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domenica 16 agosto 2026

Volubilis - Theasterion

#PER CHI AMA: Techno Death
Un’esplosione cosmica apre le danze di questo 'Theasterion', il debutto scoppiettante della formazione sci-fi canadese Volubilis. Quello che si para immediatamente davanti è un'architettura nevrotica che oscilla schizofrenicamente tra la ferocissima brutalità del techno death, trame neoclassiche e una tensione sci-fi assolutamente paranoica. La lezione di grandi act viene qui ripresa, masticata e sputata fuori con un'imprevedibilità ritmica che vi farà girare la testa. La proposta è un turbine chirurgico: chitarre affilatissime, un basso fretless che sguscia ovunque, batteria da sparo e un'alternanza vocale che va dallo screaming acido al growling cavernoso, attraverso sei capitoli spettacolari. Il primo, "Le Flamboiement Stellaire", parte come una fucilata techno death fatta da riff spietati e blast-beat serrati, prima di spiazzarci a metà strada con uno stop improvviso, in quello che credo essere un break di basso che sembra arrivare da un altro pianeta. Poi largo a solismi da paura, un intrecciarsi di chitarre, saliscendi di scuola classica, rotti solo dal growling del frontman. La title track parte meno scomposta dell'opener, ma non per questo, non è da incensare su come semini il panico a livello ritmico, tra giri di chitarra funambolici, ritmiche spezzate e un lavoro alla batteria che sembra il classico suono della contraerea sotto i missili. Un basso allucinato apre "Homo Cumulus" e poi giù di riff sparati a mille che ci pigliano a schiaffoni che è un piacere. A livello solistico, ecco un trip intricatissimo di note, a rievocarmi i Nocturnus degli esordi, prima di un secondo assolo da urlo, prima di chiudere con uno stacco di chitarra spagnoleggiante. Un'altra bella dose di violenza è servita con "Ashes & Embers", in cui sempre in evidenza, ci sono le pulsazioni di basso che accompagnano un assalto ritmico contrappuntato da voci acidissime, assoli spettacolari e un finale super arrembante che sfocia inaspettatamente in un finale di pianoforte. Largo ancora a ritmiche ubriacanti con la strumentale "The Prism", mentre in chiusura, "Unukhalai Supernova" si configura come il compendio di tutto quanto ascoltato sin qui, un Bignami di techno death dalle tinte progressive, per un lavoro senza freni, iper tecnico e deliziosamente instabile. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

domenica 9 agosto 2026

Snorlax – Toxic Current

#PER CHI AMA: Grind/Death
Prendete una buona dose di nichilismo anti-capitalista, frullatelo con la sana violenza cieca del grindcore australiano e avrete 'Toxic Current', la terza fatica in studio degli Snorlax. Dietro questo moniker, da mostriciattolo dei Pokémon, si nasconde in realtà il polistrumentista Brendan Auld, che per l'occasione ha deciso di sterzare bruscamente la propria proposta rispetto al passato. Addentrandoci nell'ascolto del disco, quello che emerge immediatamente è come il sound risulti un devastante attacco chirurgico, sebbene poi a livello di pura innovazione, il disco non regali assolutamente nulla di originale, ahimè una vera e propria costante degli ultimi tempi. E allora, non resta altro che farsi investire dalle turbolenze ritmiche del mastermind di Brisbane, fatte di chitarre abrasive ("Eclipse"), blast-beat a pioggia, sghembi rallentamenti ("De-Evolution" o nella pseudo-suite "Manifestation", il pezzo meglio riuscito del lotto) e un dualismo vocale tra scream laceranti e growl viscerali. I pezzi si configurano alla fine come schegge impazzite, viaggiando su binari ultra-collaudati, fondendo dissonanze chitarristiche e accelerazioni grindcore da manuale. Roba già sentita in trent'anni di metal estremo, ma sicuramente sputata fuori con una rabbia genuina. In "Merchants Of Opulence" riemergono le radici death metal del progetto attraverso rallentamenti marcescenti, funzionali per fare da battistrada alla dissacrante "Puppet Fuck", cover (riuscita, ma pur sempre una cover di 68 secondi) degli storici grinders Agents of Abhorrence. C'è anche modo di prendersi una pausa riflessiva con "1984", prima delle mortifere "Insignificance" e "Fia Della Palette" che ci traghettano a un'altra cover, "Pigs", all'insegna di un crust primordiale, ultimo sigillo di un disco davvero intransigente, che farà felici i cultori della musica estrema. A patto, ovviamente, che non vi aspettiate di sentire qualcosa che non sia già stato inventato e suonato decine di volte prima d'ora. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 65

venerdì 7 agosto 2026

Blackbriar - Our Long Cursed Sleep

#PER CHI AMA: Gothic/Symphonic Metal
L'EP 'Our Long Cursed Sleep' dei Blackbriar, venduto come un'estensione oscura delle "pagine perdute" del precedente 'A Thousand Little Deaths', ci conferma una grande verità sulla band olandese: sanno esattamente come accattivarsi il pubblico. Navigando furbescamente nel mare sicuro del gothic/symphonic metal, i Blackbriar sfoderano un campionario di soluzioni ruffiane e melodie di facile presa, ricalcando pedissequamente i cliché di mostri sacri come Within Temptation e Nightwish. Forti della classica produzione patinata, il disco si snoda attraverso chitarre e sezione ritmica che si limitano a fare da impalcatura robusta ma totalmente inoffensiva a una proposta accompagnata poi da orchestrazioni opulente e studiate a tavolino, finalizzate ad estorcere il brivido facile. Al centro della scena giganteggia Zora Cock con la sua eterea voce, innegabilmente affascinante, ma che gioca così tanto la carta della vulnerabilità drammatica da risultare a tratti stucchevole. La tracklist è un manuale su come compiacere i fan senza rischiare nulla: "A Long Cursed Sleep" è l'esca perfetta. Melodie malinconiche e un crescendo sinfonico costruito per farvi canticchiare il ritornello al primo ascolto. In "Apollo Never Stopped Chasing Daphne" il sound si conferma altrettanto sognante, per quanto una robusta sezione ritmica nella seconda metà, provi a dare l'impressione di maggiore spinta sull'acceleratore, ma in realtà è un trucco scenico per dar respiro a una narrazione epica ideale in sede live. "Betwixt and Between" è la classica ballata sognante e sospesa, che forza la mano sul lato tragico per strappare a tutti i costi l'emozione. A chiudere, ecco "A Thousand Anemones", una sorta di compendio di quanto fatto dalla band sin qui. Un'alternanza di sfarzi melodici e blande partiture grooveggianti che mettono il fiocco a un pacco regalo fatto per non scontentare nessuno. In sintesi, 'Our Long Cursed Sleep' è un disco solidamente paraculo. Raggiunge esattamente il suo scopo e farà la gioia degli irriducibili del symphonic metal, ma lo fa offrendo un ascolto calcolato, lezioso e privo di veri guizzi di spontaneità. Un ottimo prodotto da vetrina, ma nulla di più. (Francesco Scarci)

(Blackbriar Music VOF - 2026)
Voto: 63

mercoledì 5 agosto 2026

Vorax - Volcano Shock

#PER CHI AMA: Death Old School
Prendete i Bolt Thrower, gli Asphyx e il groove pre-masticato del Max Cavalera d'annata. Frullate il tutto e otterrete 'Volcano Shock', l'album di debutto degli svizzeri Vorax. Sulla carta, una dichiarazione d'amore al death old school; nei fatti, un monumentale manifesto di scarsa originalità che sfocia, dopo qualche traccia, in una noia letale. Completamente autoprodotto, il disco si vanta di rigettare i moderni trucchi digitali in favore di un suono crudo e analogico. Il risultato? Un muro sonoro roccioso e prevedibile, dove la sezione ritmica procede con un passo cadenzato e un growl cavernoso che non si sposta di un millimetro dai binari del già sentito. Persino il concept lirico, che abbandona lo splatter per concentrarsi sull'estinzione preistorica e la furia degli elementi, finisce per naufragare nello stesso piattume della musica. L'opening track, "Magma Ocean", prova a stabilire le coordinate stilistiche con riff palesemente devoti ai Bolt Thrower, ma l'effetto nostalgia svanisce in fretta, nonostante una sezione solistica volta a inseguire un briciolo di originalità nei suoi guizzi psichedelici. La successiva "Devouring Raw Flesh" prova ad alzare il livello di brutalità per scatenare un pogo infernale, ma trasmette solo un senso di stanchezza primitiva. Quando si arriva alla title-track, ci si rende conto che il cosiddetto riffing senza fronzoli è in realtà un loop infinito che mima un terremoto già sentito mille volte. La seconda parte del disco è un vero e proprio test di resistenza per l'ascoltatore. "Burning Lava" propone un groove ossessivo che non aggiunge nulla a quanto appena sentito, mentre "Hunter Killer" sceglie la via dell'aggressione quadrata e priva di melodia, risultando solo sterile. Nemmeno la più ritmata e ricercata "Flight of the Pteranodon" riesce a sollevare le sorti di un lavoro che sembra aver esaurito le sue idee dopo una manciata di brani. Il singolo "Reign Supreme" saccheggia, senza troppi complimenti, il groove tribale di scuola Sepultura con stop-and-go scolastici, prima che la conclusiva "The Great Dying" provi a scimmiottare il doom/death degli Asphyx, con tempi rallentati che sembrano non finire mai. Se è vero che parte della critica ne ha lodato l'autorità esecutiva, è impossibile ignorare l'assoluta mancanza di identità di questo progetto. 'Volcano Shock' è il classico disco-fotocopia che non lascia traccia: un'esperienza d'ascolto talmente derivativa e cosi priva di idee da generare quella fastidiosa sensazione di dejà-vu che vi costringerà, ben presto, a spegnere lo stereo e a prendervi un buon libro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

domenica 2 agosto 2026

The Secrecy - Pins & Needles

Ascolta "The Secrecy_Pins & Needles" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Gothic/Dark
Ritmiche ipnotiche, ombre pesanti e quella strana, irresistibile tentazione di chiudere gli occhi e ballare al buio. È questo il biglietto da visita di 'Pins & Needles', l'ottimo debutto dei The Secrecy. Il supergruppo di Indianapolis (con membri rubati a Flesher, Chrome Waves e Bringers of Disease) firma un disco che si piazza a gamba tesa all'incrocio tra il post-punk moderno e un dark/gothic rock denso di atmosfera. Prendete la ferocia dei Killing Joke, le ombre dei Fields of the Nephilim e il sound crepuscolare dei Type O Negative, rimescolate il tutto in chiave contemporanea, ed avrete il suono di quest'opera. Ho ascoltato il disco per sbaglio su Spotify e ho pensato "diamine lo devo recensire assolutamente!". Se la produzione è un piccolo gioiello di dinamica tra synth tridimensionali e chitarre sature, la voce di Dustin Boltjes oscilla da toni profondi e sognanti a improvvisi slanci drammatici. Il disco corre via veloce, un pezzo dopo l'altro. "Theresa" rompe gli indugi con un basso pulsante e ipnotico che mette subito in chiaro la proposta dei nostri. Un'apertura cupa, tesa, quasi cinematografica. "Dancing in the Fire" vede il battito accelerare. Riff taglienti, ritmo sostenuto e un crescendo dinamico e coinvolgente. "Meet Me After Midnight" mostra un differente lato della medaglia, fatto di atmosfere oscure e synth sognanti che mi hanno evocato addirittura gli Actors. Parte piano "Sky", una sorta di ballad crepuscolare solenne ed emozionante, che scomoda qualche scomodo paragone con i The Cure di "Trust". Ovvio, i maestri inglesi sono di un altro pianeta, ma la proposta degli americani, non sfigura affatto. Il disco s'incanala tra pezzi dark/synthwave ("The Watchers"), chiaroscuri intimistici rafforzati da echi di Jaz Coleman e soci ("Set Me Free"), senza dimenticare le origini (la title-track mostra piuttosto palesemente le influenze dei Fields of the Nephilim), per chiudere con le note malinconiche di "Same", che sanciscono come il post-punk abbia ancora diverse frecce al proprio arco da poter scoccare. (Francesco Scarci)

(Disorder Recordings - 2026)
Voto: 77

sabato 1 agosto 2026

Leaves' Eyes – Song of Darkness

#PER CHI AMA: Symph/Gothic
Se avete presente la formula dei Leaves' Eyes, sapete già esattamente cosa aspettarvi prima ancora di far partire il dischetto. Con il nuovo EP, 'Song of Darkness', la creatura di Alexander Krull e soci, impacchetta l'ennesimo prodotto patinato, ruffiano e mestierante fino al midollo. Tutto è perfetto, tirato a lucido e suonato con una professionalità impeccabile che ammicca palesemente ai fan di Nightwish ed Epica. Ma dietro la facciata luccicante e orchestrale, c'è davvero poco altro se non la solita minestra riscaldata ad arte per fare numero nel catalogo. La produzione è pomposa, cinematografica e confezionata con il manuale del perfetto symphonic metal commerciale: il soprano di Elina Siirala fa il suo solito lavoro impeccabile sui registri alti, il growl burbero di Krull fa da contrappunto nei punti giusti, e sotto gira il classico muro di chitarre pompate dagli archi sintetici. La scaletta scivola via veloce sui soliti, collaudatissimi binari: si parte dalla title-track, costruita e indirizzata con il pilota automatico. Riff incalzanti, esplosioni orchestrali e un refrain ruffianissimo concepito a tavolino per piantarsi in testa al primo ascolto. "Hall of the Brave" offre la classica cavalcata, i cori possenti e i tastieroni maestosi per far felice il pubblico della prima ora, senza aggiungere un grammo di novità. "Until the Last Day" parte con una ritmica più serrata e sferzata priva di sbavature, dove il duetto "bella e la bestia" gioca la carta del già sentito in maniera quasi scolastica. "Roots Eternal" cerca il respiro solenne, tessendo trame sognanti ed evocative che valorizzano l'estensione di Elina, ma senza regalare reali brividi. Zero sorprese, zero rischi e un tasso di imprevedibilità pari a zero. 'Song of Darkness' è un'operazione di puro contorno: elegante, ultra-professionale e tirata a lucido per restare nella comfort zone. Un ascolto consigliato giusto ai completisti della band o a chi vuole la sua dose quotidiana di acuti sinfonici senza troppe pretese. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 70

giovedì 30 luglio 2026

Oskaal - Drenched in Sin

#PER CHI AMA: Techno Death
'Drenched in Sin' segna il debutto discografico degli Oskaal, duo norvegese cresciuto tra le strade, non proprio caotiche, di Drammen. Con questo EP di sei tracce, la band scuote le fondamenta del proprio background per plasmare un lotto di canzoni brutale e viscerale. Il duo si muove con estrema disinvoltura su una sottile linea di confine che unisce la ferocia del death metal moderno, derive progressive, sfumature blackish e un groove devastante dalle tinte slam. L'ascolto si sviluppa come un blocco unico: una narrazione che non ammette pause, ma che sa perfettamente quando cambiare marcia. L'apertura è affidata a "Hymn", un pezzo che aggredisce subito l'ascoltatore con cambi di tempo fulminei e un growl cavernoso che definisce le coordinate del viaggio. A colpire fin da subito è il lavoro solista, davvero di primo livello. Con la successiva "Slaughter the Divine" le ritmiche si fanno ancora più schiaccianti; qui i tre assoli killer confermano una fluidità strutturale fatta apposta per scatenare il pogo in sede live. Sia chiaro: non siamo di fronte a nulla di miracolosamente originale, ma la qualità della proposta è indiscutibile. L'assalto frontale sembra arrestarsi con l'incipit dal vago sapore mediorientale di "Death", ma è solo un miraggio: il duo torna a pestare duro nel giro di pochi secondi. Un gran bel ricamo di chitarra apre invece "Refused", traccia dominata da una sezione ritmica chirurgica, dalle scudisciate dei blast-beat e dal growling possente del frontman, il tutto traghettato verso un finale al fulmicotone. Si passa poi a "Sin", il pezzo più lungo del lotto: un episodio più compassato che si affida a un rifferama solido e implacabile, anche se risulta forse il capitolo più prevedibile dell'EP. In chiusura, la monolitica "Necrosis" riassume l'intera palette espressiva del gruppo attraverso una violenza esecutiva opprimente. Un biglietto da visita decisamente interessante per tutti i cultori del brutal techno-death. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

martedì 28 luglio 2026

Dark Zodiac - Black Goddess

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: i Dark Zodiak non hanno alcuna intenzione di reinventare la ruota. Se cercate l'innovazione del secolo, avete decisamente sbagliato indirizzo. Ma se cercate una dose massiccia di violenza sonora, 'Black Goddess' è la mazzata sui denti che stavate aspettando. La solida realtà tedesca, guidata dalla carismatica e micidiale Simone Schwarz alla voce, torna con un nuovo lavoro autoprodotto che è un concentrato di pura devozione alla vecchia scuola thrash/death anni '80, pompato da una produzione moderna e mastodontica. Zero originalità, dunque, ma una discreta precisione chirurgica. L'album è un concept che ruota attorno alla figura della "Dea Nera", esplorando mitologie oscure, rivalsa spirituale e demoni interiori. Il motore immobile del disco è un guitar-work d'acciaio: riff granitici tipicamente thrash si fondono a rallentamenti pachidermici e una sufficiente sezione solistica, il tutto blindato da una sezione ritmica implacabile e dal growl cavernoso della Schwarz. La tracklist è una progressione micidiale concepita per non lasciare superstiti. Si parte con la title-track, un assalto frontale a base di doppia cassa incessante e riff quadrati che uniscono il thrash teutonico al death europeo più classico. Neanche il tempo di respirare e irrompe "Lost", che mantiene la tensione a livelli di guardia, con cambi di tempo repentini e un riffing serrato. È un lotto di pura aggressività che evoca schemi già sentiti cento volte, ma che funziona da Dio. A metà corsa, "Guardian of the Night" chiama clamorosamente in causa "Angel of Death" degli Slayer, per un pezzo che sembra strutturato appositamente per scatenare l'inferno nel moshpit. Da "Primal Force" mi sarei aspettato facesse onore al proprio titolo e invece no: inizio compassato, un'alternanza più o meno efficace con qualche scarica di energia primordiale e poco altro. Ci si avvia cosi stancamente alla fine con il sound grooveggiante di "Depth of Darkness", più mortifero e fangoso dei precedenti, prima di "Rising from the Ground", un altro pezzo che torna a fare il verso a Tom Araya e soci, che sicuramente lascia l'ascoltatore tramortito, ma che rimane privo di qualsiasivoglia briciolo di originalità. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

domenica 19 luglio 2026

Inferno - The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)

Ascolta "Inferno_The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Cosmic Psych Black
Gli Inferno sono da sempre una di quelle band che seguo con un interesse quasi devozionale. Dopo l'ottimo album del 2021, 'Paradeigma', l'attesa per il loro ritorno era altissima. Ed eccolo qui, servito su un piatto d'argento: 'The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)'. La band ceca sposta con il proprio sound, ancora più in là i confini dell'avanguardia, consolidando lo status di pioniera di un black metal psichedelico, esoterico e profondamente filosofico. Il titolo stesso è un esplicito e colto omaggio all'opera d'esordio del filosofo Emil Cioran (Al culmine della disperazione), e le liriche ne riflettono la medesima, lucida e nichilista disperazione esistenziale. L'album si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso psiconautico capace di destabilizzare i sensi fin dal primo secondo. L'incipit affidato a "Fission of the Soul" è un labirinto quasi totalmente strumentale, che mescola intuizioni psichedeliche ad atmosfere darkwave, per poi esplodere in improvvise accelerazioni ritmiche. Il risultato disorienta l'ascoltatore e ridefinisce le coordinate stesse del genere, strizzando l'occhio in modo palese alle derive cosmiche dei Blut Aus Nord. Man mano che ci si addentra nei movimenti centrali, la contorta "Dekranos Katexochen..." e la monumentale "With Raving Mouths They Utter Things Mirthless, Unadorned and Unperfumed", l'atmosfera si fa densa, marziale, quasi industriale (soprattutto la seconda delle due). Qui sono i feedback disturbanti e gli arpeggi al pari delle spettrali vocals di Adramelech a descrivere quel senso di isolamento totale che l'essere umano sperimenta di fronte all'infinito. Il climax finale giunge come una catarsi necessaria, ma tutt'altro che liberatoria: la ferocia residua si stempera in una psichedelia acida, scura e opprimente, che congela lo stato d'animo in una consapevole accettazione del vuoto. Il finale, "Circulus Vitiosus Deus (The Infinity Ravages All)", prosegue calcando i medesimi tasti di cosmic black. Parliamoci chiaro: chi è cresciuto a pane e Blut Aus Nord o Deathspell Omega, riconoscerà immediatamente la statura immensa di quest'opera. Un disco concepito non per il mercato, ma per chi vede nella musica estrema un puro strumento di trascendenza spirituale e intellettuale. Gli Inferno hanno costruito un rifugio per chi non ha paura di guardare dentro l'abisso; un'opera d'arte stratificata che, una volta passata la tempesta, ti lascia addosso una strana, bellissima inquietudine. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti - 2026)
Voto: 74

venerdì 17 luglio 2026

Pseudobiblion - Index I

#PER CHI AMA: Death/Doom/Horror
Il debutto discografico del progetto italiano Pseudobiblion, intitolato 'Index I', vorrebbe imporsi come un compendio di spessore nel panorama estremo underground, fondendo death old school e cupo horror-doom metal d'inizio anni '90. La band, formata da membri di band storiche come Nihili Locus, Dvm Spiro e Manhunt, dichiara esplicitamente influenze legate ad alcuni capisaldi scandinavi e d'oltreoceano come Grotesque, Nihilist, i primissimi Dark Tranquillity, Death (mah! - ndr), Sodom e Autopsy. Superate le tenebre dell'oscura intro "The Upper Berth", i nostri esibiscono, in "The Oval Portrai", chitarre taglienti e una sezione ritmica tellurica, arricchite da una performance vocale che si assesta su un growl animalesco, che non lascia però il segno. Meglio invece la successiva "Memory", che con le sue atmosfere orrorifiche, le vocals decadenti in sottofondo e le chitarre spigolose, profuma di un metal d'altri tempi che pensavo dimenticato. Le chitarre si muovono lungo binari affini anche nella successiva "Green Tea", con i vocalizzi del frontman che evocano i Nihili Locus, al pari delle melodie che costituiscono l'architettura di un pezzo più convincente dei precedenti. "The Judge's House" è un brano decisamente più monolitico e doom oriented, un classico back in time che tuttavia continua a non regalare chissà quali emozioni al sottoscritto. "Markheim", il brano più intrigante del lotto, complice un finale a dir poco sinistro, prova a portare a compimento un disco sicuramente old fashion per sonorità, tematiche (che attingono all'antico 'Index Librorum Prohibitorum', inserendo frammenti letterari inalterati della letteratura horror e gotica classica) e attitudine, un lavoro indicato per coloro a cui forse manca la conoscenza della storia di questo genere. Francamente, per chi come me mastica questi suoni fin da 40 anni, meglio andarsi a prendere gli originali. (Francesco Scarci)

(Club Inferno Entertainment - 2026)
Voto: 62

martedì 7 luglio 2026

Mylingen - Det Inre Mörkret

#PER CHI AMA: Death/Doom
Quando ho ascoltato 'Det Inre Mörkret', secondo capitolo degli svedesi Mylingen, la prima sensazione è stata di aver scoperchiato qualcosa che era rimasto troppo a lungo nascosto sotto la superficie. Questo duo scandinavo si muove in quella terra di nessuno, dove il blackened death metal perde la sua componente più sguaiata per sposare la freddezza del progressive e il passo rallentato, quasi funereo, del death-doom. La produzione avvolgente sembra offrire un calore antico e un suono organico dove le chitarre non cercano la violenza gratuita ma preferiscono lavorare per sottrazione, alternando riff taglienti a momenti in cui lo spazio si dilata a dismisura. È una musica che respira, anche quando l'aria si fa vischiosa e pesante. La scelta di mantenere i testi rigorosamente in lingua madre non fa poi che aumentare questa sensazione protettiva. Il disco si compone di otto pezzi, che aprono con "Vansinne" che impatta subito con i suoi oltre sette minuti di progressioni progressive e sfuriate blackened death, seguita dall'incedere più compatto e aspro di "Utan Mening" in cui, il growling del frontman si fa più corrosivo. "I Mörkret" mostra un lato inedito del duo di Söderköping, più ricco di groove nella prima metà e più saturnino nel proseguio. La tensione emotiva rallenta, facendosi più opprimente nella successiva "Tomheten", comunque sempre abbondante sul versante melodico. Si riparte poi con le melodie cosmico-stralunate di "Den Oönskade", forse vera hit del disco, lasciando a "Fallna Änglar" il compito di ridefinire l'equilibrio tra aggressività e melodia prima della chiusura formale del lotto, affidata agli ultimi due brani, "Norr" e "Till Slut", che confermano la vena death atmosferica dell'act svedese. Alla fine 'Det Inre Mörkret' è un viaggio intimo, un blocco monolitico pensato per chi ha ancora la pazienza di sedersi al buio e ascoltare la propria ombra senza la fretta di dover accendere la luce. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

venerdì 3 luglio 2026

Endseeker - Coffin Born

#PER CHI AMA: Swedish Death
C’è un momento preciso della vita in cui capisci che una storia è arrivata alla fine. Gli Endseeker hanno scelto giugno 2026 per posare gli strumenti, e lo hanno fatto consegnando ai fan un EP, l'ultimo testamento intitolato 'Coffin Born'. La band di Amburgo ha trascorso l'intera esistenza respirando la polvere del death metal svedese più crudo, quello dei primi Entombed e Dismember. E ispirandosi a questi modelli, la produzione non poteva che mantenere un profilo analogico, sporco e arrogante, peraltro anche nei toni, urlando posizioni politiche chiare, volte a un antifascismo viscerale. L’apertura affidata a "Enemies of Peace" è un assalto che puzza di hardcore e crust punk, un pezzo che riprende gli esordi delle due band di cui sopra e alla fine, ci travolge con le sue chitarre ringhianti ribassate e quelle vocals perennemente incazzate. Non c'è un filo di novità, è un semplice tuffo indietro nel tempo, per ricordare che la musica estrema, quando ha qualcosa da dire, sa ancora far paura. Subito dopo, "No After. No Before." aggiunge giusto quel pizzico di groove che mi costringe a muovere la testa. La title-track è introdotta da una sirena d'allarme che sembra preannunciare un crollo imminente, poi largo a una ritmica pesante, pur mantenendosi su un mid-tempo; il tutto serve a preparare il terreno per il passo oppressivo e schiacciante della successiva "Life Breeds Death", una mannaia dal cielo. Poi, quando pensi di aver capito la traiettoria del disco, arriva la bizzarria finale: una cover dissacrante di "True Survivor" di David Hasselhoff, dove il growl di Lenny s'incastra con la voce pulita di Chris Harms dei Lord Of The Lost. Insomma, alla fine per essere ricordati davvero, bisogna avere il coraggio di consumarsi prima che sia il tempo a decidere la nostra usura. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2026)
Voto: 70

sabato 20 giugno 2026

Chullachaqui - Epiphanic Perdition

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Epiphanic Perdition' è il primo album dei Chullachaqui, side‑project sludge/post‑metal di Matt Cooper (voce e basso dei Vulgaris). Non è un ascolto facile, e a essere del tutto onesti, mi sa tanto che non voglia nemmeno esserlo. Cooper, che alcuni di voi già conoscono per il lavoro con il suo main project, qui si spoglia di ogni velleità strutturale per dedicarsi a un rituale fatto di fango, ripetizioni e geometrie dilatate. La sensazione, fin dall'iniziale "Yakruna", è quella di entrare in una stanza dove l'aria è densa, quasi irrespirabile, con le chitarre che mostrano quel suono stoner e fuzzy, talmente grasso da poterlo quasi toccare. Il problema è tuttavia che nei suoi oltre sette minuti, la traccia non mostri alcuna variazione al tema di fondo; percussioni e chitarre viaggiano a braccetto in un loop sciamanico che sembra promettere una pace che, in realtà, non arriverà mai. Il fulcro emotivo di questo viaggio è però la trilogia intitolata "Futility": la prima parte, "Unstoppable Force", mostra come unica differenza con la traccia d'apertura, la presenza di una voce gracchiante, poi ancora una ridondanza dronica, una tensione filosofica ancor prima che sonora, per un'altalena di suoni che persiste anche nella successiva "Immovable Object", ma anche qui prevale la noia per una stasi sonora che sembra farsi più cupa e desolante, complici peraltro i 15 minuti del brano. Il cerchio si chiude con "Death Becomes You", 40 secondi acidi come un limone andato a male e che era meglio buttare nella spazzatura. C’è spazio ancora per la melmosa "The Serpent", un pezzo doom (con voce black) che rallenta ulteriormente il passo, prima che "Oblivion" (traccia del 2023), chiuda il lavoro con gli ultimi 14 minuti e passa di un black sghembo quanto inutile, per un album troppo monolitico che non trova sicuramente il mio favore. Se cercate la melodia che vi salvi la giornata, un guizzo di genio, o qualcosa di accattivante, beh sappiate che questo decisamente non è il vostro posto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

martedì 16 giugno 2026

Blüdwyrm - The Blissful Sleep of Ignorance

#PER CHI AMA: Sludge/Doom
C’è un momento preciso, di solito già al termine del primo minuto di un disco doom, in cui capisci se chi suona sta semplicemente replicando una formula o se sta cercando di saturare la stanza con gas nervino per impedirci di respirare. Quando parte la traccia d’apertura, "Preacher of my Own Demise', dell'EP di debutto degli inglesi Blüdwyrm, la sensazione non è quella di venire travolti da un’ondata di fango primordiale, piuttosto quella di sfogliare un catalogo di cliché sludge/doom già ampiamente codificati trent’anni fa da gente come Electric Wizard o primi Cathedral. Il problema principale di 'The Blissful Sleep of Ignorance' non sta nella perizia tecnica dei musicisti, che sanno perfettamente dove mettere le mani, né in una produzione volutamente sporca, registrata ai Poole Gateway Studios. Il vero limite è che ogni singolo riff, ogni passaggio di batteria e ogni linea vocale del frontman sembrano calcolati a tavolino per rientrare nei canoni di un genere che, oggi più che mai, avrebbe bisogno di maggior personalità e non di semplici restauratori. Si avverte una totale mancanza di quell'imprevedibilità che rende il metal estremo una materia viva; tutto scorre esattamente come ti aspetti, con una pesantezza prevedibile che, traccia dopo traccia, si trasforma in noia. Persino il singolo "The Vultures", che nelle intenzioni dovrebbe mordere e mostrare il lato più dinamico del trio di Bournemouth, si trascina senza una reale zampata, finendo per suonare come una b-side sbiadita dei Cathedral di 'Forest of Equilibrium'. C’è un momento preciso poi, durante i sei minuti abbondanti della conclusiva "Pesticides", in cui la dilatazione psichedelica e le stratificazioni di chitarra di Alex Jones dovrebbero creare un’atmosfera claustrofobica e spettrale, e invece l'unica cosa che si percepisce è il peso di un minutaggio tirato troppo per le lunghe. Alla fine, non basta abbassare l’accordatura della chitarra, saturare le frequenze e gridare con voce stanca per trasmettere un disagio autentico, serve una scintilla che questo lavoro purtroppo non possiede, preferendo adagiarsi in un sonno fin troppo protetto dalle proprie influenze. (Francesco Scarci)

(Road to Masochist Records - 2026)
Voto: 50

domenica 14 giugno 2026

Vandalheart - Grey

#PER CHI AMA: Metalcore/Djent
Sulla loro pagina bandcamp, gli americani Vandalheart sembrano essersi dimenticati dello scorrere del tempo. Hanno ancora in pre-order il precedente lavoro, datato 2020, 'L|O|W|', mentre non c'è traccia di questo nuovo 'Grey', uscito il 6 giugno in tutta la sua veemenza, su Spotify. Un ritorno quello della band del Michigan che sembra configurarsi più cupo e viscerale rispetto al passato, probabilmente segnato da un qualche evento drammatico che ha portato a un’estetica che ruota esplicitamente attorno al grigio come stato mentale prima ancor che cromatico. L'impianto ritmico poggia su un metalcore moderno con una forte componente emotiva, nei paraggi di un djent/post-hardcore dai contorni scuri. La vecchia identità del gruppo, che mostrava un approccio più orientato a math rock, shoegaze, emo e toni malinconici, sembra esser stato messo da parte, per puntare su un impatto più diretto, caratterizzato da melodie amare come la vita. Lo si evince dalle iniziali "Rot" e "Let Go", che tracciano immediatamente le coordinate del disco, prima di scivolare in un brano come "Time" che mostra invece una maggior propensione alla malinconia, all'urgenza emotiva, e a una vulnerabilità espressiva che sembra esser l'unica arma rimasta. Non sono un fan del genere, eppure 'Grey' l'ho apprezzato non poco, per una certa freschezza delle sue idee, sebbene il rischio di restare troppo legato a formule già note del metal moderno se la scrittura non spinge abbastanza oltre il sentiment, sia abbastanza forte. La tracklist si completa con altri brani più o meno interessanti: dall'accomodante "Rock Bottom" a "Pseudo", che vede una collaborazione con gli Oceans Ate Alaska, in quello che in realtà è il brano più caotico (anche se "Vacant" sfiora il deathcore con i suoi letali breakdown) e che forse meno ho apprezzato nel disco. Se "Hell" lascia intuire una scrittura tesa, dolorosa, costruita con un lessico emotivo talmente diretto da risultare quasi indiscreto, la conclusiva "Grey (Silence)", con le sue atmosfere opprimenti, funziona come il vero perno di questo immaginario pesante, una stanza vuota dove l'assenza di rumore, fa più male di uno schiaffo in pieno viso. (Francesco Scarci)

(Arson Theory - 2026)
Voto: 72

sabato 13 giugno 2026

Ersedu - Gore

Ascolta "Ersedu_Gore" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Death
Tra le cose più intriganti di questo 2026, c'è 'Gore', il nuovo EP concettuale degli ucraini Ersedu, un lavoro che prova a cercare uno spiraglio tra le maglie della nostra mente, per appollaiarsi tra le nostre inquietudini più profonde. Non parliamo di un'uscita come le altre. La band ha infatti concepito questo progetto come il primo tassello di una serie di lavori dedicata ai colori, inaugurando tale percorso con il rosso. Ma il rosso, tra queste note, smette di essere un semplice colore per trasformarsi in un simbolo totalizzante, un filo conduttore che unisce la violenza del sangue al calore della passione. Gli Ersedu si muovono su coordinate symphonic death e dark cinematic metal, una definizione che sulla carta rischia di suonare fredda, ma che qui si traduce in un'atmosfera oscura, quasi teatrale. L'ascolto è suddiviso in quattro capitoli ovviamente connessi tra loro. Si comincia dalla solennità marziale di "God of War", un’intro epic-orchestrale che stabilisce immediatamente le regole del gioco, per poi scivolare nella dimensione sinfonica di "Offering", dove la ritmica schiacciasassi e il growling del frontman, vengono stemperati dalle sensuali vocals di una gentil donzella, in un sound che per certi versi, mi ha evocato l'orchestralità dei Septicflesh. La tensione si fa ancor più funerea e serrata con "Reap Souls", dove a duettare nuovamente sono le voci dei due cantanti (ammetto tuttavia di non essere cosi sicuro che il growl non sia opera sempre della suddetta gentil donzella, visto che nè bandcamp nè il sito della band rivela la line-up del misterioso trio incappucciato) sopra un tappetto sinfonico, plumbeo e cinematico. Si arriva infine al contrasto più affascinante del lotto: "Eros". Inserire il desiderio e la carnalità dentro un impianto sonoro così cupo ed estremo è una scelta coraggiosa, in un pezzo che alla fine, ti lascia lì, con l'ultima nota che vibra nell'aria e una strana sensazione di nudità, consapevole che il rosso non è il colore della vita che continua, ma quello del sangue che sgorga da una ferita che ti ricorda che sei ancora vivo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

venerdì 12 giugno 2026

Aeonus - Омикрон Эридана

#PER CHI AMA: Cosmic Black Metal
A volte capita di guardare fuori dalla finestra, nel cuore di una notte qualunque, e sentire che le luci della città non sono altro che piccoli spilli conficcati in un lenzuolo troppo scuro. Cerchi qualcosa che non ti consoli ma che sia comunque capace di dare una forma, una dignità geometrica a quel vuoto che porti dentro. Desideri un suono che non abbia paura di essere immenso, freddo, persino crudele, ma che in qualche modo sappia esattamente in quale angolo della tua anima andare a riflettersi. È proprio in questa frattura che si colloca 'Омикрон Эридана', il nuovo capitolo degli Aeonus, creatura solitaria del musicista russo Mordorkonan. Qui troverete un'aria rarefatta che sa tuttavia di cenere stellare e di inverni che non hanno mai visto la luce. Siamo nei territori di un cosmic atmospheric black metal che non teme di concedersi lunghe deviazioni progressive; un viaggio lungo, monolitico e profondamente immersivo che, sebbene non pretenda di rivoluzionare il genere, riesce a mantenersi costantemente in orbita. Quattro pezzi dalle durate importanti (dai 9 ai 21 minuti), e dai titoli emblematici, in cui le chitarre creano una tessitura ampia, stratificata, più vicina a una colonna sonora per il collasso di una galassia che non alla classica lama affilata della scuola norvegese, mentre le parti vocali, quando emergono, si muovono su un registro disumano e aspro, perfettamente integrato in quest'estetica della catastrofe. Brani come "F0III" aprono immediatamente una voragine di energia scura, una dissoluzione che percepisci come un'esperienza fisica ancor prima che metafisica. Subito dopo, i 19 minuti di "K0.5V" spingono sulla distruzione materiale, riducendo mondi in cenere e configurandosi forse come l'episodio più devastante dell'intero lotto, sebbene un più etero e grandioso finale. "DA4" sembra trovare un perfetto punto d'equilibrio tra la grandiosità e il senso di annichilimento, attraverso un black atmosferico solido e collaudato. È infine con i 21 minuti di "M4.5Ve", che il disco trova il suo vero centro gravitazionale, un viaggio verso il silenzio assoluto, un deserto di pianeti morti dove la band indulge in una ridondanza sonica, smarrendo un briciolo di tensione pur di farci assaporare la totale assenza di gravità. 'Омикron Эридана' è un album davvero interessante che si limita a mostrarci come il vuoto non sia un'assenza di vita, ma lo spazio esatto che lasciamo alle cose che non siamo mai riusciti a dimenticare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)

lunedì 18 maggio 2026

Design - Faithless

Ascolta "Design - Faithless" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Industrial
Da un paio d'anni mi sono avvicinato al post-punk, quindi per me è stato piacevole recensire 'Faithless', terzo album dei marchigiani Design. Non li conoscevo, devo ammetterlo, ma la proposta del quartetto, per quanto poco affabile, si muove in territori che intrecciano post-punk, industrial, darkwave e alternative rock. Quando fate partire il disco, vi immergerete subito nelle atmosfere oscure della title track, capendo che qui non stiamo parlando di metal, quello dei riff d'acciaio e della doppia cassa che ti prende allo stomaco; eppure, c’è un filo invisibile, una densità fatta di chiaroscuri e di silenzi pesanti, che unisce questo lavoro all'estremismo emotivo più nero. I Design si muovono su un crinale scosceso: in "Cold War", il post-punk si scontra con la coldwave e l'elettronica in sottofondo, non credo serva a far ballare, semmai a dare un ritmo regolare al brano, che ho immediatamente eletto come il mio preferito del disco, forse anche per una piega decisamente internazionale che avvicina i nostri a realtà ben più affermate del panorama musicale. Proseguendo nell'ascolto di "Sweet Surrender", delle sue evocative linee di basso e dei suoi testi che vedono una "dolce resa" come un atto di libertà e sopravvivenza emotiva, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è proprio un gioiellino, da mettere accanto alla mia collezione fatta di Secret Cameras, Talk to Her e The Slow Readers Club, anche se tutti questi suonano decisamente più commerciali rispetto alla band di quest'oggi. "Deep Dive" è una discesa negli abissi della propria anima, e l'inquietudine sonora creata dai Design mira a toccare esattamente quel nervo scoperto che teniamo nascosto anche a noi stessi. Il suono sembra farsi ulteriormente più cupo in "Blame", con la voce del frontman, sempre notevole dall'inizio alla fine, qui meno "accogliente" rispetto agli standard, stemperata comunque da un coro che sembra voler quasi donare un tocco etereo al brano. Un interludio strumentale e poi è il momento dei "Evil Eye", un pezzo che parla della rottura di un legame tossico e forse per questo, si percepisce una bella dose di rabbia nelle distorsioni sonore e nel graffio vocale. Il disco prosegue ancora per altri quattro pezzi, tra l'industrialoide ("Keyhole") e l'alternative ("The Belly of the Whale"), e il risultato non cambia poi di molto. Non c'è la pretesa di inventare un linguaggio nuovo, ma c'è la dignità di chi usa le vecchie parole della darkwave per scrivere una lettera d'addio estremamente contemporanea. (Francesco Scarci)

(Overdub Recordings - 2026)
Voto: 75

sabato 16 maggio 2026

Mauser - Casualties of War

#PER CHI AMA: Thrash/Death
'Casualties of War' è l'EP d’esordio dei polacchi Mauser, un concentrato di thrash/death metal, sfornato all'inizio di quest'anno, che rimanda nel suo titolo, al film di Brian de Palma del 1989 (in Italia 'Vittime di Guerra'). Sei brani per quasi 25 minuti di musica che promettono un assalto sporco, bellico e piuttosto classico, per una miscela di ferocia e ignoranza controllata, espressa con la stessa grazia di una scheggia di metallo che riga una carrozzeria pulita. Ovviamente, sotto queste premesse, potrete immaginare come la proposta della one-man band di Cracovia, guidata da Krzysztof Leja, non brilli certo in originalità, ma anzi ci consenta di fare un bel tuffo indietro nel tempo a ripescare vecchie gloriose band del passato. Superato l'inquietante preludio, ecco andare a sbattere contro "Tiger I", che mette subito in chiaro come il mastermind polacco, aiutato da altri musicisti della scena, voglia affrontare le cose: il muro thrash death evoca immediatamente trincee, fango e luoghi dove l'essere umano è ridotto a pura materia sacrificabile. Krzysztof si è caricato il peso delle chitarre sulle spalle, lasciando a Tymon Wiekiera il controllo del microfono e di quel suo growling corrosivo. Nella successiva "You Can't Save Me", emerge una strana e geometrica linea musicale, una di quelle che sembra stritolarti nelle corde di chitarra e basso, mentre la batteria ogni tanto, esplode dardi nel cielo, in una cavalcata comunque che ha il suo fascino, pur evocando palesemente spettri di fine anni '80. Apprezzabile quindi il tentativo dei nostri di provare a fornire una rilettura dei vecchi classici, attraverso i propri brani: "Obscene as a Cancer" è una dimostrazione di nichilismo viscerale in salsa thrash, che non rinuncia a qualche graffiante assolo. "Ripping Guts" è forse il pezzo più devastante, con blast-beat indemoniati, ritmi frenetici alternati a suoni più compassati, per quello che alla fine risulterà essere il pezzo più monolitico del dischetto. A chiudere, "Kill or Help Us!" suona meno come il titolo di una canzone e più come l'ultimo messaggio radio inviato da un avamposto dimenticato da Dio, l'ultimo esempio di un lavoro che non si prefigge certo di cambiare le sorti del thrash/death con velleità avanguardistiche, ma semmai di odorare di cenere e polvere da sparo, e rappresentare il lavoro ideale per chi cerca ancora quella sensazione di suoni primitivi, che la musica mainstream ha dimenticato di poter offrire. (Francesco Scarci)

(Hagalaz Label - 2026)
Voto: 68