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giovedì 19 settembre 2013

Vihmana - Un Ocaso Trascendente

#PER CHI AMA: Suoni estremi dalle tinte mediterranee e gotiche
Il mio continuo frugare nell'underground mi ha portato oggi allo conoscenza degli spagnoli Vihmana, one man band guidata da Nacho Hernandez, che con questo “Un Ocaso Trascendente” giunge al debutto sulla lunga distanza dopo l'Ep “Templo”, ormai datato 2009. Venendo all'ascolto di quest'interessante lavoro, posso affermare si tratti di un connubio di più sonorità, avvolte da un forte manto etnico che si manifesta già nell'orchestrale intro, “Un Ocaso”. La lunga apertura di “Al Alba Inhumana” è affidata invece ad arpeggi e percussioni che vanno a braccetto con un ipnotico flauto e con le vocals di Nacho, qui nella doppia veste clean e growl; il tutto mi regala una inattesa sorpresa. Tribali non c'è che dire nel loro incedere, un po' Moonspell, qualche barocchismo alla Orphaned Land, ma soprattutto tanta musica etnica con sperimentazioni varie che sfiorano il rock progressive ma anche il black metal. La breve “Caminante del Sueño” è un mix di suoni mediterranei ed heavy metal, che per taluni aspetti mi ha ricordato i nostrani Lord Agheros. “Alminar” è un intermezzo di musica medio orientale che cede ben presto il posto a “Hasta Nuestra Completa Aniquilación”, il pezzo in cui a dominare in questo caso (e rendere ulteriormente più varia la proposta del musicista di Madrid) è un death doom dalle linee atmosferiche, comunque sempre accompagnato dal seducente suono del flauto. Con “El Rumbo de Nadie”, il sound gotico dei Vihmana si avvicina alle ultime proposte del combo lusitano guidato da Fernando Ribeiro. Un altro breve intermezzo metal etnico, “Monzón” e siamo pronti per la grande sorpresa finale, la riuscitissima cover dei nostrani Agricantus, “Amatevi”. Notevole questo “Un Ocaso Trascendente”, album che si profila già estremamente maturo e ricco di spunti interessanti, che potrà piacere un po' a tutti, dagli amanti dell'heavy progressivi a chi mastica suoni estremi ma assai melodici. Ambizioso. (Francesco Scarci)

(Nooirax Producciones - 2013)
Voto: 75

https://www.facebook.com/vihmana

Artificial Wish - Subconscious

#PER CHI AMA: Metalcore, 36crazyfists, Bullet for my Valentine, Three Days Grace
La band veneziana debutta su Buil2kill records e ci offre questo primo full lenght inciso nel 2012 dopo un EP del 2007. La band, attiva dal 2006, si dedica ad un metalcore dalle forti tinte orecchiabili e varianti emo e nonostante non si trovi nulla di nuovo, questo album funziona ed è molto riuscito sotto i canoni più commerciali dell'intento. Spieghiamoci, la copertina è ben curata ed il suo stile fumettistico splatter/horror inganna facilmente l'ascoltatore con una parvenza tipica da thrash metal band, cosa che evidentemente non rispecchia lo stile del disco. La scrittura musicale soffre letteralmente del già sentito, 36Crazyfists su tutti. L'esecuzione è buona come la qualità della registrazione; il suono è bombastico a sufficienza e tutte le parti canore dure e pulite o cori che siano sono al posto giusto e cantate a dovere. Fin qui nulla da dire se ci si accontenta di una sequenza precotta di melodie di facile effetto, il problema nasce quando al secondo ascolto ci si accorge che manca il reale contatto con la rabbia e la voglia di spaccare, o il malessere esistenziale, senza parlare della ricerca sonora inesistente, tutto è fatto con il mero intento di piacere e cosa che allibisce è che veramente sotto questo punto di vista il cd è perfetto! Comunque gli Artificial Wish non sono male, hanno solo esasperato e cercato un sound per emergere in fretta e ci sono riusciti, a livello sonoro vedremo se il mercato sarà dalla loro parte, noi li avremmo voluti più sporchi e arrabbiati perchè comunque i musicisti e le qualità ci sono, manca solo un po' di coraggio e una buona dose di sperimentazione e ricerca in più. Ribadiamo il concetto, un lavoro commercialmente egregio, meno buono dal lato artistico dell'extreme music. Un tocco di rabbia umana e una solidità più accentuata e il gioco è fatto! Rimaniamo in attesa della giusta riscossa. (Bob Stoner)

(Buil2kill Records - 2012)
Voto: 65

https://www.facebook.com/Artificial.Wish

mercoledì 18 settembre 2013

North by Northwest – Mirrors to Remind Ourself Who We Are

#PER CHI AMA: Progressive Post Rock, Amplifier, Porcupine tree, Pain of Salvation
Ascoltiamo il primo full lenght della band italiana, il cui nome è preso a prestito dal titolo di un film di Hitchcock del 1959. Lo facciamo direttamente dalla pagina bandcamp e ci affacciamo ad un universo sfaccettato e dalle mille angolature ben legate tra loro, una musica delicata e potente nello stesso istante. Il combo romano suona come i Mastodon ripuliti dagli acidi e dalla ruvida depressione, sono cristallini come i Porcupine Tree ma esaltano sempre il loro lato più grunge spesso strizzando l'occhio ai primi Pain of Salvation, sono sofisticati come gli Amplifier ma più nervosi e meno cerebrali. Tanto difficili da inquadrare quanto interessanti da ascoltare, mostrano uno sguardo rivolto al progressive onnipresente che non li lascia mai neanche nelle parti più pesanti, fungendo anche da positivo freno quando azzardiamo l'ipotesi di relegare la band in un contesto strettamente progressive metal. Sicuramente il vero punto di contatto (o di partenza espressiva) è il post sotto tutte le sue forme, post rock, post metal, post grunge, etc. e una libertà sonora a 360 gradi. Al primo ascolto si nota un retro gusto armonico '70's alla Genesis e lo troviamo negli assoli melodici e aperti che rimandano i ricordi ai migliori Marillion. Fin qui li abbiamo descritti riallacciandoci ad altre band ma non dobbiamo dimenticare che i North by Northwest mostrano un'alta percentuale di personalità e non clonano nessuno (anche se si muovono in campi non del tutto nuovi) ma soprattutto gioca a loro favore una notevole capacità esecutiva e compositiva che tocca vertici splendidi d'avanguardia come nel brano "An Unmerciful Dialogue" (il nostro preferito), con picchi degni dei mitici Hatfield and the North mischiati a progressioni di casa Opeth ultimo periodo. Fantasia, intensità e melodia sembrano essere la miscela magica che ha aiutato i nostri a comporre un gran bel lavoro come questo "Mirrors to Remind Ourself Who We Are", un lavoro suggestivo, moderno e capace di soddisfare i palati più fini in uno dei generi più intransigenti della musica rock, il progressive. La band in questo album ha costruito tutto a puntino e con successo ha portato a termine un ottimo album sofisticato e dalle mille evoluzioni sonore. Una piccola perla che si eleva dal mare della mediocrità con forza. Amanti del neo prog rock fatevi avanti, il banchetto è servito, ed è molto ghiotto! Da avere! (Bob Stoner)

(Self - 2013)
Voto: 75

http://www.northbynorthwest.it/

Serenity Broken - Commercial Suicide

#PER CHI AMA: Alternative/Grunge, Alice in Chains
Giuro, se avessi messo su questo cd senza sapere che è di una band underground, avrei cominciato a sparare nomi altisonanti come Alice in Chains e Stone Sour per cercare di azzeccare il nome. Dalla Grecia con furore e orgoglio, tecnica eccelsa e arrangiamenti che farebbero arrossire qualche boss che fa tante clinic in giro per il mondo. Grunge, hard rock e metal fusi e modellati a loro piacimento, con potenti riff, ritmica da mitragliatrice e un vocalist che sembra sceso dall'Olimpo per spargere il suo verbo. Infatti quello che mi ha colpito è la loro padronanza della tecnica e la capacità di muoversi facilmente tra un genere e l'altro. Non metto in dubbio che il lavoro fatto in sala prove e studio di registrazione sia mastodontico, ma cavolo, ad ascoltarli sembra un concentrato di puro istinto primordiale rifinito qua e là. I Serenity Broken sono una scarica di adrenalina che mancava da tempo e con questo "Commercial Suicide" totalmente autoprodotto, hanno già contaminato il vecchio continente sin dalla sua release (fine 2012). "Alone" è un calcio nelle palle diretto e pesante, riff che sembrano provenire da chitarre fatte di roccia, come la grancassa che fa sobbalzare le finestre se non state attenti con l'equalizzatore dello stereo. Doppio pedale come piovesse che unito alle linee di basso potrebbero essere usati nelle grande demolizioni. Poi la voce è una delle più espressive e melodiche degli ultimi anni. "Def" è la bonus track che vede la collaborazione del batterista dei Nile (quindi potete immaginare la violenza) che sembra proprio essere modellata sulla ritmica di questa, coinvolgendo strumenti e voce ad una corsa forsennata e precisa al millesimo di secondo. Ovviamente il resto dei Serenity Broken è all'altezza della collaborazione e non viene oscurato da tanta bravura. Ottima prova per i nostri greci che dimostrano di aver le palle, nonostante il periodo storico poco felice. Chiniamo il capo insieme e alziamo il pugno in onore a questi guerrieri moderni. Ora vi lascio, perchè torno ad ascoltare i Serenity Broken e ad cercare un eventuale concerto in Italia. Grazie al cielo esiste ancora chi crede nei sogni e li concretizza in un progetto eccellente. (Michele Montanari)

martedì 17 settembre 2013

Asaru – From the Chasms of Oblivium

#PER CHI AMA: Black, Emperor, Immortal, Satyricon, Enslaved
La band tedesca/norvegese denominata Asaru ha radici profonde nel black metal in cui da tempo milita nei ranghi di questo genere. Il loro primo demo è del 1996 e questo ultimo album del 2012 fa incetta di tanta esperienza sfoderando un perfetto album di scuola scandinava lontano dal classico stile black teutonico. L'album esce per la Schwarzdorn Records e sfodera nove brani d'alta classe ben ripartiti tra sfuriate infernali e parti più melodiche ed evocative. Il sound ruota intorno ai classici stilemi del genere ma lo fa con estrema convinzione e senza cadute di stile evocando le cose migliori di Satyricon, Ragnarock, Enslaved, Emperor ed Immortal con un tocco melodico più spinto e messo in costante risalto. La velocità è una prerogativa dei nostri e la band sa muoversi alla grande con destrezza anche nelle parti ultraveloci e di difficile esecuzione. L'album è molto equilibrato e veramente gode di un'ottima scrittura musicale tanto che tutto l'album si lascia ascoltare senza intoppi e risulta interessante anche dopo vari e ripetuti ascolti. Nota dolente per la copertina che a nostro parere poteva essere meglio curata e più fantasiosa (per fortuna che spesso l'abito non fa il monaco). Buono l'uso della maligna voce e la qualità di registrazione che avvalora le qualità dell'album. L'arpeggio di "Under the Flag" con le sue sferzate distorte supersoniche conquistano i vertici della nostra personale classifica relegandola a miglior song dell'album davanti all'epica "Fortapt i Dodens Faun". Un lavoro concreto e solido, di qualità egregia e pronto a fare quel salto di qualità che la band sta aspettando da tempo. Per gli amanti del classico di qualità, "From the Chasms of Oblivium" è il cd che fa per voi!(Bob Stoner)

(Schwarzdorn Records - 2012)
Voto: 70

http://www.asaru.de/

Fourteen Nights at the Sea - Untitled Album

#PER CHI AMA: Post Rock
Ecco, quando mi capita un cd di questo tipo, mi rendo contro di quanto poco tempo basta alle mie orecchie per abituarsi a nuove sonorità. Gruppi che l'anno scorso mi sparavo a tutte le ore del giorno, ora mi lasciano indifferenti, mi sembrano troppo lenti o troppo minimalisti. Così mi è successo per il post rock e andare a recensire i Fourteen Nights at the Sea (FNATS) mi fa sentire un pò fuori luogo. Pippe mentali a parte, ho saltato a piè pari la prima traccia perchè non ce l'ho fatta a resistere per più di otto minuti di riverbero/delay generati a random. Passo a "Clubber VS" e la musica cambia. E come cambia. Da chitarrista ho apprezzato i bei riff distorti e le botte di batteria/basso, ovviamente non estremi, ma comunque si alternano con stile ai vari momenti di lenta riflessione. Non male anche la scelta dei suoni. L'ultima traccia racchiude il meglio della band che in quattordici minuti tira fuori tutto il repertorio a disposizione, però manca di smalto. Probabilmente i live riescono a coinvolgere di più e smuovono più di qualche rockettaro, da verificare. Sostanza si, orignalità non molta, problema rilevante in un contesto strumentale che rende ancora più difficoltoso riconoscere un gruppo da un altro. Se i FNATS riusciranno a trovare una soluzione, sicuramente ne sentiremo parlare ancora. (Michele Montanari)

lunedì 16 settembre 2013

Tyranny is Tyranny - Let It Come From Whom It May

#PER CHI AMA: Sonorità Post, Fugazi, Shellac, June of 44, Neurosis
Questa giovane band americana proviene dal Wisconsin ed è al primo lavoro completo autoprodotto. Ricordando che la band si esprime in versi di natura esplicitamente anticapitalisti, ci troviamo di fronte ad un lavoro ruvido e spigoloso, trasversalmente accarezzato da aperture ambient/post rock molto ricercate e vicine al movimento rumorista che fanno da contraltare ideale all'approccio noise rock che pervade tutto l'album. Il canto oltranzista alla Neurosis rende il tutto più duro ma in realtà la musica dei Tyranny is Tyranny si ispira a band di stampo meno metal optando per un suono più alternativo come i magici Shellac, passando per certe intuizioni chitarristiche di casa Fugazi in comunione con il vuoto esistenziale dei primi Mogwai e la scrittura astratta dei June of 44. Velatamente nella tipologia della registrazione usata, volutamente low-fi di qualità, troviamo anche un tocco di sanguigno e intelligente rock stile ultimi Pearl Jam, ovviamente tutto perennemente sotto lo sguardo magnetico del noise rock più radicale. Questo tipo di registrazione ne esalta la ruvidità sonora e li rende più compatti e maturi. Sottolineamo che la costruzione musicale si distanzia nettamente dalla famosa band di Seattle e ricordiamo le salde radici post-core dei Tyranny is Tyranny. L'album scivola velocemente, composto da sette tracce di cui le due finali ("The American Dream is a Lie" e "Always Stockholm, Never Lima") superano i sette minuti e mostrano tutta la vena lisergica/cinematico/psichedelica della band, lunghe suite musicali cariche di tensione e nervosissime che lasciano un nodo in gola, per il loro suono frastagliato e multi direzionale, fatto di stop improvvisi, atmosfere dilatate e un canto straziante che riporta alla mente la crudeltà di questo mondo. Una band autentica e senza fronzoli, che suona a nervi scoperti e a denti stretti. Una band tutta da scoprire! (Bob Stoner)

(Phratry Records - 2013)
Voto: 75

http://tyrannyistyranny.bandcamp.com/

venerdì 13 settembre 2013

Light Bearer - Silver Tongue

#PER CHI AMA: Sonorità Post-
Difficile scrivere qualcosa che già non sia stato detto o scritto sui Light Bearer, ma d'altro canto con questi ragazzi va da sempre cosi, il rischio di scrivere banalità è dietro l'angolo, pertanto mi limiterò a raccontarvi le sensazioni tratte dall'ascolto di “Silver Tongue” e niente di più. Partiamo col dire a chi malauguratamente non li conoscesse, che i nostri si formano dalle ceneri dei Fall of Efrafa, mitica band inglese di post metal, per volere di Alex Cf, il vocalist, reclutando qua e là ottimi musicisti della scena. Un ottimo primo album, un EP, uno split e ora questo “Silver Tongue” che conferma l'eccellente stato di forma di Alex e soci che, con questo disco, prosegue il discorso iniziato con il precedente “Lapsus”. La solita prolissità in termini di durata si conferma anche qui, con l'apertura affidata ai 17 minuti di “Beautiful is this Burden” di cui un terzo è speso in scenari ambient, mentre il rimanente continua ad offrire la consueta centrifuga corrosiva fatta di suoni post (hardcore/sludge/metal) che da sempre la band concede. Altamente complesso il concept lirico alla base di questo lavoro, nato nel primo cd e che attraverso quest'album ci accompagnerà fino al quarto disco (e poi un nuovo scioglimento? Chissà...): vi basti sapere che le tematiche affrontano (accusandole) religione e politica, citando dalla “Bibbia” al “Paradiso Perduto” di Milton, passando attraverso la “Divina Commedia” di Dante. L'odio riversato verso la religione si propaga anche a livello musicale offrendo pezzi che uniscono suoni al vetriolo con una fluida emotività colma di una lacerante malinconia, che solo l'abilità strumentale dei nostri è in grado di donare. Rozzi, sfrontati, incazzati, i Light Bearer ci sparano in faccia il loro concentrato di cattiveria e desolazione su cui imperversa la voce growl del bravo Alex. L'ondulante muro sonoro che il sestetto britannico innalza ha dell'invalicabile e continua a mettere mattone su mattone anche nella seconda più breve “Amalgam”, in cui cenni di Cult of Luna emergono nelle sue note. Mai ritmi esasperati per carità, i Light Bearer sono maestri nello spingerci lentamente sul bordo del precipizio, farci camminare li dove esiste il flebile confine tra vita e morte. Una voce pulita apre “Matriarch” e qui, non me ne vogliano i nostri, un cenno ai The Ocean è percepibile nel giro di chitarra-basso-batteria-archi, ma niente di grave: la song è notturna, mette una certa rassicurante serenità addosso, grazie soprattutto ad uno eccellente epilogo. “Clarus” è il classico ponte che unisce la prima alla seconda parte del disco. Segue l'avvincente arroganza di “Aggressor and Usurper” e i suoi 16 minuti di martellante ferocia che poco spazio concedono alla melodia, se non nell'unico atmosferico break centrale che mi concede un attimo di respiro. Poi ecco sopraggiungere un'infernale scarica di pura violenza in cui a mettersi in luce, oltre alle caustiche vocals, vi è l'esemplare prova del batterista, Joseph Towns, a dir poco mostruosa. A chiudere il disco ecco la title track, venti minuti scarsi di tiepide aperture post rock venate da tutto quello che oggi i Light Bearer sono: sludge, hardcore, post-qualcosa, alternative e progressive, fondamentalmente dei geni incompresi. Gli insegnamenti dei Neurosis, dei Tool e dei Explosions in the Sky, confluiscono tutti insieme in questa song, raggiungendo la sua summa in un break vocale sorretto da un triste violino. Che altro dire, se non acquistare a scatola chiusa questo gioiellino. Mordaci! (Francesco Scarci)