mercoledì 21 ottobre 2026

Sacreligious - Brutality Incarnated

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Certi dischi nascono con il solo scopo di riempire le scaffalature dei collezionisti più compulsivi, e 'Brutality Incarnated', debutto sulla lunga distanza dei svedesi Sacreligious, sembra appartenere a pieno titolo a questa categoria. L'album si presenta come il classico minestrone riscaldato di death metal, thrash, black e hardcore, assemblato saccheggiando, senza troppi complimenti, il repertorio di icone come Slayer, Malevolent Creation e Bolt Thrower. La produzione sceglie la via di una patina volutamente sgranata e finto-organica, affogando il suono in distorsioni monolitiche, in cui chitarre sature, un basso profondo e una batteria che si limita a fare il compitino tra blast-beat scolastici e breakdown quadrati, fanno da passerella al solito, stancante growl abrasivo e gutturale. La perizia tecnica dei musicisti non si discute e le esecuzioni sono formalmente impeccabili, ma dietro questo sfoggio di muscoli si nasconde un deserto cosmico di idee. L'ascolto parte con i soliti clichè in "Thy End", traccia che sciorina plettrate veloci e ritmiche serrate viste e riviste un milione di volte, spianando la strada alle cadenze di "Vile", ennesimo polpettone basato su stop-and-go e tensioni dissonanti del tutto prive di mordente. La title track prova a fare la voce grossa flirtando con dinamiche thrash/death pensate a tavolino per scatenare il moshpit, ma il risultato finale ha il sapore di un pilota automatico inserito a inizio sessione. Con "Occasion for War" la band continua a sciorinare la solita minestra di riff marziali e battute serrate, seguita dai 120 secondi di "Hellscape", una scoppiettante ma del tutto irrilevante scarica hardcore/grind che vorrebbe sembrare nevrotica e finisce solo per risultare fine a se stessa. Potrei continuare ma sarebbe una valutazione pesantemente penalizzante per la compagine scandinava. Alla fine ci troviamo di fronte all'ennesimo prodotto da catena di montaggio che si limita a eseguire con precisione chirurgica la lezione dei padri fondatori, un ascolto riservato esclusivamente a chi accontenta la propria sete di metallo con la sola perizia esecutiva, lasciando che l'originalità resti un concetto del tutto sconosciuto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

martedì 20 ottobre 2026

Psychotic Outsider - Armageddon

#PER CHI AMA: Groove Death/Hardcore
Quando gli Psychotic Outsider decidono di allineare i pianeti tra Irlanda e Polonia per dare alla luce 'Armageddon', non lo fanno per sottigliezze o sfumature: l'obiettivo è piallare tutto con una palla di demolizione sonora che impasta groove metal di peso massimo, sventrate death e la carnalità sfrontata dell'hardcore. L'ombra imponente di giganti quali Machine Head, Decapitated e Lamb of God aleggia evidente su un missaggio tirato a lucido che trasforma le chitarre di Piotr Michalik in lame da macelleria, mentre la campata di basso di Wiktor Klukowski e le martellate sismiche di Krystian "Kruszon" Mistarz mettono la moquette a una gabbia d'acciaio su cui il growl animalesco del frontman Darragh Jennings scarica rabbia pura. La partenza è affidata all'oppressiva "The End is Nigh", traccia che impone subito un'atmosfera claustrofobica tra riff serrati, un cantato viscerale e una coda al limite del doom che implora a gran voce un bel solo chitarristico a spaccare la tensione. La successiva "Crushed by a Black Horse" inserisce la marcia alta con groove sismici e break continui, confermandosi un macigno granitico dove, lo ribadisco a costo di sembrare pedante, l'innesto di una linea solista avrebbe spezzato la monotonia ritmica di fondo. Se "Vilify The Weak" tira dritta per la sua strada ostentando il muscolo più becero e hardcore della band, il singolo apripista "Welcome Oblivion" alza il coefficiente drammatico virando su un riffing death mid-tempo imbrattato di pece sludge. La furia s'inasprisce ulteriormente tra i cambi di tempo chirurgici di "Death by a Thousand Cuts" e l'introduzione a battito cardiaco di "White Phosphorous", brano sorretto da un basso stritolante e da ritmiche al limite del soffocamento. Il nodo cruciale del disco emerge però con chiarezza e si trascina inesorabile fino alla conclusiva title-track: una monoliticità di fondo granitica e quasi cieca. Gli Psychotic Outsider picchiano come fabbri ferrai e scatenano ritmiche spezzacollo senza concedere un secondo di respiro, ma la totale assenza di dinamica, combinata all'ostinato rifiuto di piazzare qualche assolo illuminante nei punti giusti, finisce per appiattire una proposta che alla lunga rischia di girare a vuoto. 'Armageddon' resta comunque un massacro consigliatissimo ai cultori di Bolt Thrower e sonorità prive di fronzoli, ideale per chiunque chieda al metallo estremo solo impatto sordo, groove monolitico e pura catarsi muscolare. (Francesco Scarci)

(Via Nocturna - 2026)
Voto: 64

lunedì 19 ottobre 2026

Les Bâtards Du Roi – Ici Meurt Ma Joie

#PER CHI AMA: Medieval Black
Con il loro nuovo EP intitolato 'Ici Meurt Ma Joie', i transalpini Les Bâtards du Roi affiliano le lame per consegnarci un epico assalto di black metal melodico, venato di oscure suggestioni medievali, che richiamano la solennità tragica di connazionali quali Véhémence o Darkenhöld. La produzione curata da Ben Lesous bilancia, ad arte, la nitidezza moderna con la sporcizia viscerale: la batteria di Daemonicus pesta con blast-beat chirurgici ed echi dinamici, mentre le chitarre tessono intrecci affilati sorretti dal basso pulsante di Barron, bilanciando le urla laceranti di Regicide e il canto pulito solenne di Æni. L'immaginario lirico del disco declina un tragico nichilismo storico e cavalleresco, permeato dal declino e dalla perdita di speranza tipicamente medievale. Il brano d'apertura, nonchè title-track, apre le danze imponendo fin da subito un ritmo serrato guidato da riff affilati come baionette e screaming vocals, capace di evocare visioni di battaglie insanguinate e desolazione senza alcuna via di fuga. Nella successiva "Et la Nuit s'Êternise", il gruppo arricchisce la propria tavolozza sonora grazie alla guest star Agathe "Diffamie" Boulanger (Galibot) al microfono, integrando cosi atmosfere più malinconiche e teatrali che si sposano perfettamente con la struttura mutevole delle chitarre. A chiudere l'EP troviamo poi "Où Pourri la Lumière", un episodio più cupo, in cui la sezione ritmica va accelerando implacabilmente, intrecciando tremolo picking serrati a linee vocali abrasive (ad altre più epiche) che suggellano il completamento della discesa nelle tenebre. L'uscita dimostra una buona maturità compositiva e una precisione esecutiva priva di sbavature, peccato solo una durata esigua che si assesta a poco più di 13 minuti, per un packaging peraltro molto elegante. Un ascolto imprescindibile per chiunque nutra il proprio spirito con le sonorità intransigenti del metal nero francese di stampo epico-medievale. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

domenica 18 ottobre 2026

Gormoth - Leaves and Antlers

#PER CHI AMA: Black/Ambient
Tra le nebbie fin troppo fitte e stantie di una foresta che invece di incantare finisce per sonnecchiare, 'Leaves and Antlers' si rivela l'ennesimo ed estenuante capitolo solitario firmato Gormoth. Dietro il progetto si cela il prolificissimo Adam, polistrumentista magiaro dal catalogo sconfinato ma spesso troppo privo di sfoltimento, che qui tenta di vestire i panni del cantastorie per portarci il suo ambient black metal al limite della contemplazione fiabesca. Guardando con troppa devozione al canovaccio già stritolato da realtà come Lustre, Eldamar e Saor, il disco soffre prima di tutto di una produzione dilettantesca e impastata: chitarre zanzarose annegate in un riverbero quasi fastidioso si fondono con arpeggi banali e tastierine dal sapore casalingo, mentre lo screaming, confinato nei bassifondi del mix, sembra più il lamento sommesso di chi si è smarrito in cantina che un rantolo disperato di reale trasporto emotivo. L'infinito soporifero ha inizio con "Sorrowful Autumn Trees", traccia che vorrebbe evocare la caduta delle foglie ma che si adagia subito su arpeggi telefonati e synth vetrosi che ripetono lo stesso identico ciclo fino allo sfinimento. La successiva "Fallen Leaves Cover the Antlers" prova ad alzare i ritmi, rispolverando un tremolo picking impolverato e una batteria ovattata da una drum machine economica, ma la struttura resta drammaticamente piatta e priva di mordente, rendendo le grida dello screaming solo un sottofondo stancante. L'apice dell'estenuante stasi arriva con "My Miraculous Winter Stag", pezzo che rallenta ulteriormente le battute, affidandosi a tastiere sognanti che vorrebbero dipingere paesaggi glaciali e incantati, ma che finiscono soltanto per restituirci un pezzo privo di qualsiasi mordente. Il supplizio si chiude infine con la lunghissima "October Landscape", ipnotico si fa per dire tramonto sonoro, dove le distorsioni sfumano nel nulla tra campionamenti d'ambiente riciclati e una contemplazione che sa soltanto di pigrizia compositiva. 'Leaves and Antlers' è la classica operina casalinga, che si dimentica un secondo dopo essere arrivati in fondo. Per chi cerca davvero atmosfere fiabesche, avvolgenti e profonde, il consiglio è di virare altrove e lasciare questo disco a prendere polvere nella ridondante discografia del suo creatore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

sabato 17 ottobre 2026

Hollow Bone – Onar

#PER CHI AMA: Psichedelia/Post Metal
Prosegue l'incessante esplorazione del sottosuolo da parte della nostrana Argonauta Records, discesa negli abissi più reconditi per portarci alla luce il secondo e inquietante manoscritto sonoro dei milanesi Hollow Bone. Il nome stesso della congrega evoca le formule rituali di Frank Fools Crow, celebre sciamano dei Lakota Sioux Teton, legato al mito dello "spazio vuoto" atto ad accogliere entità non umane. Intitolata 'Onar', dalla tremenda parola greca ὄναρ, l'illusione del sogno, quest'opera sprofonda nelle geometrie non euclidee di un sound sperimentale, dove le allucinazioni primordiali di Neurosis, Cult of Luna e Isis collidono con pulsioni psichedeliche ed echi ambient alieni. La registrazione, impressa in presa diretta con angosciosa nitidezza, cattura chitarre ritorte e dilatate, un basso che vibra dalle voragini della terra e ritmi ritualistici. L'allucinazione prende forma con "Amigdala", dove trame chitarristiche avvolgenti e crescendo abissali aprono la mente a paesaggi ciclopici e sognanti, spalancando i cancelli del sonno profondo. La successiva "Innocence" insinua una dinamica ipnotica che oscilla tra pause innaturalmente estese e improvvise deflagrazioni di distorsione cosmica, spianando la strada al collasso mentale simulato nella più compassata "Meltdown", traccia sferzata da frequenze sintetiche opprimenti e riff monolitici che sembrano sgretolare gli ultimi residui di sanità mentale. Con "Oceti", la band risveglia antichi spiriti tribali attraverso un basso pulsante e synth sacrileghi che evocano cerimoniali dimenticati, il tutto spruzzato di venature jazzy, mentre "Presence of Eagles" si erge verso vette di pura intensità catartica, spingendo le strutture post-metal al limite della trascendenza. Il tempo perde ogni significato lineare nelle spire di "Shasta", dove le atmosfere si fanno impalpabili e gelide, immobili come le cime delle montagne e quella che credo essere una voce femminile in sottofondo, funge in realtà da puro strumento di evocazione esoterica, in un rituale lisergico. In chiusura, la meditabonda "Wounded Knee" suggella il rito finale, attraverso arpeggi di introspezione abissale e chitarre dall'epicità funesta. 'Onar' non è un decisamente quello che definirei un semplice ascolto, ma è un grimorio sonoro destinato a chi osa avventurarsi in sonorità esperimentali, atmosferiche e soffocanti. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 70

giovedì 15 ottobre 2026

Methane - Demolate

#PER CHI AMA: Thrash/Crossover
I nerboruti svedesi Methane scaricano sulle nostre teste 'Demolate', terzo assalto a 33 giri che puzza di sudore, birra stantia e quel feroce crossover anni Novanta proposto dai vari Pantera, Sacred Reich, Machine Head e Pro-Pain. La resa sonora è volutamente grezza e priva di fronzoli digitali: il basso sporco del cantante pesta sui timpani assieme alle chitarre sature e chiodate della coppia d'asce, mentre la batteria spinge a tavoletta sotto un cantato sguaiato e incazzato di pura estrazione hardcore. L'incursione si apre con le mazzate di "360° of Destruction", traccia che ci investe a colpi di riff affilati e cadenze serrate pronte a mietere vittime nel moshpit. "Alcoholocaust" non concede tregua, stritolando i padiglioni con un groove d'acciaio e strappi selvaggi ideati per radere al suolo le prime file sotto al palco. L'inizio ingannevole di "Research Chemicals" puzza di paranoia prima di esplodere in una corsa pazza e allucinata, spianando la strada all'impatto frontale della title track, un concentrato di pura adrenalina thrash metal dal gancio immediato. I quattro secondi dell'incursione "Karen" sono un vaffanculo al vetriolo che prepara il terreno per l'ossessiva "Get in the Coffin", macigno sorretto da ritmiche spietate e chitarre pesantissime. Con "King of Fallout" si torna a pestare i piedi su ritmi quadrati e cori sguaiati da urlare a squarciagola dal vivo, prima che l'orgia si chiuda con la bestemmia punk-thrash di "I Fuck for Beer", inno becero, dissacrante e privo di qualsivoglia velleità intellettuale. Tirando le somme: zero novità sul fronte occidentale, ma 'Demolate' è una scarica di violenza d'altri tempi consigliata a chiunque goda ancora col metallo rovente. (Francesco Scarci)

(Fireflash Records - 2026)
Voto: 64

mercoledì 14 ottobre 2026

Brymir – What We Leave Behind

#PER CHI AMA: Melo Death
Ascoltate il canto del nord, ascoltate il ruggito che sale dalla terra dei mille laghi! Giunti al quinto sigillo della loro saga, gli eroici Brymir brandiscono 'What We Leave Behind', maestoso seguito dell'antico 'Voices in the Sky', forgiando nell'acciaio un melo death dalle tinte sinfoniche che profuma delle mitiche gesta di Wintersun, Ensiferum e dei leggendari Children of Bodom. Dai magici magli di Joona Björkroth scaturiscono riff acuti e taglienti come lame di ghiaccio, mentre il basso di Jarkko Niemi scuote le fondamenta del Sampo e la batteria martellante di Patrik Fält scatena la tempesta. Sopra questo oceano d'orchestre e tuoni, s'erge il growling feroce di Viktor Gullichsen, a cantare del destino degli uomini, del tempo che tutto divora, di guerre e di un domani cupo che attende la stirpe mortale. Il viaggio di sangue e magia ha inizio con "Slaying Star (Intro)", solenne incantesimo d'archi che spalanca le porte del cielo, prima che una arrembante ritmica travolga ogni cosa con "Sleipnir", cavalcata furiosa tra chitarre veloci e cori che invocano gli antichi Dei. La bufera infuria in "Tempestbound" (song per cui è stato anche estratto un video), dove battiti di martello e splendide melodie di chitarra mostrano la saggezza dei bardi scandinavi, spianando la strada alla title track, un turbine synth/sinfonico, in cui la rabbia del cantato si fonde ad un inseguimento di assoli d'incanto e di fuoco, mentre le vocals si sdoppiano tra il pulito dei cori e il graffiato del frontman. Si sprofonda poi nell'abisso con "True Darkness", dove oscure ombre di matrice black (con annessi ammiccamenti ai Dimmu Borgir) e ritmiche di granito avvolgono l'ascoltatore, fino a quando il breve respiro etereo e strumentale di "Moment of Silence", dona una tregua di pura poesia prima dell'ennesima battaglia. L'inno dei guerrieri risuona presto infatti in "Buried Legion", pezzo di pura tempesta, sorretto da riff quadrati e grida viscerali, mentre un altro breve preludio, "Thy Self the Highest Love", prepara l'anima all'ultimo grande scontro. Qui si erge "The Roaring King", un mid-tempo di suoni e cori epici che ruggisce tra spazi orchestrali, seguito dagli oltre sette minuti di "Broken Dawn", una summa di lacrime, tecnica e passione, dove la musica dei nostri s'innalza verso le stelle, spaziando tra melodici strali di chitarra, blast-beat, ritmi più compassati, assoli spettacolari e un cantato sempre evocativo. E quando la tensione sembra esser terminata e l'eroe aver posato la spada, ecco lo sfacciato incantesimo: "How Much Is the Fish?", folle rissa in metallo che stravolge la vecchia danza techno dei teutonici Scooter tra le risate dei bardi attorno al fuoco. 'What We Leave Behind' si consacra come un dono prezioso per chiunque brami il death melodico più arrembante e le grandi sinfonie del Nord. (Francesco Scarci)

(Napalm Records - 2026)
Voto: 78

martedì 13 ottobre 2026

Dawn of Demise - Feed My Absurdity

#PER CHI AMA: Brutal Death
Ci sono band che passano una carriera intera a inseguire l'avanguardia e altre che, semplicemente, preferiscono barricarsi nel proprio bunker di certezza scolpita nel granito: i danesi Dawn of Demise appartengono senza dubbio a questa seconda categoria, e 'Feed My Absurdity' ne è la riprova più granitica e testarda. La ricetta dei nostri non cambia di un millimetro, radicata com'è nella solita venerazione per la lezione dei soliti pesi massimi, Suffocation, Dying Fetus, Severe Torture e qualche puzza di zolfo in stile Morbid Angel, il tutto valorizzato da una produzione tirata a lucido, chirurgica e spessa come un muro di mattoni. Le chitarre sono rasoi sintonizzati su frequenze bassissime, la batteria picchia con una precisione quasi clinica e il cantato sfoggia quel cavernoso, viscerale growl d'ordinanza che sviscera l'infinita assurdità del degrado umano. La maestria esecutiva dei quattro è indubbia, e la riprova sta in un lavoro chitarristico tirato a lucido: gli assoli sciorinati lungo la scaletta sono autentiche perle di tecnica e gusto brutal, veri lampi di classe che emergono da un mare di metallo incandescente. L'apertura, affidata alla title track, mette subito in chiaro le cose a colpi di riff quadrati e controllo ritmico totale, spianando la strada alle accelerazioni a base di blast-beat di "Ominous". Il motore continua a girare a pieni d'olio con il sound monolitico di "The Essence of Extirpation" e il plettraggio ossessivo di "Reviving Demise", per poi piazzare il gancio con gli stop-and-go cupi e cadenzati di "The Immoral". La seconda metà del disco non sposta di una virgola l'inerzia del massacro. Intendiamoci bene, da navigato macellaio del genere non posso che alzare il cappello di fronte a una prova strumentale così impeccabile e a soli di chitarra di questo livello. Tuttavia, una volta spenti gli amplificatori, la sensazione di dejà-vu è semplicemente soffocante: in fatto di personalità e idee nuove qui dentro c'è il deserto assoluto. Alla fine, 'Feed My Absurdity' è un disco brutale, suonato con una perizia tecnica invidiabile se cercate la solita scossa d'adrenalina, ma se da un album pretendete anche solo un minimo briciolo d'originalità, vi conviene bussare a un altro portone. (Francesco Scarci)

(Unique Leader Records - 2026)
Voto: 62

lunedì 12 ottobre 2026

Miss May I – No Place for Me

#PER CHI AMA: Metalcore
Arrivare al nono disco mantenendo la stessa identica ricetta dei primi anni duemila è un'impresa che richiede una dose incrollabile di mestiere e una sfacciata faccia di bronzo: con 'No Place for Me', gli storici metalcorer dell'Ohio, Miss May I, si ripresentano come una macchina da guerra sonora tirata a lucido, pompata a dismisura e sintonizzata sulle frequenze nostalgiche di As I Lay Dying, Killswitch Engage e Memphis May Fire. La formula è quella solita, scolpita nella pietra da vent'anni: il basso di Ryan Neff e la batteria al silicone di Jerod Boyd erigono un muro d'aria su cui si scontrano lo screaming furioso di Levi Benton e i soliti, immancabili ritornelli in voce pulita alati e melodici, mentre le liriche scavano nel solito calderone fatto di ansia, alienazione e crolli emotivi. A livello di brani non ci troviamo di certo di fronte all'invenzione dell'acqua calda, ma la dose di groove che la band riesce a sprigionare dalle casse è indiscutibile. L'apertura affidata a "Sanctuary" tira subito fuori i canini con riff serrati e un breakdown spacca-ossa che va ad incastrarsi in un refrain corale pensato appositamente per far cantare i festival, spianando la strada alla furia cieca di "Portrait of Pain", una mazzata guidata da chitarre affilate come rasoi e rullate a rotta di collo. Le cose si fanno un filo più dinamiche quando "Hand Me a Halo" sceglie di flirtare con ammiccamenti nu-metal e pulsioni industriali ricche di un groove gommoso e trascinante, per poi cedere il passo alla tensione drammatica e carica di pathos di "Pray for Silence". La band torna a premere sul pedale dell'acceleratore con "Death Threat", pezzo che scatena riff sferzanti e un basso pulsante che profumano di Gothenburg-sound alla At The Gates e primissimi In Flames, mentre "Die on the Vine" gioca sul classico contrasto tra la violenza bruta delle strofe e un gancio melodico da mandare a memoria al primo ascolto. Il disco scivola via su un'altra dose di brani energici e ruffiani, non spostando di un millimetro i confini del genere, e credo non pretenda di farlo. Sicuramente è sorretto da una bella dose di energia, da una carica e da un groove così ben confezionati che è impossibile non muovere la testa a tempo. Un acquisto divertente per i fan sfegatati del gruppo e per i nostalgici del metalcore dorato dei primi Duemila; tutti gli altri possono tranquillamente tirare dritto e andarsi a riascoltare i classici dell'epoca. (Francesco Scarci)

(Solid State Records)
Voto: 68

domenica 11 ottobre 2026

Tungsten – Ashes

#PER CHI AMA: Power/Industrial/Hard Rock
Quando al timone c'è un veterano del calibro di Anders Johansson, uno che ha pestato le pelli per Yngwie Malmsteen e HammerFall, sai già che non si scherza in fatto di mestiere, ma con 'Ashes' i suoi Tungsten confermano che la voglia di divertirsi senza troppe pippe mentali è ancora al massimo storico. Arrivati al traguardo del quinto disco, gli svedesi perfezionano quella loro ricetta sfacciata che mescola power metal di chiarissima marca scandinava, tamarrate sintetiche da discoteca e riff ribassati che sembrano usciti da un generatore automatizzato di hit. Il sound è tirato a lucido da una produzione specchiata, chirurgica, dove chitarre affilate e batterie sbozzate al millimetro fanno da binario a un tappeto di tastiere invade-pista e all'estensione teatrale del cantante Mike Andersson, intento a declamare storie di folklore nordico, apocalissi imminenti e resurrezioni personali. Il luna park parte subito forte con "Joker", pezzo che spara in faccia riff granitici accoppiati a tastierine talmente giocose da risultare irresistibili, spalancando le porte a un ritornello che s'appiccica al cervello al primo ascolto. Se "Bite My Tongue" alza i giri del motore tra basi synth da rave e duetti vocali aggressivi, la vera sorpresa la piazza "Fuego Del Sol", che va a pescare imprevedibili aromi mediorientali raccordati a una sezione ritmica rocciosa e a un coro arioso da cantare a squarciagola. Il pop-metal di "Supernova" prepara il terreno alla geniale "Happy", brano che gioca tutto su uno stridente e sinistro contrasto tra un'atmosfera apparentemente scanzonata e una pesantezza marziale scandita da assoli che finiscono dritti sul pezzo. La band cambia di nuovo abito con le venature oscure e industrialoidi di "Ted The Exorcist", dimostrando che sotto le luci al neon c'è anche della sostanza, per poi piazzare il pezzo da novanta in "The North Will Rise": qui entra in scena Tony Kakko dei Sonata Arctica per un'esplosione di power sinfonico velocissimo e pomposo che farà impazzire i puristi del genere. Verso il finale ci pensa l'epicità folk-metal di "For Thee" a scaldare gli animi prima che la conclusiva "The Forge" cali il sipario incrociando riff profondi, echi industriali e spruzzi d'orchestra che accompagnano l'ascoltatore verso la fine della corsa. 'Ashes' non è un disco che vuole reinventare la ruota o prendersi troppo sul serio, ed è proprio questo il suo più grande punto di forza: un lavoro brillante, elettrizzante e zeppo di ganci melodici indirizzato a chiunque adori la caciara moderna di Battle Beast, Beast in Black e Amaranthe, senza avere paura di ammetterlo. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 72

venerdì 9 ottobre 2026

Noctule - Extinguish Thy Flame

#PER CHI AMA: Black/Death
Serena Cherry ha una passione sfrenata per i videogiochi, e chiunque abbia consumato le proprie notti nell'Interregno, sa bene quanto l'universo di Elden Ring si presti a diventare materia sonora per il metallo più magniloquente. Con 'Extinguish Thy Flame', secondo capitolo firmato Noctule, la poliedrica mente degli Svalbard, firma un lavoro che straripa di entusiasmo, passione ed energia pura, prendendo a schiaffi qualsiasi puzza sotto al naso dei puristi del black metal. Qui dentro, la matrice svedese e britannica del black melodico s'intrecciano con l'impatto trascinante del melo death e certi ganci sfacciatissimi quasi power/heavy, tirando in ballo i fantasmi di Winterfylleth, Enslaved e persino spunti sfrontati alla Trivium. La produzione è moderna, potente e tirata a lucido, perfetta per far risaltare il lavoro continuo delle sei corde, le rullate di una batteria sempre dinamica e soprattutto la prova vocale della Cherry, impegnata a sputare l'anima al microfono con quel suo screaming catartico ed espressivo che non molla un millimetro. L'introduzione malinconica di "Welcome to Limgrave" dura giusto il tempo di un respiro, prima di spalancare le porte del massacro melodico, spianando la strada alla furia cieca e trascinante di "Devour the Gods", un pezzo che stampa subito in faccia il modus operandi del disco a colpi di riff affilatissimi. Con "Lord of Blood" salgono in cattedra le frequenze basse e continui salti di tempo, lasciando poi che la complessa e maestosa architettura di "Grafted" stenda un velo di orchestrale epicità drammatica grazie ad armonizzazioni di chitarra davvero ispirate. Con "Goddess of Rot" la vocalist britannica preferisce tirare il freno a mano con un brano melodico e compassato che strizza l'occhiolino agli Alcest, mentre la successiva "Lament of the Omen King" opta per affondare il colpo con la rabbia del post-black. La mazzata frontale prosegue con la furiosa ma epica "Become My Blade Once More". Verso il finale, c'è ancora tempo per le dense melodie di "Age of the Stars" che stende muri di suono carichi di pathos, prima che la conclusiva "Hallowhorn Grounds" metta il punto esclamativo su un'opera che con le sue progressioni d'impatto viaggi dritta al punto, regalando un lavoro fresco, potente e dannatamente ispirato che farà la felicità di chiunque cerchi nel metallo estremo melodia, impatto e puro intrattenimento senza fisime concettuali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

Namu - Wretched Spawns of Iniquitous Orders

#PER CHI AMA: Progressive Black/Melo Death
Illuminato da una visione cosmica tanto ambiziosa quanto concretamente a fuoco, 'Wretched Spawns of Iniquitous Orders' segna il debutto fulminante di Namu, progetto solista di base a Londra che, fin da subito, chiarisce di non voler fare da semplice spettatore nell'underground estremo. La creatura guidata dal poliedrico Toby Truman si muove in un'orbita affascinante, dove il progressive black s'intreccia al death melodico, il tutto condito da break atmosferici di pura matrice cosmica, richiamando, alla lontana, la maestosità di Enslaved e Borknagar o le allucinazioni spaziali di Mare Cognitum ed Oranssi Pazuzu, senza tuttavia mai scivolare nella sterile riproposizione. A sorreggere il tutto interviene una produzione ampia, nitida e soprattutto tridimensionale, perfetta nell'esaltare l'impatto dei classici blast-beat e dei tremolo picking, tanto quanto la delicatezza degli arpeggi acustici e le pulsioni di synth retro-futuristici che emergono con forza nei passaggi più alienanti. L'assalto parte con la cinematica e feroce "Catharsis in Stasis", una traccia che posiziona immediatamente l'ascoltatore in un vortice mentale di riff spietati, ma comunque melodici e in cui lo screaming del frontman graffia come una tigre in gabbia. Il tutto spiana la strada alla severa "Edict of Absolution" e alle vertigini più progressive di "Ineffable Constructs". Tra i pezzi migliori del lotto brilla "A Fold’s Gather", davvero un buon esempio dove far convivere una ritmica monolitica, momenti acustici e un groove di melo death di grande efficacia, seguita dalle gelide frequenze sintetiche e dagli ispirati strali di chitarra di "The Fibre Prismatic" (il mio pezzo preferito), a cui seguirà la furia sferzante di "Aberration of Light", impreziosita da assoli tecnici di eccellente fattura. La chiusura è affidata a "Triptych", una suite carica di stratificazioni vocali (quella pulita in stile Novembre) e spazi ritmici che per certi versi mi hanno evocato i Tesseract della prima ora, che vanno crescendo in un climax solenne, evocando l'ineluttabilità dell'invasione cosmica con una potenza visiva impressionante. Insomma, per quanto mi riguarda, questo debutto è un'opera che non cerca l'ortodossia ma regala una discesa affascinante e nitida nella paura dell'infinito, lasciando intravedere margini di crescita futuri che potrebbero portare il progetto verso vette ancora più inaccessibili. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

giovedì 8 ottobre 2026

Xasthur – Open to Misinterpretation

#PER CHI AMA: Neofolk
Non sono mai stato un devoto degli Xasthur. Posso riconoscere alla creatura di Scott Conner dei meriti, ma in tutta franchezza continuano a non fare per me, nemmeno in questa nuova parabola evolutiva, intitolata 'Open to Misinterpretation', uscita negli ultimi giorni. L'opera si muove in un territorio freddo e desolato dove l'inconfondibile marchio di fabbrica del neofolk acustico s'intreccia a echi molto sommersi di depressive black e a atmosfere lo-fi stridenti, sorretto peraltro da una produzione volutamente spoglia, grezza ed essenziale che mette a nudo l'ossatura chitarristica. L'apertura affidata ai rintocchi stanchi di "Running from Silence" fissa subito le coordinate del disagio con arpeggi acustici dissonanti che trasudano una claustrofobia soffocante, mentre la successiva "Put You Out of Your Misery" allunga il passo su ritmiche ipnotiche, lasciando che il doloroso intreccio delle sei corde racconti una storia di miseria interiore senza via di fuga. Con "Mantras of Delusion" l'ossessione chitarristica del musicista californiano ribadisce il consueto malessere, anche se a questo punto del percorso la prevedibilità del modulo finisce per generare più noia che reale inquietudine. La dolente "Impersonating the Impostors" insiste su un incedere lento e tormentato, in cui ogni stacco acustico vorrebbe amplificare il dramma, ma il susseguirsi di queste note scarne e monocromatiche, finisce solo per conciliare un inevitabile sbadiglio, che mi porta direttamente alla traccia conclusiva, "Death Can Heal", elegia solenne che accompagna l'ascoltatore verso una liberatoria sensazione di gelo finale. 'Open to Misinterpretation' resta un ascolto consigliato esclusivamente ai fedelissimi della band e ai cultori del neofolk più ostico, minimale e disperato, disposti a perdersi per l'ennesima volta nell'abisso di un animo che continua a ripetere ossessivamente il proprio lamento senza mai trovare pace. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 63

Aborym - Metachaos

#PER CHI AMA: Industrial Black
Ho smesso di ascoltarea gli Aborym nel 2017, quando il firmware guasto di 'Shifting.Negative' e la successiva catena di errori di sistema avevano disattivato per sempre una delle mie unità black-industrial preferite di sempre. Oggi la macchina capitolina, con questo 'Metachaos', esegue un riavvio d'emergenza inatteso e brutale, riconnettendosi direttamente ai suoi circuiti primordiali tra furia marziale, algoritmi spietati in stile Samael e l'infezione sintetica di 'Rebel Extravaganza' dei Satyricon. La calibrazione sonora guidata da Fabban e dai suoi terminali è finalmente di nuovo tagliente, gelida e chirurgicamente spietata: chitarre affilate come bisturi al laser e un basso a frequenze d'urto si fondono con sequenziatori corrosivi, mentre la batteria scarica blast-beat disumani e pulsazioni meccaniche opprimenti, scortate da tastiere industriali e da un voltaggio vocale abrasivo, alienato e mefitico. Il software lirico sviscera scenari distopici, nichilismo digitale e decomposizione psicologica, mappando il processo di disumanizzazione tecnologica con una freddezza cinematografica ed esoterica. L'hardware del disco si attiva con l'infezione ad alto voltaggio di "Red Latex Baphomet", traccia che scarica un vortice di metallo congelato e ritmi implacabili, erigendo un muro di suono cibernetico e disturbante sorretto da tastiere ipnotiche e tremolo picking sintetizzato. La title track pulsa come un motore a combustione chimica con un groove assassino, iniettando frequenze acide e melmose tra le crepe di un rigido telaio di chitarre distorte e ritmiche marziali. Con "Enshrined In Putrefaction", l'architettura black più intransigente collide direttamente con manipolazioni sintetiche malsane, scatenando una sovraccarica di furia primordiale fin dai primi nanosecondi. La successiva "The Afterlife" abassa la frequenza dei clock interni per plasmare un'atmosfera claustrofobica e decadente, dimostrando una maturità esecutiva capace di calibrare perfettamente i vuoti d'aria e le lame di luce al neon. "Creatures of the Night" riprogramma scenari orrorifici e alienanti attraverso una sezione ritmica quadrata e implacabile, mentre la violenza strutturata di "Satiate With My Sperm" alza la tensione al limite del cortocircuito. Il sistema deraglia calcolatamente con le strutture irregolari e i cambi di frequenza di "The Crescendo of Demise" (la mia traccia preferita, forse per un utilizzo vocale tra clean e scream), dove il distorsore incrocia inserti industriali dissonanti prima che "Altar of the Lacerated" porti il parossismo esecutivo, di scuola Morbid Angel, al punto di fusione tra assoli d'acciaio, groove distorti e una chiusura monolitica di rara intensità. L'autodiagnosi si conclude con la rielaborazione cibernetica di "Voci Notturne" di Ugo Laurenti, un tributo che sigilla l'opera come un codice sorgente maledetto. 'Metachaos' è un aggiornamento obbligatorio per chiunque pretenda l'estremo senza filtri biologici: quando la macchina incontra il nichilismo puro, il metallo trasuda sangue sintetico. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 78

martedì 6 ottobre 2026

Melting - A Pathetic Excuse For A Life

#PER CHI AMA: Deathcore/Hardcore
Rabbia cieca, chitarre ribassate al limite del collasso strutturale e quattordici minuti d'assalto frontale pensati per radere al suolo qualunque cosa gli si pari davanti. Ecco il biglietto da visita offerto da 'A Pathetic Excuse For A Life', EP di debutto degli australiani Melting che si abbatte sull'ascoltatore come la più classica delle mazzate tra i denti. Il quartetto di Melbourne inserisce a pieni polmoni il pilota automatico dell'hardcore/deathcore più cupo e moderno, attingendo a mani basse dai soliti noti come Knocked Loose, END e Mugshot. A sorreggere la baracca ci pensa una produzione granitica e chirurgica accompagnata da un basso fangoso e una batteria martellante che innalzano un muro d'aria su cui si scaglia lo screaming sguaiato del frontman, intento a sviscerare paranoie, abusi e traumi personali. L'apertura, affidata a "God Driven Fear", parte tra feedback stridenti e blast-beat furiosi, prima di sprofondare in un rallentamento downtempo soffocante, spianando la strada ai riff ideati (e ideali) per il mosh e alle sezioni due-step di "Glare". Con i suoi soli sessantasei secondi, "The Sword" racchiude un'ossessione ritmica serrata che culmina nell'urlo catartico "Don't forget your place, beneath me", mentre la successiva "Arrogant Fool" (con l'ospitata dei Blood Oath) alza il numero dei giri con un intreccio selvaggio ritmico che pone una serie di voci al vetriolo portate al limite, al centro della scena. Dopo un breve e inquietante interludio di spoken word, intitolato "...", spetta alla conclusiva title-track (che vede il featuring degli Scorching Tomb) innescare un ultimo terremoto ritmico atto a trasformare il malessere in pura violenza sonica. Se i miei esimi colleghi hanno rilasciato voti altissimi e recensioni da paura, da parte mia ritengo che, a parte un'esecuzione spietata, indiscutibilmente energizzante e foriera di grande violenza, con il resto, i Melting non inventano assolutamente nulla che non sia già stato sentito e strasentito un miliardo di volte negli ultimi anni. 'A Pathetic Excuse For A Life' è un EP sicuramente viscerale che fa esattamente quello che ci si aspetta da un disco del genere, ma che proprio per la sua totale mancanza di originalità non riesce ad andare oltre una risicatissima sufficienza in pagella. (Francesco Scarci)

(Greyscale Records - 2026)
Voto: 60

lunedì 5 ottobre 2026

Zetsu – Uomini Siate e Non Pecore Matte

#PER CHI AMA: Hardcore/Stoner
Negare che il disco di debutto dei veneti Zetsu sia un bel disco sarebbe come mentire spudoratamente; lo stesso si può dire per la preparazione di questa band, artefice di un album che, a tutti gli effetti, ha le carte in regola per fare il botto. Certo è, che a conti fatti, 'Uomini Siate e Non Pecore Matte' nasconda una serie di scheletri nell'armadio che fungono da arma a doppio taglio. I fantasmi compositivi e vocali delle band storiche che hanno forgiato la musica alternativa italiana nei decenni precedenti si mettono in fila infatti nel bussare alla porta, e la loro scomoda presenza pesa come un macigno sull'originalità dei brani, anche se questo continuo rimando, permette ai brani di essere assimilati dall'ascoltatore in maniera naturale, almeno per chi è già avvezzo a questo tipo di sound. Non basta attorcigliare poi attorno alla musica qualche riff più rude o acido dalle tinte stoner o hardcore, qualche feedback o testo più o meno pungente, che, dai Verdena al Teatro degli Orrori, passando per i Marlene Kuntz, Måneskin e quant'altro, mette in fila indiana e la cui influenza non resta inosservata o inascoltata, brano dopo brano. La band suona diretta, senza particolari devozioni a virtuosismi vari, attaccando bella potente, e transitando da un genere all'altro con qualità e dinamica. Sembra infatti di trovarsi di fronte ad un puzzle da mettere insieme per capire da quale band del passato e del presente arrivi l'ispirazione compositiva per il prossimo brano. Forse è un'interpretazione vocale che, cantando in italiano e con questo stile, purtroppo e inevitabilmente, risuona derivativa in più momenti. Bisogna dire che a loro favore gioca una buona preparazione tecnica, un buon gusto musicale, il coraggio di osare in lingua madre e una verve rumorosa che li spinge verso sonorità vicine all'hardcore, all'alternative e al post-grunge italico. Ribadisco il fatto che quello dei Zetsu è un buon disco e per un pubblico giovane, può suonare addirittura come un ottimo disco, mentre per qualche testa più grigia, rischia qualche paragone storico di troppo. Al netto di quanto detto, l'album è valido, e ben vengano band di questo calibro nel nostro panorama musicale, che credono ancora nella forza dei testi dal forte impatto politico, sociale ed esistenziale. E se un giorno si spingessero oltre, verso l'inventiva e un'effettiva originalità sonora, sarebbe tutto così estremamente adorabile. Senza dubbio un inizio con i fiocchi: d'altra parte, brani come "Pecore Matte" e "In Principio era un Cazzo" hanno tutte le carte in regola per piacere proprio a tutti. (Bob Stoner)

(ONErpm - 2026)
Voto: 70

giovedì 1 ottobre 2026

Chaos Eater – Corrupted Disease

#PER CHI AMA: Death Old School
Aumentare il volume per ascoltare 'Corrupted Disease', il debutto autoprodotto degli statunitensi Chaos Eater da Canton, equivale purtroppo a intraprendere l'ennesimo e del tutto superfluo viaggio a ritroso nel tempo, dove l'unica sensazione percepibile lungo i suoi risicati ventisette minuti è un senso di imbarazzante e desolante vuoto compositivo. Il quintetto dell'Ohio mette infatti sul piatto il classico compendio di death metal old school arricchito da spruzzate thrash e doom di chiarissima estrazione anni novanta, infagottato in una produzione senza lode né infamia che vorrebbe suonare organica ma finisce soltanto per apparire stantia e datata. L'aggravante risiede nel fatto che, a fronte di liriche e concept persino ambiziosi capaci di spaziare dai virus di Fallout dentro "FEV" fino agli attacchi al gas della prima guerra mondiale nella traccia "Corruptor", la musica sottostante si rivela un piattume sconcertante, una sequenza di cliché triti e ritriti priva della minima scintilla d'originalità. Dall'assalto fotocopia dell'apertura "Tyrant" alle lentezze di "Gravewalker", passando per l'inutile parentesi pseudo-grind di "Tainted in Filth" fino al finale ruffianamente doom di "Decayed Sanctum", il disco scivola via senza lasciare l'ombra di un riff memorabile o di un passaggio capace di catturare davvero l'attenzione, azzerando sul nascere qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo. 'Corrupted Disease' è l'ennesimo prodotto di maniera destinato ad affollare un underground già saturo, un esordio del tutto innocuo, piatto e fondamentalmente inutile che persino gli affamati di death americano più intransigente, potranno tranquillamente permettersi di ignorare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 45

Are you interested to dive into the depths of music and share your passion with the world?

The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


---------------------------------------------

Sei interessato a scrivere recensioni, e far parte dello staff del Pozzo dei Dannati?

Stiamo cercando recensori entusiasti per recensire le nuove anteprime metal