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martedì 29 settembre 2026

Teratum – Ordnance of Spiritual Warfare

#PER CHI AMA: Black/Thrash
Rinati dalle ceneri degli svedesi Beastiality, i Teratum debuttano sulla breve distanza con 'Ordnance of Spiritual Warfare', mettendo in campo un blackened thrash affilato che guarda in casa dei Nifelheim, Desaster e dei soliti Sodom. La produzione punta tutto su un'impronta sotterranea e analogica con chitarre corrosive, linee di basso solide e una batteria martellante a supporto di un cantato acido e condiviso, mentre i testi scelgono di concentrarsi su temi di guerra spirituale e apocalisse urbana. L'assalto si apre con la velocissima "Dead in the Marshes", mazzata thrashy di matrice teutonica che incrocia l'oscurità del black svedese, per poi passare all'incedere più ritmato e ossessivo di "Leviathan Rise", impreziosita da chitarre acuminate e sinistre. Se con la successiva "Total Void" il quartetto sferra un colpo frontale mescolando cadenze pesanti a ripartenze furiose, la conclusiva "Metropolis of Death" prova ad allargare le strutture intrecciando aperture epiche, linee melodiche ad accelerazioni devastanti. Tirando le somme, la perizia esecutiva c'è e la passione vecchia scuola pure, ma dopo quarant'anni di ascolti estremi quello che mi resta in corpo è soltanto la persistente sensazione di un già sentito senza fine. L'underground li accoglierà anche con entusiasmo per la loro sfacciata autenticità, ma per quanto mi riguarda 'Ordnance of Spiritual Warfare' è un disco che strappa un risicatissimo sei in pagella per rispetto al mestiere, rimanendo un lavoro innocuo e privo di spunti davvero interessanti. (Francesco Scarci)

(Dying Victims Productions - 2026)
Voto: 60

lunedì 28 settembre 2026

Gorod - The Ember Gone

Ascolta "Gorod - The Ember Gone" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Techno Death/Progressive
Quando i ciclopici ingranaggi dei Gorod si rimettono in moto, l'idraulica del techno death mondiale subisce un inevitabile picco di pressione: 'The Ember Gone', ottavo teorema sonoro della corazzata di Bordeaux, è un'architettura cibernetica di precisione millimetrica, dove la follia poliritmica incontra una produzione chirurgica, iper-dinamica e priva di smagliature. La collaudata macchina da guerra guidata dai vettori di chitarra Mathieu Pascal e Nicolas Alberny, macina equazioni impossibili, scortata dalle frequenze tentacolari del basso e dall'eclettico camaleontismo vocale di Julien Deyres, sviscerando un concept intimista sulla cenere della memoria, la disillusione e la corrosione emotiva. Il codice binario dell'album parte col corto circuito di "Signs", spiazzante scansione di sintetizzatori che esplode in un assalto nevrotico fatto di sweep a velocità luce, angolature spigolose e urla al plutonio, per poi passare alla matematica pura di "Devise", pezzo che trasforma ritmiche sincopate e incastri di chitarra affilati come laser in un groove micidiale. Con "Forgiveness" la band frena la corsa per inoltrarsi in labirinti complessi e drammatici, lasciando respirare divagazioni jazzate ed estensioni di tastiera che sfociano in una coda fortemente atmosferica, spianando la strada alla successiva "Regret", dove l'anima propriamente progressive spinge al massimo i pistoni sciorinando strappi staccati di matrice Leprous, fughe solistiche fuori controllo e una tensione costante da infarto sonoro. Dopo la magnifica oasi strumentale dalle venature blues di "Crimson", la violenza riprende quota con "Ignite", riprogrammata con assoli fluidi, ripartenze impreviste e ritmiche a incastro che stritolano l'ascoltatore, mentre la brevissima rampa di lancio di "Ember" calibra i sistemi prima della conclusiva "Remains", suite finale che sigilla il disco come un vero e proprio saggio di dinamismo in cui groove d'acciaio e velocissimi cambi di tempo chiudono l'opera trionfalmente. Giustamente acclamato dai radar della stampa specializzata, 'The Ember Gone' si posiziona come fermo immagine definitivo per i fanatici dei calcoli impossibili di Beyond Creation, Obscura e Between the Buried and Me, un monumento di tecnica cibernetica ed evolutiva che riconferma i Gorod al vertice assoluto della piramide estrema. (Francesco Scarci)

(Base Productions - 2026)
Voto: 75

sabato 26 settembre 2026

Jasmeno - Assemblage of Cinematic Idioms

Ascolta "Jasmeno - Assemblage of Cinematic Idioms" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Avantgarde/Progressive
Sotto la guida visionaria di Slavomir Nietupski, i polacchi Jasmeno spalancano le porte di un teatro sonoro colossale con il loro terzo parto, 'Assemblage of Cinematic Idioms', un'esplosione di pomposità pirotecnica e magniloquenza senza freni, dove l'avantgarde metal più audace di "arcturiana" memoria viene travolto da partiture orchestrali maestose di stampo "therioniano" e da una produzione al titanio firmata da Jakub Mańkowski (Behemoth), capace di trasformare la musica in una vera e propria colonna sonora per la fine del mondo. L'opera recluta sacerdoti dell'estremo come Bartłomiej Krysiuk (Patriarkh), Marc Grewe (ex Morgoth), Snorre Ruch (Thorns, Satyricon) e Yusaf Parvez (Dødheimsgard) per dare corpo alle liriche della poetessa Izabela Turska-Kamrowska, tessendo un arazzo lussureggiante di alienazione, dubbi esistenziali e catarsi pura. Questa cavalcata wagneriana prende vita con la lunga suite "Synesthesia Imperialis", un'apertura di una regalità accecante che parte col sussurro di un pianoforte ed eleganti ricami elettronici prima di detonare in un magma di riff complessi, una voce che evoca gli Arcturus, sezioni d'archi imponenti e linee solistiche da urlo, lanciando poi la band nella spasmodica "A Code of Equivocation", traccia che mantiene altissima la tensione a colpi di ritmiche sincopate, sghembe dissonanze e continui stravolgimenti vocali tra pulito e sconfinamenti in territori estremi, prima di spegnersi in una seconda parte ricca di chiaroscuri ambientali. Con "His Rebirth", il disco tocca vette di pura d'operistica drammaticità, grazie alla prova istrionica e teatrale di Mr Krysiuk, spianando la strada a un finale in chitarra acustica dalle venature spagnoleggianti che lascia a bocca aperta. Da qui ci si tuffa nelle architetture rarefatte di "The Void", pezzo che gioca con dinamiche cinematiche degne dei Dimmu Borgir più pomposi, evolvendo in una song più ruffiana, ma ricca comunque di colpi di scena, tra assoli di pianoforte, voci incrociate e un deflagrante finale, sferzato da vocalizzi cibernetici. Flussi progressive che profumano di Orphaned Land, tornano a ruggire nella travolgente "The Provocation of Fate", gemma trascinata da virtuosismi di chitarra, sciorinati da un parterre di altri innumerevoli ospiti (se ne contano 15 in tutto il disco) e sorretta da un groove monstre, prima che la conclusiva "Seduced by Ambiguity" cali il sipario con un'elegia cupa, pomposa e dal respiro talmente vasto da lasciare senza fiato, sospesa tra visioni cinematiche alla Blade Runner, break atmosferici e una coda di assoli memorabile, che consolidano la release del combo polacco come una delle più interessanti dell'anno. Raffinati, sfrontati e senza un briciolo di paura, i Jasmeno con 'Assemblage of Cinematic Idioms' firmano un'opera monumentale in grado di catalizzare l'attenzione dei devoti seguaci di Arcturus, Devil Doll, Ihsahn e Ulver, e candidandosi a sorpresa assoluta dell'avanguardia metal europea. (Francesco Scarci)

(Tangled Records - 2026)
Voto: 82

mercoledì 23 settembre 2026

Gast - Förbannelser

#PER CHI AMA: Black/Crust
Dopo oltre un migliaio di ascolti accumulati negli ultimi mesi, tocca ammetterlo con schiettezza:la media del panorama estremo sta scivolando pericolosamente verso una desolante piattezza, una catena di montaggio priva di guizzi in cui purtroppo vanno a schiantarsi anche i svedesi Gast. Uscito per Horror Pain Gore Death Productions, il loro nuovo 'Förbannelser' vorrebbe essere un nero manifesto capace di ibridare il black svedese (con vaghi rimandi a nomi del calibro di Marduk, Grá, Necrophobic e Profanatica) a marcate sfumature crust, anarcho-punk e deathrock, ma si rivela l'ennesimo saggio di maniera in cui la band attinge a piene mani da stilemi stracotti per confezionare un lavoro grezzo ed essenziale, dove chitarre abrasive, batterie ripetitive e uno screaming acido canteranno verosimilmente di nichilismo e misantropia (non ho i testi a disposizione), con il solo problema che sembra di aver già sentito tutto, meglio e altrove. L'assalto si trascina lungo binari decisamente prevedibili fin dall'opener "Köttet", che apre le danze con un riffing ruvido e cadenzato nel tentativo di trascinare l'ascoltatore in un'atmosfera soffocante ma con un tasso di originalità pari a zero, per poi passare alle cadenze di "Hyllning Till Slutet", pezzo che alza leggermente i bpm inserendo stacchi d-beat d'ispirazione punk privi di reali spunti innovativi. Con la successiva "Girighetens Näste" la formazione continua con la medesima tiritera, con derive black'n roll, spianando infine la strada alla conclusiva "Mardrömslik", un episodio che condensa l'essenza dell'opera tra un mid-tempo insulso, un crescendo furioso e una coda strumentale grezza che si dissolve nel vuoto senza lasciare la minima traccia del suo passaggio. Senza infamia e senza lode, 'Förbannelser' è un album schietto e coerente con la propria nicchia ma tragicamente tutt'altro che memorabile, un ascolto da consigliare con grandissima riserva e zero entusiasmi giusto ai completisti più accaniti del black-crust più intransigente, mentre tutti gli altri potranno tranquillamente tirare dritto. (Francesco Scarci)

(Horror Pain Gore Death Productions - 2026)
Voto: 55

lunedì 21 settembre 2026

Throneum - Love Is the Law But Death Is the Frame

#PER CHI AMA: Black/Death
I trent'anni di attività non hanno scalfito di un millimetro l'attitudine iconoclasta dei Throneum: con 'Love Is the Law But Death Is the Frame' (in uscita a ottobre via Godz Ov War Productions), lo storico combo di Bytom torna a sputare veleno e caos primordiale. Il trio polacco si conferma un baluardo del black/death più marcio e incontaminato, muovendosi nel solco tracciato da leggende della deviazione sonica come Possession, Sadistik Exekution e Necrovore. Nessuna concessione al moderno o al patinato: la produzione è un bagno di polvere, ruggine e frequenze sature dove chitarre caotiche e un basso sordo scortano una batteria selvaggia, mentre la voce di The Great Exegete si conferma uno screaming acido e sguaiato che declama inni a occultismo, morte e nichilismo senza speranza. L'assalto prende il via con le chitarre velenose e la sezione ritmica martellante di "In the Garden", una mazzata frontale che dichiara guerra aperta a qualsiasi leziosità. La successiva "The True Story" abbassa lievemente i bpm per concentrarsi su un riffing monolitico e opprimente; qui la band piazza la prima vera sorpresa, affiancando al frontman la voce allucinata e alienante dell'ospite Christiane Thomaßen (che tornerà con tutt'altro piglio nell'ultima traccia), capace di stamparsi a fuoco sopra un muro di suono roccioso e dissonante. Se l'incipit di "And Love Is the Law" profuma di Morbid Angel della prima ora, a spiazzare davvero è la sezione centrale, dove il pezzo deraglia in digressioni del tutto estranee al metal, lasciando intravedere l'embrione di un'evoluzione sonora inaspettata. Un'atmosfera spettrale e bizzarra che si ripresenta anche tra le pieghe di "The Fallen Ones", con echi che richiamano persino i nostrani Laetitia in Holocaust, confermando la voglia di spingersi oltre i propri confini storici. Il sigillo finale è affidato agli oltre dieci minuti di "Eve-Salome-Judith-Rehab", suite dalle fascinazioni medio-orientali che certifica questa misteriosa fase di ricerca. 'Love Is the Law But Death Is the Frame' è l'ennesimo capitolo dinamitardo dei Throneum: un disco sporco, viscerale e sfacciato che mantiene intatto il loro spirito intransigente, lasciando però intravedere affascinanti (ma ancora primordiali) crepe nel loro granitico muro di violenza. (Francesco Scarci)

(Godz Ov War Productions - 2026)
Voto: 68

sabato 19 settembre 2026

Cipher System - Torn Between Realities

Ascolta "Cipher System - Torn Between Realities" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Melo Death/Progressive
Quindici anni di silenzio discografico avrebbero steso chiunque, ma per i Cipher System il tempo sembra essersi letteralmente fermato, o meglio, pare essere servito a ricaricare le batterie al titanio per mettere a segno un ritorno davvero col botto. 'Torn Between Realities' non è una semplice operazione nostalgia, ma la dimostrazione lampante di una band in uno stato di forma semplicemente stellare, pronta a riprendersi lo scettro del melodic death svedese con una grinta travolgente e una freschezza invidiabile. Questo EP brilla come il perfetto biglietto da visita per saggiare il terreno prima del nuovo, auspichiamo, atteso full-length, aggiornando la gloriosa lezione dello Skövde/Göteborg sound (tra In Flames, Soilwork e Mors Principium Est) con dosi massicce di industrial futuristico e la solita, devastante prova vocale di Christian Älvestam (ex-Scar Symmetry), il tutto valorizzato da un missaggio a firma Thomas "Plec" Johansson che fa letteralmente tremare le casse per potenza, nitidezza e brillantezza d'insieme. Il massacro sonoro prende il via con l'adrenalina pura di "Endveiler", un'apertura d'assalto guidata da riff affilatissimi, cadenze thrash scatenate e un ritornello melodico da brividi, che mette subito in chiaro le intenzioni della formazione. Si passa poi passare all'articolata "For Reasons Unknown", pezzo che spinge su strutture più ampie dove synth avvolgenti e chitarre sferzanti s'intrecciano in un abbraccio moderno e ricchissimo di atmosfera e parti sinfoniche; i richiami agli Scar Symmetry sono evidenti, ma sapete una cosa? Chissenefrega. Con "With Each Passing Moment", i nostri propongono addirittura una super ballad, mentre con la successiva "Answer To My Pain" si esplorano territori progressive, combinandoli con linee armoniche scandinave di rara bellezza, ma al contempo spianando la strada a toni malinconici, dove Älvestam compie un vero e proprio miracolo vocale, alternando uno screaming felino a linee pulite dal pathos pazzesco per la vera top hit del disco. Il picco di energia si manifesta però con "Ravaging Dawn", traccia rocciosa che sfoggia bei riff, un cantato sempre spettacolare, grandi aperture atmosferiche, complice uno sfavillante synth, e una coda solistica di chitarra da applausi a scena aperta, prima che la breve e sintetica elegante elegia strumentale, "Nox Elegy", faccia calare il sipario, come un congedo cinematografico perfetto. 'Torn Between Realities' è un EP elettrizzante, ispiratissimo e suonato con una fame devastante, che fa capire quanto i Cipher System siano più carichi che mai e ci ricordino che il death metal melodico, quando è fatto con questo cuore e questa classe, non ha rivali al mondo. (Francesco Scarci)

(At Dawn Records - 2026)
Voto: 78

mercoledì 16 settembre 2026

Green Carnation - A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex

#PER CHI AMA: Prog/Gothic
Chi è cresciuto come me, con il mito di opere monumentali come 'Light of Day, Day of Darkness' sa bene che quando i Green Carnation muovono un passo, le aspettative schizzano inevitabilmente alle stelle. Con 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex', i maestri di Kristiansand mettono il punto fermo sulla propria trilogia concettuale, richiamando con pennello fine il loro storico vocabolario e quell'elegante equilibrio tra progressive e gothic che guarda a nomi del calibro di Opeth, Katatonia e persino King Crimson. Diciamolo subito: dal punto di vista meramente formale siamo davanti a una confezione d'oreficeria sonica con una produzione tridimensionale e impeccabile dove ogni dettaglio si trova al suo posto, tra chitarre che alternano sferzate distorte ad incastri acustici cristallini, una sezione ritmica dinamica e la solita interpretazione viscerale di Kjetil Nordhus, il tutto al servizio di un concept ambizioso che intreccia l'Ofelia di Rimbaud con l'ansia tecnologica, il controllo sociale e la parabola di un falso messia. Eppure, a dispetto di questa facciata inappuntabile e delle lodi sperticate piovute dalla critica di settore, la scaletta lascia serpeggiare una sottile sensazione di calcolo, a partire dal singolo apripista "Unconditional Artificial Chemistry", pezzo avvolgente ed impeccabile, che sembra tuttavia richiamare in alcune sue parti, il motivetto di "The Neverending Story". Un pezzo comunque costruito con il manuale in mano, sensazione confermata anche dalla title track che spinge sull'anima progressiva tra cambi di tempo e orchestrazioni misteriose senza però spezzare davvero il fiato. Se la tesa e drammatica "Broken Souls, Common Enemies" riesce ad alzare la posta grazie a un assolo di chitarra d'altissima caratura emotiva, la mastodontica "A Dark Poem - Orchestral Suite" (che schiera addirittura la Kristiansand Symphony Orchestra e l'Opera Choir per oltre sedici minuti) sigilla il disco con imponente solennità, ma relegando la band norvegese a meri osservatori. In definitiva, 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex' è un lavoro maturo, raffinato e suonato divinamente, che farà sicuramente la gioia degli amanti del progressive nordico più d'atmosfera, ma che fondamentalmente consta di tre brani realmente suonati dalla band, ecco un po' poco. I fan vi troveranno intatta tutta la loro proverbiale classe, ma resta quel lievissimo retrogusto d'amaro nel constatare che, da icone di questo calibro, ci si aspetterebbe sempre quel brivido capace di sconvolgerci di nuovo, e non soltanto la riconferma di quanto siano bravi a fare ciò che fanno da sempre. (Francesco Scarci)

(Season of Mist - 2026)
Voto: 72

domenica 13 settembre 2026

Undertakers - Global Dominion

#PER CHI AMA: Brutal Death
Trentacinque anni ad affilare le lame nello stesso scantinato non sono una bagatella, e gli Undertakers tornano a sbranare la carne con 'Global Dominion'. I pionieri campani del death-grind nostrano non hanno la minima intenzione di deviare di un millimetro dalla loro rotta storica: niente svolte d'avanguardia o fronzoli per sfigati, solo una mazza chiodata sferrata con la precisione di chi fa questo mestiere da una vita, anche se bisogna essere onesti nel riconoscere come sia proprio questo loro approccio monolitico, ostinato e a tratti irrimediabilmente monocorde, a rappresentare il loro limite più grande, quell'attitudine stoica che li ha resi un culto di nicchia ma che ha precluso loro il balzo in avanti definitivo verso un successo globale di ben altre proporzioni. L'ispirazione attinge al sacro verbo di Napalm Death, Terrorizer e Misery Index per trasformare la carneficina sonica in un manifesto politico contro la plutocrazia e il collasso della civiltà, sorretta da una produzione che bilancia cattiveria e nitidezza con chitarre a motosega, un basso-martello pneumatico e una batteria al limite dell'umano che alterna d-beat e blast-beat selvaggi, sovrastati da un cantato che ruggisce odio contro il sistema. Una breve intro e l'assalto si apre con la fiammata hardcore/grind di "United Front", che chiama a raccolta le masse con rabbia cieca, per poi passare alla title track "Global Dominion", che cala l'asso del death metal più intransigente con stacchi granitici ideati per il moshpit. "All Out War" profuma di Slayer della prima ora nel riff d'apertura prima di esplodere come una granata grind, mentre "Plutocracy Era" parte con un basso distorto e cupo per poi deragliare nell'ennesima ripartenza alla velocità della luce. Con "Iron Regime" emergono sfumature blackened e cadenze oppressive che simulano la morsa della tirannia, seguite dal groove serrato ed elastico di "Collapse Protocol", che racconta in musica, il declino della società, e dal carro armato d-beat di "Rise of Resistance", vera colonna sonora di uno scontro di piazza. Gli echi dei Sepultura più feroci emergono nei due minuti di breakdown devastanti di "Just Keep Fighting", prima che la conclusiva "Bodies' Supermarket" metta il sigillo finale sulla mercificazione dell'essere umano tra chitarre sferzanti e ritmiche belliche. 'Global Dominion' è l'ennesima prova di forza di una band coriacea, viscerale e politicizzata anche nelle mutande (ma in un mondo di merda in cui viviamo, chi realmente non lo è?): non troverete una sola idea fuori dal seminario né la varietà necessaria per esplodere oltreconfine, ma se cercate del brutal death-grind puro, suonato da gente che non si è mai venduta, qui c'è pane per i vostri denti. (Francesco Scarci)

(Time To Kill Records - 2026)
Voto: 68

sabato 12 settembre 2026

Conduit - The World Turns in Sleep

#PER CHI AMA: Death/Black
Se cercate la classica struttura strofa-ritornello da canticchiare sotto la doccia, girate subito al largo: 'The World Turns in Sleep', EP di debutto del progetto portoghese Conduit, è un buco nero fatto di angosce cosmiche, dissonanze spietate e claustrofobia sonica. Dietro questa macchina da incubo si cela la figura di Nuno Verdades (già negli Ethereal Wound), affiancato alle pelli dal chirurgico Sathrath, per dar vita a un mostro sonoro a due teste che fa incontrare il black più malato con il death abissale, tirando in ballo l'estremismo contorto e distorto dei Portal e degli Altarage, affogato però nelle atmosfere gelide e opprimenti della scena islandese. La differenza la fa poi una produzione che evita il trappolone del muro di rumore inascoltabile, sfoggiando chitarre acide impregnate di un mefitico riverbero, un basso che sposta gli organi interni e una voce che vomita ruggiti cavernosi, declamati mefistofelici e urla da manicomio, per supportare un concept basato sull'alienazione esistenziale e sulle paranoie della mente. L'esperienza parte con i quarantasei disturbanti secondi della title track, un collage di frequenze ed elementi elettronici che funzionano come uno sbalzo termico per impostare subito il livello di tensione, per poi schiantarsi contro "The Old House (Apertures)", un pezzo impregnato di violenza pura dove blast-beat spietati e chitarre acuminate si alternano a rallentamenti improvvisi, catacombali, pensati solo per prolungare l'agonia, con la voce di Nuno a farci da Caronte verso l'inferno. Con "Resonance Mantra" il focus vira verso una trama ritmica, se vogliamo, ancor più contorta, in cui le percussioni s'intrecciano a vibrazioni spaziali ed alienanti, spianando la strada per la mazzata finale affidata a "Conduit to a Threshold". Si tratta di un altro episodio malmostoso, in cui dissonanze death e black di scuola Deathspell Omega, assieme a intriganti derive melodiche, alla fine peseranno come colate di piombo, con lo screaming nefasto della guest S.R. (compagno di Nuno negli Ethereal Wound) ad accompagnare l'ascoltatore dritto sul fondo del precipizio. 'The World Turns in Sleep' è un biglietto da visita spaventoso, maturo, ideale per ricordarci quanto possa essere affascinante e al contempo devastante, guardare dritti dentro l'abisso. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

venerdì 28 agosto 2026

Haggus - The Mincecore Manifesto

#PER CHI AMA: Goregrind
Otto brani per un quarto d'ora di musica... si può fare. "The Mincecore Manifesto" è la nuova deflagrazione sonora degli Haggus, trio originario di Oakland, California, e indiscutibile punto di riferimento del goregrind negli Stati Uniti. Diciamo subito che questa release non è proprio per tutti e la band non fa assolutamente nulla per nasconderlo. Chi conosce il trio capitanato da Hambone, sa che qui non si cerca la novità o il compromesso produttivo. Muovendosi infatti sulla linea tracciata originariamente dai maestri belgi Agathocles, gli Haggus prendono il "mincecore" e lo usano come una dichiarazione di intenti che è politica prima ancora che musicale. La produzione è orgogliosamente lo-fi, ruvida, immersa in un fango sonoro che unisce l'attitudine nichilista del punk/hardcore più oltranzista alla violenza quadrata del grindcore vecchia scuola. I brani durano quasi tutti meno di due minuti, piccoli ordigni costruiti su chitarre sature, sormontate da una performance vocale schizofrenica che si sposta continuamente tra un growl cavernoso, rigurgitato, e urla disumane. Ma l'intelligenza degli Haggus sta tutta nel non cadere nella trappola della pura velocità fine a se stessa. Nel flusso ininterrotto del disco, tra un campionamento parlato e una sfuriata (paurose a tal proposito la tritabudelle "Fucked Up Future", la schizoide "Welcome to the Mincecore Jungle" o la folle "Mincecore Provocateur"), spuntano anche alcune linee di chitarra più ruffiane ("Tyranny and Cruelty") o rallentamenti d'ispirazione sludge/death metal più asfissiante ("Mincecore Gratitude"), momenti in cui l'aria si fa pesante, creando il vuoto ideale prima di ripartire a rotta di collo con la conclusiva "Head Infection" che sancisce come la band voglia preservare un angolo di mondo dove non è possibile mentire, una barriera intransigente per chiunque veda ancora nella musica una forma di resistenza e non un semplice riempitivo per i propri silenzi. (Francesco Scarci)

(Tankcrimes - 2026)
Voto: 65

giovedì 27 agosto 2026

Conflux - In the Wake of Saturn

#PER CHI AMA: Death/Math
Sulla carta, il debutto dei Conflux aveva tutte le credenziali per essere un colpo maestro. Riuniti Chase Fraser e Tommy McKinnon con un manipolo di veterani della scena estrema (gente passata da Decrepit Birth, Augury e Derelict) e aggiunta una manciata di ospiti, il piatto servito è un techno death di chiara ispirazione anni '90. Il risultato finale di 'In the Wake of Saturn', tuttavia, lascia un sapore amaro: l'ennesima dimostrazione di forza muscolare e virtuosismo che rischia di trasformarsi in una sterile prova di tecnica. Se non fosse per le linee di chitarra solista, autentico faro nella notte e ancora di salvezza del disco, l'esito complessivo farebbe fatica a emergere dal calderone dei soliti esercizi di stile. La produzione è nitida e tridimensionale, la batteria di McKinnon viaggia a frequenze chirurgiche e la girandola di voci prova a dare varietà a un concept incentrato su rinascita, paura e superamento del desiderio terreno. Eppure, il senso di già sentito è costantemente dietro l'angolo. La scaletta non fa che evidenziare questo limite, costantemente bilanciato (e salvato) dagli assoli e dai ricami chitarristici. "The Antidote" parte con il pilota automatico tra blast beat travolgenti, riff spietati e i soliti cambi di tempo fulminei che vorrebbero creare tensione, ma finiscono per risultare accademici. "Devoid of True Form" ed "Ethereal Executioner" insistono su ritmiche sparate a mille dalle influenze quasi mathcore, con una progressione che appare prevedibile, riscattata solo da stacchi solisti di pregevole fattura. Potrei fare un copia-incolla per i pezzi successivi e il risultato non cambierebbe: proprio per questo non comprendo come la critica ne abbia lodato la precisione chirurgica. Per me 'In the Wake of Saturn' rimane un lavoro che fatica a trovare un'anima vera e propria. Un ascolto che potrà certo stuzzicare i fanatici del techno death più spinto, ma che, in tutta franchezza, non ha smosso i miei sensi nemmeno per un secondo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

mercoledì 26 agosto 2026

Niveous – Cult of the Void Star

#PER CHI AMA: Black Metal
Prendete il manuale di istruzioni del black metal, spuntate tutte le caselle della lista e avrete 'Cult of the Void Star', il debut su lunga distanza degli statunitensi Niveous, un concentrato di black metal senza troppi fronzoli nè pretese. Fuori per la Hypnotic Dirge Records, il lavoro consta di sei pezzi sparati a velocità folle, screaming al vetriolo, chitarre di stampo scandinavo e liriche che parlano di male cosmico, mitologia e mondi boreali. Sorprese? Zero. Innovazioni? Nemmeno a pagarle. Eppure, per chi si nutre esclusivamente di pane e misantropia, questo lavoro fa esattamente quello che deve fare, senza troppi orpelli digitali o derive ammiccanti. Il disco si muove attraverso collaudatissimi binari che vanno dalla lacerante opener "Harbinger of the Void Star" fino alla conclusiva "Boreal Stronghold", passando attraverso blast-beat spietati, chitarre zanzarose, voci alla Attila Csihar (soprattutto in "Servants of the Monolith") e una rabbia glaciale che mettono subito in chiaro il tasso di prevedibilità (e violenza) dell'opera. In mezzo, poco altro per farmi esaltare di fronte a questo lavoro: musica sparata a mille, qualche rallentamento doom, un coro epico con tanto di accelerazione finale in "Frostborne Resistance" di tutto rispetto, andando cosi a ergersi come miglior brano del lotto. Poi, in tutta franchezza, poco altro per farmi gridare al miracolo. 'Cult of the Void Star' è un lavoro rigido e senza compromessi. Se nel 2026 avete ancora voglia di ascoltare per la millesima volta la stessa formula senza chiedervi il perché, fatevi sotto: trovate esattamente quello che state cercando. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 55

venerdì 21 agosto 2026

Horns of Abomination - S/t

#PER CHI AMA: Black/Death
Abbiamo superato la metà del 2026. Il mondo musicale corre dietro a produzioni laccate, intelligenze artificiali e suoni iper-definiti, e poi spuntano i canadesi Horns of Abomination con un disco che sembra registrato su una cassetta, consumata dentro un bunker antiatomico nel 1993. Rilasciato tramite la solita, per queste sonorità, Sentient Ruin Laboratories, il lavoro del progetto war/black/death metal è un'orgia di violenza cieca, sorda e ottusa, un assalto frontale così cavernicolo da far sorgere spontanea una domanda: ha davvero ancora senso d'esistere un demo-CD del genere nel 2026? Probabilmente no, ed è proprio per questo che i puristi dell'estremismo più marcio finiranno per amarlo. Il suono è una poltiglia viscerale, ruvida e volutamente polverosa: chitarre che grattano come lamette arrugginite, una batteria acustica che spara blast-beat senza grazia né dinamica, e una serie di animaleschi vocalizzi che si muovono unicamente tra il rantolo cavernoso e uno strillo alieno. La scaletta si commenta da sola, un massacro ritmico senza soluzione di continuità dalla title-track per concludere con "Black Blood Offering", in uno stupro sonico senza precedenti. 'Horns of Abomination' è un relitto bellico, un disco ignorante e anacronistico fino al midollo. Un ascolto raccomandato esclusivamente a quei pochi integralisti del dissonant war metal e del black/death che nel 2026 hanno ancora voglia di farsi sfondare i padiglioni auricolari da una registrazione che suona come una motosega dentro un fusto di latta. (Francesco Scarci)

(Sentient Ruin Laboratories - 2026)
Voto: 60

domenica 16 agosto 2026

Volubilis - Theasterion

#PER CHI AMA: Techno Death
Un’esplosione cosmica apre le danze di questo 'Theasterion', il debutto scoppiettante della formazione sci-fi canadese Volubilis. Quello che si para immediatamente davanti è un'architettura nevrotica che oscilla schizofrenicamente tra la ferocissima brutalità del techno death, trame neoclassiche e una tensione sci-fi assolutamente paranoica. La lezione di grandi act viene qui ripresa, masticata e sputata fuori con un'imprevedibilità ritmica che vi farà girare la testa. La proposta è un turbine chirurgico: chitarre affilatissime, un basso fretless che sguscia ovunque, batteria da sparo e un'alternanza vocale che va dallo screaming acido al growling cavernoso, attraverso sei capitoli spettacolari. Il primo, "Le Flamboiement Stellaire", parte come una fucilata techno death fatta da riff spietati e blast-beat serrati, prima di spiazzarci a metà strada con uno stop improvviso, in quello che credo essere un break di basso che sembra arrivare da un altro pianeta. Poi largo a solismi da paura, un intrecciarsi di chitarre, saliscendi di scuola classica, rotti solo dal growling del frontman. La title track parte meno scomposta dell'opener, ma non per questo, non è da incensare su come semini il panico a livello ritmico, tra giri di chitarra funambolici, ritmiche spezzate e un lavoro alla batteria che sembra il classico suono della contraerea sotto i missili. Un basso allucinato apre "Homo Cumulus" e poi giù di riff sparati a mille che ci pigliano a schiaffoni che è un piacere. A livello solistico, ecco un trip intricatissimo di note, a rievocarmi i Nocturnus degli esordi, prima di un secondo assolo da urlo, prima di chiudere con uno stacco di chitarra spagnoleggiante. Un'altra bella dose di violenza è servita con "Ashes & Embers", in cui sempre in evidenza, ci sono le pulsazioni di basso che accompagnano un assalto ritmico contrappuntato da voci acidissime, assoli spettacolari e un finale super arrembante che sfocia inaspettatamente in un finale di pianoforte. Largo ancora a ritmiche ubriacanti con la strumentale "The Prism", mentre in chiusura, "Unukhalai Supernova" si configura come il compendio di tutto quanto ascoltato sin qui, un Bignami di techno death dalle tinte progressive, per un lavoro senza freni, iper tecnico e deliziosamente instabile. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

domenica 9 agosto 2026

Snorlax – Toxic Current

#PER CHI AMA: Grind/Death
Prendete una buona dose di nichilismo anti-capitalista, frullatelo con la sana violenza cieca del grindcore australiano e avrete 'Toxic Current', la terza fatica in studio degli Snorlax. Dietro questo moniker, da mostriciattolo dei Pokémon, si nasconde in realtà il polistrumentista Brendan Auld, che per l'occasione ha deciso di sterzare bruscamente la propria proposta rispetto al passato. Addentrandoci nell'ascolto del disco, quello che emerge immediatamente è come il sound risulti un devastante attacco chirurgico, sebbene poi a livello di pura innovazione, il disco non regali assolutamente nulla di originale, ahimè una vera e propria costante degli ultimi tempi. E allora, non resta altro che farsi investire dalle turbolenze ritmiche del mastermind di Brisbane, fatte di chitarre abrasive ("Eclipse"), blast-beat a pioggia, sghembi rallentamenti ("De-Evolution" o nella pseudo-suite "Manifestation", il pezzo meglio riuscito del lotto) e un dualismo vocale tra scream laceranti e growl viscerali. I pezzi si configurano alla fine come schegge impazzite, viaggiando su binari ultra-collaudati, fondendo dissonanze chitarristiche e accelerazioni grindcore da manuale. Roba già sentita in trent'anni di metal estremo, ma sicuramente sputata fuori con una rabbia genuina. In "Merchants Of Opulence" riemergono le radici death metal del progetto attraverso rallentamenti marcescenti, funzionali per fare da battistrada alla dissacrante "Puppet Fuck", cover (riuscita, ma pur sempre una cover di 68 secondi) degli storici grinders Agents of Abhorrence. C'è anche modo di prendersi una pausa riflessiva con "1984", prima delle mortifere "Insignificance" e "Fia Della Palette" che ci traghettano a un'altra cover, "Pigs", all'insegna di un crust primordiale, ultimo sigillo di un disco davvero intransigente, che farà felici i cultori della musica estrema. A patto, ovviamente, che non vi aspettiate di sentire qualcosa che non sia già stato inventato e suonato decine di volte prima d'ora. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 65

venerdì 7 agosto 2026

Blackbriar - Our Long Cursed Sleep

#PER CHI AMA: Gothic/Symphonic Metal
L'EP 'Our Long Cursed Sleep' dei Blackbriar, venduto come un'estensione oscura delle "pagine perdute" del precedente 'A Thousand Little Deaths', ci conferma una grande verità sulla band olandese: sanno esattamente come accattivarsi il pubblico. Navigando furbescamente nel mare sicuro del gothic/symphonic metal, i Blackbriar sfoderano un campionario di soluzioni ruffiane e melodie di facile presa, ricalcando pedissequamente i cliché di mostri sacri come Within Temptation e Nightwish. Forti della classica produzione patinata, il disco si snoda attraverso chitarre e sezione ritmica che si limitano a fare da impalcatura robusta ma totalmente inoffensiva a una proposta accompagnata poi da orchestrazioni opulente e studiate a tavolino, finalizzate ad estorcere il brivido facile. Al centro della scena giganteggia Zora Cock con la sua eterea voce, innegabilmente affascinante, ma che gioca così tanto la carta della vulnerabilità drammatica da risultare a tratti stucchevole. La tracklist è un manuale su come compiacere i fan senza rischiare nulla: "A Long Cursed Sleep" è l'esca perfetta. Melodie malinconiche e un crescendo sinfonico costruito per farvi canticchiare il ritornello al primo ascolto. In "Apollo Never Stopped Chasing Daphne" il sound si conferma altrettanto sognante, per quanto una robusta sezione ritmica nella seconda metà, provi a dare l'impressione di maggiore spinta sull'acceleratore, ma in realtà è un trucco scenico per dar respiro a una narrazione epica ideale in sede live. "Betwixt and Between" è la classica ballata sognante e sospesa, che forza la mano sul lato tragico per strappare a tutti i costi l'emozione. A chiudere, ecco "A Thousand Anemones", una sorta di compendio di quanto fatto dalla band sin qui. Un'alternanza di sfarzi melodici e blande partiture grooveggianti che mettono il fiocco a un pacco regalo fatto per non scontentare nessuno. In sintesi, 'Our Long Cursed Sleep' è un disco solidamente paraculo. Raggiunge esattamente il suo scopo e farà la gioia degli irriducibili del symphonic metal, ma lo fa offrendo un ascolto calcolato, lezioso e privo di veri guizzi di spontaneità. Un ottimo prodotto da vetrina, ma nulla di più. (Francesco Scarci)

(Blackbriar Music VOF - 2026)
Voto: 63

mercoledì 5 agosto 2026

Vorax - Volcano Shock

#PER CHI AMA: Death Old School
Prendete i Bolt Thrower, gli Asphyx e il groove pre-masticato del Max Cavalera d'annata. Frullate il tutto e otterrete 'Volcano Shock', l'album di debutto degli svizzeri Vorax. Sulla carta, una dichiarazione d'amore al death old school; nei fatti, un monumentale manifesto di scarsa originalità che sfocia, dopo qualche traccia, in una noia letale. Completamente autoprodotto, il disco si vanta di rigettare i moderni trucchi digitali in favore di un suono crudo e analogico. Il risultato? Un muro sonoro roccioso e prevedibile, dove la sezione ritmica procede con un passo cadenzato e un growl cavernoso che non si sposta di un millimetro dai binari del già sentito. Persino il concept lirico, che abbandona lo splatter per concentrarsi sull'estinzione preistorica e la furia degli elementi, finisce per naufragare nello stesso piattume della musica. L'opening track, "Magma Ocean", prova a stabilire le coordinate stilistiche con riff palesemente devoti ai Bolt Thrower, ma l'effetto nostalgia svanisce in fretta, nonostante una sezione solistica volta a inseguire un briciolo di originalità nei suoi guizzi psichedelici. La successiva "Devouring Raw Flesh" prova ad alzare il livello di brutalità per scatenare un pogo infernale, ma trasmette solo un senso di stanchezza primitiva. Quando si arriva alla title-track, ci si rende conto che il cosiddetto riffing senza fronzoli è in realtà un loop infinito che mima un terremoto già sentito mille volte. La seconda parte del disco è un vero e proprio test di resistenza per l'ascoltatore. "Burning Lava" propone un groove ossessivo che non aggiunge nulla a quanto appena sentito, mentre "Hunter Killer" sceglie la via dell'aggressione quadrata e priva di melodia, risultando solo sterile. Nemmeno la più ritmata e ricercata "Flight of the Pteranodon" riesce a sollevare le sorti di un lavoro che sembra aver esaurito le sue idee dopo una manciata di brani. Il singolo "Reign Supreme" saccheggia, senza troppi complimenti, il groove tribale di scuola Sepultura con stop-and-go scolastici, prima che la conclusiva "The Great Dying" provi a scimmiottare il doom/death degli Asphyx, con tempi rallentati che sembrano non finire mai. Se è vero che parte della critica ne ha lodato l'autorità esecutiva, è impossibile ignorare l'assoluta mancanza di identità di questo progetto. 'Volcano Shock' è il classico disco-fotocopia che non lascia traccia: un'esperienza d'ascolto talmente derivativa e cosi priva di idee da generare quella fastidiosa sensazione di dejà-vu che vi costringerà, ben presto, a spegnere lo stereo e a prendervi un buon libro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

domenica 2 agosto 2026

The Secrecy - Pins & Needles

Ascolta "The Secrecy_Pins & Needles" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Gothic/Dark
Ritmiche ipnotiche, ombre pesanti e quella strana, irresistibile tentazione di chiudere gli occhi e ballare al buio. È questo il biglietto da visita di 'Pins & Needles', l'ottimo debutto dei The Secrecy. Il supergruppo di Indianapolis (con membri rubati a Flesher, Chrome Waves e Bringers of Disease) firma un disco che si piazza a gamba tesa all'incrocio tra il post-punk moderno e un dark/gothic rock denso di atmosfera. Prendete la ferocia dei Killing Joke, le ombre dei Fields of the Nephilim e il sound crepuscolare dei Type O Negative, rimescolate il tutto in chiave contemporanea, ed avrete il suono di quest'opera. Ho ascoltato il disco per sbaglio su Spotify e ho pensato "diamine lo devo recensire assolutamente!". Se la produzione è un piccolo gioiello di dinamica tra synth tridimensionali e chitarre sature, la voce di Dustin Boltjes oscilla da toni profondi e sognanti a improvvisi slanci drammatici. Il disco corre via veloce, un pezzo dopo l'altro. "Theresa" rompe gli indugi con un basso pulsante e ipnotico che mette subito in chiaro la proposta dei nostri. Un'apertura cupa, tesa, quasi cinematografica. "Dancing in the Fire" vede il battito accelerare. Riff taglienti, ritmo sostenuto e un crescendo dinamico e coinvolgente. "Meet Me After Midnight" mostra un differente lato della medaglia, fatto di atmosfere oscure e synth sognanti che mi hanno evocato addirittura gli Actors. Parte piano "Sky", una sorta di ballad crepuscolare solenne ed emozionante, che scomoda qualche scomodo paragone con i The Cure di "Trust". Ovvio, i maestri inglesi sono di un altro pianeta, ma la proposta degli americani, non sfigura affatto. Il disco s'incanala tra pezzi dark/synthwave ("The Watchers"), chiaroscuri intimistici rafforzati da echi di Jaz Coleman e soci ("Set Me Free"), senza dimenticare le origini (la title-track mostra piuttosto palesemente le influenze dei Fields of the Nephilim), per chiudere con le note malinconiche di "Same", che sanciscono come il post-punk abbia ancora diverse frecce al proprio arco da poter scoccare. (Francesco Scarci)

(Disorder Recordings - 2026)
Voto: 77

sabato 1 agosto 2026

Leaves' Eyes – Song of Darkness

#PER CHI AMA: Symph/Gothic
Se avete presente la formula dei Leaves' Eyes, sapete già esattamente cosa aspettarvi prima ancora di far partire il dischetto. Con il nuovo EP, 'Song of Darkness', la creatura di Alexander Krull e soci, impacchetta l'ennesimo prodotto patinato, ruffiano e mestierante fino al midollo. Tutto è perfetto, tirato a lucido e suonato con una professionalità impeccabile che ammicca palesemente ai fan di Nightwish ed Epica. Ma dietro la facciata luccicante e orchestrale, c'è davvero poco altro se non la solita minestra riscaldata ad arte per fare numero nel catalogo. La produzione è pomposa, cinematografica e confezionata con il manuale del perfetto symphonic metal commerciale: il soprano di Elina Siirala fa il suo solito lavoro impeccabile sui registri alti, il growl burbero di Krull fa da contrappunto nei punti giusti, e sotto gira il classico muro di chitarre pompate dagli archi sintetici. La scaletta scivola via veloce sui soliti, collaudatissimi binari: si parte dalla title-track, costruita e indirizzata con il pilota automatico. Riff incalzanti, esplosioni orchestrali e un refrain ruffianissimo concepito a tavolino per piantarsi in testa al primo ascolto. "Hall of the Brave" offre la classica cavalcata, i cori possenti e i tastieroni maestosi per far felice il pubblico della prima ora, senza aggiungere un grammo di novità. "Until the Last Day" parte con una ritmica più serrata e sferzata priva di sbavature, dove il duetto "bella e la bestia" gioca la carta del già sentito in maniera quasi scolastica. "Roots Eternal" cerca il respiro solenne, tessendo trame sognanti ed evocative che valorizzano l'estensione di Elina, ma senza regalare reali brividi. Zero sorprese, zero rischi e un tasso di imprevedibilità pari a zero. 'Song of Darkness' è un'operazione di puro contorno: elegante, ultra-professionale e tirata a lucido per restare nella comfort zone. Un ascolto consigliato giusto ai completisti della band o a chi vuole la sua dose quotidiana di acuti sinfonici senza troppe pretese. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 70

giovedì 30 luglio 2026

Oskaal - Drenched in Sin

#PER CHI AMA: Techno Death
'Drenched in Sin' segna il debutto discografico degli Oskaal, duo norvegese cresciuto tra le strade, non proprio caotiche, di Drammen. Con questo EP di sei tracce, la band scuote le fondamenta del proprio background per plasmare un lotto di canzoni brutale e viscerale. Il duo si muove con estrema disinvoltura su una sottile linea di confine che unisce la ferocia del death metal moderno, derive progressive, sfumature blackish e un groove devastante dalle tinte slam. L'ascolto si sviluppa come un blocco unico: una narrazione che non ammette pause, ma che sa perfettamente quando cambiare marcia. L'apertura è affidata a "Hymn", un pezzo che aggredisce subito l'ascoltatore con cambi di tempo fulminei e un growl cavernoso che definisce le coordinate del viaggio. A colpire fin da subito è il lavoro solista, davvero di primo livello. Con la successiva "Slaughter the Divine" le ritmiche si fanno ancora più schiaccianti; qui i tre assoli killer confermano una fluidità strutturale fatta apposta per scatenare il pogo in sede live. Sia chiaro: non siamo di fronte a nulla di miracolosamente originale, ma la qualità della proposta è indiscutibile. L'assalto frontale sembra arrestarsi con l'incipit dal vago sapore mediorientale di "Death", ma è solo un miraggio: il duo torna a pestare duro nel giro di pochi secondi. Un gran bel ricamo di chitarra apre invece "Refused", traccia dominata da una sezione ritmica chirurgica, dalle scudisciate dei blast-beat e dal growling possente del frontman, il tutto traghettato verso un finale al fulmicotone. Si passa poi a "Sin", il pezzo più lungo del lotto: un episodio più compassato che si affida a un rifferama solido e implacabile, anche se risulta forse il capitolo più prevedibile dell'EP. In chiusura, la monolitica "Necrosis" riassume l'intera palette espressiva del gruppo attraverso una violenza esecutiva opprimente. Un biglietto da visita decisamente interessante per tutti i cultori del brutal techno-death. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68