mercoledì 13 agosto 2025

Eigengrau - Radiant

#PER CHI AMA: Post Rock strumentale
Nel primo vero album, dopo tanti singoli, della variopinta band di allegroni danesi, il cui nome in tedesco significa "interiormente grigio", individuerete senza difficoltà un suono pervaso di melodismi post-rock nevrilmente pronto a innescare insinuanti testurizzazioni, ciò che inevitabilmente conferisce una invero straordinaria (elettro)dinamicità, protesa nella nota non-direzione postrocchettara di un climax sonico. Che sopraggiunge, sì, ma solo sporadicamente e sempre inaspettatamente. Invece che generato dagli strumenti (non ci sono parti cantate), il suono vi sembrerà emanare dolente da una specie di sorgente infinitamente remota, come una sorta di carsismo cosmico, baluginante, inesorabile ed eidetico. Tutto viene esplicitato (fin troppo presto) nella introduttiva "Once I Was". Oltre la quale l'universo appare ripetersi nebulosamente, se non nella forma, almeno nelle movenze (sonore), fino al necessario e nichilistico deliquio conclusivo ("Moving Clouds"). Interessante, ma già sentito. (Alberto Calorosi)

martedì 12 agosto 2025

Pale Blue Dot - (h)eart(h)

#PER CHI AMA: Psichedelia/Shoegaze
A volte basta guardare in un cerchio molto ristretto per trovare ottima musica, guardare appena fuori dalla porta di casa e trovare una band come i Pale Blue Dot, che con l'unione di musicisti dall'esperienza più che decennale, ci offrono un disco senza pieghe, lacune o cali di qualità. La band emiliana prende spunto per il nome, dalla definizione data dall'astronomo Carl Sagan, a una foto della Terra scattata dallo spazio, a qualche miliardo di km di distanza, e la musica si rivela subito in sintonia con il nome scelto, per il suo ampio spettro sonoro, che spazia dallo shoegaze, passando dalla psichedelia fino alla new wave. Il cantato è in inglese ma questo disco è uno degli album italiani che mi hanno più incuriosito dall'inizio dell'anno, anche se, in verità, l'artwork di copertina del disco non mi attirava granché all'inizio, a differenza delle più interessanti copertine dei singoli. Il motivo è semplice e s'intuisce fin dalle prime note: in questo disco sono presenti delle chitarre stupende, che contribuiscono a donare un lavoro magistrale ai loro suoni che evocano epoche lontane, che non tutti ricorderanno e che accomunano gli australiani The Church (magari quelli di 'Forget Yourself') al sound dei primi iper psichedelici Ride, senza plagi o forzature, con una grazia che li rende veramente credibili e con un'identità assai riconoscibile. All'apertura di '(h)eart(h)', mi sono ritrovato a pensare a "Constant in Opal" dei The Church, ma ero talmente assorto dall'ammaliante psichedelia, cristallina e spaziale dei primi due brani, tra cui l'ottimo singolo "For the Beauty of Miranda", che ho provato un intenso senso di nostalgia nel proseguo dell'ascolto. In effetti, da tempo non sentivo un disco con una magia sonora tale da farti perdere la connessione con il mondo esterno, quello che ti può accadere forse ascoltando 'Remote Luxury', proprio dei The Church. I suoni sono curati e la sezione ritmica è ben presente, il cantato è poco invadente, essenziale, minimale, orecchiabile, mai estroso, proprio come in dischi del calibro di 'Nowhere' dei Ride, rumorosi ma eleganti, d'atmosfera ma rock, quel rock che certa new wave prima e lo shoegaze poi, hanno reso unico e immortale, dando vita a un suono sofisticato e sognante per un insieme di brani che suonano alla perfezione. La band sa come fare e come ottenere quel tipo di sound, ed è il caso della meravigliosa e lisergica "Green Fairy Tale", che ci permette di navigare nel cosmo, molto vicini al Sole, senza passare per una band d'oltremanica o d'oltreoceano. I Pale Blue Dot, hanno nel loro DNA, i cromosomi della new wave, della psichedelia sonica e della neo psichedelia inglese di fine anni '80 (Loop e affini), quella ragionata e mirata, e la suonano in maniera egregia, mostrandoci ottime capacità anche nella lunga e vorticosa "Star Cloud", ipnotica e magnetica canzone di chiusura dell'album, dove cantato e chitarre si sovrappongono alla ricerca continua di uno spazio sempre più profondo da esplorare. Un album e una band con un sound maturo e internazionale, retrò quanto basta, ma attuale e molto appetibile per un pubblico musicalmente elevato, leggermente nostalgico verso certe sonorità ma tanto, tanto visionario. Splendido lavoro di cui ne consiglio fortemente l'ascolto! (Bob Stoner)

lunedì 11 agosto 2025

Cultus Sanguine vs Seth - War vol III

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine 
#PER CHI AMA: Black/Doom
Questa “guerra” fu un esperimento molto interessante perché oltre a rifare due pezzi loro, le due band, Seth e i nostrani Cultus Sanguine, dovevano coverizzare un brano dell'altro gruppo, e infine, entrambe dovevano proporre una cover scelta in comune. Iniziamo con i Cultus Sanguine che propongono qui un vecchio pezzo, "My Journey is Long But My Time Is Endless", tratto dal debut mcd. Questo brano acquista una forza e un impatto veramente coinvolgente, cosa che nel passato, per una pessima registrazione non aveva; come ospite in questa canzone c’è peraltro Steve Sylvester. Di seguito troviamo una versione remixata di "We Have No Mother", che sinceramente non mi piace per niente perché si è persa la vena triste e depressiva che aveva, manipolandola con vari effetti sintetici. Il pezzo dei Seth ("L'Hymne au Vampire") rifatto dai milanesi ricalca appieno l’aria che si respira ascoltando un album dei Cultus Sanguine, molto bella. Infine "Behind The Wheel" dei Depeche Mode, musicalmente è ipnotica e sofferta ma non trova un valido appoggio nella voce di Joe, forse non proprio a suo agio in questo contesto non metal. E ora tocca ai Seth: due brani sullo stile dello scorso 'Les Blessures de l’Ame', pieni di pathos e tristezza con le parti di piano molto accattivanti. Per quanto riguarda la canzone dei Cultus, "The Calling Illusion", rifatta dai francesi, ascoltiamo un cambiamento radicale di alcune parti, rese qui veloci e violente. A essere sincero, non avrei mai pensato di sentirle in questa veste, è stata una bella sorpresa. L’ultima song è arrangiata in modo completamente differente dal modo in cui era stata concepita dai Depeche Mode, decisamente una versione metal irriconoscibile. Non so quanto possano essere d’accordo gli estimatori dell'electro-dark su questo stravolgimento, comunque, esperimento riuscito.

domenica 10 agosto 2025

Corrupted - El Mundo Frio

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Doom/Drone
Non fosse per certe ultra lunghe sezioni ambientali, dove quello che soltanto un'entità aliena dotata di un ciclo biologico di quattromila anni e una pazienza eonica, potrebbe definire un "arpeggio" si sviluppa su tappeti sintetici in verità quasi soltanto ipotizzati, il quarto album della misteriosa band ultradoom giapponese che canta ("una diffusione aerofagica vocale" è una definizione tecnicamente più corretta) in spagnolo, non prende l'aereo e non rilascia interviste se non per ribadire che non rilascia interviste, assomiglia moltissimo al primo (dove però non c'era la sezione acustica introduttiva), qualcosa in più di moltissimo al secondo (dove però c'era un secondo volume di inutili dronerie assortite) e qualcos'altro in più di moltissimo al terzo (dove però la sezione acustica e quella elettrica erano addirittura suddivise in tracce differenti): quel medesimo suono estenuante, psichicamente densissimo che sembra provenire direttamente dalla Discontinuità di Gutenberg del mantello terrestre. E nient'altro. (Alberto Calorosi)

(HG Fact - 2005)
Voto: 70

https://corrupted1994.bandcamp.com/

venerdì 8 agosto 2025

Umbersound - If the Flies Could Sing

#PER CHI AMA: Doom Sperimentale
Mentre calabroni e vespe infestano il mio balcone, l'album 'If the Flies Could Sing' degli americani Umbersound, sposta la mia attenzione su quello che potrebbe essere il canto delle mosche, non solo il loro fastidioso ronzio. E cosi, quasi per sbaglio, mi ritrovo a recensire un lavoro che si spinge nei paraggi del doom metal, con il classico rifferama lento e compassato. Quello della one-man-band di Staten Island è il secondo album, che sembra voler rappresentare la versione più morbida dell'altra band di Joe D'Angelo (il factotum dietro agli Umbersound), i Grey Skies Fallen. Abbandonate le growling vocals (almeno nei primi due pezzi), e un sound più pesante, il mastermind statunitense si protrae in una rilettura più evocativa e decadente del doom. Lo si evince dall'opener "Wolves At The Door", diventa ancor più evidente nella successiva title track, dove le atmosfere si fanno più cupe e opprimenti, ma l'effetto è sicuramente accogliente, offrendo un'esperienza quasi totalizzante per chi ascolta. Chiaro, non è quella che definirei una passeggiata affrontare questo genere di sonorità, ma chi ama suoni di scuola Candlemass, ma con una maggior propensione alla sperimentazione e alla teatralità (ascoltatevi l'ipnotica "Atmos Ritual" che abbina entrambe queste caratteristiche), potrebbe apprezzare enormemente la proposta. Man mano che i minuti passano, l'album diventa più ostico da digerire, pur mantenendo intatti i suoi capisaldi legati a riff lenti e pesanti, tipici del doom tradizionale. Se "Spines On The Shore" potrebbe suonare come una versione doom dei Nevermore, complice un cantato che evoca il buon Warrel Dane (R.I.P.), vi sottolineerei l'emozionalità in grado di emanare "Deaths Old Sweet Song", un pezzo davvero affascinante, tra doom e un mood quasi western. E l'abbinata sperimentalismi vari e doom sorretto da vocalizzi da orco cattivo, proseguono anche in "The Sound Of Umber", prima dei due pezzi strumentali che chiudono con una inaspettata timidezza, il disco. Un lavoro originale e conturbante questo delle mosche che cantano, che necessita tuttavia ancora qualche lavoro di cesellatura (ad esempio l'aggiustamento della voce growl) per suonare vincente su tutti i fronti. (Francesco Scarci)

giovedì 7 agosto 2025

Awful - Absolute Reign

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine   
#PER CHI AMA: Brutal Death
Brutal death violentissimo, sparato a velocità pazzesche, quello proposto dal terzetto italiano degli Awful. Niente mid-tempos, niente pause, ma solamente un martellamento spietato che non dà respiro. Ci lamentiamo spesso del fatto che i gruppi brutal si assomigliano troppo, beh, in questo caso il discorso non vale. Quanto proposto dagli Awful potrà forse sembrare ad alcuni troppo estremo, ma se non altro, non ricorda cose già sentite mille volte. Il demo - di fattura professionale - contiene appena tre canzoni, ma sono sufficienti per stendere al tappeto chiunque!
 
(Sothis Records - 1999)
Voto: 68
 

martedì 5 agosto 2025

Nightwish - Yesterwynde

#PER CHI AMA: Symph Metal
"Yesterwynde", la soundtrack di un ipotetico fantasy cyberpunk, dove il cattivo cade dal suo destriero alato motorizzato, finisce nella baluginante pozzanghera di liquami e diventa un paladino dell'ecologia interplanetaria, introduce l'album più cinematico (mandate avanti e sentite anche la Scaretal/osissima "The Weave") degli ultimamente cinematicissimi Nightwish, nella totale, seppur plastica, continuità coi due album precedenti. Immaginarsi qualcosa che sia solennemente equidistante tra la sigla di una rubrica di attualità di Raidue e il sonoro catastro/tribale di un film di Emmerich sul Pleistocene (ascoltare il primo singolo "Perfume of the Timeless"), qualche ammiccamento NWOBM ma anche un po' (questo, sì, inedito) new romantic ("The Children of Ata") fino a lambire il glam-rock (per esempio nel ritornello Brian-May-esco della riuscita "The Day of..."), sensazioni celtiche, temporali, una specie di Hevia horror che fa headbanging ("Sway") per poi sfasciare la cornamusa sul Marshall (l'eccellente progressione della ottima, seppur troppo lunga, "Hiraeth" - ma solo io nelle prime note ci ritrovo "Cool Water" dei Talking heads?). Sovente (auto)indulgenti le orchestrazioni di Tuomasuccio H. (su tutte, "The Weave") che in svariate occasioni, appare più intento a rimescolare ancora una volta i clichet delle ricchissime (di clischet) "Storytime" e "The Greatest Show on Earth" piuttosto che a comporre veramente musica (il secondo, turgido seppure pasticciato singolo "An Ocean of Strange Islands" e, più avanti, dappertutto sul disco due). Niente di nuovo, insomma, tanto che si può affermare senza sbagliare che il primo attesissimo disco senza Hietala somiglia un po' a tutti gli altri dischi con Hietala. (Alberto Calorosi)

(Nuclear Blast America - 2024)
Voto: 63

https://www.nightwish.com/

lunedì 4 agosto 2025

No More Fear - Vision of Irrationality

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death Metal
Death metal ricercato, non claustrofobico: ecco cosa ci proponeva questa band italiana nel suo vecchio disco d'esordio. I No More Fear hanno dalla loro, sin dagli esordi, un'apprezzabile creatività, sfornando un prodotto nient'affatto convenzionale, a tratti, addirittura melodico (gran lavoro di chitarre in "Escaping the Indifference"). Ciò potrà forse sconcertare quelli fra voi incondizionatamente ligi alla brutalità più disumana, ma, credetemi, 'Vision of Irrationality' è un bell'album e non annoia. Belle le vocals gutturali, specie in "The Lady with the Sickle", un po' meno la voce straziata. I testi? Taluni introspettivi, altri imperniati su tematiche orrorifiche, senza grossolanità gore. C'è anche un bell'omaggio a Lovecraft (nella conclusiva "Dagon"). In conclusione, un album interessante e davvero originale.

(VideoRadio - 2001)
Voto: 70

http://www.nomorefear.it/

domenica 3 agosto 2025

Rivers of Nihil - S/t

#PER CHI AMA: Prog/Techno Death
È interessante appurare come i Rivers of Nihil stiano facendo progressi a vista d'occhio, album dopo album. E cosi, questo nuovo lavoro omonimo, che rappresenta il quinto in studio per la band americana, segna un bel passo in avanti rispetto al precedente 'The Work', che era uscito nel 2021 e aveva diviso non poco la critica. Il quartetto di Reading, Pennsylvania, prosegue anche qui quel percorso iniziato ai tempi di 'Where Owls Know My Name', ossia coniugare un progressive techno death con derive jazz ed elettroniche, per cercare di recuperare la strada perduta nei confronti dei Kardashev, che pur essendosi formati tre anni dopo rispetto ai nostri, sembrano essersi consacrati più velocemente, grazie alla performance del loro cantante. Comunque, a parte questi convenevoli, devo ammettere che questo nuovo disco è parecchio impressionante nelle sue parti più sperimentali (e mi riferisco all'opening track "The Sub-Orbital Blues") o laddove i nostri passano dalla brutalità del loro techno death primordiale con tanto di growling vocals, a manifestazioni canore pulite di chiara estrazione Kardashev, che rimangono a mio avviso, il vero punto di riferimento per la band di oggi. Per questo, pur non rinunciando a una bella dose di violenza, i Rivers of Nihil amano ammorbidire le loro tracce con un'altrettanta dose di melodia: fantastica, e la mia preferita, "Despair Church", in cui compare anche il sax di Patrick Corona dei Cyborg Octopus e il violoncello di Grant McFarland dei Galactic Emprire. E poi c'è "Water & Time", lo ammetto, potrebbe sembrare un po' costruita a tavolino per piacere, ma in tutta onestà me ne sono innamorato. Tra vocals pulite, fughe jazzistiche di sassofono, inserti growl e linee di chitarra semplicemente favolose, è difficile non lasciarsi trascinare. Il disco in questo modo si fa apprezzare enormemente anche se non manca qualche sbavatura di cui avrei fatto volentieri a meno, come la debordante "Evidence", che sembra richiamare, nelle parti eccessivamente selvagge, gli esordi un po' troppo chiassosi della band, per quanto la produzione cristallina esalti comunque l'intensità sonora data da un egregio lavoro al basso, da sempre precise linee di chitarra e qui, da ben cinque backing vocalist. Forse però è troppa carne al fuoco, soprattutto in un brano che finisce con un fade-out davvero troppo brusco. Tante belle idee, ma non ancora perfettamente calibrate, serve l'ultimo step. Ultima chicca: la traccia che dà il titolo al disco e che lo chiude, con Stephan Lopez dei Cavum al banjo (già sentito nella terza traccia "Criminals"). Un tocco che suggella un album importante, maturo, coinvolgente. A volte forse un po' sopra le righe, ma che può davvero rappresentare un nuovo punto di partenza per i Rivers of Nihil. E farà sicuramente la gioia di tutti quelli che amano le sonorità alla Kardashev e Gojira.. (Francesco Scarci)

sabato 2 agosto 2025

Sólstafir - Endless Twilight of Codependent Love

#PER CHI AMA: Prog/Psych Metal
Una rarefazione quasi-pop in apertura, poi la furenza eruttiva che digrada in una magmatica coda, poi il chill-out crepuscolare smorzato in un reprise un po' contratto ma squisitamente hard rock: architettonicamente svartir-sandariana, ruvida e irregolare come un fiordo disegnato su una mappa, seppure inferiore a "Lágnætti" (si potrebbe chiosare che qualunque cosa dei Sólstafir sia inferiore a "Lágnætti"). "Akkeri" può non piacere ma posiziona alta l'asticella programmatica dell'album. Non sarà così: i tumulti emotivi di "Ótta" cedono il passo ad architetture musicali più radiolina-oriented come già dai tempi di 'Berdreyminn'. La produzione, ancor più monumentale, della già estremamente monumentale produzione di 'Berdreyminn' rintuzza le sporadiche manchevolezze creative. E così "Drýsill" appare soffice eppure concrezionale, misuratamente elegiaca e non, come dovrebbe essere, sfrontatamente già sentita. E i camerismi björkettari assieme ai gnau-gnau aurali di "Rökkur" oscurano un fangoso e poco originale quasi-parlato il cui scopo è principalmente quello di evidenziare i già evidentissimi limiti della lingua più brutta del pianeta tra le settemilacentoundici esistenti. E il nanana-nanana ruffianamente post-rock vs. Robert-Smith-che-si domanda-dove-è-finito-il-mascara di "Her Fall From Grace" non sarà al livello di "Fjara" ma la recrudescenza quasi-crimsoniana nel finale fa dimenticare quella contrastante sensazione come di big-babol appiccicata a un dimmu borgir (nel riff di chitarra avrete sentito qualcosina di più di qualcosa proveniente da 'Sound of Silence'). E gli sguaiati black-fasti ante-svartir di "Dionysus" che virano in un pre-finale quasi-disco senz'altro rinverdiscono l'attenzione almeno quanto l'incipit jazzaminoso di "Or", molto black-heart-processionale e anche un po' tardo-Gilmouriano. Nella seconda metà dell'album e tra le (stavolta interessanti) bonus track, riemergono qua e là sentori solsta-wave mai veramente sopiti: "Alda Syndanna", ma anche la (a tratti) watersiana "Hrollkalda Þoka Einmanaleikans". (Alberto Calorosi)

venerdì 1 agosto 2025

Clouds - Desprins

#PER CHI AMA: Funeral Doom
Per chi ancora non lo sapesse, i Clouds intitolano tutti i loro full-length con una parola che inizia con la lettera D e che ha un significato di distacco o partenza. Ecco a voi quindi il sesto capitolo della band rumena, capitanata da Daniel Neagoe, e intitolato 'Desprins', un'opera che continua a inserirsi in quel contesto funeral doom, con elementi atmosferici ma soprattutto emotivi, per un viaggio diretto nel profondo della nostra anima. E 'Desprins' non tradirà certo i fan della band, proponendo sin dall'iniziale "Disguise", quei ritmi lenti e pesanti, coadiuvati da cavernose voci growl che evocano un senso di disperazione e introspezione, e da una malinconica melodia di fondo affidata al flauto di Andrei Oltean. Potrei anche chiuderla qui, dal momento che non ci sono sostanziali novità rispetto ai vecchi album, che il sottoscritto peraltro colleziona gelosamente in formato vinile. E infatti, man mano che ci si spinge avanti nell'ascolto, non possiamo che trovare tutte quelle peculiarità che Daniel e soci, ci confezionano ormai da oltre un decennio. Preparatevi pertanto a un death doom in cui trovare un'alternanza tra ritmiche robuste e melodie più tenui ("Life Becomes Lifeless"), altri più atmosferici con un Daniel in formato vocale sia growl che pulito e più decadente ("Chain Me", "The Fall of Hearts" e "Will it Never End"). A parte questo, grossi stravolgimenti nello stile della band non sono contemplati. Se siete fan dei Clouds pertanto  andate pure sul sicuro; se siete invece nuovi, inizierei l'esplorazione della band dai lavori più datati, 'Doliu' e 'Departe', giusto per fare due nomi. Ah, vedete, altri titoli con la lettera D. Deprimenti. (Francesco Scarci)

giovedì 31 luglio 2025

The Pit Tips

Francesco Scarci

Edyakaran - Pantheon
Fallujah - Xenotaph
Helheim - HrbnaR / Ad Vesa

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Alain González Artola

Old Forest - Graveside
Häxkapell - Om jordens blod och ugravens grepp
Hesperia - Fra Li Monti Sibillini (Black Medieval Winter Over The Sibylline Mountains)

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Death8699

Falconer - Falconer
Inhuman Condition - Mind Trap
Napalm Death - Death By Manipulation

lunedì 28 luglio 2025

Harvst - Mahlstrom

#PER CHI AMA: Melo Black
Bella sorpresa questo 'Mahlstrom', secondo atto dei tedeschi Harvst, terzetto originario di Francoforte che nasce verosimilmente come side project di un membro dei Frostreich e uno degli Schǝin. Il genere proposto s'inserisce nel filone del black atmosferico dalle tinte melodiche. Andiamo allora a dare un ascolto alle sette tracce ivi incluse, giusto per capire di che stiamo parlando. Si parte da "Mahlstrom Teil I - Der Aufschrei des Vergangenen" e da una traccia che si fa notare immediatamente per le sue linee melodiche, le accelerazioni in territori post-black, con le liriche, stando a Metal Archives, che affrontano tematiche esistenziali. L'onda d'urto che ci investe in alcune scorribande è bella potente ma le melodie, per certi versi affini a quelle degli Agrypnie, rendono il tutto decisamente più accessibile, pur rimanendo in ambito estremo. "Laubwacht" spinge altrettanto forte ma qui lo screaming di Dornh si alterna a vocals più sussurrate ed evocative, ma il risultato finale non cambia, con il sound che si fa più oscuro nella seconda metà del brano. "Was Die Erde Nimmt" si muove sempre su melodici giri di acuminate chitarre, e le voci, spesso relegate in secondo piano, contribuiscono a dar maggior spazio all'aspetto prettamente musicale. C'è spazio per un break strumentale che fa da preludio a un buon assolo, peccato si perda in una sezione ritmica forse troppo caotica, ma il brano comunque merita, soprattutto anche per l'alternanza vocale che rende il tutto molto più dinamico. "Wahnmal" parte più soffusa, ma è la classica quiete prima della tempesta visto che esploderà a breve con una ritmica dinamitarda, mantenendosi più o meno similare fino a un finale in fade-out. Sulla falsariga anche "Treibholz", e forse qui si vedono le prime debolezze di un disco che sembra soffrire di una certa ridondanza ritmica, portando le canzoni alla fine ad assomigliarsi un po' tutte. Ma le qualità per far bene ci sono sicuramente tutte, basta tirare fuori un pizzico di personalità in più, come quella che sembra emergere nella lunga "Mahlstrom II – Der Abschied des Dechiffrierten". Una maggior varietà nei suoni e nei cambi di tempo, darebbe sicuramente maggior lustro a questa band, che innegabilmente, sembra avere del grande potenziale. Staremo a sentire futuri sviluppi con grande curiosità. (Francesco Scarci)

(Onism Productions - 2025)
Voto: 70

https://harvst.bandcamp.com/album/mahlstrom

domenica 27 luglio 2025

Amyl and the Sniffers - Cartoon Darkness

#PER CHI AMA: Garage Rock/Punk
"Jerkin'", prima traccia, quarto singolo, il collegamento subliminale tra l'invettiva slum punk alla Sleaford Mods (di cui sarà opportuno riascoltare "Nudge it", prima traccia di 'Spare Ribs', 2021) con la ruvida primitività ante-fuzz old school stoogesiana: "Jerkin'" collide, devia e si ingarbuglia, asintoticamente prossima al classicismo londinese fine70 (UK subs? Sex p.?) ma non nei contenuti, squisitamente twenty-twenty (guardatevi il video). Sentite anche "Motorbike Song" (ma che idea stramba quei suoni psych di chitarra...), ma anche e soprattutto "It's Mine", dove l'asintoto potrebbe essere individuabile addirittura nei Discharge di 'Hear Nothing See Nothing Say Nothing'. Ma anche il riot grrrl postulato dai Blondie, ed evocato in "Bailing on Me" (trattenetevi dal cantarci sopra po/po-po-po/po-po e gustatevi il fischiettio coxoniano nel finale) e canonizzato dalle Hole (il secondo singolo "Chewing Gum", ma non solo). Il primo singolo "U Should not be Doing That" (altro videoclip grandioso) garantisce la continuità col fuzz-rock ultra-catchy del precedente 'Comfort to Me', proprio come la successiva "Do It" (Social distortion?). La tecnofunkettosa "Me and the Girls" in chiusura (chi ha citato gli ultimi Clash? I Chk-chk-chk? I Daft punk?) insinua nuovi stuzzicanti scenari. E poi c'è "Big Dream", straordinaria, malinconica, immensa sunset-ballad accompagnata da un video infinito, girato in un'unica take, imprescindibilmente sottocutaneo, piccolo capolavoro di composizione e produzione. Una delle cose migliori di questi aridi anni '20. (Alberto Calorosi)
 
(Rough Trade Records - 2024)
Voto: 75
 

mercoledì 23 luglio 2025

Concrete Age - Awaken the Gods

#PER CHI AMA: Death/Folk
'Awaken the Gods', pubblicato a maggio di quest'anno, celebra il traguardo del decimo album in studio dei Concrete Age, formazione russa che si è affermata come pilastro dell'ethnic metal grazie al suo stile unico che mescola death, thrash e influenze folk provenienti da tradizioni orientali e slave. Attivi dal 2010, il quintetto ora di stanza a Londra, ha conquistato la scena underground con lavori acclamati come "Bardo Thodol" nel 2020 e "Motherland" nel 2022, rinforzando la loro reputazione per l'uso di strumenti etnici e racconti mitologici intrecciati con sonorità estreme. Con il nuovo album, la band continua a superare i limiti del genere, proponendo un'opera ambiziosa che combina potenza sonora e una profonda esplorazione culturale, consolidandosi come una delle realtà più innovative nell'ethnic metal contemporaneo. La produzione raggiunge livelli straordinari, garantendo un sound ricco e ben bilanciato. Gli strumenti etnici come balaban, duduk e kamancheh si amalgamano perfettamente con pesanti riff di death e thrash metal, arricchiti da melodie orientali sin dall'iniziale "Prey for Me". Questo brano evoca atmosfere esotiche ed è impreziosito dalla performance carismatica del frontman, la cui voce spazia tra toni epici quasi narrativi e sfumature più aggressive. Tale versatilità amplifica l'impatto emotivo dell'album, creando un legame potente tra passato ancestrale e presente musicale. Tra i brani che spiccano, "Forbidden Ministry" si distingue per il suo riff thrash metal accompagnato da una ritmica incalzante, capace di evocare vibrazioni che ricordano un immaginario incontro tra Nevermore e Orphaned Land. La title track, invece, si fa notare per la sua riuscitissima fusione di elementi etnici e metal, culminando in un ritornello estremamente coinvolgente. È il fulcro narrativo del progetto, un tributo alla forza primordiale che prepara il terreno alle ritmiche frenetiche di "Cursed Reincarnation", memorabile soprattutto nella seconda parte con un'energia quasi tribale. La strumentale "Mid-East Boogie" è un autentico vortice di energia. Il groove dei riff s'intreccia prepotentemente con scale medio-orientali, mentre il balaban e la kamancheh aggiungono un'atmosfera distintiva. I ritmi rapidi e le percussioni tribali donano, inoltre, un tocco sorprendentemente danzereccio. Non meno impressionante è il resto del disco con "Warrior’s Anthem", che si conferma ricco di assoli spettacolari e intriso di quell'inconfondibile mood folklorico che attraversa tutto l'album. In chiusura, le cover di "Boro Boro" di Arash e "Şımarık" di Tarkan, aggiungono ulteriore profondità all'esplorazione della tradizione musicale orientale, identificando 'Awaken the Gods' come un album che riesce a emozionare, far ballare e trasportare l'ascoltatore in un mondo fatto di energia e sogno. (Francesco Scarci)

lunedì 21 luglio 2025

Black Sabbath - Tokyo Heaven - Japan Broadcast 1980

#PER CHI AMA: Heavy/Doom
18 Novembre 1980, Heaven and hell tour, leg asiatica. Un broadcast radiofonico sgraziato ma significativamente transizionale, tra l'impudico 'Live at Last' e lo strabordante 'Live Evil'. Giorni duri quelli. Giorni che di 'Mob Rules' esiste soltanto la title track, peraltro fuori scaletta, giorni che Vinnie Appice ha rimpiazzato Bill "Etilometro" Ward da poche settimane, e ancora non sa bene come muovere le bacchette e si capisce qua ("Sweet Leaf") e là ("Heaven and Hell"). Giorni che sanno di sushi rancido, giorni che Tony Iommi cambia colore quando sale sul palco e poi corre a vomitare dopo meno di un'ora. Esordio catacombale e quintessenzialmente ozzy-sabbathiano ("Supertzar" plus una cupissima "War Pigs") in evidente contrapposizione al tiro tastierosamente cosmic riscontrabile l'anno dopo in 'Live Evil' ("E5150" plus "Neon Knights"). R-J-D da contratto deve fare i conti col famigerato R.M.O., il "Raglio Metallico Osbourniano". Ancora non ha in repertorio né "War Pigs" né "Black Sabbath", ma cerca (in "Iron Man") e trova (in "Sweet Leaf") una prima interessante personalizzazione. L'assolo di V.A. in "Sweet Leaf" è muscolare ma, a tratti, scomposto. "Heaven and Hell" occhieggia con la jam di "Fools" (Deep purple) ma finisce per autodilavarsi in una sbrodolata, con la timbrica più simile a quella di un carburatore in uno straccio che a quella di un basso elettrico, e che non regge il confronto con la sua naturale evoluzione "Heaven / Southern Cross" codificata magistralmente in 'Live Evil'. Il giudizio finale si riferisce alla rilevanza storica del documento e non tiene conto, per esempio, della sciatteria dell'operazione né del nome tristemente goliardico della casa discografica responsabile di quest'operazione. (Alberto Calorosi)

Eels - The Deconstruction

#PER CHI AMA: Alternative/Indie
Visioni pessimistiche sul futuro ("The Deconstruction", "Sweet Scorched Earth"), amori tristi ("Premonition") o finiti male ("Bone Dry"), nostalgie assortite ("The Epiphany") e ripensamenti da mezz'età ("Today is the Day"). Quel mezzotempo alt-rock-tikabum garage-barattoloso eppure ritoccato da sapienti orchestrazioni escogitate in punta di archetto che rendeva straordinari i primi album, è riprodotto sì stancamente, ma con una certa residua efficacia (la title track e "Bone Dry" sono collocate saggiamente in apertura) quando non assume connotazioni prossimo-caricaturali (sentite il quasi-surf di "You are the Shining Light" oppure Today is the day, talmente indie-a-palla che a confronto i Rembrandts vi sembreranno i King Crimson), cede gradualmente il passo ai (troppo) numerosi lamentini centopercento anguillosi fangosamente intrisi di pessimismo che popolano la seconda parte del disco (le già citate "Premonition", cosi come pure "The Epiphany", "Sweet Scorched Earth", "There I Said it", "The Unanswerable", "In Our Cathedral") a conferire quella sbadigliosa patina forzosamente autoriale che ricopre la quasi totalità della discografia terzomillennio di Mr. E-ntusiasmo. (Alberto Calorosi)

(E Works - 2018)
Voto: 55

https://www.eelstheband.com/

sabato 19 luglio 2025

Nasciturus - Fabulae

#PER CHI AMA: Black/Hardcore
Rzeszów non è certo quella che potremmo definire una metropoli, eppure la capitale del voivodato della Precarpazia, deve avere una scena musicale piuttosto fiorente. Abbiamo da poco recensito infatti i Runopatia e prima ancora gli Into Dark. Ora ci arrivano questi Nasciturus, che completano una scena fatta anche dagli Epitome, dai Salceson X e dai Pandrador; peraltro alcune di queste band hanno visto in passato tra le loro fila, membri dei qui presenti Nasciturus. Comunque, bando alle ciance e torniamo a questo 'Fabulae', debutto discografico del terzetto del sud-est della Polonia, dedito a una forma oscura di black metal, che ci introduce a questi nuovi sette pezzi. Le danze si aprono con le criptiche melodie di "Pomirki", che ben presto si abbandonerà a selvagge ritmiche su cui si piazzano le vetrioliche vocals di uno dei tre vocalist. Il suono è parecchio crudo, credo volutamente ostico da digerire per quelle sue dissonanti linee di chitarra, per non parlare poi delle sghembe atmosfere che si palesano nella seconda metà del brano. Devo ammettere che l'ascolto non è dei più semplici, ma le visioni lisergiche che ci attendono in coda, rivelano una spiccata personalità della band. Rimanga però agli atti che l'ascolto rimane complicato, vuoi per un cantato rigorosamente in lingua madre, forse per l'eccessiva distorsione delle chitarre, o ancora per la crudezza di certi passaggi, che sembrano evocare un misto tra punk e hardcore ("Ogniem Uzdrowion"). Eppure i testi dovrebbero esplorare un immaginario radicato nel folklore slavo, ispirandosi a leggende locali, ma il suono non sembra andare nella medesima direzione delle liriche e lo confermano le accelerazioni devastanti della già citata "Ogniem Uzdrowion", o le linee di basso propulsive di "Potrójnie Przez Ziemię Wypluty" che sferragliano in una cornice ritmica pesante, impetuosa a tratti (quasi grind), e inacidita da vocals taglienti. Che fine hanno fatto allora quelle atmosfere surreali del primo brano? In chiusura di brano si paventa poi il rischio di sprofondare in sonorità doomish, ma trattasi soltanto di parvenza. I nostri riprendono a trottare a tutta velocità. "O Czudca Powstaniu" prova a rendere la ritmica più sludgy, ma il risultato sarà solo quello di renderne angosciante l'ascolto, per poi comunque riprendere velocità appena dopo metà brano, prima di lasciarci a un finale per lo più percussivo. "Pieklisko we Wróblowej" riparte dai ritmi spediti e spietati ascoltati sin qui, in cui chitarre e basso giocano a rincorrersi selvaggiamente per tutta la sua durata. "Silva Populo" parte decisamente più compassata, lasciando ampi spazi ai giri di basso e chitarra acustica. Ma è verso il secondo minuto che la band si abbandona a furibonde ritmiche post black, che vanno a sancire lo status di mio brano preferito del lotto, a cui rimane a questo punto solo la conclusiva "Pokuta". Inizio tranquillo, quasi un unicum del disco. Ipnotici e sinistri giri di basso ci preparano verosimilmente alla tempesta pronta ad abbattersi sulle nostre teste, che puntuale arriva dopo 90 secondi, con una voce completamente differente da quella ascoltata sin qui, quasi strozzata in gola, ed enfatizzata peraltro da una componente corale che aggiunge altri elementi, quasi pagani, alla proposta dei nostri. Il finale torna atmosferico e onirico. Alla fine 'Fabulae', propone un black metal sound veemente che va in controtendenza a un titolo che lascerebbe presagire invece qualcosa di etereo o sognante. Più che una favola a occhi aperti, direi a questo punto, un incubo. (Francesco Scarci)

venerdì 18 luglio 2025

Blood Thirsty Demons - Sabbath

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Thrash/Horror
Quello che al primo ascolto si era dimostrato qualcosa di infantile e scontato, si è invece dimostrato ai miei occhi quello che, in effetti, è: un CD 3-track più intro e outro basato su un concept solido, forse un po’ trendy per i primi anni 2000 (thrash vampiresco), ma tutto sommato buono, scaturito dalla mente di Cristian Mustaine, leader e compositore dei Blood Thirsty Demons. Canzoni facili ma non scontate per quanto riguarda gli arrangiamenti di chitarra; per gli altri strumenti si dovrebbe fare di più per riempire il suono, soprattutto per le tastiere e la batteria. La voce non è poi così male, anche se le parti recitate non vorrei suscitassero ilarità a chi non è abituato a questi toni. I testi non sono niente d’eccezionale, ma rispecchiano il credo orrorifico della band (o almeno ciò che dicono). Compaiono anche delle parti acustiche che potrebbero sembrare delle guasconate commerciali, ma che invece, alla lunga sortiscono un certo effetto: giudicate voi. Una nota: dietro le pelli siede Mike, batterista di Morning Rise e Sine Macula. Sicuramente, trattandosi degli esordi, il suono andava maggiormente curato cosi come una maggiore originalità era auspicabile, per poter essere una bella sorpresa per il futuro.

giovedì 17 luglio 2025

Wojtek - Nell'Abisso del Mio Io

#PER CHI AMA: Hardcore/Sludge
Nel vecchio 'Petricore' avevo sottolineato come l'esperimento affidato a "Giorni Persi", song cantata in italiano, fosse verosimilmente un unicum ma anche una soluzione ben riuscita per i padovani Wojtek. Ecco, devono avermi preso in parola, visto che questo nuovo EP, 'Nell'Abisso del Mio Io', è cantato tutto in italiano e peraltro, da un nuovo cantante, Leonardo Amati, il che consolida a questo punto, una loro stabile presenza nella scena hardcore/sludge italiana, con un approccio sempre più maturo e personale. Chiaro, magari non sono la persona più indicata ad affrontare questo genere di suoni, ma non posso che sottolineare come la band stia palesemente evolvendo il proprio sound, scarnificandolo, rendendolo più crudo e al contempo, efficace e immediato. L'ingresso del nuovo cantante ha reso possibile tutto ciò con uno screaming abrasivo ma comunque avvolgente che ben si amalgama con quell'estetica lo-fi tipica dell'hardcore che la band ha deciso di abbracciare. E in un uno-due devastante, il quintetto italico ci investe con il loro primo singolo, "E Quando il Sole si Spegnerà, Saremo Noi a Bruciare il Cielo", che vede chitarre ultra distorte andare a braccetto con la batteria pesante di Francesco Forin con la voce di Leonardo a vomitare tutto il proprio dissapore. Più emblematica la successiva "Ritmi", che scombina un po' le carte, aggiungendo ulteriori elementi che evocano, lontanamente per carità, un che dei System of a Down, dei progetti più violenti di Mike Patton, della causticità degli STORMO, e quel groove che si scorge dietro l'angolo, richiama anche un che degli IN.SI.DIA. I testi che esplorano introspezione e alienazione, spalancano le porte alla resistenza in un mondo in declino, andando per questo a creare un'esperienza più intensa e autentica. Nel frattempo si arriva al terzo pezzo, "Veleno d'Ombra", e dai suoni e voci iniziali, di quello che credo essere un mercato. Il brano si muove poi su binari più mid-tempo, opprimenti, lenti (sludgy direi), affiancati da una performance canora rabbiosa e, a tratti, più meditabonda, e da cori che finiscono per arricchirne gli arrangiamenti. L'approccio corale si enfatizzerà ulteriormente nella più malinconica e doomish, "Specchio", che va a chiudere un album sicuramente ostico, ma convincente, che potrebbe addirittura riuscire a far breccia anche nei cuori di chi, come me, non mastica particolarmente, questo genere di estremismo sonoro. (Francesco Scarci)

(Shove Records/Teschio Dischi/Violence in the Veins - 2025)
Voto: 75

https://wojtek3522.bandcamp.com/album/nellabisso-del-mio-io-2

Manipulated Slaves - The Legendary Black Jade

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Melo Death/Power
Si sa che il Giappone è la patria del metal, dal classico al progressive, passando per l’ultra melodico. I nostri Manipulated Slaves, non potevano nascere in un posto migliore. Nati nel 1994, i M.S., combinano un buon power metal, ben articolato da dei buoni arrangiamenti di batteria, con una sorta di classic metal, melodico, dove le chitarre la fanno da padrone e dove spiccano voci femminili ed alcune parti di violino abbastanza azzeccate. Alla voce possiamo trovare come guest, Johan Liiva, ex-Arch Enemy, che svolge egregiamente il compito di vocalist affidatogli. Tutto questo è condito da azzeccate parti musicali che a volte abbandonano il classic, per spostarsi verso lidi più death/thrash melodico che danno un tocco d’originalità al tutto. Poche volte ho sentito band giapponesi e, in ogni modo, spero suonino tutte in questa maniera. L’unico punto un po’ debole è forse la produzione, non molto pompata per quel che riguarda batteria e chitarre. L’ultima nota, ma non la meno importante, è la loro apparizione in live-acts di Tankard, Marduk, Arch Enemy e Witchery. Promossi.

(Worldchaos Production/Slumber Records - 2001/2012)
Voto: 70

https://manipulatedslaves.com/

Demons Of Dirt - Killer Engine

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Swedish Death/Crossover
Che dire di questa (allora) giovane band svedese che proponeva neanche a dirlo del death metal di stampo nordico? Penso che di questi gruppi ce ne siano davvero abbastanza, e solo pochi hanno portato qualcosa di buono a questa scena. Riff già risentiti e poco coinvolgenti, che cercano di essere sempre più tecnici, tralasciando quella sana melodia che caratterizzava i primi gruppi di questo filone. Per quanto riguarda la bravura e la tecnica, non ho nulla da recriminare con i Demons Of Dirt: manca semmai quel feeling necessario per coinvolgere il pubblico e non annoiarlo. Le chitarre si dilettano in ritmi quasi progressivi e, a mio parere, confusi, con assoli e riff già sentiti. Nota positiva, il cantante che si sbatte e sbraita efficacemente, rischiando certe volte di far sembrare il cantato molto vicino al crossover. La batteria potrebbe fare qualcosa di più visto la base abbastanza tecnica che deve accompagnare. Eppure, la band lavorò sodo per ottenere un contratto discografico, non affatto male, con la Hammerheart e pertanto merita, almeno di essere ascoltato e valutato. Li consiglio però solo agli amanti del genere, in primis dei The Haunted e dei The Crown.

(Hammerheart Records - 2002)
Voto: 60

https://www.metal-archives.com/bands/Demons_of_Dirt/

martedì 15 luglio 2025

Azathoth’s Dream - Solitary Forest Necromancy

#FOR FANS OF: Atmospheric Black
After an interesting debut EP and the subsequent excellent full-length entitled 'Nocturnal Vampyric Bewitchment,' the USA-based duo Azathoth’s Dream is back for the rejoicing of 90s black metal die-hard fans. I personally enjoyed their debut album quite a lot, as it truly sounded like an honest and well-elaborated homage to black metal’s most authentic times.

Two years later, the duo is ready to unveil its new album, and the question is whether it will be on par with its predecessor or if it can improve upon it. 'Solitary Forest Necromancy' is the title of the new beast, and it follows the same patterns, for sure. The album is firmly rooted in the quintessential characteristics of the genre, with no big surprises regarding the elements that can be found in it, which is obviously good news for the average fan. The American duo has created ten pieces where rawness and atmosphere coexist in excellent balance. If we compare both albums, I would highlight that, in general terms, the atmosphere is even stronger here, but never to the detriment of the fierceness in the compositions. The keys play an important role, as their presence is notable. They are perfectly paced in the mix, and they embrace the rest of the instruments, creating a solid feeling of unity. Kudos for the production work, because even though the sound is raw and primitive, the guitars, keyboards, rhythmic section, and L. Azathoth’s vicious shrieks each have their own space to shine. Azathoth’s Dream's material is far from being complex, but it has the required variety in terms of guitar lines and tempo changes that make their compositions highly enjoyable and well-crafted. I personally appreciate it when a band tries to create compositions where the pace has its ups and downs and avoids sounding exasperatingly repetitive.

The album opener, "Denied", showcases the aforementioned characteristics with a fast-paced beginning, where L. Azathoth's screams lead the charge alongside the powerful guitars and hypnotic keys. Fast and slower tempos are tastefully combined to enhance the track's strong ambiance. This combination sounds even more inspired in "Ancient Black," which is one of the strongest tracks on the album. The guitar lines are particularly strong in the equally furious "Malevolent Enshrined," where the drums also sound remarkably powerful. The band slows down the pace a bit in the enjoyable track "Coven of the Ancient Black Flame," although, as is the case with the rest of the composition, you won't find a single song where fast or slow sections are completely absent. The mix of different rhythms is a key element of Azathoth's Dream and one that this project aims to preserve, which I consider a wise decision, as it is a fundamental ingredient of this well-crafted album.

'Solitary Forest Necromancy' is undoubtedly another solid step in Azathoth’s Dream’s career. The elements found in the previous works are still here, perfectly mixed and maintaining a great level of inspiration for our personal delight. (Alain González Artola)


Gravenia - S/t

#PER CHI AMA: Stoner Rock
Siamo in ritardo di qualche mese nella recensione dell'album di debutto, via Overdub Recordings, dei Gravenia, band romana dedita a uno stoner rock virato a una certa emozionalità di fondo, molto accentuata e tipica di alcune famose band della scena indipendente italica. Forse perché i Gravenia usano la lingua madre e una certa ricorrenza alla licenza poetica per esprimersi, (non certo tipica del genere che è di solito associato al grasso delle motociclette o ai tubi di scarico delle auto anni '70, ufo, horror b movie etc.) e uno stile adottato per le parti vocali, atipico per questo tipo di rock, che subito balzano alla mente i Verdena, quelli più suggestivi, appunto quelli che sapevano trasmetterti qualcosa. Ora, se prendiamo l'effetto emotivo de 'Il Suicidio dei Samurai', e lo accostiamo a un suono pesante, desertico, non necessariamente di matrice americana, mi rendo conto con mia grande sorpresa e felicità, che questo debutto è molto vicino al sound di dischi usciti nella prima ora, album che hanno segnato la prima ondata dello stoner rock europeo, come l'omonimo irraggiungibile degli olandesi 35007 e il suono della polvere stellare degli australiani, e poco conosciuti, Wrench ('Oscillator Blues'). Il gioco sonoro dei Gravenia è fatto, ed è molto coinvolgente. Canonici nella costruzione sonora, i nostri hanno saputo costruire comunque un album omogeneo che, seppur attingendo e rimanendo confinati nel recinto del genere in questione, osano dare quel tocco di originalità in più, basandosi sulla volontà di voler comunicare attraverso la loro musica. Questo crea inequivocabilmente la differenza che li vede in vantaggio verso altre stoner band che si limitano invece a imitare pedissequamente. "Belve", "Vetro", "Serpenti", "Orbita", sono brani perfetti dal suono pesante e cosmico, ben equilibrato e compatto, che per essere così grosso e ruvido, accostato a questo modo di cantare, risulta per certi aspetti anche raffinato, artisticamente attraente ed evoluto, emotivamente intrigante, perfettamente a suo agio nel cosmo più oscuro. Un disco, peraltro dotato di un'ottima produzione, che forse, a torto, verrà sottovalutato, solo perché il cantato in lingua italiana non ha il fascino della lingua d'Albione. Eppure, musicalmente si tratta di un disco di tutto rispetto, integrato a dovere nello stoner rock, ed emancipato a dovere, per la musica indie nazionale. Un disco intelligente, dinamico e per molti aspetti psichedelici anche riflessivo. Ascolto consigliatissimo. (Bob Stoner)

(Overdub Recordings - 2024)
Voto: 82

https://www.facebook.com/graveniaband/

venerdì 11 luglio 2025

Aasar - I, the Hell

#PER CHI AMA: Blackened Deathcore
Secondo EP in due anni per i trentini Aasar, che con questo 'I, the Hell', propongono un nuovo colpo di scena nel panorama delle sonorità blackcore, seguendo il percorso tracciato dal precedente 'From Nothing to Nowhere'. Cinque i pezzi a disposizione per il quartetto nordico, con la rumba che prende il via con il rifferama sincopato della title track, un pezzo complesso e potente dotato di un'architettura musicale prettamente djent, arricchita però da blast-beat infernali, breakdown deathcore, vocals super caustiche, e un discreto senso della melodia, nonostante il corrosivo sound messo in piazza dai nostri, il che dimostra una certa versatilità nello stile della band. "Exiled" segue subito a ruota, caratterizzata da un bilanciamento più solido tra melodia e brutalità, complice una chitarra dal groove marcato in sottofondo, qualche orpello cibernetico qua e là, un'introduzione più atmosferica, e spruzzate di melodia che provano a smorzarne comunque la veemenza. Tuttavia la brutalità non tarda a farsi sentire, con accelerazioni implacabili, vocals al vetriolo e quel senso di vertigine apocalittico tipico dei breakdown. Che sia la top hit del disco? La risposta definitiva si avrà con il fade-out che introduce a "Crypt of Agony", che vede la collaborazione di Jake D. Sin (voce dei veneziani Unethical Dogma), la cui ugola s'intreccia con quella del frontman Simone Giacopuzzi, in un brano che fa del djent/deathcore, il proprio dogma, tra chitarrone super ribassate e tonfi ritmici che palesano nuovamente la potenza della band. "LiTh" tenta inizialmente di offrire una pausa con un'apertura più atmosferica ma ben presto, a prendere il sopravvento, sono ritmiche complesse e sinistre, accompagnate da urla graffianti e un predominante elemento deathcore, nonostante alcune spruzzate black metal siano riscontrabili durante l'ascolto. Ottima comunque la linea melodica di chitarra che guida l'ascolto, il basso pulsante di Daniele Nicolussi, senza dimenticare le funamboliche percussioni del mostruoso Denis Giacomuzzi che aggiungono ulteriore profondità al sound, riempiendoci i padiglioni auricolari di un sound mid-tempo ricco di intensità. Infine, "Spineless" chiude l'opera enfatizzando ulteriormente la spettacolare pulizia dei suoni, e la sua straordinaria e abrasiva densità ritmica. Pur non essendo un pezzo veloce, l'arrangiamento si dimostra incredibilmente energico, con una struttura che sarà capace di farvi colare il sangue dalle orecchie. Alla fine, non posso far altro che invitarvi alla cautela nel maneggiare questo pericoloso dischetto, rimanendo in attesa di un debutto su lunga distanza, che sembra già promettere grandi cose. E allora allacciate pure le cinture di sicurezza. (Francesco Scarci)

(Seek & Strike - 2025)
Voto: 74

mercoledì 9 luglio 2025

Shining - Divided You'll Stand & United You'll Fall

#PER CHI AMA: Black'n Roll
Sono sempre stato un fan degli svedesi Shining, eppure da qualche anno a questa parte, ho come l'impressione che Niklas Kvarforth e soci, stiano rilasciando un po' troppi riempitivi (tra live, Ep e demo) che francamente, non ho trovato di grandissima qualità. Questo EP, intitolato 'Divided You'll Stand & United You'll Fall', sembra voler andare nella stessa direzione, dal momento che su sei tracce, tre sono delle cover, una è già stata proposta e infine c'è un riempitivo di 27 secondi. Si parte subito con la roboante "Chief Rebel Angel", cover degli Entombed, il cui legame musicale con gli Shining, davvero mi sfugge. Fatto sta che la band svedese fa il suo compito alla grande con un sound roccioso, la voce di Niklas intrisa di una forte componente emotiva e per questo assai convincente, ma che comunque, con quello che è il sound depressive black dei nostri, c'entra poco nulla. Godibile, ma non capisco. Si passa quindi a "Pick Up the Bones" di Alice Cooper e potrete immaginare come il sottoscritto ci possa capire ancora meno, se non intuire una forma di bizzarro entusiasmo da parte di Niklas nell'esplorare brani completamente avulsi dal suo territorio. Con "Joakims Höghussång" possiamo saggiare finalmente lo stato di forma del sestetto di Halmstad, con un pezzo oscuro, lento e inquietante che sembra quasi presagire significative evoluzioni stilistiche future. "Crawl Across Your Killing Floor" è un altro pezzone rock, del buon caro Glen Danzig, che viene reinterpretato con grande personalità da Niklas e farà la gioia di chi attende con ansia il nuovo disco degli Shining, atteso peraltro a fine ottobre. Gli ultimi due pezzi sono l'inutile "Då Döden Äntligen Vunnit" e la violenta e in totale stile Shining, "Ugly and Cold", song che era già apparsa però su un 12" nel 2022 e che fondamentalmente, poco aggiunge a questo lavoro. Per quanto mi riguarda, preferisco i full length dei nostri a queste mosse un po' troppo commerciali al mio naso. (Francesco Scarci)

martedì 8 luglio 2025

Wardruna - Birna

#PER CHI AMA: Folk/Ambient
Leggere Columbia Records (alias Sony Music) accanto al nome dei Wardruna, devo ammettere mi faccia un certo effetto. La band norvegese d'altro canto, ha avuto un successo cosi importante negli ultimi anni (complice anche la partecipazione sonora alla serie TV Vikings e al videogioco Assassin’s Creed Valhalla) che gli varrà anche la possibilità di suonare all'Anfiteatro degli scavi di Pompei quest'estate. Fatto sta che 'Birna' è il sesto album del duo scandinavo che tra le sue fila in passato, ha visto anche la presenza di Gaahl. 'Birna', che in norreno significa "orsa", rivela un concept nel suo titolo, ossia il ciclo di vita dell'orsa, la sua morte e rinascita. Il disco, forte di una produzione a dir poco spettacolare che enfatizza ogni singolo strumento, include dieci tracce che vedono intrecciarsi elementi folk, ambient e ritual music, per un'esperienza sciamanica, evocativa, spirituale, capace forse alla fine di riconnetterci alla natura, sin da quel battito di cuore che apre "Hertan", un pezzo solenne, che stabilisce sin da subito che cosa attendersi dall'ascolto dei 66 minuti di musica che costituiscono questo lavoro monumentale. Un disco che vede un massiccio utilizzo di strumenti tradizionali, come la talharpa, il flauto, la lira, il corno di capra e l’arpa a bocca, combinati poi con suoni della natura, atmosfere ipnotiche e meditative ("Birna"), suggestioni ritualistiche che a occhi chiusi, inducono immagini che ci riportano a uno stato di primordialità e al contempo di sacralità ultraterrena. Suoni di ruscelli aprono "Ljos Til Jord", accompagnati poi da eteree voci femminili che accompagnano quella di Einar Selvik, su di un tappeto ritmico tribale. "Dvaledraumar" ha la pretesa di durare oltre 15 minuti, con un tema ambient per la maggior parte del suo tempo, il che, devo ammettere, alla fine stufa un pochino. Trovo infatti che i Wardruna siano più intriganti nei brani più brevi, caldi ("Hibjørnen"), o comunque formati da una struttura canzone più consolidata ("Skuggehesten"). Tuttavia, 'Birna' alla fine è un signor album che segna il ritorno di una delle band in ambito ambient folk, forse più influenti al mondo. (Francesco Scarci)

(Columbia Records - 2025)
Voto: 77

https://www.wardruna.com/

lunedì 7 luglio 2025

Aeba - Rebellion – Edens Asche

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Symph Black
Tedeschi e prodotti dalla Last Episode, non potevano far altro che black sinfonico. 'Rebellion – Eden Asche' è stato il secondo full length per gli AEBA che realizzarono nel 2001 un mattone di sessantasei e passa minuti di metal tendenzialmente aggressivo e discretamente suonato. Va subito segnalato l’utilizzo di una drum machine, benché le ritmiche siano assimilabili a quanto potrebbe fare un batterista in carne e ossa. I tempi sono in genere sostenuti ma non raggiungono mai velocità stratosferiche. A essi vorrebbero far da contraltare gli intermezzi atmosferici realizzati grazie ad arpeggi e tastiere, ma in verità non ho mai trovato troppo emozionanti questi stacchi, così come non mi è piaciuto granché il ruolo della tastierista. Le tastiere sembrano infatti un po' tagliate fuori dal songwriting, nonostante la presenza di questo strumento non sia relegata a qualche intervento. Alcune parti maestose–trionfali fanno la loro figura, va però detto che i sessantasei minuti di questo cd sono dati anche dall’eccessivo ripetersi di certi riffs e stacchi (soprattutto quelli più azzeccati), che finiscono così per venire a noia. Per questo, le canzoni risultano decisamente prolisse e meno varie di quanto la loro durata potrebbe far pensare o sperare (provare per credere: ascoltatevi la sesta traccia!). Nulla di eclatante le chitarre: potrebbero intrecciare meglio le rispettive linee, ma suonano invece spesso identiche. Le parti vocali, che si dividono i due chitarristi, non sono niente male, e le urla acute e ruvide o più roche nei momenti recitati, sembrano ben adattarsi alla musica. Senza aver mai avuto la pretesa di essere una new sensation o scopiazzare palesemente, questi AEBA cercavano in definitiva, di suonare symphonic black metal in maniera personale. Questo non sempre è riuscito, ma gli sforzi sono stati apprezzati. Una critica oggettiva va fatta anche alla produzione: nonostante gli strumenti si sentano singolarmente bene, manca quel tocco che renda coeso l’insieme e doni maggior compattezza, e quindi anche aggressività e potenza, al sound dei quattro teutonici. Chi ama parecchio il genere dovrebbe apprezzare; quanto agli altri, vi sfido ad arrivare fino in fondo.

(Last Episode - 2001)
Voto: 65

https://www.metal-archives.com/bands/Aeba/