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mercoledì 18 settembre 2013

North by Northwest – Mirrors to Remind Ourself Who We Are

#PER CHI AMA: Progressive Post Rock, Amplifier, Porcupine tree, Pain of Salvation
Ascoltiamo il primo full lenght della band italiana, il cui nome è preso a prestito dal titolo di un film di Hitchcock del 1959. Lo facciamo direttamente dalla pagina bandcamp e ci affacciamo ad un universo sfaccettato e dalle mille angolature ben legate tra loro, una musica delicata e potente nello stesso istante. Il combo romano suona come i Mastodon ripuliti dagli acidi e dalla ruvida depressione, sono cristallini come i Porcupine Tree ma esaltano sempre il loro lato più grunge spesso strizzando l'occhio ai primi Pain of Salvation, sono sofisticati come gli Amplifier ma più nervosi e meno cerebrali. Tanto difficili da inquadrare quanto interessanti da ascoltare, mostrano uno sguardo rivolto al progressive onnipresente che non li lascia mai neanche nelle parti più pesanti, fungendo anche da positivo freno quando azzardiamo l'ipotesi di relegare la band in un contesto strettamente progressive metal. Sicuramente il vero punto di contatto (o di partenza espressiva) è il post sotto tutte le sue forme, post rock, post metal, post grunge, etc. e una libertà sonora a 360 gradi. Al primo ascolto si nota un retro gusto armonico '70's alla Genesis e lo troviamo negli assoli melodici e aperti che rimandano i ricordi ai migliori Marillion. Fin qui li abbiamo descritti riallacciandoci ad altre band ma non dobbiamo dimenticare che i North by Northwest mostrano un'alta percentuale di personalità e non clonano nessuno (anche se si muovono in campi non del tutto nuovi) ma soprattutto gioca a loro favore una notevole capacità esecutiva e compositiva che tocca vertici splendidi d'avanguardia come nel brano "An Unmerciful Dialogue" (il nostro preferito), con picchi degni dei mitici Hatfield and the North mischiati a progressioni di casa Opeth ultimo periodo. Fantasia, intensità e melodia sembrano essere la miscela magica che ha aiutato i nostri a comporre un gran bel lavoro come questo "Mirrors to Remind Ourself Who We Are", un lavoro suggestivo, moderno e capace di soddisfare i palati più fini in uno dei generi più intransigenti della musica rock, il progressive. La band in questo album ha costruito tutto a puntino e con successo ha portato a termine un ottimo album sofisticato e dalle mille evoluzioni sonore. Una piccola perla che si eleva dal mare della mediocrità con forza. Amanti del neo prog rock fatevi avanti, il banchetto è servito, ed è molto ghiotto! Da avere! (Bob Stoner)

(Self - 2013)
Voto: 75

http://www.northbynorthwest.it/

Serenity Broken - Commercial Suicide

#PER CHI AMA: Alternative/Grunge, Alice in Chains
Giuro, se avessi messo su questo cd senza sapere che è di una band underground, avrei cominciato a sparare nomi altisonanti come Alice in Chains e Stone Sour per cercare di azzeccare il nome. Dalla Grecia con furore e orgoglio, tecnica eccelsa e arrangiamenti che farebbero arrossire qualche boss che fa tante clinic in giro per il mondo. Grunge, hard rock e metal fusi e modellati a loro piacimento, con potenti riff, ritmica da mitragliatrice e un vocalist che sembra sceso dall'Olimpo per spargere il suo verbo. Infatti quello che mi ha colpito è la loro padronanza della tecnica e la capacità di muoversi facilmente tra un genere e l'altro. Non metto in dubbio che il lavoro fatto in sala prove e studio di registrazione sia mastodontico, ma cavolo, ad ascoltarli sembra un concentrato di puro istinto primordiale rifinito qua e là. I Serenity Broken sono una scarica di adrenalina che mancava da tempo e con questo "Commercial Suicide" totalmente autoprodotto, hanno già contaminato il vecchio continente sin dalla sua release (fine 2012). "Alone" è un calcio nelle palle diretto e pesante, riff che sembrano provenire da chitarre fatte di roccia, come la grancassa che fa sobbalzare le finestre se non state attenti con l'equalizzatore dello stereo. Doppio pedale come piovesse che unito alle linee di basso potrebbero essere usati nelle grande demolizioni. Poi la voce è una delle più espressive e melodiche degli ultimi anni. "Def" è la bonus track che vede la collaborazione del batterista dei Nile (quindi potete immaginare la violenza) che sembra proprio essere modellata sulla ritmica di questa, coinvolgendo strumenti e voce ad una corsa forsennata e precisa al millesimo di secondo. Ovviamente il resto dei Serenity Broken è all'altezza della collaborazione e non viene oscurato da tanta bravura. Ottima prova per i nostri greci che dimostrano di aver le palle, nonostante il periodo storico poco felice. Chiniamo il capo insieme e alziamo il pugno in onore a questi guerrieri moderni. Ora vi lascio, perchè torno ad ascoltare i Serenity Broken e ad cercare un eventuale concerto in Italia. Grazie al cielo esiste ancora chi crede nei sogni e li concretizza in un progetto eccellente. (Michele Montanari)

martedì 17 settembre 2013

Asaru – From the Chasms of Oblivium

#PER CHI AMA: Black, Emperor, Immortal, Satyricon, Enslaved
La band tedesca/norvegese denominata Asaru ha radici profonde nel black metal in cui da tempo milita nei ranghi di questo genere. Il loro primo demo è del 1996 e questo ultimo album del 2012 fa incetta di tanta esperienza sfoderando un perfetto album di scuola scandinava lontano dal classico stile black teutonico. L'album esce per la Schwarzdorn Records e sfodera nove brani d'alta classe ben ripartiti tra sfuriate infernali e parti più melodiche ed evocative. Il sound ruota intorno ai classici stilemi del genere ma lo fa con estrema convinzione e senza cadute di stile evocando le cose migliori di Satyricon, Ragnarock, Enslaved, Emperor ed Immortal con un tocco melodico più spinto e messo in costante risalto. La velocità è una prerogativa dei nostri e la band sa muoversi alla grande con destrezza anche nelle parti ultraveloci e di difficile esecuzione. L'album è molto equilibrato e veramente gode di un'ottima scrittura musicale tanto che tutto l'album si lascia ascoltare senza intoppi e risulta interessante anche dopo vari e ripetuti ascolti. Nota dolente per la copertina che a nostro parere poteva essere meglio curata e più fantasiosa (per fortuna che spesso l'abito non fa il monaco). Buono l'uso della maligna voce e la qualità di registrazione che avvalora le qualità dell'album. L'arpeggio di "Under the Flag" con le sue sferzate distorte supersoniche conquistano i vertici della nostra personale classifica relegandola a miglior song dell'album davanti all'epica "Fortapt i Dodens Faun". Un lavoro concreto e solido, di qualità egregia e pronto a fare quel salto di qualità che la band sta aspettando da tempo. Per gli amanti del classico di qualità, "From the Chasms of Oblivium" è il cd che fa per voi!(Bob Stoner)

(Schwarzdorn Records - 2012)
Voto: 70

http://www.asaru.de/

Fourteen Nights at the Sea - Untitled Album

#PER CHI AMA: Post Rock
Ecco, quando mi capita un cd di questo tipo, mi rendo contro di quanto poco tempo basta alle mie orecchie per abituarsi a nuove sonorità. Gruppi che l'anno scorso mi sparavo a tutte le ore del giorno, ora mi lasciano indifferenti, mi sembrano troppo lenti o troppo minimalisti. Così mi è successo per il post rock e andare a recensire i Fourteen Nights at the Sea (FNATS) mi fa sentire un pò fuori luogo. Pippe mentali a parte, ho saltato a piè pari la prima traccia perchè non ce l'ho fatta a resistere per più di otto minuti di riverbero/delay generati a random. Passo a "Clubber VS" e la musica cambia. E come cambia. Da chitarrista ho apprezzato i bei riff distorti e le botte di batteria/basso, ovviamente non estremi, ma comunque si alternano con stile ai vari momenti di lenta riflessione. Non male anche la scelta dei suoni. L'ultima traccia racchiude il meglio della band che in quattordici minuti tira fuori tutto il repertorio a disposizione, però manca di smalto. Probabilmente i live riescono a coinvolgere di più e smuovono più di qualche rockettaro, da verificare. Sostanza si, orignalità non molta, problema rilevante in un contesto strumentale che rende ancora più difficoltoso riconoscere un gruppo da un altro. Se i FNATS riusciranno a trovare una soluzione, sicuramente ne sentiremo parlare ancora. (Michele Montanari)

lunedì 16 settembre 2013

Tyranny is Tyranny - Let It Come From Whom It May

#PER CHI AMA: Sonorità Post, Fugazi, Shellac, June of 44, Neurosis
Questa giovane band americana proviene dal Wisconsin ed è al primo lavoro completo autoprodotto. Ricordando che la band si esprime in versi di natura esplicitamente anticapitalisti, ci troviamo di fronte ad un lavoro ruvido e spigoloso, trasversalmente accarezzato da aperture ambient/post rock molto ricercate e vicine al movimento rumorista che fanno da contraltare ideale all'approccio noise rock che pervade tutto l'album. Il canto oltranzista alla Neurosis rende il tutto più duro ma in realtà la musica dei Tyranny is Tyranny si ispira a band di stampo meno metal optando per un suono più alternativo come i magici Shellac, passando per certe intuizioni chitarristiche di casa Fugazi in comunione con il vuoto esistenziale dei primi Mogwai e la scrittura astratta dei June of 44. Velatamente nella tipologia della registrazione usata, volutamente low-fi di qualità, troviamo anche un tocco di sanguigno e intelligente rock stile ultimi Pearl Jam, ovviamente tutto perennemente sotto lo sguardo magnetico del noise rock più radicale. Questo tipo di registrazione ne esalta la ruvidità sonora e li rende più compatti e maturi. Sottolineamo che la costruzione musicale si distanzia nettamente dalla famosa band di Seattle e ricordiamo le salde radici post-core dei Tyranny is Tyranny. L'album scivola velocemente, composto da sette tracce di cui le due finali ("The American Dream is a Lie" e "Always Stockholm, Never Lima") superano i sette minuti e mostrano tutta la vena lisergica/cinematico/psichedelica della band, lunghe suite musicali cariche di tensione e nervosissime che lasciano un nodo in gola, per il loro suono frastagliato e multi direzionale, fatto di stop improvvisi, atmosfere dilatate e un canto straziante che riporta alla mente la crudeltà di questo mondo. Una band autentica e senza fronzoli, che suona a nervi scoperti e a denti stretti. Una band tutta da scoprire! (Bob Stoner)

(Phratry Records - 2013)
Voto: 75

http://tyrannyistyranny.bandcamp.com/

venerdì 13 settembre 2013

Light Bearer - Silver Tongue

#PER CHI AMA: Sonorità Post-
Difficile scrivere qualcosa che già non sia stato detto o scritto sui Light Bearer, ma d'altro canto con questi ragazzi va da sempre cosi, il rischio di scrivere banalità è dietro l'angolo, pertanto mi limiterò a raccontarvi le sensazioni tratte dall'ascolto di “Silver Tongue” e niente di più. Partiamo col dire a chi malauguratamente non li conoscesse, che i nostri si formano dalle ceneri dei Fall of Efrafa, mitica band inglese di post metal, per volere di Alex Cf, il vocalist, reclutando qua e là ottimi musicisti della scena. Un ottimo primo album, un EP, uno split e ora questo “Silver Tongue” che conferma l'eccellente stato di forma di Alex e soci che, con questo disco, prosegue il discorso iniziato con il precedente “Lapsus”. La solita prolissità in termini di durata si conferma anche qui, con l'apertura affidata ai 17 minuti di “Beautiful is this Burden” di cui un terzo è speso in scenari ambient, mentre il rimanente continua ad offrire la consueta centrifuga corrosiva fatta di suoni post (hardcore/sludge/metal) che da sempre la band concede. Altamente complesso il concept lirico alla base di questo lavoro, nato nel primo cd e che attraverso quest'album ci accompagnerà fino al quarto disco (e poi un nuovo scioglimento? Chissà...): vi basti sapere che le tematiche affrontano (accusandole) religione e politica, citando dalla “Bibbia” al “Paradiso Perduto” di Milton, passando attraverso la “Divina Commedia” di Dante. L'odio riversato verso la religione si propaga anche a livello musicale offrendo pezzi che uniscono suoni al vetriolo con una fluida emotività colma di una lacerante malinconia, che solo l'abilità strumentale dei nostri è in grado di donare. Rozzi, sfrontati, incazzati, i Light Bearer ci sparano in faccia il loro concentrato di cattiveria e desolazione su cui imperversa la voce growl del bravo Alex. L'ondulante muro sonoro che il sestetto britannico innalza ha dell'invalicabile e continua a mettere mattone su mattone anche nella seconda più breve “Amalgam”, in cui cenni di Cult of Luna emergono nelle sue note. Mai ritmi esasperati per carità, i Light Bearer sono maestri nello spingerci lentamente sul bordo del precipizio, farci camminare li dove esiste il flebile confine tra vita e morte. Una voce pulita apre “Matriarch” e qui, non me ne vogliano i nostri, un cenno ai The Ocean è percepibile nel giro di chitarra-basso-batteria-archi, ma niente di grave: la song è notturna, mette una certa rassicurante serenità addosso, grazie soprattutto ad uno eccellente epilogo. “Clarus” è il classico ponte che unisce la prima alla seconda parte del disco. Segue l'avvincente arroganza di “Aggressor and Usurper” e i suoi 16 minuti di martellante ferocia che poco spazio concedono alla melodia, se non nell'unico atmosferico break centrale che mi concede un attimo di respiro. Poi ecco sopraggiungere un'infernale scarica di pura violenza in cui a mettersi in luce, oltre alle caustiche vocals, vi è l'esemplare prova del batterista, Joseph Towns, a dir poco mostruosa. A chiudere il disco ecco la title track, venti minuti scarsi di tiepide aperture post rock venate da tutto quello che oggi i Light Bearer sono: sludge, hardcore, post-qualcosa, alternative e progressive, fondamentalmente dei geni incompresi. Gli insegnamenti dei Neurosis, dei Tool e dei Explosions in the Sky, confluiscono tutti insieme in questa song, raggiungendo la sua summa in un break vocale sorretto da un triste violino. Che altro dire, se non acquistare a scatola chiusa questo gioiellino. Mordaci! (Francesco Scarci)

giovedì 12 settembre 2013

Noumeno - Trapped

#PER CHI AMA: Heavy metal strumentale
Tarda mattinata di una giornata semi-coperta, fresca quanto basta, pronta per ascoltare un po' di metal di qualsiasi tipo. Mi trovo tra le mani il cd dei romani Noumeno, guardo la copertina e penso “mica male questo terzo occhio minaccioso verde brillante”; metto il cd dentro il lettore e premo play. La prima traccia, "24", si apre con un bel riff di chitarra e un rullare di batteria (trovo qualche assonanza con gli Iron Maiden) dal ritmo sempre più serrato e furioso, ideale per i fanatici dell'headbanging, che passano da un semplice assolo ad una prova collettiva di brano strumentale, con risultati veramente buoni, se non eccelsi. "Jason Becker Tribute", come dice il titolo, è un tributo ad uno dei più famosi chitarristi heavy (Cacophony con Marty Friedman, David Lee Roth), bloccato dalla SLA, ma che perpetua nel comporre brani e sfornare cd. In questo brano la chitarra viene portata agli estremi: dal tempo veloce a quello più lento, passando per il mezzo: veramente notevole. "Panda Song" ha un ritmo veloce ma non troppo, trasuda malinconia e potenza, specialmente nell'assolo di batteria, ma per il resto rimane sull'allegro andante, senza essere invadente. In "Visionary Schizophrenia" i nostrani Noumeno si avvalgono della presenza del tastierista Vitalij Kuprij (ex Artension): si arriva a rasentare il ritmo furioso e cardiopalmico, senza esagerare. "Without Fear Without Pain" si apre con note molto dolci, proprio per lasciarci respirare dopo la furia del brano precedente: qui la chitarra diventa malinconica e la batteria le fa eco; dolce e tranquillo non significa però noioso o ripetitivo... difatti la peculiarità di questo album è che le canzoni non si ripetono mai. Comunque brano più sul versante prog rock che metal. "A Sense of Agony" invece parte subito spedito, veloce, cattivo ed energico: sebbene il ritmo cambi in continuazione, il risultato è sorprendente per la capacità di saltare da un accordo all'altro senza apparente fatica. "Mind Labyrinth" invece è più introversa, più cupa, ma fondamentalmente più agitata degli altri brani: si direbbe quasi il picco di massima di questo album. In "Anger in Vain" troviamo l'apporto di un altro grande shredder italiano, Francesco Fareri: il suo assolo risulta più un vortice che ti risucchia, facendoti perdere per un attimo tutto il resto attorno. Una gran bella sorpresa che arricchisce le già eccelse chitarre. Con "Psychotic Syndrome" l'album si chiude con un sound deciso, accattivante e veloce, portato all'estremo fino alla cessazione immediata: con esso finisce anche il cd. Una fine così, però, è incompleta: ci vorrebbe qualche strascico musicale, magari note di chitarra o tastiera, tanto per lasciare un'impronta più profonda anche nella chiusura. Danilo, Fabrizio, Emanuele ed Emiliano sono riusciti a trovare un punto d'incontro, creando brani frizzanti, energici e anche malinconici. Questo album lo vedrei bene come qualche colonna sonora di qualche videogame di corse. Di sicuro è una band da tenere d'occhio: mai prima d'ora mi era capitato di ascoltare un album totalmente strumentale, ma devo ammettere che hanno veramente un grande potenziale e una tecnica spettacolare. Al prossimo lavoro, allora! (Samantha Pigozzo)


(UK Division Records - 2010)
Voto: 75

https://www.facebook.com/NoumenoOfficial

Follow the White Rabbit - Endorphinia

#PER CHI AMA: Math Progressive, Between the Buried and Me, Devin Townsend
Gli ho bramati, cercati in internet, contattati su bandcamp ma niente da fare, ad un certo punto addirittura ricercati nella loro stessa città, S. Pietroburgo; i Follow the White Rabbit erano irraggiungibili. Poi grazie a facebook sono entrato in contatto con qualcuno che è vicino alla band e finalmente questo digipack è giunto tra le mie mani. Perché cosi tanto desiderio per “Endorphinia”? Presto spiegato: questo disco è da urlo. E allora seguite anche voi con me il bianconiglio ed entrate nel mondo delle 'Matrixmeraviglie'. Dieci pezzi che si fanno strada con la delirante opening track, “The Eye Light”: dapprima oscura per poi esplodere in una serie di suoni dal forte potere disturbante. Articolati, geniali, irriverenti, signori questi sono i Follow the White Rabbit. Giusto per darvi qualche coordinata e spiegarmi meglio, potreste prendere la progressione matematica dei The Dillinger Escape Plan, la voce pulita e non dei Between the Buried and Me, l'inventiva di Devin Townsend e soci, e un bel po' di malsano e orrorifico ambient. Vi gusta? A me un sacco e dire che non sono proprio un grande fan delle band qui citate, ma vi garantisco che quando ho per sbaglio dato un ascolto a questo disco su internet, me ne sono perdutamente innamorato. Follemente evocativa la prima parte di “Few Stories of a Deserted Forest”, poi ecco impazzare nuovamente l'anarchia, Mike Patton sarebbe fiero di questo quartetto russo con vocals che viaggiano tra il growl, scream, clean ed epic (tipo ICS Vortex). Completamente ubriaco già dopo l'ascolto delle prime due song, mi metto alla guida della mia auto di notte con “Fakeface” di sottofondo: beh ecco, non fatelo mai, rischiereste di impazzire. Mathcore a tratti, stoppato da atmosfere da brivido, vocalizzi eccelsi che sottolineano l'esagerata prova di Vual Dali dietro al microfono. Visto che ci sono, ne approfitto e cito anche gli altri membri dell'act russo, elogiando la loro performance fuori misura: Cheeseass, un tarantolato alle chitarre; Zebra, elegante al basso; Trulala, monster di sicura formazione jazz, dietro alle pelli. Pura emozione quando inizia “Fakeface: the End”: la paura passa e torna a strizzarmi l'occhio la luna. Certo con i FTWR non si può stare sereni: “All Night and Day” parte piano, preludio della insania che si paleserà presto nelle mie orecchie: un dolce arpeggio solletica i miei sensi, splendide vocals e poi il tutto e niente. Splendido, parola qui di sicuro non abusata. L'attacco ai miei sensi arriva però solo con “Panic Attacks”, song feroce, graffiante, forse la più devastante del lotto, in cui anche la voce, cosi come la musica, non cede molto alla melodia. Ma la furia 'matematica' venata di punk, si manifesta anche in “The Great Worm” con urla disumane, tempi dispari, stop'n go, break acustici e violenza in perfetto annichilente stile Between the Buried and Me che fanno una jam session con i Dillinger Escape Plan. “War Song” è una tiepida traccia mentre “Zzz(Zzz)” non può che essere una dolce ninna nanna prima della conclusiva title track. “Endorphinia” mi fa ritornare dal paese delle Meraviglie o da Matrix (decidete pure voi): l'ultimo stadio della loro pazzia passa da questa catartica traccia. Assordanti! (Francesco Scarci)

mercoledì 11 settembre 2013

Cvinger - Monastery of Fallen

#PER CHI AMA: Black Old School, Marduk, Darkthrone
Un sacco di musica nuova sta giungendo alle mie orecchie in questo ultimo scorcio d'estate. Non ultimi gli sloveni Cvinger, band il cui biglietto da visita è rappresentato da questo malefico EP di debutto “Monastery of Fallen”. Si tratta di un breve 8-tracks dal forte sapore black old school, più orientato al versante svedese del termine. Il trio di Koper si scatena con taglienti riffoni black, screaming vocals spaventose ed un approccio piuttosto satanista, inneggiante la misantropia più pura e altre amenità del genere che pensavo fossero ormai state debellate anche nel circuito underground. Interessante l'approccio corale di “Among the Crucified“, quasi liturgico, che conferisce una certa originalità di fondo. La successiva saettata risponde al nome di “Salvation in the Darkest Wrath“, vorticosa song che abbina all'irriverenza del black metal anche un mid-tempo nel suo break centrale (e che ritornerà anche nel corso della title track). Non aspettatevi grandi cose dal nostro malvagio trio, questo è puro black metal e non c'è alcun spazio per la sperimentazione. Se siete in cerca di un nome nuovo in territori black perché vi siete stancati dell'enormità di band che provengono dalla penisola scandinava, gli Cvinger potrebbero anche fare al caso vostro, peccato solo che talvolta la loro musica sfoci nel caos più totale, rendendone difficoltoso l'ascolto. La feralità del combo sloveno trova punti di contatto con Marduk e Dark Funeral, senza tuttavia dimenticare un certo approccio punk tipico dei Darkthrone. Uno dopo l'altro, i brevi pezzi di questo EP, mi stordiscono e al termine dei 20 minuti, la sensazione che mi rimane è quella di aver ascoltato in realtà un full lenght della doppia durata. Cattivi quasi da far paura. (Francesco Scarci)

martedì 10 settembre 2013

Existe - Et de Longs Passages Douloureux...

#PER CHI AMA: Post Black, Wolves in the Throne Room
Gli Existe sono una one man band proveniente dal Canada, capitanata da Cyril Tousignant, responsabile di tutti i suoni e liriche di questo EP di quattro pezzi. Il cd si apre con una overture di tre minuti, che fa da preludio alla furia primitiva della title track, sette minuti di black che mischia sonorità old school con nuove influenze post che si concretizzano nel break che la band concede dopo il primo minuto e mezzo, fatto di suoni malvagi, un semplice arpeggio, vocals sussurrate e infine uno squarcio elettrico affidato ad una flebile chitarra, prima di un esplosivo e deflagrante finale. “...Pour une Harmonie Rechergée” ci offre altri otto lunghi minuti di sonorità post-black, belluine screaming vocals e ruvide atmosfere, che sfociano quasi nel noise. Peccato la produzione non sia delle migliori e che quindi molto spesso i suoni si impastino tra loro, facendo capire ben poco del caos sonoro che fuoriesce dai malefici strumenti di Cyr. Ciò che mi colpisce maggiormente è invece il continuo alternarsi di tempi e atmosfere; sembra quasi osservare il cambio delle quattro stagioni in un sol giorno, il che rende il risultato finale assai ricco in fatto di dinamicità. Ottimi gli intermezzi classici affidati a quei tocchi soavi di pianoforte, un pizzico di malinconia derivante dal pianto di un neonato, le voci lontane di un paese sul chiuder del giorno e le onde del mare che si infrangono sugli scogli. La musica degli Existe è interessante, ha il difetto di non esser stata assemblata nel migliore dei modi e di suonare abbondantemente raw, ma poco importa, i margini di miglioramento si mostrano assai ampi. Pertanto, andare avanti sulla propria strada è l'unica cosa che mi sento di dire agli Existe. (Francesco Scarci)

La Notte dei Lunghi Coltelli - Morte a Credito

#PER CHI AMA: Punk Rock Hardcore
Rabbia e corde tese, ecco cosa mi suscitano i La Notte dei lunghi coltelli (LNDLC). Questo per farvi capire che non mi interessa particolarmente cosa c'è dietro un progetto, se nasce dalle costole di un altro (Karim qqru dei Zen Circus in questo caso), è stato prodotto dal Papa in persona (in alcuni casi avrebbe dato risultati migliori, credetemi) o registrato nello studio più figo di Londra dove ha vomitato David Gilmur dopo una serataccia. Da tempi immemori, appassionati musicisti spremono il loro sudore, tempo libero e mille imprevisti in un unico concentrato di arte, sperando che qualcuno colga l'essenza del sacro fuoco che arde in loro fino a divorarli. Comporre e scrivere permette di placare questo prurito perenne e ognuno lo fa a modo suo. I LNDLC violentano le parole, i suoni e l'orecchio di chi ascolta, passando dal harcore spinto de "La Caduta" all'electro ambient eccentrico di "Ivan Iljc". La seconda traccia "J'ai toujours été intact de dieu" spicca per il testo francese probabilmente preso da una poesia di Jacques Prevert, ma premetto che la mia ignoranza potrebbe offendere qualcuno quindi chiedo venia... Personalmente ho apprezzato "D'isco deo", che parte già carica di rabbia che trapela dal monologo iniziale, mentre un tappeto di chitarra e synth creano un'atmosfera pronta a lanciare il brano. Questo non succede e dopo cinque minuti ti rendi conto che sei alla fine e comunque il brano ha il suo perchè. Forse il pezzo più intimo e tribale dei LNDLC. L'ultima traccia, che prende il nome dalla band, chiude questa "Morte a Credito" in una specie di outro elettronica, come voler mettere la calma alla fine della tempesta. Idee buone, messe in pratica a modo loro che possono rapire o lasciare indifferenti chi ascolta. (Michele Montanari)

lunedì 9 settembre 2013

Deconstructing Sequence - Year One

#PER CHI AMA: Extreme Progressive Death, Solefald, Arcturus
Si affacciano sulla piazza volti verso un pubblico dal palato recettivo per sonorità non certo lineari questi Deconstructing Sequence. Risparmiamoci pure eventuali arrovellamenti neuronali alla ricerca di trovare similitudini e fonti di inspirazione varie (sport amatissimo dai recensori... ma che dico, da chiunque ascolti la nostra musica preferita!): infatti basti dare un’occhiata veloce alla loro pagina FB per ritrovarvi nomi noti dell’ambito extreme a trecentosessanta gradi, quali Emperor, Nile, Akercocke, Arcturus e avanti così, ai quali mi permetto di aggiungere qualcosa dei Solefald. EP intenso, composto da tre pezzi di durata importante (tra i 7 e gli 8 minuti abbondanti) e artwork omaggio al film “Another Earth” (veri e propri fotogrammi della pellicola). Che dire, i ragazzi, che si definiscono alfieri di extreme progressive art, ci danno dentro: suoni molto moderni, siderali in diversi passaggi, che trasmettono senza troppa fatica l’idea di un viaggio a bordo di immense navi spaziali, attraversando il cosmo alla ricerca di una nuova realtà. Ritmiche rocciose ben disposte ad accelerazioni mai fuori luogo, intrecciate con chitarre zanzarose, momenti più tecnici affatto ruffiani (anzi, al limite del calustrofobico) inframmezzati da aperture sparate e campionature in alcuni casi al limite del cinematografico (ovviamente fantascientifico), con vocioni digitalizzati a descriverci i misteri di supermassive blackholes e via discorrendo. Insomma, di carne al fuoco ne hanno messa molta questi ragazzi ed il desiderio di chi scrive è che l’EP sia seguito a breve da un full-lenght che non perda nulla di quanto ascoltato fin qui, semmai arricchito da qualcosa in più, concretizzabile mediante un numero maggiore di tracce. Unica nota stonata è rappresentata dal terzo e conclusivo brano del dischetto, che francamente sembra esser sbucato dal nulla, completamente estraneo alla gran prova fin qui sostenuta dai Nostri, quasi come un riempitivo, un tappabuchi dal minutaggio corposo, che lascia l’amaro in bocca dopo le ottime aspettative maturate durante l’ascolto dei primi due pezzi e motivo del voto non brillante, sicuramente penalizzato da questo elemento. Peccato, ragione in più per attendere un eventuale album a venire. (Filippo Zanotti)