Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Unique Records. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unique Records. Mostra tutti i post

lunedì 18 aprile 2022

Fooks Nihil - Tranquillity

#PER CHI AMA: Vintage Rock/Psichedelia
Recensiti dal buon Bob Stoner un paio di anni fa col disco di debutto omonimo, tornano in sella i teutonici Fooks Nihil e il loro sound iper vintage che ci porta a cavallo tra gli anni '60 e '70 con un sound che potrebbe fare da colonna sonora a "Sulle Strade della California" o "Le Strade di San Francisco", due telefilm di metà anni '70. Perchè questo pensiero? Ho immaginato una visione dronica della West Coast, delle sue strade e delle sue spiagge, e in sottofondo questi psichedelici brani che a partire dalla bluesy "Lovely Girl", cosi ammiccante i Buffalo Springfield, si muovono lungo gli undici brani di 'Tranquillity', evocando qua e là anche Crosby Stills & Nash e soprattutto i The Byrds, letteralmente proiettandoci indietro nel tempo di cinquant'anni. Quello dei Fooks Nihil non sembra assolutamente un album concepito oggi, ma sembra tuttavia una raccolta di inediti di alcune delle band sopraccitate. Se vi piacciono questo genere di sonorità, che chiamano in causa anche i Beatles ("Mangalitza") e gli Eagles ("C.A. Walking"), non potrete farvi mancare l'ascolto di questo lavoro decisamente old style. Il mio brano preferito? Non ho alcun dubbio, "Elain", con quel suo mood alla Bob Dylan e quell'assolo conclusivo da urlo. Menzione conclusiva per "Pictures of You", un brano dal rilassatissimo e forte "sabor latino" che incanta per quel suo scherzoso fare che mi ha evocato "Piranha" di Afric Simon. Si insomma, non propriamente un album da Pozzo dei Dannati, ma per una serata in allegria, 'Tranquillity' può andare alla grande. (Francesco Scarci)

giovedì 15 luglio 2021

Neumatic Parlo - Random Toaster

#PER CHI AMA: Indie Rock/Shoegaze, Radiohead
Già celebrati lo scorso anno dal buon Bob Stoner in occasione del loro debut 'All Purpose Slicer', tornano in sella i teutonici Neumatic Parlo con un EP nuovo di zecca, 'Random Toaster'. Cinque song per saggiare lo stato di forma dei nostri dopo questo anno e mezzo di follia pandemica. Devo ammettere che i cinque di Düsseldorf non se la passano affatto male, proponendo sempre quel concentrato di indie garage rock, che ammicca, sin dalle note dell'iniziale "Real Insight", ad un che dei Radiohead, qui rivisti in una versione più psichedelica ma pure punkeggiante, esplicato nelle note pulsanti di quel basso strappa applausi. Un po' come il battito del cuore, sorretto da un elettronico pacemaker, il sound del quintetto tedesco mi acchiappa che è un piacere, facendo fluire sotto la mia pelle piacevoli ed inebrianti sensazioni che arrivano a toccare l'apice in quella sorta di assolo conclusivo. Assai sperimentale invece "Nicolas Winding Refn", ma essendo un tributo all'omonimo e geniale regista danese divenuto famoso per il film 'Drive', era lecito aspettarselo. Andatevi a vedere il film e magari nel frattempo ascoltatevi un brano che, almeno nella prima metà, suona quasi surreale con quelle percussioni in primo piano, in compagnia della voce del bravo Vincent Göttler e un sottofondo noise al contempo sognante. Molto più orientata a velleità shoegaze/post punk, la terza "Lake Perris State Recreation Area", grazie a quella sua malinconica atmosfera su cui poggia la ritmica cadenzata dei nostri con la voce di Vincent qui in versione più straziante. Più classica e forse ancorata ai primi Radiohead, ma ancor prima ai The Smiths, la quarta "Ghost", francamente il pezzo che alla fine meno mi ha colpito, perchè privo di quella vena di originalità riscontrata nei precedenti brani. Tuttavia, nella seconda parte il brano si riprende ed è un crescendo emotivo alquanto affascinante. In chiusura, la lunghissima "Airplane", quasi dieci minuti di musica che aprono con le ambientali sonorità che strizzano nuovamente l'occhiolino a 'Kid A' dei Radiohead, per poi virare verso ipnotici giri di chitarra e litanici vocalizzi, e decollare infine in un crescendo chitarristico che ci porterà fino al termine di questo ottimo lavoro, secondo interessantissimo biglietto da visita di questi Neumatic Parlo. (Francesco Scarci)

lunedì 1 marzo 2021

Love Machine - Düsseldorf - Tokio

#PER CHI AMA: Garage Rock/Psichedelia
Avevo lasciato i Love Machine con il buon album 'Times to Come' del 2018, perdendomi tuttavia 'Mirrors & Money' nel 2019, che solo di recente sono riuscito ad ascoltare. Nel 2021 i cinque teutonici presentano questo nuovo album intitolato 'Düsseldorf - Tokio', mostrandosi più bizzarri che mai, con un lavoro che presenta una geniale novità, ovvero il cantato in lingua madre, a rimarcare la totale alienità di questa band dai confini classici del rock a cui fanno riferimento. Il canto in tedesco mostra tutta la durezza della sua pronuncia e porta molto bene ai Love Machine perchè, mi si passi il termine, suonano ancor più estroversi e krautrock, anche se decisamente in un contesto di psichedelia assai diversa dal quel filone musicale dei '70s. Le influenze musicali sono molte per la band tedesca e spostarsi dall'easy listening/lounge dei sixties al Johnny Cash di 'Ride This Train' è una cosa quasi scontata, il passo poi risulta breve anche tra il Presley di 'Viva Las Vegas' e certo garage punk'n'roll che, al cospetto del fantasma dei Birthday Party, riportano in vita l'anima malata della band australiana ed in chiusura del disco, sfornano due ottime tracce di rock sgraziato e selvaggio, "That Mean Old Thing" e "The Animal", i soli due brani cantati in lingua d'Albione. Queste due canzoni sono le uniche dotate di una certa scarica elettrica e vitalità ritmica, con cori stralunati e un'indole distruttiva, molto diverse spiritualmente e ritmicamente dal resto delle tracce. Comunque, se in un disco appaiono solo due canzoni veramente ritmate, non vuol dire che il resto sia da buttare anzi, direi che il vero stile dei Love Machine risieda proprio in quelle ballate miti e patinate tra glam, rock sulfureo e sonorità psichedeliche da pseudo figli dei fiori. Inoltre, se aggiungiamo una voce sensuale e profonda come Barry White, che incrocia la tenebrosità di certe interpretazioni a metà strada tra il Blixa Bargeld di 'Nerissimo' e i Crime & the City Solution, le cose si fanno più interessanti. Basta osservare il brano "Hauptbahnhof" dove, al minuto 1:53, nel bel mezzo di un contesto musicale tra il noir e il romantico di una ballata sonnolenta, un glaciale grido disperato cambia le sorti del brano, elevandolo a gioiello di disperazione per antonomasia. Prendendo atto della magnifica e spettrale voce baritonale da oltretomba di "100 Jahre Frieden", dove plasticata felicità e tristezza si fondono per esplodere in un assolo di chitarra tagliente come un rasoio, la proposta musicale diventa molto suggestiva. L'album continua tra sporadiche e assassine stilettate di chitarra, ritmiche allucinate a suon di morbido rock e di tanto visionaria quanto pacata psichedelia. Il tutto è guidato da un'interpretazione vocale impressionante a cura del vocalist Marcel Rösche, che racconta con stile da crooner vissuto, di una città malata e sofferente, vizi e disperazioni presentati con vellutata saggezza e ruvida sfrontatezza in memoria della coppia Bowie/Reed, tra raffinatezza e spazzatura, proprio come descritto nelle note del disco. Un vero album bohémien, che non teme confronti nè paragoni, poiché vive di luce propria e si nutre di una certa originalità artistica sanguigna, cosa che porta la band di Düsseldorf a ritagliarsi una scena tutta propria nel vasto mondo del retro rock. Il che spinge l'ascoltatore a porsi di fronte ad una scelta obbligata, amare od odiare lo stile di questa singolare band. A mio parere 'Düsseldorf - Tokio' è un ottimo album, originale ed interessante, un mondo sonoro tutto da scoprire! (Bob Stoner)

giovedì 15 ottobre 2020

Fooks Nihil - S/t

#PER CHI AMA: Vintage Rock/Psych/Blues
Per chi fosse interessato ad un tuffo nel passato del rock, quello colorato che parte da metà anni '60 e arriva circa a metà anni '70, psichedelico e floreale, dai suoni caldi e avvolgenti, eccovi una band tedesca pronta a soddisfare ogni vostra esigenza. I Fooks Nihil vengono da Wiesbaden, in Germania, ma a sentire il loro primo disco potremmo collocarli nella West Coast degli States in compagnia di Crosby Stills & Nash e i The Byrds, per percorrere strade polverose e acide o lunghe spiagge assolate in compagnia dei Ten Years After (quelli di 'Stonedhenge'), Jerry Garcia e Neil Young, tutti in corsa sulla scia del lisergico, magico e splendido 'Live Dead' dei Greatful Dead. Brano dopo brano si riscoprono usi e costumi, modi di suonare, fare e intendere la musica di un tempo che fu rivoluzionario per il mondo del rock, un collage di folklore e illuminante allucinazione. I Fooks Nihil hanno imparato bene la lezione e gli insegnamenti dei mostri sacri dell'epoca e molti delle loro influenze emergono tra le note di quest'album di debutto, fatto di dieci canzoni provenienti dal passato, suonate, registrate e volutamente rilette in chiave vintage, senza mai snaturare la fiamma della fonte d'ispirazione originale, americana o inglese che sia. La band teutonica lo fa in modo egregio, con un'ottima produzione, suoni ricercati, che portano sempre a buoni risultati. Ascoltate "Lady From a Small Town", che sembra uscita da un dimenticato cassetto della scrivania di Bob Dylan, il suono splendidamente dilatato di "Homeless" e l'incredibile vicinanza strutturale di "Misery" con la ben più famosa "Knocking on Heaven's Door" a creare una nostalgia paralizzante. Ma dentro al disco ci si trovano spunti presi da variegate band, dai Beatles di 'Sgt Peppers', passando ai Grateful Dead di 'Workingman's Dead', accenni di blues in salsa Derek and the Dominos, riff presi in eredità dai The Kinks, addirittura i primi Eagles e un sacco di chitarre cristalline e solari, accostate ad agili coretti e riverberi d'epoca, suonati oggi come se il tempo non fosse mai passato. Facile dire che il disco è ad esclusivo piacere degli appassionati di rock di quegli anni, che il sitar usato in "What's Left" sia folgorante e che l'intero album sia piacevolissimo anche se inevitabilmente derivativo. 'Fooks Nihil contiene alla fine una buona carica compositiva ed anche una certa dose di personalità, seppur privo di effettiva originalità. Un disco comunque da ascoltare e sognare immersi nei ricordi di allora. (Bob Stoner)

domenica 7 giugno 2020

Neumatic Parlo - All Purpose Slicer

#PER CHI AMA: Indie Rock, Radiohead
Il debutto su Unique Records dei tedeschi Neumatic Parlo, avviene sotto forma di EP. Un assaggio breve, composto da quattro brani dal tono ispirato e una verve indie di curata matrice anglosassone. La piccola compilation è figlia delle intuizioni elettroniche in ambito rock dei Radiohead, quelli della seconda fase di carriera, e di suggestioni più recenti della scena indie attuale, pescate nella musica alternativa internazionale, tra Block Party e Fontaines D.C.. Questi giovani nipotini dei Gang of Four (epoca 'Shrink Wrapped') provenienti da Düsseldorf, ripercorrono le vie ritmiche della new wave in chiave moderna, spingendo sui suoni sintetici di batteria e un sound etereo, cristallino. "Science Fiction Movie" è una canzone che spiazza per la splendida vena pop, con un cantato ed un'atmosfera che mi ricordano molto il genio di Matt Johnson con i suoi The The in una veste rimodernata e attualizzata, rivolta al pubblico giovanile del nostro tempo. Molto bella la tensione che si plasma su tutte le tracce a livello vocale, sicuramente degna e colma dell'ottimo insegnamento della scuola espressiva di Thom Yorke, mentre musicalmente, avrei spinto per un approccio più rock e meno elettronico come anima portante del lavoro. Comunque, al netto del mio personale parere, calcolando la volontà di emergere che pulsa in una giovane band e valutando quel tocco fruibile nelle tracce come un ulteriore trampolino di lancio voluto e ricercato, a mio avviso questo disco d'esordio, ascoltato in profondità, si rivela un buon lavoro, che lascia presagire ottimi prosegui per il futuro. Da segnalare, oltre alla notevole prestazione vocale, una sorta di sensazione che in lontananza ci sia un certo amore per le chitarre noise, una tensione costante e un'attitudine post punk che preme continuamente dietro l'angolo, lasciandomi immaginare eventuali sviluppi compositivi in ambito psichedelico/emozionale per un futuro di alto livello. In "Morning Metamophosis" si mescolano le due anime della band: una estremamente emotiva, che si palesa con una parte iniziale splendida, assai vicina alle atmosfere dei già citati Radiohead. La seconda, con quella sua evoluzione ritmica pulsante, diretta e sobria, mette in risalto il lato più punk della band teutonica, anche se qui l'ingresso di batteria e un arrangiamento non proprio all'altezza delle composizioni precedenti, mostrano il lato ancora acervo del combo teutonico. Nel complesso però, 'All Purpose Slicer' è un debutto ben confezionato che ci consegna una nuova band da tenere sotto osservazione per il prossimo futuro. (Bob Stoner)

giovedì 28 novembre 2019

Kenneth Minor – On My Own

#PER CHI AMA: Rock Blues
Arriva dalla Germania l'acclamato terzo album dei menestrelli di Wiesbaden Kenneth Minor, premiati qua e là per i precedenti lavori e dopo aver suonato un po' ovunque in giro per l'Europa. Musicalmente si vedono evoluzioni stilistiche più intime e pop, la produzione è molto buona, forse troppo chirurgica e leggermente fredda, manca infatti un po' del sudore e della polvere del blues, mentre country e folk si fanno sentire, anche se non sempre con un carisma e calore perfetti. Più sporco sarebbe stato meglio, un errore forse legato alle tecnologie digitali moderne che hanno colpito anche i Rolling Stones nella loro ultima fatica. I brani filano e la voce nasale di Bird Christiani s'intreccia bene con quella di Athena Isabella ("Fed Up" – "Hidden Berries"), evocando il ricordo della mitica coppia Johnny Cash & June Carter in una forma più consona all'epoca attuale. Il blues sporcato di punk rock si presenta in "Wrap up a Deal", brano dinamico dotato di una buona verve e bei suoni, ma con modi troppo pop per poter esprimere una certa rabbia. Non male anche il blues fumoso di "On My Own" ma ai Kenneth Minor le vesti più intime del folk si prestano di più, cosa che emerge con forza nei riff della ballata "True", brano scarno fatto di voce/chitarra/armonica dal sapore rurale, di terra e cieli aperti, sognante e riflessiva allo stesso modo, in puro stile Dylan. In verità, la figura acustica ed elettrica del vecchio Bob si aggira spesso tra le note della band, cosa non disdicevole che non passa inosservata. Anche l'estro alla Andy White non sfigura nello stile dei nostri, associato peraltro ad una esposta vena alla Fab Four, ("Bad Conscience Blues" ricorda con il suo lento incedere da funerale "The Importance Of Being Idle" degli Oasis), forma un sound maturo e coinvolgente. In "Dash of Sadness" emergono per una manciata di minuti, cenni di sperimentazione tra le retrovie ritmiche vicine al Tom Waits dei giorni più acidi ma poi tutto torna alla normalità con una coda conclusiva che si divide tra umori rock alla Steve Earle, là dove il campo di suoni diviene più colorato e psichedelico, grazie all'ingresso delle tastiere e la perfetta chiusura con tributo finale al mito Neil Young di "My My, Hey Hey (Out of the Blue)". Un disco derivativo ma di certo ben fatto. (Bob Stoner)

giovedì 21 novembre 2019

Suzan Köcher - Suprafon

#PER CHI AMA: Psych/Folk/Rock
La musicista tedesca Suzan Köcher e la sua band pubblicano per Unique Records il secondo disco intitolato 'Suprafon', una miscela di dream pop, folk e psichedelia che ricorda i Velvet Underground ma anche i Fleetwood Mac per la pacatezza e morbidezza dei suoni, oltre che al piacevolissimo ascolto. Proprio la facilità d'ascolto secondo me è il punto di forza di questo lavoro, può funzionare da sottofondo infatti in qualsiasi occasione e non richiede una concentrazione particolare, anzi ha il potere di sciogliere la tensione emotiva e ristabilizzare le emozioni anche se per un breve tempo. Il singolo “Peaky Blinders”, peraltro aperto da un bellissimo video dai toni plumbei e piovosi, è una ballata calma e sognante, le chitarre sono chiare e riverberate e accompagnano la splendida voce di Suzie nella sua passeggiata musicale tra synth melliflui e nuvole sonore. Sentire 'Suprafon' è come andare a fare un picnic in campagna, circondato da campi di grano e raggi di sole, la pacatezza e l’atmosfera sono avvolgenti ed esortano a prendere la vita non troppo sul serio, a divertirsi e pensare positivo. Una song da citare è sicuramente "Night by the Sea" che con il suo dolce incedere tra chitarre acustiche e l’accoratissima linea vocale che sembra rievocare un’atmosfera western, perfetta per la colonna sonora di un film di Tarantino, senza dubbio risulta il mio pezzo preferito del cd. Impossibile non nominare l’incantevole chiusura del disco, la title track "Suprafon", forse la summa delle intenzioni che la band ha voluto riversare in questo secondo disco. Le vibrazioni sixties si sentono prepotentemente, una pulsante linea di basso fa da sfondo ad una ballata rock'n'roll dai toni chill out lisergici e colorati, con un ritornello così catchy quasi a far venire nostalgia della summer of love, di woodstock e degli hippie. Suzan Kocher & co. hanno sfornato un disco altamente godibile, consigliatissimo a tutti gli amanti del folk rock che abbiano voglia di sentire una band nuova dal suono originale e che porti il vessillo della musica sessantiana senza alterarne l’idea originale, ma anzi arricchendola di freschezza e nuove idee. (Matteo Baldi)

(Unique Records - 2019)
Voto: 78

https://suzankoecher.bandcamp.com/

sabato 21 luglio 2018

Love Machine - Times to Come

#PER CHI AMA: Psych/Krautrock 
Entrare nel mondo dei Love Machine è come fare un passo indietro di quasi mezzo secolo, guardare il loro look e la cover di copertina del nuovo album è tornare al tempo del "flower power", della "summer of love", della folk psichedelia acustica e di tutti quei colori fluorescenti che hanno fatto grande un'epoca musicale divenuta culto tra i '60 e i '70. Diciamo subito che la band di Düsseldorf è irresistibile, terribilmente perfetta, tremendamente a stelle e strisce, esagerata nel ricreare quelle atmosfere vintage, luminosa e abbagliante ma al contempo introversa e cupa, esattamente come un brano dei The Doors, dove rabbia, voglia di cambiamento e ribellione, uscivano da ogni nota in forma lisergica e allucinata. Capitanati da un vocalist spettacolare (Marcel Rösche) e da un sound spiazzante per il suo non essere contemporaneo, la compagine teutonica riesce a sembrare veramente una band di quell'epoca. Senza emulare o copiare i loro maestri, i Love Machine si ritagliano, in un settore quello del vintage rock, uno splendido spazio di originalità da far impallidire band come gli ottimi Church of the Cosmic Skull, con composizioni assolutamente inaspettate, mescolando rock, psichedelia, folk pastorale e il country di sopravvivenza alla Johnny Cash, unendo storie da crooner solitario alla Leonard Cohen, con un velato gusto musicale latino ed il magico spirito acido dei Jefferson Airplane, l'immancabile krautrock, un tocco hawaiano alla Elvis, quello più sperimentale, senza mai dimenticare il salmodiare del re lucertola che rende più sofisticato ed attraente l'intero 'Times to Come'. Alla loro terza prova discografica, i nostri risultano una band stratosferica, al di sopra della media, con una fantasia retrò davvero invidiabile per coerenza, stile ed un fascino incredibile nel sound e nella composizione, musica liquefatta altamente allucinogena. Un'erudizione sul genere pazzesca, un'indole oscura su note abbaglianti e luminose, aprire la mente pensando, musica stellare senza tempo, i Love Machine meritano veramente un altare a due passi dall'olimpo musicale, grazie ad un album formato da brani che sono gemme assolutamente luminose! Due i brani top, "Blue Eyes" e la velvettiana "Times to Come". Nostalgici ma geniali. (Bob Stoner)

(Unique Records - 2018)
Voto: 80