Tuttavia, come un fulmine a ciel sereno, la band mi ha recentemente contattato per segnalarmi l'uscita un paio di mesi fa, di 'Tenebris Cosmicis Tempora', con cui i quattro polacchi tornano a scaraventarci in un vuoto siderale fatto di black death metal e qualche rara deriva elettro-avantgarde. Questo conferma quanto andavo già dicendo nell'ultima recensione di 'Cosmic Progression - An Agonizing Journey Through Oddities of Space', confermando come la band si confermi una realtà visionaria della scena estrema contemporanea. Questo nuovo full-length s'inserisce nel solco tracciato da titani come Limbonic Art e Akhlys, ma con una spinta modernista che guarda alle dissonanze dei Deathspell Omega o all'approccio elettronico dei nostrani Progenie Terrestre Pura. E cosi ci troviamo di fronte a un possente muro di suoni stratificati, dove le pochissime orchestrazioni non servono tanto a imbellettare, semmai a soffocare con le chitarre che agiscono come affilatissimi bisturi che vanno a coniugarsi con synth gelidi relegati nelle retrovie, mentre la sezione ritmica martella serratamente e senza troppe pause. Dopo le prime due tracce, "A Journey Through the Event Horizon" e "Echoes of a Dying World", mi ritrovo già stordito dalla violenza profusa dal quartetto e non so come arriverò alla fine di questo terrificante viaggio sonoro. Le cose infatti non cambiano certo con "Wulfsige Walbend", in grado di travolgerci nuovamente con una ritmica sputafuoco, sparata a tutta velocità con la voce, uno screaming lacerante, a fare da guida a questo annichilente e turbolento dedalo sonoro. Rispetto al passato, trovo che la band si sia ulteriormente incattivita, lanciando uno dopo l'altro, assalti sonori frontali che hanno il solo effetto di disorientarci e lasciarci e senza fiato. Spettacolare tuttavia il brano 'The Last Terraform - A Eulogy of a Failed Dream', che inietta una maggiore dose di melodia al tutto, pur sfoggiando un lavoro di batteria ai limiti del sovrumano, che chiama in causa per magniloquenza, anche gli Altar of Plagues. Il disco non è di facile digestione, ma questo credo sia un punto a favore della band, per non aver mai corsi il rischio di cadere nei cliché tipici del genere. Fatto sta che i nostri persistono senza sosta a tracciare trame musicali devastanti: "Cyber Angels - Masters of Opression", "The Final Battle for Dominance in the Binary Realms" e "The Undying Void" arrivano spedite come proiettili sparati in pieno volto, lasciandomi francamente sfinito e attonito al termine di un ascolto che troverà ben poche pause, il break atmosferico di "Torn Between Worlds" e quello cibernetico della conclusiva "Igniting the Skies of Creation". Quello dei Deconstructing Sequence è sicuramente un disco che potrà piacere agli amanti del black metal contaminato ma al contempo privo di compromessi, e anche per chi apprezza la furia dirompente degli Anaal Nathrakh. Provare per credere. (Francesco Scarci)

(Black Lion Records - 2025)
Voto: 75

venerdì 16 gennaio 2026

Secret Cameras - Silent Words

#PER CHI AMA: Alt Rock/Post Punk/Darkwave
Pur essendo comparso questa notte su Spotify, il nuovo mcd dei britannici Secret Cameras contiene brani che erano usciti in realtà nel corso del 2025 e che ben conoscevo. 'Silent Words' ha voluto semplicemente fungere da contenitore con l'intento della band volto a consolidare la loro posizione in quella terra di mezzo dove il rock alternativo incontra derive darkwave e venature post-punk, un territorio già battuto con successo da giganti come Editors o White Lies. Il lavoro contiene quattro tracce e si presenta come un’opera che affonda le radici in un sound prettamente britannico, distillando influenze che spaziano dal pop elettronico più colto dei Depeche Mode alla malinconia chitarristica degli anni '80, quasi un unicum per ciò che concerne i miei gusti. Si parte con le melodie crepuscolari di "Together Till the End", che confermano quella raffinata ricercatezza di atmosfere notturne, per un rock sofisticato che non ha paura di flirtare con l'elettronica. "No More" rafforza questo concetto, amplificando la componente elettronica ed esaltando quella forte componente malinconica, da sempre leit motiv associato alla musica del duo londinese. La voce del frontman si conferma eccezionale, calda ed espressiva, ma non è certo una novità che scopriamo oggi, se poi la gustiamo in quelle fasi che sembra quasi assumere connotati corali, come accade nella successiva "Under Attack", diventa una delizia per le orecchie. Il brano poi è una cavalcata synth wave/dark pop, capace di far vacillare con le sue derive elettroniche, anche il mio cervello, abituato a sonorità ben più violente. In coda, l'ultimo pezzo, "Back Against the Wall", la song più graffiante, trascinante, ma anche introspettiva dei nostri, per un lavoro che non lascia decisamente indifferenti. Ora, chiedo troppo per avere per le mani anche un famigerato full lenght? (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

Arcanum Sanctum - Pax

#PER CHI AMA: Melo Death/Progressive
Un'attesa durata sei anni per sentire il comeback discografico dei russi Arcanum Sanctum. Tanto ci è voluto per partorire questo EP di quattro pezzi (che erano usciti nel corso del 2025), intitolato 'Pax'. Chissà se sia un chiaro riferimento alla pace che si chiede a gran voce per il conflitto ucraino o cosa, fatto sta che questo nuovo lavoretto (mi sarei aspettato un full length a dire il vero), prosegue sulla scia del precedente 'Ad Astra', ossia con death melodico davvero fresco e gustoso. Il tutto peraltro fatto con maggiore energia, consapevolezza nelle proprie capacità e idee. E cosi dalla lezione impartita dai vari Dark Tranquillity, Soilwork e Scar Symmetry, ecco che il 4-track ci attacca con un sound compatto di chitarre, growling vocals, esaltanti melodie che sin dall'iniziale "A Different Form of Life", passando per la più roboante e incalzante "Wake Up", mi convince appieno della nuova proposta del quartetto di Komsomolsk-on-Amur. "Resistance" attacca stracolma di groove, complici le ispiratissime tastiere che anche nel corso del brano ci accarezzeranno il viso, nonostante un riffing che si mantiene comunque serrato e trova modo di alternare una certa animosità anche con momenti più atmosferici e un comparto solistico davvero solido e gradevole. Il disco si chiude con "Song of Hope", la traccia forse più ordinaria e ancorata al passato, ma che nella sua seconda metà mostra anche un'anima più progressiva, un brano che decisamente non penalizza un lavoro che ha tutte le carte in tavole per competere sui palcoscenici internazionali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74