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sabato 19 marzo 2016

Atom Made Earth - Morning Glory

#PER CHI AMA: Prog/Post Rock/Stoner, Mono, Mogwai, Pink Floyd
Difficile catalogare il quartetto marchigiano degli Atom Made Earth, una delle realtà più eclettiche e originali che abbia sentito ultimamente. Nel loro lavoro (il primo studio album, dopo un live del 2014) c’è davvero di tutto: c’è la psichedelia spaziale dei Pink Floyd mescolata alle cavalcate stoner degli Sleep ("Thin"), c’è il prog-rock contemporaneo di "Reed", dove si respirano echi di Porcupine Tree e Rush, c’è lo stoner-rock anni 2000 stile June of 44 e Brant Bjork & The Operators ("Baby Blue Honey"). Su lunghe parti strumentali uscite dritte dritte da qualche b-side dei Black Sabbath si aprono all’improvviso parentesi dispari di ispirazione King Crimson e lunghe suite settantiane di hammond ("StaC", vero capolavoro del disco); e poi, qua e là, si trovano anche gemme di kraut-rock, sperimentazioni ambient, azzardi sonori e spolverate di jazz. Gli Atom Made Earth suonano tutto, e molto bene: le chitarre passano da suoni acustici crepuscolari a distorsioni pungenti, da wah-wah funkeggianti a misurati delay; le tastiere sfruttano a pieno elettronica, organi, pianoforti e sintetizzatori. Basso e batteria non sbagliano mai, prediligendo sonorità più naturali, grande dinamica e partiture mai banali. La produzione è forse un po’ troppo asciutta e concentrata e – nonostante il gran lavoro di James Plotkin e Gianni Manariti – avrebbe forse goduto di un po’ più apertura, anche a discapito della pulizia generale che, bisogna ammetterlo, mantiene chiara e godibile ogni singola nota suonata. Il vero difetto degli Atom Made Earth è però la sottile sensazione di manierismo che pervade il lavoro: se alcuni accostamenti di generi funzionano alla grande, altri sono studiati un po’ troppo a tavolino e risultano freddi e forzati. Le pur sopraffine tecnica e creatività compositiva dei musicisti, in alcuni casi, sono controproducenti e 'Morning Glory', qua e là, perde di spontaneità e risulta solo un artificiale esercizio di stile imitativo. (Stefano Torregrossa)

(Red Sound Records - 2016)
Voto: 65

https://atomadearth.bandcamp.com/album/morning-glory

Witte Wieven - Silhouettes Of An Imprisoned Mind

#PER CHI AMA: Black Atmosferico
Provenienti da Tilburg in Olanda, i Witte Wieven (che sta per "donne sagge") sono un duo formato da Sarban (batteria) e Carmen (voce, chitarra e basso), dediti a un black metal d'atmosfera, tinto comunque di influenze cascadiane e post black. Lo si evince immediatamente dall'opener track, "Ruin", un'autentica galoppata di suoni post black, in cui le uniche voci sono lasciate ai sussuri soavi della brava Carmen che per certi versi richiama le produzioni più delicate di Myrkur. "Silhouettes of an Imprisoned Mind", la traccia che dà anche il titolo a questo mini cd (racchiuso in un digipack elegante dalla cover assai suggestiva che riprende 'Dancing Fairies' del pittore svedese August Malmström), continua nella sua opera di ritmiche serrate in pieno stile US, fino a quando la quiete non prende il sopravvento e come una ammaliante sirena, Carmen torna a proporre dei brevi sussurri in sottofondo. Non per molto a dire il vero, perchè la furia dilagante del duo orange, avrà modo di esplodere ancora in vibranti accelerazioni, lasciando la parola alla sola musica. Si arriva velocemente alla terza e ultima song di questo EP, che funge da apripista all'imminente album di debutto. "Faces of Unreality" si muove tra sinistre atmosfere, rallentamenti al limite del doom e sfuriate black, che lasciano soltanto intravedere le potenzialità che questo duo olandese possiede. Quindici minuti sono un po' pochi per capire cosa ci riserva il futuro, soprattutto se le tracce che verranno saranno completamente strumentali o se Carmen sarà in grado di offrire vocalizzi alla stregua della collega danese, leader dei Myrkur. A breve per nuovi aggiornamenti. (Francesco Scarci)

(Self - 2016)
Voto: 65

https://wittewieven.bandcamp.com/

mercoledì 16 marzo 2016

Colonnelli - Verrà la Morte e Avrà i Tuoi Occhi

#PER CHI AMA: Thrash/Heavy, IN.SI.DIA
Ho sempre sostenuto che in Italia ci siano tante realtà assai valide, che solo canali “alternativi” come questo del Pozzo, possono far venire a galla. In questo specifico caso, a dir poco strabiliante, abbiamo a che fare con un potentissimo trio toscano, di Grosseto per la precisione. I Colonnelli marchiano a fuoco la fine del 2015 e l'inizio del 2016 con questo album che si candida, senza troppi giri di parole, ad essere una delle più limpide dichiarazioni di manifesta superiorità in ambito metal degli ultimi anni. Ma andiamo con ordine: immaginate un tonante groove metal suonato da Dio, aggiungete un inedito (per il genere) cantato in italiano, unite una tonnellata di doppio pedale solidissimo e amalgamate il tutto con un riffing serrato e molto preciso. Fatto? Bene, miscelate tutto benissimo e assaporate il risultato: un disco gigantesco. Lungo i ripetuti ascolti non ho potuto trovare un punto debole che sia uno, anzi, ad ogni ascolto apprezzavo sempre di più il lavoro di Leo, Bernardo e Andrea (coadiuvati poi in registrazione da altri musicisti). 'Verrà la Morte e Avrà i Tuoi Occhi' è un entusiasmante mix heavy che richiama i Motorhead, finisce in braccio ai Misfits, per poi sfiorare da vicino il thrash metal più grooveggiante dei Kreator. Era dai tempi ormai lontani dei dischi dei monumentali IN.SI.DIA che non mi era più capitato di imbattermi in un lavoro così valido, peraltro cantato in italiano. Un piacere unico avere a che fare con questo lavoro, che può avvalersi anche di un ottimo suono, ideale per il tipo di sound proposto ma che personalmente avrei preferito un po' più “pulito”, senza dover per forza scadere nel troppo freddo e asettico. Il trittico iniziale è da pelle d'oca, una qualcosa di notevolissimo spessore: ”Il Boccone Amaro”, “Masticacuore” e la potentissima “Circo Massacro” spazzano via tutto quello che incontrano sul proprio cammino, come panzer in avanzamento perpetuo. Bastano solo questi tre pezzi per indurvi all'ascolto di questo massacro sonoro. Non c'è da aggiungere molto altro, perché altrimenti sarei troppo propenso a “distribuire” lodi sperticate che potrebbero risultare stucchevoli, non mi rimane pertanto altro che consigliarvi di procurarvi il disco quanto prima. Non ve ne pentirete assolutamente. Anzi, ve ne innamorerete all'istante. Giganti! (Claudio Catena)


((R)esisto Distribuzione - 2015)
Voto: 90

Mutiny on The Bounty - Digital Tropic

#PER CHI AMA: Experimental Post Rock
Questo giovane quartetto proveniente dal Lussemburgo è arrivato al terzo full-length, che aggiunge un nuovo tassello alla propria evoluzione - senza però ancora raggiungere la piena maturità - con un disco curatissimo in ogni suo dettaglio, dalla registrazione alla confezione, e formalmente ineccepibile. Alfieri di un post-rock strumentale dalle forti connotazioni math, con 'Digital Tropic' i Mutiny on The Bounty innestano massicci quantitativi di elettronica su una matrice che rimane sostanzialmente post-metal, per un risultato sicuramente curioso e intrigante, pur non privo di punti interrogativi non ancora del tutto risolti. Innanzi tutto due parole vanno spese sul magnifico 12’’ in vinile trasparente che, oltre a garantire un’eccellente resa sonora, permette di godere appieno della splendida copertina. Scelte stilistiche cosí raffinate si riflettono nella cura che la band pone nella composizione e realizzazione della propria musica, contrapponendo potenza e delicatezza, rabbia e candore. Come detto, l’impianto è un classico math-prog-metal piuttosto potente e complesso ritmicamente, sul quale si adagiano ricami chitarristici, synth, loop ed effettistica varia, in un modo che ricorda vagamente i 65daysofstatic, pur senza raggiugerne le vette poetiche. Le cartucce migliori vengono sparate subito in apertura, e se ci si trova piuttosto esaltati dall’ascolto delle trascinanti "Telekinesis" e "Countach", si rimane soddisfatti solo a metà del resto della scaletta. Tanto i primi due brani stupiscono per freschezza, potenza e creatività, quanto risulta difficile tenere desta l’attenzione per tutta la durata dell’abum. Il punto è che il gioco, dopo un po’, sembra mostrare la corda, gli inserti elettronici risultano un po’ troppo zuccherosi e quella che sarebbe potuta essere la perfetta colonna sonora di un film di fantascienza distopica alla Matrix, sembra in piú di un’occasione la musica di una versione di Candy Crush Saga sotto anabolizzanti. Forse semplicemente 'Digital Tropics' è un tantino freddo, al cospetto di un’esecuzione impeccabile e di doti non comuni di scrittura, o forse si tratta di un disco che risente molto del mood con il quale lo si ascolta. In definitiva i lussemburghesi sono senz’altro promossi, ma con riserva. Come tutti gli studenti piú dotati, da loro ci si aspetta sempre qualcosa in piú. E speriamo che possano mostrarcelo in futuro. (Mauro Catena)

(Small Pond Recordings - 2015)
Voto: 70

Kopper8 - Addiction

#FOR FANS OF: Thrash/Groove Metal, Pantera, Lamb of God
The debut effort from these French groove/thrashers offers up a rather enjoyable-on-paper approach that doesn’t really translate as well as it should onto the record, making for a disappointing if still slightly appealing effort. What works here is the generally groove-based approach to thrashing riff-work, leaving this with tight, crunchy riffing and explosive energetic rhythms that make for a rather engaging time here alongside the pounding drumming thrown into the mix. With the groove riff-work adding an extra bit of intensity to the proceedings, there’s some rather enjoyable times here but one which does come with some minor problems. The biggest issue here is the fact that almost all of the music here is arranged similarly, being a fast and aggressive opener and then settling into a mid-tempo charge almost verbatim throughout the rest of the song, and this does manage to leave the impression that if the opening riff isn’t appealing the song itself won’t be. It’s a pretty unappealing process, especially when several of the songs aren’t that good or feature endless rambling segments that tend to slow the music down to a crawl with their endless sprawling rhythms taking a lot of the energy out of the tracks. Still, this one does end up being enjoyable enough otherwise to come off rather nicely. Intro ‘Beast’ features a sampled snarling animal to lead into the tight grooves and raging riff-work alongside plenty of pounding drumming charging along at rather frantic grooves chugging along with fiery energy through the final half for a fun, engaging opener. The title track uses a swirling bass-line to slowly grow into a crushing series of oppressive grooves offering plenty of toughened rhythms thrashing along to the striking solo section that carries on through the charging finale for a highly enjoyable highlight effort. ‘La Haine’ uses tight swirling riffing and strong crushing rhythms bringing along plenty of tight patterns and charging atmospheres to the steady mid-tempo paces leading throughout the steady grooves of the final half makes for a fine if slightly unimportant effort. ‘HateGod’ features a strong swirling bass-line and steady plodding rhythms that allow the simple grooves plenty of swirling rhythms that follow along the one-note pace with light melodic clanging leading into the sprawling finale for an overall unimpressive effort. ‘Evanglie’ takes tight, raging grooves and plenty of chugging riffing through plenty of raging tempos weaving throughout swirling riff-work as the sprawling melodic segments turning back into blistering thumping grooves for the final half in yet another strong highlight effort. ‘Patrie’ blasts through tight drum-work and chugging grooves raging along through the up-tempo paces leading into the steady paces leading the blasting patterns alongside the charging groove riffing through the thumping dynamics of the finale for a strong and overall enjoyable track. ‘Born to Die’ uses blistering razor-wire riffing and pounding drumming through a tight, up-tempo groove that settles into a thumping mid-tempo pace with the charging riff-work keeping the strong rhythms in place for the fiery final half that makes for another enjoyable offering. ‘L'Elogie de la folie’ features light guitars soon turning into sprawling, plodding paces and rather light rhythm work that ends the album-proper on a decidedly disappointing note. Lastly, bonus tracks appear in the 2015 remixes of ‘Amnesia’ and ‘Requiem’ sound like energetic and respectful versions of the originals without really adding anything really unique to them beyond the updated, crunchy sound to fit in with the rest of the tracks and makes them entirely serviceable if completely unneeded. While there’s enough to like it’s still got some problems overall here. (Don Anelli)

(Self - 2015)
Score: 70

domenica 13 marzo 2016

Ego Depths - Dýrtangle

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Ascoltare ma soprattutto recensire 'Dýrtangle' (la cui origine si rifà alla cultura nordica che da quella buddista tibetana con il significato approssimativo di 'abbraccio rude della bestia') è un po' come scalare un K2 o un Everest, una proba impresa riservata solo a poche, pochissime persone. Ottanta minuti di suoni incuneati fondamentalmente in cinque infinite tracce (di cui la prima è un intro e la terza un intermezzo acustico) partorite dalla mente malata di Stigmatheist, il musicista ucraino che si cela dietro a questo moniker. "Wheel of Transmigration" è la prima vetta su cui inerpicarsi nella speranza di sopravvivere prima di raggiungerne la cima e da lì provare a scorgere (inutilmente) la luce all'orizzonte, e da lì salire ancor di più. Diciannove minuti di suoni che definire claustrofobici sembra quasi un eufemismo: la lentezza disarmante con cui si muove il sound ha un che di spaventoso, inasprito peraltro dai vocalizzi del frontman che spaziano tra il growling e il sussurrato, attraverso lugubri e tetri paesaggi di apocalittico funeral. Una pausa, l'etnica "The Onward Tide", giusto per prendere fiato e ricominciare l'ascesa che sembra divenire ancor più aspra con i 23 minuti abbondanti di "Awakening of Gshin-Rje, the Lord of Death". L'inizio della song ha degli ovvi richiami alla cultura orientale con quelle melodie meditative che potreste sentire in uno dei tempi collocati sulle pendici dell'Himalaya, dove a regnare c'è solo il suono del silenzio. Verso il sesto minuto, il brano sprofonda nelle viscere della terra con le sue roboanti e catacombali chitarre, con l'unica parvenza di cantato racchiusa in gorgoglii in sottofondo e dove la musica si muove ipnotica e catartica nella sua epifania spirituale, tra suoni di campane e mistiche melodie. Nella seconda metà, il brano trova addirittura modo di esplodere la propria furia inespressa in una violentissima parte di black al limite del cacofonico. Non è facile ve l'avevo detto, qualcuno si sarà già arreso o presto lo farà, soprattutto al cospetto di "Vitrification, Ineludible Meditation", una song immonda di quasi trenta minuti, in cui ancora a fondersi ci sono i delicati suoni provenienti da strumenti della cultura orientale (l'arpa, il flauto duduk e il tamburo damaru) con le intemperanze di un diabolico funeral doom, che vi condurranno in un viaggio suggestivo quanto mai impervio ai più. Sicuramente affascinanti, ma di sicuro gli Ego Depths resteranno inaccessibili proprio come le vette del K2 o dell'Everest. (Francesco Scarci)

(Dusktone - 2015)
Voto: 65 

sabato 12 marzo 2016

Spheres - Throposphere 5

#PER CHI AMA: Heavy/Jazz Strumentale
'Throposphere 5' è un esempio di come il metal possa essere divertente ed anche colto. Un disco coerente e originale capace di alienare l’ascoltatore tra melodie d’altri tempi e blast beat impetuosi. È Chambéry la città ad aver dato i natali agli Spheres nel 2008; il demo uscito nel 2013 già mostrava le caratteristiche principali della band che si sono poi completamente espresse in questo 'Throposphere 5' uscito nel 2016, un disco prevalentemente metal ma con importanti contaminazioni jazz che aggiungono un elemento di leggerezza, rendendo l’opera equilibrata e godibile. Gli Spheres ricordano nei tratti jazz i Color Haze, nei tratti metal a volte sembra di sentire i Black Cobra e a volte i Downfall of Gaia. La composizione è il punto forte, tutti i passaggi sono chiari e ben delineati, infatti malgrado la complessità della musica, non è per nulla difficile seguirne il senso. Traspare la passione di Fred, Mat, Syd e Ced che dichiarano sulla pagina facebook di non avere interessi commerciali o particolari ambizioni, solo il desiderio di suonare insieme e rendere partecipi gli altri dell’armonia che riescono a creare. Con una premessa del genere un fatto è certo, gli Spheres si sono divertiti un sacco a scrivere questo disco! E non si sono limitati a tenere questa gioia per sè ma hanno deciso di impregnare di un’aria scherzosa tutte le parti di 'Throposphere 5', dalla musica all’artwork, dai titoli dei brani alla loro composizione. Quest’ultima come detto è senza dubbio il punto di forza, per rendere l’idea è come ascoltare una persona che in un discorso riesce sempre a uscirsene con la battuta pronta. La grafica invece è stata curata da Aurelien Bartolucci, designer non nuovo alle copertine musicali. Bartolucci ha sicuramente colto lo spirito del gruppo, le macerie e gli oggetti di uso quotidiano affiancate allo scheletro di un t-rex, sembrano fluttuare nel vuoto pur conservando un tono scherzoso seppur intenso e presente. Tornando alle onde sonore, vediamo che il jazz e il metal sono in armonica e felice convivenza. L’uso della batteria risulta più vicino al metal, il basso invece ha uno stile e un suono decisamente orientati al jazz, le chitarre sono graffianti ma non imponenti nelle parti intense e nelle altre sono invece brillanti e cristalline. L’opera è divisa in due parti, la prima è lineare ed in generale più semplice mentre la seconda è decisamente più malata. Le parti sono separate da “The King of Rats” un divertente coro a cappella, l’unico momento del disco in cui sentiamo delle voci umane. Un’esortazione su tutte “save the congo space program”, fa sorridere e dubitare della sanità mentale dei musicisti. Il disco apre con “Tarte Sphérique”, un multiforme agglomerato di leggerezza e intensità. Da notare a circa tre minuti, lo stacco da una parte in blast beat ad una assolo sornione e sinuoso che ricorda nel suono e nello stile Byan May. Uno dei pezzi che mi ha colpito particolarmente è “Swim Among the Stars”, che riesce a creare un ambiente ostile ma non minaccioso, come trovarsi davanti uno di quei personaggi cattivi dei videogiochi che sta per lanciare un attacco micidiale, ma si sa che è finzione e la paura nemmeno ci prova ad affiorare. La parte finale del disco si fa decisamente più nevrotica della prima, emblematica “Captain Frequence” una giusta chiusura all’opera, tra ritmiche composte, ambienti celestiali e sequenze di accordi al limite del dissonante, senza mai rinunciare alla spinta animalesca del metal. La schizofrenia malata degli Spheres crea effetti psicotropi ed epilettici in quest’ultima parte, ma si può sempre trovare sollievo nelle derive da camera che rassicurano e placano gli animi anche se per pochi istanti. Credo che questo sia un disco perfetto per dimostrare di come la musica cosiddetta “pesante” possa essere leggera e divertente. Jazz inquinato col metal, un caffellatte estremo. Da provare assolutamente. (Matteo Baldi)

(Self - 2016)
Voto: 80

Intervista con i Downlouders

Seguite questo link per saperne di più dei Downlouders e del loro robotico capodoglio: