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martedì 4 ottobre 2011

Maim - From the Womb to the Tomb…

#PER CHI AMA: Old School Death Metal, Grave, Dismember, Autopsy
La musica dei Maim mi ha consentito di fare un bel salto indietro nel tempo quando, all’inizio degli anni ’90, scorazzavano per il vecchio continente le mitiche band svedesi, che avevano nel suono ultra mega distorto delle chitarre, il loro minimo comune denominatore. Erano i tempi degli esordi di Entombed, Dismember, Grave, Edge of Sanity, tanto per citarne alcuni e oggi fra le mani mi ritrovo questo cd che suona esattamente come quei lavori di quasi vent’anni fa. Anche i Maim vengono dalla Svezia, sono giovani, hanno un amore viscerale per lo splatter gore (e lo si evince chiaramente dalla copertina del cd) e sparano a tutto gas quelle iper veloci ma ultra ribassate chitarre distorte, con la voce di Rikard a richiamare il buon Max Cavalera di “Morbid Visions”. La recensione potrebbe finire anche qui se volete, perché i punti in comune con le band succitate sono davvero molti: fortunatamente i nostri cercano di proporre anche una variazione al tema, con qualche rallentamento death doom in stile americano (Autopsy su tutti), figlio del suono apocalittico dei Black Sabbath. Il prodotto conclusivo ci offre quindi un lavoro che ben poco ha da dire di nuovo, ma che comunque può garantire 35 minuti di headbanger sfrenato senza fronzoli. Se avete amato il grande death metal del passato e volete rinverdire la vostra collezione, fate vostro questo disco, altrimenti, lasciate perdere e andate a pescare i vecchi classici. (Francesco Scarci)

(Soulseller Records)
Voto: 65

Thornium - Mushroom Clouds And Dusk

#PER CHI AMA: Cold Swedish Black Metal, Marduk, Setherial
Guarda un po’ chi si rivede! Dati per scomparsi nel 1995, dopo aver rilasciato un demo e un cd, “Dominions of the Eclipse”, i blacksters svedesi Thornium tornano alla carica nel 2009, a distanza di 14 anni, con un album nuovo di zecca, edito dalla Soulseller Records, a cui seguirà a breve l'ultimo Fides Luciferius. “Mushroom Clouds And Dusk” si presenta già interessante per la sua apocalittica cover, con l’immagine della morte e la sua funesta falce, all’interno di una nuvola assorbi anime. La musica della one man band nord europea, guidata dal sempre torvo Thypheus, non ha perso quel trademark che la contraddistingueva già agli esordi, quando il black, quello old school di matrice scandinava, ne permeava il malefico sound. Da allora nulla è cambiato, e le otto songs che costituiscono il cd (alcune delle quali cantate in lingua madre), trasudano rabbia, blasfemia (con le liriche sempre a base di occultismo e satanismo) e malvagità allo stato puro. La musica del diabolico Thyph, che richiama i maestri del genere, ci accompagna in un infernale viaggio nei più mefitici gironi infernali, dove l’odore dello zolfo intacca le nostre narici. Ritmiche sparate alla velocità della luce e glaciali giri di chitarra, creano opprimenti ma efficaci tetre ambientazioni, con la voce del buon Thyph a versare tutto il suo odio nei confronti del cristianesimo. Di sicuro nulla di nuovo si staglia all’orizzonte, ma vi garantisco che l’ultimo trittico di brani, regala sprazzi di ottima musica black metal, come da tempi non se ne sentiva, all’insegna di pura malvagità e oscure atmosfere. Speriamo che la band con questo disco stia scaldando i motori, perché le premesse per fare qualcosa di veramente buono, ci sono tutte. Diabolici. (Francesco Scarci)

(Soulseller Records)
Voto: 70

domenica 2 ottobre 2011

:Bahntier// - Revulsive

#PER CHI AMA: Electro-Industrial, Skynny Puppy
Stefano Rossello è responsabile di questo lavoro a nome Bahntier. Il talento della provincia di Verona aveva esordito con un prodotto decisamente promettente quale "Randome" e successivamente si dimostra pronto a dare un seguito alle sonorità sperimentate nel debutto, dando vita a "Revulsive". Undici i brani contenuti nel cd, di cui è disponibile sia la versione in regolare jewel case, sia quella per collezionisti contenuta in un box formato A5 con copertina differente, un bonus cd con tracce audio e video inedite, una spilla, una cartolina e un adesivo. Se in "Randome", l'artista veronese era stato condotto per mano da Simon Balestrazzi dei T.A.C. (il quale aveva prodotto e mixato l'album), nella sua seconda fatica ha voluto occuparsi in prima persona della produzione, offrendo una prova tangibile delle abilità acquisite non solo come compositore e manipolatore di suoni, ma anche come produttore. Ciò che emerge dall'ascolto di "Revulsive" è, appunto, una cura dei suoni in ogni minimo particolare, è quell'attenzione ai dettagli che, in un genere come l'electro/industrial, interviene spesso come elemento discriminante tra il successo di un brano o il suo completo fallimento. Ma Rossello si è fatto esteta disinvolto del suono ed è riuscito ad estrapolare il meglio dalle nuove composizioni, siglandole con un'attitudine ancor più estrema della precedente release, con la quale permangono comunque dei punti di contatto. In primis l'influenza degli Skinny Puppy, presente sempre in dosi massicce. In secondo luogo l'accostamento alla scuola Ant-zen cui Bahntier ammette d'ispirarsi, anche se l'affinità risiede più nella rilettura moderna e rivoluzionaria del suono industriale, che nell'effettiva appartenenza stilistica a tale corrente. In "Revulsive" lo spettro compositivo è talmente esteso da ricoprire, in poco meno di un'ora, clangori metallici dall'impatto distruttivo ("Immanent"), tribalismi cibernetici ("Fast Corrosion") e asettici squarci strumentali pronti a candidarsi come ideale commento sonoro ad una rivoltante pellicola snuff ("State of Gray"). L'album manca forse di episodi trascinanti quali "Hole" o "Candyman", che a mio parere rimangono le manifestazioni di maggior carattere del marchio "Bahntier", ma altri brani come "Cramp" o "Entrapvoices", riescono ugualmente a soddisfare i più inclini al movimento, sintetizzando in maniera pressoché perfetta aggressione ritmica ed equilibrio armonico. Una gradita conferma. (Roberto Alba)

(Rustblade)
Voto: 75 
 

sabato 1 ottobre 2011

Karg & Andrarakh - Traumruinen

#PER CHI AMA: Depressive Black
Dal gelido inverno di cuori assiderati, “Traumruinen” si fa strada lentamente verso antri di immaginazione buia e universale. Mai combo di artisti fu più riuscita. Mai connessione d’intenti più azzeccata. “Traumruinen” mi riporta ai momenti di squisita solitudine sonora del progetto Nortt, altra incarnazione estrema in toto (e non solo a livello musicale, a quanto è dato sapere). Ma affrontiamo l’album a livello tecnico. Innanzitutto è possibile definire il genere in questione come puro depressive-black, anche se non mancano stravaganze epiche e riff sostenuti come nella cara tradizione norvegese a cui ci si riferisce. Le atmosfere che si respirano in quest’opera elevano tale tipologia di musica da semplice prodotto di un ben definito underground a qualcosa di più raffinato, stilisticamente superiore alla media. Magistralmente ispirate, le tracce si sviluppano coerentemente in un sound che mescola visioni celesti e melanconie abissali, dando l’idea di un debole equilibrio di opposti, testimoniato alternativamente da tastiere sognanti da una parte e dalle distorsione delle corde da un'altra. La base è il buon vecchio norwegian black degli albori, non c’è dubbio, reinterpretato secondo canoni estetico-musicali centrati sulla malinconia, la perdita di un magico mondo antico e, di riflesso, l’odio verso tutte quelle nuove tradizioni/religioni responsabili dell’irrimediabile allontanamento della terra del mito. La traccia che più esprime questo sentimento di mancanza di un passato fantastico è certamente la più evocativa: “Wolkenpoesie”. Credo vi siate già fatti un’idea delle liriche. Slow-black con inserti di tastiera e chitarre non troppo pesanti come ci si aspetterebbe fanno della parte di Karg una piccola perla da assimilare assolutamente. A tutto ciò Andrarakh aggiunge tonalità profonde e una registrazione vecchio stile (io la chiamo ‘alla lontana’ per via dell’impatto vocale distante). “Traumruinen” è un’ immensa, triste, potente preghiera rivolta alla malinconia del passato. (Damiano Benato)

1000 Funerals - Butterfly Decadence

#PER CHI AMA: Funeral Doom, Evoken, Pantheist
L’Iran fortunatamente questa volta non è al centro della nostra attenzione per minacce di guerra, il nucleare o per i moti studenteschi repressi nel sangue, bensì oggi mettiamo a fuoco la situazione del paese per ciò che concerne la musica. È la seconda volta che ci troviamo a recensire una band proveniente dall’antica Persia (in precedenza erano stati i Silent Path), dove leggende vivono e vivranno immortali per sempre. L’Iran è stata terra di immensa cultura e ancor oggi sono convinto viva all’interno del popolo persiano una grande voglia di condividere il proprio patrimonio di conoscenza, cosi come può essere la musica, sebbene sia un qualcosa di molto più piccolo. E allora catapultiamoci a Teheran a conoscere questo due formato da Haamoon ed Emerna e scoprire il loro funeral doom, che la Silent Time Noise Records ha pensato bene di proporci. Logicamente quando si parla di funeral doom, non è certo tra le proposte più semplici da digerire, bisogna avere una predisposizione d’animo ben precisa per affrontare questo genere, sentirsi in sintonia con la band stessa e lasciarsi trasportare dal lento inesorabile flusso di emozioni che questa musica, cosi come poche altre, ha il potere di trasmettere. Pur non essendo un grande amante di tale sound, per l’oggettiva difficoltà ad affrontare certe insormontabili sonorità, non posso far altro che immergermi con estremo piacere nei quattro minuti iniziali dell’eterea “Sutured Lips”, che lascia il posto ai successivi dieci minuti abbondanti di “Of Love Then Deceit” e ai suoi tocchi maledettamente malinconici del suo pianoforte iniziale. Nostalgia, disperazione, angoscia e cupo dolore si abbattono su di noi come la falce della signora morte sulle nostre inutili vite. Infelice, decadente, senza speranza, il sound dei 1000 Funerals fa respirare un’aria mortifera, tra l’altro non alzando mai il baricentro, ma proponendo costantemente melodie soffuse, growling vocals appena percettibili e ritmiche ridondanti, sempre sorrette da un pianoforte che da solo sorregge il 90% di questa seconda fatica del combo iraniano e donando quel quid in più ad un lavoro che forse, ora come ora, si sarebbe perso nei meandri del sottobosco. “Butterfly Decadence” mi piace, e pure molto per la sua semplicità nell’essere cosi oscuro, senza alla fine fare mai male (bellissima e romantica “Nothing Has Ever Been”). Un breve interludio con delle female vocals ci porta all’apocalittica “Vast Infinite Beauty”, la song più pesante del lotto, ma niente paura perché accanto alle grunt vocals, c’è sempre spazio per delicate aperture atmosferiche dal feeling luttuoso. A chiudere questo cd, che di certo farà la gioia degli amanti di Evoken, Pantheist o Mournful Congregation, ecco una cover di un’altra grande band del genere, gli Shape of Despair, che volontariamente avevo escluso: la bellissima strumentale “Night’s Dew” chiude un album di non facile approccio, ma di sicuro piacevole impatto finale. Raccomandati! (Francesco Scarci)

(Silent Time Noise Records)
Voto: 75

Neige et Noirceur - Philosophie des Arts Occultes

#PER CHI AMA: Ambient Black, Drone, Abruptum
Sono sempre stato un estimatore della libertà sotto ogni punto di vista. Quella fisica, prima di tutto, poi quella di opinione. Quindi ecco perché al termine della prima traccia di questo album un sorriso compiaciuto si manifesta sul mio volto. Signori miei, “Philosophie des Arts Occultes” è la reale libertà di espressione in campo musicale, un emblema di ciò che mente e spirito possono fare se non sono ostacolate da dettami di comportamento o di giudizio. È dai tempi degli Abruptum di “Obscuritatem Advoco Amplectere Me” e della defunta Deathlike Silence Production che non sentivo suoni così avvolgenti. Non c’è niente da fare, non potete apprezzare un’opera come questa se non siete in sintonia perfetta con l’intento di chi l’ha generata. Definire siffatta gemma con black metal-noise music è alquanto (anzi, moltissimo) riduttivo. Tre singole tracce per 25 minuti di suoni, respiri, gorgoglii, ballate nordiche distorte e stremate dalla pesantezza di una registrazione che sa il fatto suo, cantilene terrificanti e litanie esasperate. Dà l’idea di un macabro viaggio nel mondo della stregoneria, e se si può definire dannato un qualsivoglia genere musicale, questo lo è senza ombra di dubbio. Dannato… e pericoloso, almeno per chi crede ai poteri della magia e all’influenza delle energie che si richiamano a distanza. “Ouija”, la terza traccia, vi sbilancerà mentalmente. Pare quasi che la musica vera e propria (uno slow black dei più sporchi) non abbia valore all’interno di un più ampio spettro d’atmosfera. Un magnifico sottofondo di inquietante voracità, a voler banalizzare. Sarete testimoni di un viaggio, durante l’ascolto di “Philosophie des Arts Occultes”. Non chiedetevi quale’è la destinazione. (Damiano Benato)

(Dunkelkunst)
Voto: 90

venerdì 30 settembre 2011

Within Your Pain - A Fate Worse Than Death

#PER CHI AMA: Deathcore, Naera, All Shall Perish
Debut sulla lunga distanza per i Within Your Pain, promettente formazione di Vigevano che dà alle stampe questo “A Fate Worse Than Death” con l’intento di mettere a ferro e fuoco il panorama metal nazionale con la loro proposta estrema. Il sound dei nostri è un concentrato di brutalità e violenza allo stato puro, che lungo le nove brevi tracce di questo cd, ci dà dimostrazione di che pasta siano fatti questi giovani ragazzi. Pur non proponendo nulla di nuovo (ma chi in questo momento lo fa, d’altro canto?), il quintetto lombardo può vantare qualche interessante divagazione tematica ad un genere fin troppo abusato in quest’ultimo periodo. Sia chiaro che il punto di partenza è un death metal sporcato da contaminazioni hardcore, tutto giocato sull’alternanza tra ritmiche super aggressive, stop’n go e il cantato lacerante del vocalist. Sorprendente la quinta traccia, “Days of January” che si apre con un arpeggio per poi sfociare in una cavalcata di ferocia inaudita, che comunque trova attimi di inattesa melodia. Ancora un altro arpeggio apre “A Fall Without End” e qui un’altra gradita sorpresa, con una bella voce pulita che si alterna a quella di Don’t, il vocalist della band e qualche altra apertura melodica che lascia intravedere ottimi sviluppi in chiave futura. Ribadisco quanto affermato a inizio recensione: i nostri mostrano ottime potenzialità, basta solo acquisire una maggiore consapevolezza nei propri mezzi e cercare di prendere le distanze il più possibile da un genere troppo inflazionato in questo momento. Non abbiate paura di osare!! (Francesco Scarci)

(Last Scream Records)
Voto: 65
 

lunedì 26 settembre 2011

Moonrise - Under the Flight Of Crows

#PER CHI AMA: Melodic Death Metal
"Poi dirà anche a quelli di sinistra: andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli…" (Matteo 25:41). "...Dio non risparmiò gli angeli che peccarono, ma li confinò nelle spelonche tenebrose del Tartaro, custodendoli per il giudizio…" (2 Pietro 2:4). "…ed anche gli angeli, quelli che non serbarono il loro primato, ma abbandonarono la loro dimora, li ha tenuti legati con catene eterne, nel fondo delle tenebre, per il giudizio del gran giorno." (Giuda 6). "E fu precipitato il grande drago, il serpente antico, che è chiamato diavolo e anche satana, il seduttore del mondo intero fu precipitato sulla terra e i suoi angeli furono precipitati con lui." (Apocalisse di Giovanni 12:9). Quattro neri angeli caduti, scortano, sotto un cielo crepuscolare, a spalla, una bara. Odo, lassù in alto in alto, quasi a sfidare l’Altissimo, un’anulare stormo di sei corvi neri. Sei ne vedo scendere, in picchiata, e posarsi sulla rovesciata croce del coperchio della bara. Sei si librano bassi, nell’aria, a ricordare, nelle menti di chi ancora non è trapassato, l’oscura locuzione del memento mori. Ecco il cortometraggio girato dalla mia diabolica mente nel momento in cui il mio lettore ha accelerato la velocità angolare di “Under The Flight Of Crows” della pentacolare, padovana formazione dei Moonrise. La mia assonica rete neurale si è subito fatta sedurre ed irreversibilmente avvolgere dalle sue octopiche, funeralesche note, dalle angeliche immagini dell'artwork. Angeli bianchi, si, certo... ma non a caso ripresi in modo da apparire oscuri, neri. E non a caso con le ali chiuse, basse. La loro punta, sembra quella di una spada.Ma è con i corvi, si, con i corvi che si comincia. Ad affiancarli, un gong cerimoniale, di quelli che spesso accompagnano i buddisti nella preparazione del mandala. E poi quel timpano, quel timpano… non messo a caso, no, ma pensato per evocare una marcia. Funebre naturalmente. Ed ecco servito il quattro, ma su bordo di crash e non di bacchetta, come esige il rito batteristico per l'esecuzione dei pezzi più truci e violenti. Attaccano le distorsioni di chitarra. Odo accenti in ottavi in campana di ride, qualche tranquilla battuta e poi via, giù di brutto, una violenta raffica in trentaduesimi di rullo ad introdurre quella voce, si, quella voce... acuta e urlata, ma a tratti anche roca e profonda. Vedo le particelle sottili di polvere di plettro sfaldarsi nell'aria e riflettersi nel nero, brillante occhio dei corvi. Quasi si appanna, si chiude, ma poi veloce si riapre più penetrante, inasprito e incazzato. A fatica vedo quelle dita, si quelle dita... 'sì veloci e precise destreggiarsi sicure tra corde e pick-ups. Quella chitarra ci gode, si, ci gode ad urlare. Quasi non me ne accorgo, anzi me ne accorgo e mi incazzo quando scopro che il pezzo è finito. Peccato, me ne sarei inebriato ancora. Ma c'è dell'altro... "Dusk", track successiva, seguita da "Dressed by Our Dreams", non mi entusiasmano particolarmente. Ci possono certo stare, però, data la caratura della prima track, mi lasciano con la voglia di qualcosa di più. Quel qualcosa di più arriva con l'incipiente attacco di "My Ruins": bello il giro di chitarra che giustamente ritroviamo più volte nell'arco del pezzo e che ne impreziosisce la partitura. Particolare anche la struttura della canzone. Sicuramente gustosa da eseguire, per le pause cadenzate tra le veloci rullate, feroce nell'inizio, potente nel testo, è "Not in This Life". Il pezzo offre alla chitarra ottimi, solistici, camei d'espressione. La successiva "The Time of Falling Leaves" ci regala curiose incursioni vocali, qualche buona galoppata di doppio pedale che piace tanto ai metallari e che non guasta mai. L'eptade canora si chiude con "Save the Morning", potente e feroce. Bello l'inizio ed il successivo sviluppo del pezzo: un trionfo di rullo e gran cassa con dei bei giri di chitarra. A questo punto la recensione sarebbe finita ma... per soddisfare la macabra curiosità di quei lettori che si fossero chiesti: "Ma che cazzo c'era all'interno della bara?" Beh, non vedo perchè non soddisfarli: un corpo, avvolto dalla terra, pancia sotto, con la testa mozzata. Due antiche monete nei bulbi oculari ed un paletto nel petto con avvolto un medaglione con scritto: "...chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte." (Giovanni 8:51). (Rudi Remelli 6:66)

(Punishment 18 Records)
Voto: 70

Audioplug - X-posed

#PER CHI AMA: Electro-EBM, Future Pop
Quando al panorama underground si affacciano delle band giovani e promettenti, è sempre un piacere assistere alla loro crescita e vederne l'approdo al debutto discografico, soprattutto se queste realtà emergenti provengono da paesi che non possiedono ancora una lunga tradizione nell'ambito della musica elettronica. E' questo il caso degli Audioplug, validissima scoperta di casa Decadence Records, la quale ci permette di spostare l'attenzione su una scena elettronica greca per larga parte ancora sconosciuta. Il trio, originario di Tessalonicco, ha cominciato a muovere i primi passi solo nel 2002 ma possiede già delle qualità notevoli per essere al suo esordio. Tra le tante, quella che si riconosce subito è la capacità di legare soluzioni melodiche dalla vena future-pop ad una base sonora estremamente dinamica e incalzante che non perde mai di vista la potenza del suo costrutto ritmico. Con l'opener "I'm Perilous" si parte alla grande: un battito cadenzato e incessante che fa da sostegno ad un motivo immediatamente orecchiabile e perfettamente adatto al dancefloor. Non fraintendete, perchè "X-posed" non invita solamente al ballo e brani come "Disoriented" e "United We Stand" colpiscono direttamente al centro della sfera emotiva, colmandone i pensieri di immagini conturbanti, cariche di una profonda fisicità. Le morbide linee di synth tracciano invece dei percorsi scorrevoli in cui la voce di Dimitris può trovare appiglio ed esprimere al meglio il suo potenziale. E' infatti la parte cantata a costituire un altro punto vincente degli Audioplug, i quali giocano su una grande varietà di effetti vocali, permettendo a Dimitris di esaltare delle qualità canore altrimenti ordinarie e dando anche un maggior respiro alla timbrica pesante di episodi quali "Acidify Me" e "Dream Odour". Da ascoltare assolutamente anche "Hyperion Sun", un inno al Sole tratto dai poemi omerici e interamente cantato nella lingua madre del gruppo. Un'occasione da non perdere, per appurare quanto la musicalità del greco si presti bene anche alle melodie danzabili di un brano EBM! (Roberto Alba)

(Decadance Records)
Voto: 75

domenica 25 settembre 2011

Lost Conception - Paroxysm of Despair

#PER CHI AMA: Techno Brutal Progressive Death, Pestilence, Death
Abbastanza controverso l’ascolto di questo cd: se dai primi due minuti d’ascolto di “Pathetic Existence” mi ero convinto di avere fra le mani un prodotto di brutal techno death, ecco cadere ogni mia convinzione con la seconda metà del brano, dove passaggi acustici, melodici e atmosferici, ci consegnano una band camaleontica, in grado di cambiare vestito in pochissimi secondi da qualcosa di devastante e ferale a qualcosa di assolutamente tranquillo o al limite dell’imprevedibilità. E cosi anche con l’incipit di “Useless Shell of Void” vengo prontamente annichilito dalla potenza di fuoco del quartetto russo di Krasnoyarsk, prima che il mio cervello subisca un nuovo intervento lobotomizzante per le ritmiche schizoidi della band. Album di debutto col botto per i Lost Conception che nelle note di “Paroxysm of Despair” mischiano in modo egregio ritmiche infernali a la Death, con incursioni devastanti a la primi Pestilence. Mi ritrovo alla terza traccia con le ossa già pesantemente frantumate e fortunatamente il ritmo di “Urbanistic Echoes of Evolution” non è tra i più veloci viaggiando su un mid tempo che comunque fa degli improvvisi cambi di tempo, della elevata tecnica e dell’improvvisazione, il proprio punto di forza, per non parlare poi dell’esagerata sezione solistica, dove il duo Doctor/Verz (tra l’altro anche entrambi i vocalist), duetta con delle saettate impressionanti per tecnica e per gusto estetico. Sono compiaciuto, devo ammetterlo: l’orribile copertina non lasciava presagire nulla di buono e invece, come si suol dire, “l’abito non fa il monaco”, ed ecco che il contenuto di questo album di debutto, farà sicuramente la gioia di chi ama un techno progressive death e di chi ha una profonda nostalgia dei riffs del buon Chuck Schouldiner. Le liriche di questo micidiale lavoro, vertono poi sul degrado della società moderna, ormai allo sbando tra mille scandali e manipolata dai media (“Human Becomes an Idiot”) o prossima all’autodistruzione attraverso una qualche guerra chimica o nucleare (“Society Equals Zero”). Chissà se c’è uno spiraglio a questa continua corruzione dell’animo, di sicuro i Lost Conception provano a illuminarci questa difficile lunga strada, con grande classe e convinzione. Incredibili! (Francesco Scarci)

(Darknagar Records)
Voto: 80

Black Messiah - The First War Of The World

# PER CHI AMA: Viking Black, Thyrfing, Ensiferum, Manegarm
Tornano i crucconi Black Messiah, a distanza di quasi tre anni dal precedente “Of Myths and Legends” e la proposta del combo di Gelsenkirchen non cambia di una virgola il proprio sound rispetto al passato, della serie “squadra che vince non si cambia”. Si tratta sempre di un pomposo black metal in pieno stile vichingo con una pesante spruzzata di suoni folk (per quell’utilizzo di violino e mandolino). Più che dalla Germania, i nostri sembrerebbero decisamente provenire dalle lande nordiche della Lapponia, tante e tali sono le influenze derivanti dai vari Ensiferum, Korpiklaani o Finntroll, tanto per citarne alcuni. La struttura dei brani è quella consolidata: chitarre potenti, tirate a tratti a livelli black con ottime melodie che dipingono paesaggi invernali, ricordando i suoni degli ahimè scomparsi Windir, melodie su cui poi si insinuano i vocalizzi di Zagan (talvolta fastidiosi in quello stile birreria di Baviera) e le aperture epico-sinfoniche, in alcuni casi al limite del power. Quello che più mi piace del cd, ma che forse rischia alla lunga di stancare è l’uso del violino, strumento che peraltro adoro, ma che qui è fin troppo spesso abusato. Comunque il sestetto teutonico ha un buon gusto per le melodie inneggianti ad Odino, che rievocano riti pagani ed oscure epoche medievali. Per chi ama il black vichingo, per chi ha voglia di brandire spade al cielo o per chi desidera divertirsi o rilassarsi ascoltando un disco piacevole, in un periodo non certo brillante in ambito metal, di sicuro non può perdersi questo nuovo lavoro dei Black Messiah, i nuovi paladini del Valhalla! (Francesco Scarci)

(AFM Records)
Voto: 75

sabato 24 settembre 2011

Until My Funerals Began - Behind the Window

#PER CHI AMA: Death, Funeral Doom, My Dying Bride, Saturnus
Della serie “My Dying Bride rules”. Eh si perché, in questo ultimo periodo sono molti i cd passati tra le mie mani che si rifanno alla band inglese. Il secondo album del terzetto ucraino Until My Funerals Began è fra questi, e fin dalle sue note iniziali, quei tocchi di pianoforte della title track, non possono che richiamare le gesta dell’ensemble britannico, guidato dal carismatico Aaron Stainthorpe. A differenza della band d’oltre Manica però, il trio di Donetsk offre sonorità molto più rallentate, tipiche del funeral doom, con una ritmica marziale contraddistinta dall’uso (fastidioso) della sintetica drum machine, con il growling soffocante di Coroner che si alterna a quello più graffiante (e talvolta pulito) del factotum Rumit. Si apprezza tuttavia la dinamicità di un brano monolitico, il che sembrerebbe giustamente un controsenso, tuttavia, nonostante la pesantezza del rifferama, e la lunghezza del brano, alcune soluzioni atmosferiche affidate alle tastiere, alleggeriscono di non poco la proposta dei nostri. Cerco conferme alle mie teorie nei successivi sedici minuti di “Snowflakes”, pezzo dal feeling estremamente malinconico per quell’uso, mai esagerato ma di sicuro impatto, del piano. La voce è pulita, con un qualcosa che richiama i Saturnus dell’EP “For the Loveless Lonely Nights” e una sezione ritmica, mai dirompente, con il basso talvolta sopra le linee a disegnare deprimenti passaggi di un autunno non ancora arrivato in fatto di stagionalità, ma che in realtà riempie tutti i solchi di questo lavoro. Certo affrontare questi cinque pezzi, la cui durata media si attesta sui tredici minuti, non è tra le cose più semplici da fare, tuttavia, mi lascio sedurre dal sound, sempre pregno di tristezza, del combo dell’ex repubblica sovietica. Peccato ancora una volta sottolineare quanto l’utilizzo di un vero batterista, potrebbe dare maggiori benefici ad un lavoro che già di per sé risulta più che soddisfacente, e che alla fine ci regala molteplici spunti di interesse grazie alle sue brumose suggestioni autunnali. A volte mi domando se siano realmente le condizioni climatiche o socio-politiche di determinate nazioni a condizionarne il sound, però devo ammettere che è estremamente curioso notare che la maggior parte delle band dedite a queste sonorità plumbee sia originaria di paesi dell’ex blocco sovietico o della Finlandia. A parte queste considerazioni, anche con “Questions” e le conclusive “Funeral Waltz” e “To the Sun” si fa assai complicato trovare un barlume di luce e positività nelle note di questo disco. Piacevoli sì questi Until My Funerals Began, anche se tuttavia le possibilità di stancarsi di fronte a simil proposta sono piuttosto elevate. Arrivo al termine di questi 64 minuti sfibrato, logorato dall’asfissiante monoliticità del sound del terzetto ucraino, che ha bisogno ancora di levigare qualcosina per potersi offrire ad un pubblico più ampio, per ora invece destinata solo a pochi adepti della scena. (Francesco Scarci)

(Silent Time Noise Records)
Voto: 70

Inner Missing - The Age of Silence

#PER CHI AMA: Death/Doom, My Dying Bride, Saturnus
Nuovo album dei My Dying Bride? No, non credo proprio, ma il sound proposto dal combo di San Pietroburgo non si discosta poi cosi tanto da quanto offerto negli ultimi anni dall’act della terra d’Albione. Il four-pieces russo propone infatti un death doom di pregevole fattura che, forse solo nella sua opening track, non convince appieno, avendo quel sapore un po’ troppo scontato. Con “My Sickened Hope” invece, l’act della “Venezia del Nord” cambia registro e fornisce una prova davvero eccellente con pezzi ispirati che richiamano fin dal riff, posto in apertura di traccia, i gods inglesi e poi grazie alla prestazione vocale, eccelsa e sofferente di Sigmund, spingono per trovare una collocazione di prestigio nella scena death doom internazionale, a fianco di band del calibro di Saturnus e Swallow the Sun, su tutti. A parte queste due band, spunti provenienti dagli esordi degli Anathema, emergono prepotenti in questa prima fatica discografica degli Inner Missing, che segna appunto il loro debutto su lunga distanza, dopo l’EP “All the Lifeless” del 2009. Tutti questi riferimenti a molteplici band non sono da prendere tuttavia con negatività, in quanto il quartetto della città degli zar, reinterpreta con indubbia personalità, uno stile che sta vivendo il suo massimo splendore, grazie anche all’oculatezza di etichette come la Darknagar Records o, sempre rimanendo in territorio russo, Solitude Production e BadMoodMan Music. Intrigante la strumentale “Euphoria”, capace con il suo ritmo incalzante, ma al contempo atmosferico, di instillare un vortice di emozioni contrastanti nell’animo dell’ascoltatore. Un arpeggio apre “For Your Light”, song che gioca ancora una volta la carta “prova eccezionale del proprio vocalist” che, alternandosi tra un growling convincente e quel cantato tipicamente disperato alla Aaron Stainthorpe, garantisce al risultato finale, una elevata qualità. La prova strumentale degli altri membri non è poi da meno, con un riffing portante massiccio, ma sempre pervaso da una componente melodica, malinconica e drammatica assai importante, capace costantemente di portare vibrazioni nelle orecchie ma soprattutto nel cuore di chi li ascolta. Sono sorpreso e compiaciuto di questa prova degli Inner Missing, a conferma del fatto che questo genere, che sembrava essersi perduto in passato, con la virata verso altri lidi da parte dei Paradise Lost e dei già citati Anathema, oggi goda invece di tutto questo interesse e possa mostrare band di assoluto valore come i russi di quest’oggi. Ora sono curioso di ascoltare il nuovissimo “Escapism”. (Francesco Scarci)

(Darknagar Records)
Voto: 80