lunedì 20 aprile 2026

Stargazer/Invocation - Harbringer/H.A.S.T.U.R.

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Thrash
Era il 2000 quanto l’etichetta di Singapore ci consegnava uno split cd di due gruppi australiani in giro già da anni. Si inizia con il mcd di sei pezzi degli Stargazer, tre folli musicisti che propongono un grezzo e old-style black-thrash. Velocità indiavolate in puro stile Kreator, infarcite di cambi di tempo, privi di qualsivoglia tecnicismo, ma con grande carica devastante. Ed ora veniamo agli Invocation (band scioltasi prematuramente), che risorgevano dalle ceneri dei Necrovore con questo EP di death metal sulla scia dei Morbid Angel di 'Altars of Madness', in cui tuttavia gli australiani risultano decisamente meno raffinati ma direi che la carica anticristiana è la medesima degli americani. Sicuramente, non c’è niente di originale nella proposta dei due gruppi, ma chi ama le cose grezze, troverà pane per i suoi denti.

(Dies Irae Productions - 2000)
Voto: 62

sabato 18 aprile 2026

Velzevul - Pandemonium

Ascolta "Velzevul - Pandemonium" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C'è una certa solennità nel guardare una cattedrale che brucia: non è solo il fuoco a incantare, ma la consapevolezza che quelle mura, nate per toccare il cielo, stanno diventando combustibile per un buio più profondo. Con 'Pandemonium', a 16 anni dalla loro fondazione, i russi Velzevul non si accontentano di urlare contro il divino, ma decidono di metterlo in scena, orchestrando una liturgia blasfema dove ogni tastiera è un rintocco funebre e ogni blast-beat un chiodo per sigillare la bara dell'ordine cosmico. Aspettatevi pertanto un black sinfonico che si contrappone alla ferocia tipica thrash dell'est Europa, che non ha mai perso un grammo di veleno. Le sette tracce si susseguono veloci, dalle intermittenze iniziali di "Nuclear Snow" e alle sue pomposità black sinfoniche, passando per la glacialità di "A Rotting Humanity" che si fonde con una grandeur orchestrale, che evoca quel barocchismo infernale della fine degli anni '90, con Limbonic Art e Dimmu Borgir, in testa al movimento. "Crystallization Of Desecration" è il manifesto del disco: qui le chitarre e le sinfonie s'intrecciano in una danza vorticosa, alternando ritmiche compatte a momenti più atmosferici che sembrano studiati per mozzare il fiato, mentre lo screaming efferato del frontman narra chissà quali storie. L'eco dei Dimmu Borgir si fa sempre più forte man mano che si prosegue nell'ascolto, con "The Insignificance of the Universe" e "Christian Luciferia", a evocare i bei tempi andati di 'Spiritual Black Dimensions'. Il viaggio si chiude con "The Valley Of Shadows", un crescendo di pathos che lascia con la netta sensazione di essere scivolati oltre il punto di non ritorno. Alla fine 'Pandemonium' è un disco che non cerca la sottigliezza, punta dritto alla gola con un sovraccarico orchestrale che preferisce il colpo di scena alla meditazione, ricordandoci che il caos non è disordine, ma una forma superiore di architettura. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 68

giovedì 16 aprile 2026

Indesiderium - The Nocturnal Seance Of Lucifer

#PER CHI AMA: Black Metal
Ho appurato che per trovare il cuore nero del black metal, non sempre si debba guardare verso le foreste scandinave, ma si possa anche puntare gli occhi al cemento rovente di Los Angeles. Gli Indesiderium non sono qui per fare troppa accademia, sono qui per dimostrare che quel fuoco, se alimentato con la giusta dose di odio, può ancora bruciare tutto quello che incontra. 'The Nocturnal Seance of Lucifer', il loro terzo atto, non è certo una seduta spiritica per nostalgici, è un bombardamento a tappeto eseguito con una lucidità chirurgica che non lascia superstiti. Questo è dimostrato immediatamente dalla seconda "Merciless Extermination" (la prima è una banalissima intro con tanto di gracchiare di qualche corvaccio). Poi largo a una tempesta di riff tremolanti che non conosce sosta. Le chitarre non disegnano paesaggi, ma incidono profonde ferite nella pelle: ogni accordo è un colpo di rasoio, ogni linea melodica un lamento blasfemo che s'incastra in progressioni rapide e compatte. Niente di assolutamente originale però, un lamento come decine di migliaia ne abbiamo sentiti dai primi anni novanta a oggi, un omaggio vibrante e ferocissimo alla scuola svedese che ha fatto della melodia tagliente la propria bandiera, ma riscritta qui con una cattiveria tutta americana che puzza di nichilismo e polvere da sparo. Preparatevi dunque a un assalto all'arma bianca, dove la batteria di Warhead lavora come un rullo compressore industrializzato. Non c'è troppo spazio per il respiro, se non in quei brevi frammenti ambient che caratterizzano il disco. A suggellare il tutto, la voce di Atrum Lorde, un grido abrasivo, puro odio esistenziale, crudo e intransigente. I brani poi corrono veloci, evocando i Marduk o i primi Dark Funeral, tra serrata cavalcate (penso a "Apocalyptic Funeral March") che ahimé finiscono per assomigliarsi un po' tutte. Evviva la coerenza, pure troppa in effetti. Qui non si gioca con l’estetica; qui si continua una linea di sangue. E lo si fa con una ferocia che vi ricorderà perché, un tempo, questa musica faceva davvero paura. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 60

martedì 14 aprile 2026

Clouds Taste Satanic – Berlin 2023

#PER CHI AMA: Stoner/Space Rock strumentale
Cosa dire di un nuovo disco dal vivo, dopo 'Birmingham 2024' dello scorso anno, dei Clouds Taste Satanic? Registrato ai Big Snuff Studios di Berlino nel 2023, viene sparato in faccia al pubblico senza sovra incisioni o altre diavolerie che potrebbero renderlo ancora più appetitoso, e andando a scoprire che è proprio in questo frangente, in questa scelta, che la band americana si contraddistingue dalle altre, che la sua identità è così legata al rock abrasivo, old fashion, suonato e sudato in maniera reale, che dal vivo non ha proprio bisogno di aggiustamenti di alcun tipo. L'equilibrio è altissimo, l'aria è pesante ed avvolgente, tutto suona come deve e si lascia ascoltare con una fluidità e una forma di catarsi cosmica, che guida il nostro udito verso visioni di galassie lisergiche, infinite e stellate. L'album si apre con "Second Sight", tratta dall'album omonimo ed è una lunghissima suite (21 min. circa) che, capitanata da chitarre pirotecniche, esplora parecchie influenze e modi di intendere lo stoner nella lunga storia di questo modo di fare rock psichedelico. Di seguito è il turno di "Sun Death Ritual", altro lungo brano tratto dall'album 'Tales of Demonic Possession', che ci dilata la visuale con venature space rock e fughe verso un tipo di doom che soddisferebbe chiunque, con le iperattive chitarre a macinare riff di scuola Tony Iommi e assoli a gogo, ipnotici e surreali, al pari di un'allucinazione, con una perizia tecnica di pregevole qualità. La produzione di questo live è ottima e non fa rimpiangere o abbassare la potenza della band newyorkese nei lavori fatti in studio, al contrario, la stima aumenta nei confronti dei nostri. Subito dopo si ha la nuova conferma con il terzo brano, "Spirits of the Green Desert", sempre tratto da 'Tales of Demonic Possession', un pezzo più corto e immediato per un sicuro effetto acido. Chiude il set live "Beast from the Sea", cupa e progressiva, anch'essa super ipnotica, mostrandosi peraltro come un'ottima colonna sonora per il soggetto marino descritto nel titolo del brano. I Clouds Taste Satanic si dimostrano istrionici, sapienti conoscitori e paladini fieri di un genere che hanno saputo portare avanti e in alto, in tutti questi anni di carriera, con grande professionalità e originalità, e scoprirli in sede live sempre così in forma, non può che farci sentire ancora più felici. Per chi ama l'heavy psichedelico e lo stoner d'estrazione a stelle e strisce, desertico, sofisticato e ipnotico, suonato in maniera polverosa e visionaria, oltre al fatto che le copertine di tutti i loro lavori sono splendide, possiamo dire che questo disco sarà sicuramente, lo scrigno d'oro per il vostro palato fino di cultori dello stoner rock. Una prova monumentale e chitarre spettacolari per un disco dal vivo da ascoltare a tutto volume! (Bob Stoner)

(Kinda Like Music - 2026)
Voto: 72

domenica 12 aprile 2026

Sulphuria - L'Odore Del Sangue

#PER CHI AMA: Occult Black
Accostate la mano a una parete di cemento in una sala prove di provincia: è fredda, trasuda umidità e vibra di un ronzio sordo che non se ne va mai. Ecco, i Sulphuria suonano esattamente così: apparsi all'improvviso tra la nebbia, portano con sé 'L’Odore Del Sangue', un debutto che arriva dopo ben quattro demo usciti tra il 1994 e il 1998 e che mastica black con la fame di chi non mangia da giorni. Dimenticate la chirurgia estetica dei suoni digitali, qui la produzione è sporca, carnale, quasi fastidiosa per quanto è vera. È una colata di pece che riprende il filo interrotto dell'occultismo italiano più viscerale, quello dei Mortuary Drape e dei primi Necromass, aggiungendo poi l'orrore come forma di purificazione spirituale, una catarsi che gratta via il superfluo fino a farti sentire l'osso. Quello del duo di Macerata è un assalto primordiale, fatto di chitarre sature di zolfo, guidate da uno screaming strozzato in gola e che si snoda attraverso sei pezzi (il primo è un'intro). "Mille Volti di Te" mette subito in chiaro la direzione stilistica dei nostri con un black asciutto ma comunque dotato di una certa vena melodica che lo rende facilmente ascoltabile. Nessuna bolgia sonora, semmai il disco suona più come un'invocazione rituale che trova a mio avviso, il suo apice in "Blu", il mio pezzo preferito, forse per qualche analogia con i Necromass di 'Abyss Calls Life' e con la successiva e salmodiante, "La Stanza di Dzyan". Niente di trascendentale, eppure godibile, soprattutto nella seconda metà, dove l'esoterismo diviene più palpabile nelle atmosfere create dalla chitarra acustica e da ambientazioni sinistre. La title track, pur sparata a una velocità più vertiginosa, vanta alcuni momenti degni per essere la colonna sonora di un film horror, considerando soprattutto la performance vocale del frontman italico. Il sipario cala con "La Stanza del Satiro", chiudendo il cerchio in modo coerente. Lo ammetto: all'inizio li avevo un po' snobbati. Mi sembravano l'ennesima operazione nostalgia. E invece mi sono dovuto ricredere. C'è una verve genuina in questo disco, un mix di dissonanze e atmosfere occulte che, oltre a farti venire un pizzico di magone per il black metal degli anni '90, dimostra che questi due sanno il fatto loro. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 70

sabato 11 aprile 2026

Goatpsalm - Beneath

#PER CHI AMA: Funeral/Doom
A dieci anni esatti dall'uscita del magistrale 'Downstream', la band russa torna a farsi sentire con un full length che raccoglie brani scritti in questo lungo lasso temporale, ovvero tra il 2017 e 2025. La nuova opera è un colossale lavoro che raccoglie le varie identità sonore intraprese nella carriera di questa band, gli stili toccati, le atmosfere espresse album dopo album, racchiuse in queste nuove cinque tracce. I Goatpsalm suonano in maniera originale una musica carica di un'emotività sinistra, usando linguaggi diversificati tratti da generi che trasudano oscurità da tutti i pori, utilizzando il verbo dell'industrial, del noise, del funeral doom, della psichedelia virata al dark, il tutto con un tocco di rarefatto folk d'ambiente suonato, concedetemi il paragone, con l'intensità e la classe acustica, gotica e sofisticata, alla maniera di band che con il metal non hanno nulla a che vedere, come gli And Also the Trees. Il risultato è complesso: si parte con una mini intro etno-ambient per poi raggelare il terreno con "Heart of Damballah Wedo", che ricorda le sperimentazioni dei francesi Spherical Unit Provided o Supuration. Doom metal dai tratti glaciali e siderali quindi, combinati con suoni sintetici e futuristici per uno spazio siderale infinito. Il mood affonda con "Split Soil" dove il funeral doom diventa più oppressivo e pesante, attraente generatore di nere (e mere) allucinazioni fatte di un sound che sa di infinita capitolazione, una vera e propria maestosa, decadente discesa agli inferi. "Kalbas Whispers of Death" cambia scenari, avvalendosi di percussioni etniche per un suono scarno che arde di profumi sciamanici; quanto meno inaspettato a questo punto del disco, ma diventa uno spartiacque riflessivo ed ipnotico per rarefarsi nel finale, e scegliere la via della sfumatura in nero che anticipa l'arrivo di "Exequires", il brano simbolo, a mio parere, di questo album. Una traccia che affronta i chiaroscuri del funeral doom senza compromessi, un suono che scivola tra il sotterraneo funereo degli Esoteric e i Thergothon. Quindi scream, growl e una cadenza ridotta della ritmica fino al minuto 3:43, dove tutto progressivamente si ferma, come se stessimo cadendo in un vuoto assoluto, nota dopo nota in sintonia con il doom più cerebrale e d'avanguardia, fatto di rumori d'ambiente e versi di animali, che portano ad un senso di immobilità concreto che si manifesta nel lunghissimo finale, laddove una voce ribassata di tono e una velocità rallentata, ci accompagnano in un viaggio attraverso lande desolate e nebbiose, in assenza di ritmo con a capo un suono vicino al rumore bianco, per una visione sonora spettrale. Finisce così un disco deliziosamente sinistro, difficile da ascoltare ma assai attraente, un lavoro che profuma di decadenza e composizioni plumbee, per una band che riconferma la propria altissima qualità. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

giovedì 9 aprile 2026

Pale Heaven – Jaws of Eternity

#PER CHI AMA: Melo Death/Deathcore
Non ho trovato troppe informazioni relative a questi Pale Heaven, band originaria dell'Ontario, dedita a un melo death, sporcato di influenze black/deathcore. 'Jaws of Eternity' dovrebbe essere il loro debut album stando a Spotify (stranamente non compaiono nemmeno su Metal Archives), un disco in cui le chitarre s'intrecciano come sciabole a duello, sostenute da un basso fluido che non si limita a marcare il tempo ma a dettarlo, mentre la voce del frontman urla tutta la propria disperazione, in un growl possente, a tratti soffocato. Dopo l'intro, esplode furiosa "Jaws of Eternity", la traccia che dà il titolo al disco, con chitarre sparate a tutta velocità, tra melodie cinematiche, intermezzi atmosferici e vocalizzi a tratti indemoniati. Spettacolare la crescita ritmica, le melodie che vanno gonfiandosi nel finale e le intemperanze deathcore in qualche breakdown che dirompe nel corso del brano. Poi un arpeggio ad aprire "Still We Wander", e poi ancora le chitarre si rincorrono e si frantumano in distorsioni improvvise, mentre la voce sembra quasi sussurrare nel buio. La musica dei quattro musicisti di Toronto va veloce al dunque, ti prende e ti porta esattamente dove essi vogliono portarti, insinuandosi sotto pelle con le loro melodie e gli assoli accattivanti, senza che tu nemmeno te ne accorga. Forse per questo mi hanno entusiasmato al primo ascolto, li ho trovati immediatamente gradevoli, uno di quei dischi che ti si appiccica addosso e non riesci più a togliertelo dalla pelle. E non vi spaventi nemmeno un pezzo come "Torchbearer", forse più ostico dei precedenti, ma comunque super dinamico e devastante. "Abyssal Waters" prova a farci sprofondare nelle viscere degli oceani, complice quel vocione animalesco del cantante, in realtà il pezzo è un bell'esempio di melodie ariose tra ritmiche serrate e rallentamenti soffocanti, ancora nel segno del deathcore più progressivo e melodico. Mi piacciono questi canadesi, lo ribadisco, non hanno troppa paura di suonare come già sentiti o addirittura scontati, io ci sento il cuore nella loro proposta, un connubio di melodie facili da assimilare ("Equinox" e la conclusiva "Winds of the Tempest" sono altre due eccellenti conferme), tonanti ritmiche e quanto di più fresco si possa sentire in una bella e fresca giornata di primavera. Bravi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 8 aprile 2026

Zapovit – Ira Borystheni

#PER CHI AMA: Raw Black Metal
Gli Zapovit ("lascito" in ucraino) non hanno scelto di essere una band black metal nel senso ricreativo del termine; sono diventati un grido di libertà perché il silenzio, a Huliaipole, non era più un'opzione. Nati nel 2024 tra le macerie della regione di Zaporizhzhia, Vladislav e Stanislav hanno trasformato il loro progetto in una trincea sonora. 'Ira Borystheni' (L'ira del Dnepr), il fiume che ha visto passare secoli di sangue e rinascite, è un EP che vibra di un'urgenza, la cui musica è una creatura ibrida che mastica black metal e lo sputa fuori mescolato a improvvise, dolorosissime aperture acustiche. La produzione ruvida e casalinga non è un limite tecnico ma una testimonianza. È il suono di chi sta suonando nello scantinato di casa mentre la storia gli crolla intorno, e ogni nota sembra dire "siamo ancora qui, siamo vivi". Sono solo tre i pezzi contenuti, con la title track ad aprire il lavoro tra furenti accelerazioni black accompagnate da timide melodie di sottofondo e parti acustiche folkloriche, che fungono da richiamo ancestrale per un popolo che rifiuta di essere cancellato dalle mappe. "Berestechko" prosegue con la sua furia estrema, tra disperate grim vocals e glaciali linee di chitarra. C'è poco di innovativo in questa proposta, sia chiaro, non è black metal arricchito di orpelli, anzi, è un black metal inteso come atto di sopravvivenza e memoria collettiva, avvalorato anche dalla conclusiva "Ruina", un grido di battaglia verso l'intruso, un inno alla protezione della patria attraverso il sangue e il dolore di coloro che stanno combattendo per l'Ucraina. Onore a voi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 62

lunedì 6 aprile 2026

Feversea – Wormwood in the Veins of the World

Ascolta "Feversea – Wormwood in the Veins of the World" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Metal/Hardcore/Post Punk
L’apocalisse, quella vera, non farà rumore. Non sarà lo schianto di un meteorite sulla Terra o il crollo coreografico di un grattacielo; sarà qualcosa di molto più intimo, viscido e silenzioso. Forse un veleno che entra in circolo, cambiando il sapore dell'acqua mentre la bevi. I Feversea probabilmente sanno qualcosa di più, complice l'amaricante fil rouge biblico di questo lavoro, e hanno deciso di non aspettare il prossimo album per dircelo. Sono quindi tornati da Oslo con un nuovo EP, 'Wormwood in the Veins of the World', a soli dieci mesi dal debutto 'Man Under Erasure'. Dimenticatevi lunghe suite post-metal, i nostri da sempre sono sostenitori della compressione. Quattro tracce, diciotto minuti. È un post metal animato da fiammate punk quelle che ascoltiamo nell'opener, nonché title track del disco, peraltro con la densità del piombo fuso. Un muro sonoro che crolla addosso, con quella melodia sghemba, marchio di fabbrica dei nostri, al pari della voce femminile di Ada, urlata, suadente, viscerale. Sarà cosi in tutte le tracce del disco. In "All Gall Is Divided", la band spinge che è un piacere, mentre la frontwoman prima sussurra, poi ci urla in faccia e infine ci accorda una carezza. Ma non c'è da abbassare la guardia, anche laddove il sound si ferma un paio di secondi per farci respirare. La ruvidità dei nostri si riprende la scena per un'altra manciata di secondi, poi di nuovo qualche carezza consolatoria e poi ceffoni sulla faccia, gli stessi rifilati anche nella successiva "Bileblack", questa dotata di un suono viscoso e oscuro, che trasuda tutta la tensione di un lavoro in un unico termine cromatico, il nero. Che dire poi di "Sounding The Third Trumpet"? Una devastante, dissonante e disturbante chiusura, l'estinzione della razza umana da un mondo che non ci vuole più. Cali il sipario. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2026)
Voto: 74

domenica 5 aprile 2026

Mek Na Ver – Noctivaga

#PER CHIAMA: Black Metal
C’è un tipo di freddo che non ha niente a che vedere con il meteo. È quel brivido che senti quando la porta di casa non è più un confine sicuro, forse a causa di una presenza che abita i nostri spazi. È cosi che i Mek Na Ver si palesano, senza bussare, con la loro intro "Silenzio d'Incanto e Fiele", opener di 'Noctivaga', il loro secondo atto, che segna il ritorno della band romana dopo ben sedici anni da 'Heresy'. E il quartetto, guidato dalle vocals di Serena (accompagnata peraltro da membri legati a nomi storici come Opera IX e Aborym), non si accontenta di suonare black metal, allestisce un altare di synth e ossidiana su cui sacrificare ogni rassicurante certezza solare. "Strix - Elegia Lunae" è il primo diabolico afflato in cui l'architettura ritmica black è sorretta dai magici synth di Emanuele Telli (Opera IX) che rendono i riff ancora più affilati. "Strige - Altar of Unspoken Vows" esalta le qualità della guest Elisabetta Marchetti al microfono, con un cantato caldo e pulito, mentre il black atmosferico fluttua nell'etere evocando misteriose entità come Saor o Drudkh. Non conoscevo i Mek Na Ver prima di oggi eppure il loro sound suona già familiare nella mia testa. E "Strigae – Canticum Nihilitatis (Il Canto del Nulla)" continua ad ammaliarmi con il suo black venato di sano folklore mediterraneo, fatto di melodie solenni e atmosfere vibranti. Se "Strigoi - In Nihilum" vanta un misterioso break centrale atmosferico con la voce di Serena in primo piano, "Ascensio Astrae (tra le Stelle)" vede la comparsa di un altro ospite, Federico Sanna alla voce, abile nel passare tra clean vocals e screaming efferati, in un brano che riesce a essere contemporaneamente densissimo e trasparente. In coda, "Sabbat – Vespera Ultima" è il pezzo più lungo del lotto, un black sinfonico che è la dissoluzione finale di un rito che spegne l'ultima candela per un disco che non ha paura di guardare nell'oscurità e, cosa ancora più rara, non ha paura di lasciarsi guardare da essa. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 73

sabato 4 aprile 2026

Space Traffic – On the Other Side

#PER CHI AMA: Psych Space Rock
Gli Space Traffic non sono stati troppo fortunati nel beccarmi due volte su due a recensire i loro lavori, ma la manovalanza nel Pozzo langue e quindi tocca a me prendere tutto in mano. E cosi, eccomi di nuovo, a distanza di cinque anni da 'Numbness', a parlarvi di questa band valdostana, le cui coordinate stilistiche sono sospese in quel vuoto pneumatico, dove il rock smette di essere rumore e diventa piuttosto esplorazione spaziale. 'On the Other Side' poi, non è solo il titolo sulla copertina, è l'istruzione per l'uso, per spingerci attraverso una porta simbolica (l'introduttiva "Open the Doors") che ci permette di viaggiare attraverso dieci nuovi brani inediti, in un ritmo circolare che ci ricondurrà al punto di partenza, con una consapevolezza diversa, quella di chi ha vissuto l'esperienza di respirare atmosfere psych/space-rock sulla scia di vecchi classici, i Pink Floyd e Hawkwind in testa, ma anche di tutta quella spinta rock anni '70 che si traduce in pezzi in cui il groove delle chitarre, peraltro accordate a 432 Hz, si deposita come polvere stellare sui microfoni ("Lady Bubblegum"). Il vocalist nel frattempo si lancia talvolta in acuti un po' troppo anche per le sue qualità canore ("Fake Memories" o la conclusiva "Back from the Other Side"), mentre il terzetto nostrano continua a sfornare pezzi, senza mai spezzare la musicalità di fondo del disco. Non è il mio genere preferito sia chiaro, ma se siete amanti di space rock, atmosfere psichedeliche in salsa blues ("Looking Forward"), atmosfere dilatate che sanno di jam cosmica di doorsiana memoria ("A Deeper Dream" e la già citata "Back from the Other Side"), 'On the Other Side' potrebbe essere la vostra prossima fermata. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 2 aprile 2026

Empire de Mu – The Lotus Legacy

#PER CHI AMA: Orchestral Brutal Death
A Montréal, si sa, il freddo non scherza, ma quello uscito dagli studi degli Empire de Mu, è invece un calore di tipo diverso: un incendio che fonde il marmo dei teatri d'opera con la cenere del brutal death. Se pensavate che il connubio tra lirismo e la violenza del death metal fosse già stato esplorato a sufficienza, 'The Lotus Legacy' è qui per dirci, con una certa dose di arroganza, che ci sbagliavamo di grosso. Eccomi alle prese quindi con un disco, il secondo per i canadesi, di undici pezzi che promette fuochi d'artificio. Se l'intro non fa altro che prepararci all'arrivo di una buona dose di melodia, "Arthefac" ci prende invece a schiaffoni sul muso, proponendo un brutal death frenetico cantato da una voce lirica, si avete letto bene. Potete pertanto immaginare come questo connubio strida non poco: chitarra e batteria lavorano in uno stato di assalto permanente, sebbene qualche interludio ci conceda il lusso di prender fiato, mentre il vero centro gravitazionale ruota attorno alla performance vocale di Arianne Fleury, che passa dal canto lirico più puro che spesso mi spinge a cambiar brano, a un cantato più graffiante (come quello di "Les Volontaires"). "Naga" è devastante musicalmente, ma poi la voce di Arianne prova ad addolcire la pillola, con non qualche difficoltà evidente. Eh si, perchè i due universi, lirico e death metal, alla fine non s'incastrano alla perfezione come invece accade per altre entità analoghe (penso ai Fleshgod Apocalypse). I nostri fanno un gran casino, è innegabile, nonostante alcuni pezzi offrano parti decisamente più atmosferiche che sanno quasi di improvvisazione ("Inukshuk"), mentre "Yakushima" evochi spettri dei Morbid Angel. Quel che conta è che alla fine, personalmente, la proposta del quintetto non mi conquista affatto, anzi mi infastidisce pure. Sicuramente, è un disco da ascoltare senza troppi pregiudizi, altrimenti il rischio di fermarsi al secondo pezzo è davvero elevato. (Francesco Scarci)

(M&O Music - 2026)
Voto: 55

mercoledì 1 aprile 2026

Golgata - Själabod

#PER CHI AMA: Black Melodico
C'è un modo di intendere il black metal che non passa certo attraverso foreste incantate o eterei riverberi. È un modo che sa di acciaio freddo, di precisione chirurgica e di una rabbia che non urla al vento, ma ti guarda dritta negli occhi. Gli svedesi Golgata appartengono a questa stirpe. Con il loro quarto lavoro, 'Själabod', il duo scandinavo mette sul tavolo otto inni che sono lame affilate, forgiate in quel ghiaccio melodico che ha reso immortali nomi come Dissection e Sarcasm, ma con un'urgenza tutta contemporanea che non concede sconti. Dal 2016 a oggi, questo progetto ha provato a limare ogni spigolo inutile, arrivando a una formula che è pura aggressione controllata. Pertanto non aspettatevi troppi spazi atmosferici qui, c'è solo il fuoco che arde nel gelo. Le chitarre si rincorrono infatti in vortici di tremolo picking e assoli che tagliano l'aria come rasoi, con la sezione ritmica che si limita a picchiare con blast beat tempestosi. La voce poi è un ringhio che sembra uscire da una gola consumata dal sale. È cosi che i due musicisti mi hanno investito con i loro pezzi, la dolorosa "Sorg", la più melodica "Villebråd", un concentrato di black/thrash con tanto di voci pulite, di quella che mi sembra una gentil donzella e che tornerà più volte nel corso del disco. Poi la title track, un incrocio di epicità e ferocia che si assesterà su un mid-tempo più in stile norvegese che svedese, non fosse altro per quelle chitarre in sottofondo che corrono come cavalli liberi nella steppa. "Sändebud" è un pezzo che tende a farci sprofondare in anfratti doom, mentre "Dödsdans" sfoggia un bel coro centrale dalle tinte folk-medievali. Con "Sakrament" si torna a sonorità più spedite e forgiate nel ghiaccio, al pari delle successive "Änkedok" (un pezzo semistrumentale tiratissimo, in cui compaiono le spoken words di una donna) e "Skymning" (forte delle sue female vocals), che chiudono l'assalto frontale lanciato dai Golgata. Un disco onesto, un disco plasmato nel ghiaccio, un disco per chi ama il black melodico svedese. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65


lunedì 30 marzo 2026

Nefastis - Shadows at the Light of Dawn

#FOR FANS OF: Melo Death/Thrash
The Italian band Nefastis, founded in 2008, has not been especially active, given that their debut release did not emerge until 2014. That album was self-released, so the attention around it, was quite limited. Fortunately for the band, things have evolved positively since then, as their sophomore album, entitled 'Shadows at the Light of Dawn,' has been released by the label Rockshots Records, which always helps to increase the exposure of the music.

Personally, I hadn’t listened to the band before, so this new opus took me by surprise. Nefastis plays a mixture of death/thrash metal generously enriched with great melodies, courtesy of an extensive use of orchestrations composed by several members and the guest musicians who take part in this album. I was expecting some good melodic lines by the guitars, which the listener will obviously find, but the epic touch that the aforementioned arrangements add to the compositions gives the songs a whole new level of majesty. Unsurprisingly, the production here is excellent, clean, and powerful, which is essential to create expertly crafted songs. The compositions are remarkably powerful and dynamic; the band changes the pace and intensity effortlessly, creating transitions in speediness and heaviness that sound smooth and natural. The proper album opener "Shadow Spell" is a fine example of all the mentioned characteristics. A great piano with a vivid symphonic feeling is the perfect partner for Simone’s powerful raspy vocals and the exquisite guitar lines created by him and Andrea. The ups and downs are constant in the composition, which will delight the listener for sure. "Seduced by the Beauty of the Darkness" is an even more intense and heavier track, with faster sections and a more prominent role by the guitars, which again sound faultless. If you like great riffing work with plenty of melody and fierceness, this album has lots of them to offer you. Just check "Tears of the Past," and I am sure you will enjoy it a lot. "Stardust" is another highlight of the album with its remarkably intense changes of pace and dynamism, combined with yet another exquisite dose of melodic and symphonic arrangements that make it another standout track.

At the end, ‘Shadows at the Light of Dawn’ is precisely what this project needed to create in this sophomore album. It has all the necessary elements to gain some attention in the scene. The compositions are well-crafted with a great display of tasty melodies, intensity and variety, essential elements for creating memorable musical pieces. For those who complain about the lack of heaviness in many symphonic/melodic infused albums, Nefastis has created an alternative that might satisfy you. (Alain González Artola)

(Rockshots Records - 2026)
Score: 82

venerdì 27 marzo 2026

Birtawil – Dua Min

Ascolta "Birtawil – Dua Min" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Experimental/Drone/Post Metal
Ci sono dischi che non ti vengono a cercare. Se ne restano lì, rintanati in qualche angolo del mondo, aspettando che sia tu a sentire il bisogno di quel tipo di vuoto. Birtawil è il progetto solitario di un’anima che dal 2013 si ostina a definirsi "post-qualcosa", una dichiarazione che sa di libertà e, allo stesso tempo, di una certa nobile testardaggine. Il nuovo lavoro, 'Dua Min', è un oggetto misterioso. Sei tracce, quaranta minuti abbondanti, titoli che sembrano scritti in un esperanto dell'anima: "Sento", "Ceesto", "Pacon". Non sono parole che vogliono spiegare; sembrano suoni che vogliono evocare un qualcosa, frammenti di un linguaggio privato che l’autore mette a disposizione di chi ha ancora la pazienza di ascoltare. In un mondo che divora canzoni da due minuti, Birtawil decide cosi di dilatare il tempo con pezzi come l'enigmatica "Malpleno" e la pulsante "Konfirmon" che superano entrambi gli otto minuti. Non c’è fretta qui. Che poi sia post-metal o post-rock, alla fine non è importante assegnarne un'etichetta, anche perchè poi le stratificazioni strumentali "post-qualcosa" del polistrumentista di Bordeaux, si anneriscono di freddi e minimalistici suoni elettro-industriali ("Pacon"), spogliati di qualsivoglia velleità commerciale. Eppure a me tutto questo piace dannatamente, è musica che respira, sale di intensità, che si adagia in momenti ambient ("Malpleno") per poi ripartire con sospensioni o una progressione che schiaccia dolcemente, relegandoci in una zona grigia dove il genere non conta più nulla e conta solo il riverbero dronico che resta nelle orecchie quando il silenzio torna a farsi sentire ("Morton"). Quello di Birtawil alla fine è un disco per chi sa stare da solo, un ascolto denso, di quelli che richiedono di spegnere il telefono e chiudere gli occhi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

giovedì 26 marzo 2026

Withering Soul - Passage of the Arcane

#FOR FANS OF: Melodic Black Metal
If I could give this a rating in my realm of thought, it would be 1000%/100%! I was diligently waiting for about 4 years after 'Last Contact' (2021) was released, only to find that this LP here, would be in the “superior reign” over all of their discography. They’re not so much abandoning their dark black metal-esque style but rather blending it into an eerie vibe that’s chilling, ambient and warped. I would venture to say it reflects more melodic black metal than anything else, with a tint of evil atmospheric chaos in the sound throughout the recording.

The music is sort of like (to me) blackened death metal reflective of some bands such as Witchery, but possibly a bit darker. Or maybe also similar to the incredible LP 'At the Heart of Winter.' I mean, in that It's got that sort of atmospheric touch to it that reflects that period in time (1998) for the band Immortal. Even a little more modern like Old Man's Child with the drums double kicking, guitar tone/sound and the "dry" recording taste to it. Chris Grim did mention wanting Withering Soul's material to have that touch of Abyss Studios vibe to it, like that 'ATHOW' LP that I mentioned.

Brilliant song titles and lyrics of which the focus is on mainly ghosts, horror, the paranormal, and Death. Not really subjects I read about much, but the themes work well with their style of music and keep it underground.

I feel that I'm not "overrating" this LP, but yet, giving the band the justice they deserve on making a great sound conglomeration of music. Upon release of their first LP entitled 'Apparitions of the Surreal' in 2004, the band went through lineup changes, but they've also grown quite a lot since that debut. Some bands do progress musically and some just keep releasing the same LPs every 3-4 years that's basically the same sort of thing just a new album title and lyrics, musically it's the same recycled garbage. WS keeps improving musically and they're experimenting with new sounds without abandoning their dark black metal-Esque roots.

I found that I liked the songs "Attrition Horizon" and "Gallery to the End" the most, but check out the entire LP on their bandcamp website.

Withering Soul has their own sound, though as I pointed out, these above bands give you an idea what to expect. Not entirely, but at least you have some material now in your head on what will come out of your headphones or speakers! And again, please take a listen to the entire 41+ minute LP 'Passage of the Arcane', it'll blow your mind! Don't pass this up, it's one of the top metal albums from 2025 with a touch of black/blackened death/death metal all in one recording! (Death8699)

(Liminal Dread Productions - 2025)
Score: 90

mercoledì 25 marzo 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Ingrina - Nåværende Lys
Gaerea - Loss
Dusk - Bunker

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Alain González Artola

Withering Soul - Passage of the Arcane
Ter - El Darrer Galop
XIV Dark Centuries - Aus Uralter Zeit

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Death8699

Abruptum - Evil Genius
Everdying - The Nightside Departure
Malevolent Creation - Retribution

Cave Dweller – Showing Teeth

#PER CHI AMA: Black/Sludge/Folk
Il menestrello oscuro del Massachusetts è tornato con un disco che conferma la sua geniale originalità. Perseguendo le strade del suo stile unico e profumato di odori intensi, di natura ostica e selvaggia, fonde una forte componente spirituale con alternative country, post doom e black metal minimale dai rintocchi rituali. Apre le danze la lunga "The Savage Face of Tekoa", progressiva corsa che passa da un leggero folk recitato ad un sound figlio dei Melvins e dei Cathedral più criptici, con una ritmica pesantissima forte di un riff marmoreo ad elevata capacità di assimilazione per l'ascoltatore (una vera goduria per le orecchie), per finire in un doom atmosferico dal riff ciclico e ipnotico, che chiude con una coda figlia di un sound ridotto all'osso ma decisamente d'estrazione grunge. Le tracce sono di media molto lunghe e in sette formano un disco che nella sua totalità supera i 40 minuti, mentre il sound nella sua complessità, risulta tanto e deliziosamente sotterraneo, ipnotico, cavernoso e rude, ma estremamente attraente e, pur non lasciando mai il legame con quel senso di natura primordiale, per certi aspetti, è anche circondato da un certo tipo di feeling avanguardistico evoluto, scarnificato, visionario e secco come un ramo d'autunno privo di foglie. "Appalachian Alchemy" è letteralmente disarmante per il suo letale bagliore verso l'infinito, deflagrante, con al suo interno, un ponte folk, flauto e chitarra cristallina, a creare un'immagine surreale di via di fuga verso un cosmo violento ma protettivo. La ricerca sonora di Adam R. Bryant, ex membro della band post-black metal americana Pando, con all'attivo un sacco di altri progetti, si avvale di innumerevoli rumori e suoni di sottofondo, che rendono le sue opere particolarmente interessanti, sporche ed evocative, veri e propri campi di battaglia mentali per l'equilibrio umano. Come nei nove minuti di "Sunrise Offering (The Valley as an Altar)", dove una rumorosa ritmica in lontananza crea un mood sonoro soffocante, dalle evidenti sfumature esoteric black, sviluppandosi poi in pura rumoristica d'ambiente, sperimentale a dir poco, inquietante, con una chiusura mistica governata da percussioni rituali prese in prestito dalla world music più tribale. "Amanita Bisporigera" è il nome di un fungo del nord America, chiamato anche l'angelo distruttore, estremamente letale per l'uomo, ma anche il titolo dell'allucinata traccia più corta dell'album, che al suo interno al minuto 1:30, si avvale di un breve stacco inaspettato che riporta in vita la forza d'impatto delle prime note gelide di "Bela Lugosi's Dead", per poi aprirsi ad un esperimento cacofonico con un organo in sottofondo, altrettanto inaspettato, che gela il sangue, dando un nuovo significato mistico all'occult metal. Il finale è affidato al brano dal titolo "Panacea", dove Cave Dweller, torna ad esplorare le terre sconfinate dell'alternative country più buio e intimo, con un recitato dai canoni teatrali, pieno di effetti e doppie voci, rumori pesanti, rarefatti, e dal sapore quasi industrial/drone, a fotografare una foresta di ferro e acciaio, per un effetto cinematografico raggelante e tanto suggestivo, dal significato inequivocabile, dove solo la simbiosi con la natura può essere la cura di tutti i mali dell'essere umano. 'Showing Teeth' alla fine è un viaggio sonoro che conferma una figura artistica che disarciona i generi musicali più estremi, scomponendoli e filtrandoli con una sensibilità ignota ad altri artisti, un'enfasi folk apocalittica che rende questo musicista underground unico nel suo genere. Splendido album. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

martedì 24 marzo 2026

O.N.O.B - L'Invidia che Hai/Tracce Ematiche

#PER CHI AMA: Darkwave/Post Punk
C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi anacronistico, nel gesto di chiudere due EP dentro un unico pezzo di plastica. Gli O.N.O.B (acronimo che sa di manifesto futurista: Onirica Notturna Ostentazione di Bellezza) non sono certo una band da algoritmi o da grandi palcoscenici illuminati a giorno. Sono creature da sottoscala, da stanze umide, dove il riverbero non è un effetto digitale, ma la voce stessa delle pareti. L’unione di 'Tracce Ematiche' e 'L’Invidia che Hai' in un unico CD autoprodotto è il diario di bordo di un progetto che sta imparando a conoscersi, muovendosi tra le ombre del post-punk e della darkwave più viscerale, rigorosamente cantata in italiano. Il primo capitolo, 'Tracce Ematiche', ci riporta indietro al dicembre 2024. Diciotto minuti che profumano di Litfiba delle origini e di quella New Wave italiana che non ha mai smesso di masticare nebbia. "In Mano Nemica" apre le danze con un basso che pulsa come un cuore sotto sforzo durante una maratona mentre le chitarre tagliano l'aria senza troppi complimenti. Betty, la frontwoman, ci mette la faccia e la voce: un approccio cantautorale che racconta la paralisi di chi si sente ostaggio di qualcosa che non riconosce più. Non tutto è perfetto, ed è qui che sta il bello. "Al Delirio!... La Nera Natura Umana" è un mantra ipnotico che scava nel vissuto, mentre la voce di Betty, quando prova a spingere sulle tonalità più alte, mostra qualche spigolo di troppo. Ma è un’imperfezione che ha il suo fascino, come una cicatrice che non vuoi nascondere. Anzi, "Cicatrice" è proprio il titolo del breve intermezzo acustico che ci traghetta verso "Anguana", dove il basso torna a sussultare prepotente, lasciando che la voce si prenda tutta la scena. Facciamo un salto in avanti di dodici mesi e le cose con 'L'invidia che Hai' cambiano, cambiano decisamente. "Demone" ci schiaffeggia subito con un songwriting più maturo, più arrogante, che non ha paura di sporcarsi le mani con il noise rock sul finale. Qui gli O.N.O.B sembrano aver trovato una quadratura del cerchio: il dinamismo aumenta e la produzione "homemade" diventa un punto di forza invece che un limite. In pezzi come "Il Salto" e "Il Segreto", il sound si fa ruvido e armonico allo stesso tempo. È la dimensione che preferisco: quella in cui la voce di Betty non è più l'unico faro, ma si amalgama a linee di chitarra nervose e a ritmiche che sanno quando spingere e quando lasciarti respirare. La chiusura è affidata a "L'Invidia", una traccia che mastica rancore e lo sputa fuori in tre tempi: rabbia iniziale, riflessione centrale e una grinta finale che sa di liberazione. Ascoltare questo disco non è una passeggiata distensiva, sia chiaro. Non è musica per tutti, e probabilmente il nostro Bob Stoner e i suoi, lo sanno bene. È un lavoro che richiede attenzione, che ti costringe a leggere i testi e a scontrarti con una produzione lo-fi che non fa sconti a nessuno. Ma se cercate qualcosa di autentico, lontano dalle produzioni plastificate che infestano le radio, qui troverete pane per i vostri denti. È il suono di chi non ha bisogno di permessi per esistere, ma solo di un basso che pulsa nel buio. (Francesco Scarci)

(Gwened Music - 2024/2025)
Voto: 70

lunedì 23 marzo 2026

Skaphos – The Descent

Ascolta "Skaphos – The Descent" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Death
Dimenticate la luce che filtra tra le onde e quella rassicurante linea dell'orizzonte. Con gli Skaphos, il mare non è un paesaggio, ma un presagio, quello di morire affogati in quegli abissi infernali raffigurati nell'artwork del disco. La band di Lione torna con 'The Descent', e lo fa per la prima volta sotto l'egida della Les Acteurs de l’Ombre, un’etichetta che di oscurità se ne intende parecchio. Il nuovo disco è un rito di purificazione, una discesa iniziata anni fa con la trilogia 'Bathyscaphe', 'Thooï' e 'Cult of Uzura', che oggi viene ripresa e spinta oltre il limite della sopportazione fisica. Gli Skaphos hanno preso come base il materiale dei primi due lavori e lo hanno trasformato in un biglietto da visita definitivo, un vortice di abyssal death metal che ti trascina sul fondo del mare senza chiederti se hai abbastanza ossigeno nei polmoni. Otto brani di death metal dissonante, quello in cui le chitarre si avvitano su se stesse e in cui la sensazione, è quella di sentire la pressione dell'acqua che schiaccia sopra la nostra testa e sul torace. "Nese Ende" apre i battenti con l'acqua che inizia a entrare copiosa. La sezione ritmica è mostruosa, un capolavoro di claustrofobico black/death, in cui l'oscura voce growl è solo uno dei tanti tasselli che compongono la proposta del quartetto transalpino. Il mio personale suggerimento è di ascoltare il tutto in cuffia, il sound dei nostri vi stritolerà infatti in una morsa divorante, con uno sciame di blast-beat paragonabile alla contraerea, ahimè tanto attiva nell'ultimo periodo. "Okean" prosegue sulla falsariga, evocando incubi affini alle proposte di Ulcerate e Immolation, il tutto immerso in un universo smaccatamente lovecraftiano. "Mireborn" esala quell'odore di putrefazione che risale dalle profondità, con batteria, chitarre e basso, a creare un'atmosfera di morte esaltata dalla rancorosa espressività del frontman. "Ube" non si perde in troppi giri di parole, ci aggredisce immediatamente con la sua ritmica schiacciasassi, un divampare di schegge impazzite che vanno in ogni direzione, prima di un pericoloso e sinistro rallentamento ritmico. Ma la follia è dietro l'angolo e pronta a deflagrare ancora nella seconda metà del brano, in cui l'urlo del vocalist chiude l'incubo. "The Descent" è un'alternanza tra parti più lente e opprimenti ad altre sempre pronte a esplodere in improvvise fughe di caos primordiale mentre "Horror Squid" suona dapprima come una litanica danza di morte, poi come una violenta grandinata, presagio dell'apocalisse che incombe. Ci sono ancora un altro paio di pezzi prima della conclusione, ma le mie orecchie grondano ormai sangue per la profondità degli abissi raggiunti. Lascio quindi a voi il compito di nuotare ancor più in profondità per esplorare la Fossa delle Marianne. Ma attenzione, perchè il mare non perdona. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 75

giovedì 19 marzo 2026

Kerry Kaverga – Bestiae Somnium Noctis

#PER CHI AMA: Post Metal/Stoner
A volte il silenzio urla più forte di qualsiasi growl. Non serve un cantante per spiegare che il mondo stia letteralmente colando a picco, o che sotto la superficie di una città assolata come Alicante, si nascondano abissi che non vedono mai la luce. I Kerry Kaverga arrivano proprio da li, e con il loro debutto, 'Bestiae Somnium Noctis', hanno deciso di dar voce solo ai propri strumenti. Quarantaquattro minuti. Cinque tracce post metal per un viaggio strumentale che non ti prende per mano, ma ti spinge nel buio e ti sfida a trovare l'uscita. Nella proposta dei nostri si celano poi anche derive doom e stoner, ma quel suo retrogusto post-metal dilatato ricorda i momenti più ipnotici dei Neurosis o la pesantezza monolitica dei Bongripper. Non è musica da sottofondo: è un’esperienza che richiede tempo e soprattutto pazienza, visto che l'ascolto dell'opener, "Inexorabile Iter", potrebbe già anticipatamente portare a qualche sbadiglio di troppo per una certa ridondanza ritmica nel suo passo marziale che non ammette troppe deviazioni. Lo stesso dicasi dei quasi 13 minuti della successiva "Ritual", dove la struttura rituale dichiarata nel titolo, si traduce in una progressione lenta e ossessiva che uscirà dal suo pericoloso avvitamento su se stessa solo nel finale. "Circulus Clauditur" esordisce con toni più pacati e intimistici, tra un arpeggio e un leggero tocco di piatti, ma è palese che sia lì lì per esplodere, come un'eiaculazione liberatoria. Certo, quello che ne deriva dopo però, un blando sound stoner, è un po' come la classica sigaretta post-coitum, con un po' di noia che ti assale e il pensiero, ormai distante, dal sesso. Ecco quello che trovo non sia particolarmente brillante in quest'uscita, il fatto che il suono, che dapprima s'intrufola nelle orecchie, li alla fine non ci resti a lungo, e la voglia sia quella di skippare al brano successivo, "The Summon". La tribalità delle sue percussioni ci introduce al cuore del brano, qui un filo più post-rock oriented, ma il fatto che non ci sia una voce a condurre, forse ne penalizza l'esito finale, per quanto da metà in poi, il pezzo si confermi ben più vivace. In chiusura, ecco "Azathoth", un titolo che evoca la suprema caotica divinità lovecraftiana. Il suo caos si paleserà attraverso un più dritto ed efferato sound che ha tuttavia il difetto, di spaventare ben poco. Alla fine, il lavoro dei nostri è un disco ancora troppo in fase embrionale con idee troppo poco accativanti. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 58

mercoledì 18 marzo 2026

Georgeanne Kalweit - Tiny Space

#PER CHI AMA: Psych Folk Pop
'Tiny Space' è il primo album a nome proprio della cantante e pittrice statunitense Georgeanne Kalweit, che nel bel paese è ricordata peraltro come la voce dei Delta V. Oltre ad aver collaborato in altre molteplici collaborazioni, la cantautrice s'immerge in un ambiente sonoro dai toni moderati e intimistici, con una leggera e progressiva contaminazione proveniente dalla psichedelia e dall'elettronica, esponendo anche un certo amore per il pop a tinte alternative folk, ottenendo così degli apprezzabili risultati. Da destra a sinistra possiamo notare influenze e circostanze musicali condivise con alcuni autori tra cui P. J. Harvey, e un tratto marcato e ad ampio respiro internazionale, rivolto al pop di classe alla K. D. Lang, uniti ad una buona ricerca sonora che rimanda all'ipnotica e leggendaria psichedelia di fine anni '60, quella di "Sunday Morning" dei Velvet Underground, per intenderci, come accade nel brano di apertura "Tiny Space", dove è impossibile negarne l'evidenza. Anche nell' intro di "Heavenly Thoughts", la mente corre al ricordo di quegli anni, con una interpretazione vocale che non verrà disprezzata dagli estimatori della Nico più noir. Stilisticamente, si possono vedere anche le influenze intrinseche nel background della Kalweit, di certo un sound più lounge, anche se mi piace accostarla nei momenti più intimistici del disco, alla voce delle ultime uscite di Tanita Tikaram ("Egoverse"), che per il sottoscritto rimane un'artista molto sottovalutata. Altra cosa stilistica che si fa notare in quest'album, è il suo essere meravigliosamente ricoperto da una fragile nostalgia mattutina, anche nelle parti più allegre, vedi la splendida "Crystal Clear", che unisce quel sentore di musica sofisticata, contemporanea, che fa dilatare le pupille e che possiamo trovare nei lavori solisti di Bjorn Riis (Airbag), l'altra è che contiene tanta malinconia latente, che mi ha fatto correre con la mente al gioiellino pop datato 1985, che pochi ricorderanno, del gruppo britannico Everything But the Girl, dal titolo 'Love Not Money'. Il progredire del disco si sposta nelle ultime due tracce, "International Intrigue Time Zone" e "Bullet Holes", verso orizzonti divisi tra elettronica minimale, ambient sperimentale e synth wave che divergono ma non contrastano con il resto dell'opera e lasciano intravedere nuovi orizzonti artistici per la cantante statunitense. Alla fine, 'Tiny Space', risulta un ottimo lavoro che si fa apprezzare da varie angolature e che riporta le bandiere del pop rock e del folk contaminato ad un livello di qualità molto alto. È un album da ascoltare attentamente, perché i dettagli fanno la differenza. Una voce profonda ed entusiasmante, pop intelligente e psichedelico rock d'autore, le chitarre cristalline e una moderna, soffice, elettronica sperimentale. A voi tutti, un buon ascolto. (Bob Stoner)

(Nos Records - 2026)
Voto: 70

martedì 17 marzo 2026

Raging Void – Degenerator

#PER CHI AMA: Death/Thrash
A volte, il nome di una band è già metà del discorso. I Raging Void arrivano da Krems con un biglietto da visita che non lascia spazio a troppi malintesi: un vuoto rabbioso. Non è la solita posa nichilista da manuale; è più la sensazione di chi guarda il mondo andare a rotoli e decide che l’unico modo onesto per commentare lo sfacelo, sia alzare il volume degli amplificatori fino a far tremare i muri. Niente parti atmosferiche, niente orchestrazioni, nessuna pretesa di scalare le classifiche. Solo un manipolo di uomini che pestano duro su chitarra, basso e batteria. Il loro EP di debutto, 'Degenerator', è un assalto death/thrash che sa di officina, di sudore e di quella polvere che si accumula nei club underground dove la birra costa poco e la musica picchia forte. Quattro pezzi autoprodotti, dotati di un sound aspro e diretto, con le chitarre thrash ronzanti come nei vecchi anni '80, nel solco di vecchi classiconi come Sodom, Destruction e Kreator. Le prime due tracce, "Blinded Knight" e la title track sono due schiaffoni sul muso, mentre "Raging Void" parte più mid-tempo oriented per poi accelerare con improvvisi inserti death più brutali, con anche la voce che passa da un approccio urlato a più growl. La conclusiva "Black Absolute" porta in sé il significato del titolo, il nero assoluto. Cinque minuti di sonorità più oscure, con spazio per variazioni dinamiche che vanno oltre la semplice aggressione continua. Alla fine però non aspettatevi miracoli o rivoluzioni stilistiche. È musica che non chiede di riflettere troppo, ma di sentire. Sentire il peso, la spinta e quel vuoto che, per una volta, non è silenzioso, ma fa un gran baccano. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65

lunedì 16 marzo 2026

Blackbraid - Nocturnal Womb

Ascolta "Blackbraid_Nocturnal Womb" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Se amate il black metal che sa di muschio e spiriti ancestrali, questo EP non è un'opzione, diventa quasi un testamento. Stiamo parlando dei Blackbraid, che bene han fatto parlare di loro begli ultimi anni e che ritornano con un nuovo EP, 'Nocturnal Womb'. Il progetto solista di Sgah'gahsowáh propone tre tracce per venti minuti di musica: due nuovi inni feroci più una versione acustica strumentale di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil" (song inclusa nel loro primo capitolo), in edizione in vinile 10" in due differenti colori. La proposta del mastermind nativo americano è il classico, dirompente e affannato attacco post black che arriva dalle profondità selvagge dei Monti Adirondack e si palesa con chitarre in tremolo picking, affilate come il vento glaciale che taglia la faccia tra gli alberi, con un senso di natura che non accoglie ma osserva con indifferenza, quasi con ostilità. È cosi che ci investe "Nocturnal Womb", la traccia d'apertura, con una tensione che va lentamente salendo fino a un cataclisma di blast beat, per finire poi in un maestoso finale evocante i Bathory più epici. In "Celestial Bloodlust", il factotum statunitense colpisce con furia devastante, diretta e senza troppi compromessi. A chiudere, ecco la chitarra acustica di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil", in una versione totalmente trasformata dall'originale, che vede un inno feroce trasmutato in una preghiera solitaria dalle forti tinte folk che verosimilmente richiama le radici animiste del progetto. Alla fine 'Nocturnal Womb' non è un riempitivo, ma un rito di venti minuti che profuma di terra bagnata, sangue antico e legna arsa. (Francesco Scarci)

(Wolf Mountain Productions - 2026)
Voto: 72