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venerdì 27 marzo 2026

Birtawil – Dua Min

Ascolta "Birtawil – Dua Min" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Experimental/Drone/Post Metal
Ci sono dischi che non ti vengono a cercare. Se ne restano lì, rintanati in qualche angolo del mondo, aspettando che sia tu a sentire il bisogno di quel tipo di vuoto. Birtawil è il progetto solitario di un’anima che dal 2013 si ostina a definirsi "post-qualcosa", una dichiarazione che sa di libertà e, allo stesso tempo, di una certa nobile testardaggine. Il nuovo lavoro, 'Dua Min', è un oggetto misterioso. Sei tracce, quaranta minuti abbondanti, titoli che sembrano scritti in un esperanto dell'anima: "Sento", "Ceesto", "Pacon". Non sono parole che vogliono spiegare; sembrano suoni che vogliono evocare un qualcosa, frammenti di un linguaggio privato che l’autore mette a disposizione di chi ha ancora la pazienza di ascoltare. In un mondo che divora canzoni da due minuti, Birtawil decide cosi di dilatare il tempo con pezzi come l'enigmatica "Malpleno" e la pulsante "Konfirmon" che superano entrambi gli otto minuti. Non c’è fretta qui. Che poi sia post-metal o post-rock, alla fine non è importante assegnarne un'etichetta, anche perchè poi le stratificazioni strumentali "post-qualcosa" del polistrumentista di Bordeaux, si anneriscono di freddi e minimalistici suoni elettro-industriali ("Pacon"), spogliati di qualsivoglia velleità commerciale. Eppure a me tutto questo piace dannatamente, è musica che respira, sale di intensità, che si adagia in momenti ambient ("Malpleno") per poi ripartire con sospensioni o una progressione che schiaccia dolcemente, relegandoci in una zona grigia dove il genere non conta più nulla e conta solo il riverbero dronico che resta nelle orecchie quando il silenzio torna a farsi sentire ("Morton"). Quello di Birtawil alla fine è un disco per chi sa stare da solo, un ascolto denso, di quelli che richiedono di spegnere il telefono e chiudere gli occhi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

martedì 24 marzo 2026

O.N.O.B - L'Invidia che Hai/Tracce Ematiche

#PER CHI AMA: Darkwave/Post Punk
C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi anacronistico, nel gesto di chiudere due EP dentro un unico pezzo di plastica. Gli O.N.O.B (acronimo che sa di manifesto futurista: Onirica Notturna Ostentazione di Bellezza) non sono certo una band da algoritmi o da grandi palcoscenici illuminati a giorno. Sono creature da sottoscala, da stanze umide, dove il riverbero non è un effetto digitale, ma la voce stessa delle pareti. L’unione di 'Tracce Ematiche' e 'L’Invidia che Hai' in un unico CD autoprodotto è il diario di bordo di un progetto che sta imparando a conoscersi, muovendosi tra le ombre del post-punk e della darkwave più viscerale, rigorosamente cantata in italiano. Il primo capitolo, 'Tracce Ematiche', ci riporta indietro al dicembre 2024. Diciotto minuti che profumano di Litfiba delle origini e di quella New Wave italiana che non ha mai smesso di masticare nebbia. "In Mano Nemica" apre le danze con un basso che pulsa come un cuore sotto sforzo durante una maratona mentre le chitarre tagliano l'aria senza troppi complimenti. Betty, la frontwoman, ci mette la faccia e la voce: un approccio cantautorale che racconta la paralisi di chi si sente ostaggio di qualcosa che non riconosce più. Non tutto è perfetto, ed è qui che sta il bello. "Al Delirio!... La Nera Natura Umana" è un mantra ipnotico che scava nel vissuto, mentre la voce di Betty, quando prova a spingere sulle tonalità più alte, mostra qualche spigolo di troppo. Ma è un’imperfezione che ha il suo fascino, come una cicatrice che non vuoi nascondere. Anzi, "Cicatrice" è proprio il titolo del breve intermezzo acustico che ci traghetta verso "Anguana", dove il basso torna a sussultare prepotente, lasciando che la voce si prenda tutta la scena. Facciamo un salto in avanti di dodici mesi e le cose con 'L'invidia che Hai' cambiano, cambiano decisamente. "Demone" ci schiaffeggia subito con un songwriting più maturo, più arrogante, che non ha paura di sporcarsi le mani con il noise rock sul finale. Qui gli O.N.O.B sembrano aver trovato una quadratura del cerchio: il dinamismo aumenta e la produzione "homemade" diventa un punto di forza invece che un limite. In pezzi come "Il Salto" e "Il Segreto", il sound si fa ruvido e armonico allo stesso tempo. È la dimensione che preferisco: quella in cui la voce di Betty non è più l'unico faro, ma si amalgama a linee di chitarra nervose e a ritmiche che sanno quando spingere e quando lasciarti respirare. La chiusura è affidata a "L'Invidia", una traccia che mastica rancore e lo sputa fuori in tre tempi: rabbia iniziale, riflessione centrale e una grinta finale che sa di liberazione. Ascoltare questo disco non è una passeggiata distensiva, sia chiaro. Non è musica per tutti, e probabilmente il nostro Bob Stoner e i suoi, lo sanno bene. È un lavoro che richiede attenzione, che ti costringe a leggere i testi e a scontrarti con una produzione lo-fi che non fa sconti a nessuno. Ma se cercate qualcosa di autentico, lontano dalle produzioni plastificate che infestano le radio, qui troverete pane per i vostri denti. È il suono di chi non ha bisogno di permessi per esistere, ma solo di un basso che pulsa nel buio. (Francesco Scarci)

(Gwened Music - 2024/2025)
Voto: 70

martedì 17 marzo 2026

Raging Void – Degenerator

#PER CHI AMA: Death/Thrash
A volte, il nome di una band è già metà del discorso. I Raging Void arrivano da Krems con un biglietto da visita che non lascia spazio a troppi malintesi: un vuoto rabbioso. Non è la solita posa nichilista da manuale; è più la sensazione di chi guarda il mondo andare a rotoli e decide che l’unico modo onesto per commentare lo sfacelo, sia alzare il volume degli amplificatori fino a far tremare i muri. Niente parti atmosferiche, niente orchestrazioni, nessuna pretesa di scalare le classifiche. Solo un manipolo di uomini che pestano duro su chitarra, basso e batteria. Il loro EP di debutto, 'Degenerator', è un assalto death/thrash che sa di officina, di sudore e di quella polvere che si accumula nei club underground dove la birra costa poco e la musica picchia forte. Quattro pezzi autoprodotti, dotati di un sound aspro e diretto, con le chitarre thrash ronzanti come nei vecchi anni '80, nel solco di vecchi classiconi come Sodom, Destruction e Kreator. Le prime due tracce, "Blinded Knight" e la title track sono due schiaffoni sul muso, mentre "Raging Void" parte più mid-tempo oriented per poi accelerare con improvvisi inserti death più brutali, con anche la voce che passa da un approccio urlato a più growl. La conclusiva "Black Absolute" porta in sé il significato del titolo, il nero assoluto. Cinque minuti di sonorità più oscure, con spazio per variazioni dinamiche che vanno oltre la semplice aggressione continua. Alla fine però non aspettatevi miracoli o rivoluzioni stilistiche. È musica che non chiede di riflettere troppo, ma di sentire. Sentire il peso, la spinta e quel vuoto che, per una volta, non è silenzioso, ma fa un gran baccano. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65

lunedì 3 aprile 2023

Fargo - Geli

#PER CHI AMA: Post Metal, Russian Circle
Quattro lunghissime tracce strumentali per i teutonici Fargo e il loro post-rock/metal sognante, reso ancor più suggestivo dall'idea di affidare i titoli dei brani ai nomi di alcun città tedesche (esperimento già fatto in occasione dei primi due EP). E allora, ecco che il nostro tour di 'Geli' (nickname dato a Angelika Zwarg, madre di due cari amici della band, che fu una insegnante d'arte e pittrice che morì nel 2018 dopo una lunga malattia) parte da "Dresden", affascinante città della Sassonia che sorge sulle sponde del fiume Elba, e da qui si snoda lungo i suoi nove minuti, attraverso sonorità dapprima delicate, e poi decisamente più dirompenti, laddove il rifferama si fa più pesante e contestualmente, si palesano, come unica eccezione, anche le strazianti vocals del frontman. Poi, a braccetto bello veder andare chitarra, basso e batteria, con ampie porzioni strumentali ad accompagnarci in quei landscape sonico-atmosferici, sorretti da un ispirato tremolo picking. La seconda tappa fa sosta in Baviera a "Regensburg", sul bel Danubio blu. Sarà la componente poetica legata a quella del fiume più famoso d'Europa a renderla anche più morbida? Una morbidezza che durerà comunque giusto il tempo di un paio di giri di orologio per lasciare poi spazio ancora ad esplosioni chitarristiche, interrotte comunque da parti più atmosferiche, e nel finale decisamente malinconiche. Peccato solo che qui non si palesi quella lacerante voce che avevamo potuto apprezzare nell'opener, avrebbe fatto giusto comodo per spezzare la monoliticità del riff portante, sorretto peraltro da un drumming che sembra scandire il tempo come le lancette di un orologio. Terzo stop nella capitale, "Berlin", la traccia più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Un incipit che mi ha evocato la colonna sonora di "Inception", la splendida "Time" di Hans Zimmer, una scalata lenta e sensuale che per oltre tre minuti sembra quasi rassicurarci con le sue melodie, per poi ringhiare grazie all'ardore delle sue chitarre. Ma il nostro collettivo, che si avvale peraltro anche di un paio di guest star, è abile nell'alternanza di tempi, grazie e soprattutto alla prova magistrale del batterista dietro alle pelli. La band ci porterà con ottime idee fino all'ultima sosta del loro tour, a "Pforzheim", città che in tutta franchezza non conoscevo, ma che nelle sue note racchiude a mio avviso il meglio di questo disco, essendo cosi ricca di pathos, forza e intensità, pur includendo un sample di due minuti di un discorso di Winston Churchill contro le ideologie omicide, il medesimo però che abbiamo già sentito nel 1984 in "Aces High" degli Iron Maiden. Suggestivo ma forse un po' troppo abusato. Nonostante qualche piccola sbavatura comunque, 'Geli' rappresenta un ottimo debutto su lunga distanza per i nostri, sebbene io proverei a puntare maggiormente sulla presenza di un vocalist come parte integrante del collettivo. (Francesco Scarci)

(Kapitän Platte - 2023)
Voto: 74
 

giovedì 30 marzo 2023

Ramen Holiday - Be Poor, Eat Rich B​/​W Crypto Crash

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
Credo di aver trovato la release più breve del mondo e l'ho voluta recensire proprio per tal motivo. Quello dei Ramen Holiday è un lavoro che dura due minuti e 14 secondi, di puro punk/hardcore nudo e crudo che peraltro giunge alle nostre orecchie a circa 21 anni di distanza da quando è stato mentalmente concepito, dalle menti di questi stravaganti musicisti. La band scrive infatti sulla propria pagina Bandcamp che uno dei membri, Curtis Grimstead, stava seduto con gli amici nella veranda del suo appartamento quando vennero colpiti alla testa da una pila di CD che svolazzavano nell'aria. Era il 2002 e quei CD erano i Sampler #1 della Robotic Empire. La band di Curtis ebbe quindi il sospetto che la Robotic Empire fosse stata cacciata da uno degli appartamenti locati nel suo edificio, e si scoprì che era effettivamente vero. Il batterista Adam Palmore pensò quindi che sarebbe stato figo chiedere alla Robotic di pubblicare qualcosa, il che non è mai successo, almeno fino ad oggi. 'Be Poor, Eat Rich B/W Crypto Crash' è il regalo che i nostri si sono finalmente concessi con questi due minuti di felicità hardcore con dei testi che trattano di istituzioni finanziarie, si avete letto bene. E cosi i tre pazzi papà americani si sono riuniti per prenderci a scarpate nel culo con "Be Poor, Eat Rich" (fantastico il coro che subito si fissa nella testa) e con lo schizoide finale corrosivo. Segue "Crypto Crash" che peraltro presenta l'ex Robotic Alumni Michael Backus (The Catalyst) e la guest star alla voce, Fredrika Herr (No Sugar) per un concentrato (e in questo caso vale proprio sottolinearlo) di punk stralunato. Ah, il fatto di essere la release più breve al mondo non ne ha fatto anche la recensione più breve. Un premio alla perseverenza nel crederci. (Francesco Scarci)

mercoledì 29 marzo 2023

Foul Body Autopsy - Shadows Without Light - Pt​.​3

#PER CHI AMA: Melo Death
Ho recensito la prima e la seconda parte di 'Shadows Without Light', non potevo quindi tralasciare quella che dovrebbe essere la terza e ultima parte di questa trilogia che, a differenza delle precedenti, si presenta con sole due tracce (il mix originale e la plan 9 mix - chissà poi che vorrà dire) anzichè tre. Fatto sta che il buon Tom Reynolds continua a macinare sonorità techno death infarcite di buone melodie. "Shadows Without Light - Pt​.​3" è sparata a tutta velocità con il classico sound "in your face", caratterizzato da buone linee di chitarra dritte ed essenziali, azzeccatissime melodie (mai troppo ruffiane), e accelerazioni furenti che mi hanno fatto venire in mente gli Anaal Nathrakh per precisione chirurgica e aggressività. La voce si conferma corrosiva e di ottimo impatto. Il plan 9 remix trasforma ancora una volta quella che è la traccia originale del dischetto e la sublima in una song strumentale (fatto salvo per qualche voce robotica pre-registrata) devota alla synth wave che conferma quanto il buon Tom si diverta nel proporre questo genere di soluzioni, che ora però suonano un filo scontate visto che l'esperimento è già stato ripetuto più volte. Perso l'effetto sorpresa, rimane quell'ottimo brano di death melodico e poco più, in attesa auspico, di ascoltare tutto di un fiato un disco decisamente più lungo. (Francesco Scarci)