venerdì 9 ottobre 2026

Noctule - Extinguish Thy Flame

#PER CHI AMA: Black/Death
Serena Cherry ha una passione sfrenata per i videogiochi, e chiunque abbia consumato le proprie notti nell'Interregno, sa bene quanto l'universo di Elden Ring si presti a diventare materia sonora per il metallo più magniloquente. Con 'Extinguish Thy Flame', secondo capitolo firmato Noctule, la poliedrica mente degli Svalbard, firma un lavoro che straripa di entusiasmo, passione ed energia pura, prendendo a schiaffi qualsiasi puzza sotto al naso dei puristi del black metal. Qui dentro, la matrice svedese e britannica del black melodico s'intrecciano con l'impatto trascinante del melo death e certi ganci sfacciatissimi quasi power/heavy, tirando in ballo i fantasmi di Winterfylleth, Enslaved e persino spunti sfrontati alla Trivium. La produzione è moderna, potente e tirata a lucido, perfetta per far risaltare il lavoro continuo delle sei corde, le rullate di una batteria sempre dinamica e soprattutto la prova vocale della Cherry, impegnata a sputare l'anima al microfono con quel suo screaming catartico ed espressivo che non molla un millimetro. L'introduzione malinconica di "Welcome to Limgrave" dura giusto il tempo di un respiro, prima di spalancare le porte del massacro melodico, spianando la strada alla furia cieca e trascinante di "Devour the Gods", un pezzo che stampa subito in faccia il modus operandi del disco a colpi di riff affilatissimi. Con "Lord of Blood" salgono in cattedra le frequenze basse e continui salti di tempo, lasciando poi che la complessa e maestosa architettura di "Grafted" stenda un velo di orchestrale epicità drammatica grazie ad armonizzazioni di chitarra davvero ispirate. Con "Goddess of Rot" la vocalist britannica preferisce tirare il freno a mano con un brano melodico e compassato che strizza l'occhiolino agli Alcest, mentre la successiva "Lament of the Omen King" opta per affondare il colpo con la rabbia del post-black. La mazzata frontale prosegue con la furiosa ma epica "Become My Blade Once More". Verso il finale, c'è ancora tempo per le dense melodie di "Age of the Stars" che stende muri di suono carichi di pathos, prima che la conclusiva "Hallowhorn Grounds" metta il punto esclamativo su un'opera che con le sue progressioni d'impatto viaggi dritta al punto, regalando un lavoro fresco, potente e dannatamente ispirato che farà la felicità di chiunque cerchi nel metallo estremo melodia, impatto e puro intrattenimento senza fisime concettuali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

Namu - Wretched Spawns of Iniquitous Orders

#PER CHI AMA: Progressive Black/Melo Death
Illuminato da una visione cosmica tanto ambiziosa quanto concretamente a fuoco, 'Wretched Spawns of Iniquitous Orders' segna il debutto fulminante di Namu, progetto solista di base a Londra che, fin da subito, chiarisce di non voler fare da semplice spettatore nell'underground estremo. La creatura guidata dal poliedrico Toby Truman si muove in un'orbita affascinante, dove il progressive black s'intreccia al death melodico, il tutto condito da break atmosferici di pura matrice cosmica, richiamando, alla lontana, la maestosità di Enslaved e Borknagar o le allucinazioni spaziali di Mare Cognitum ed Oranssi Pazuzu, senza tuttavia mai scivolare nella sterile riproposizione. A sorreggere il tutto interviene una produzione ampia, nitida e soprattutto tridimensionale, perfetta nell'esaltare l'impatto dei classici blast-beat e dei tremolo picking, tanto quanto la delicatezza degli arpeggi acustici e le pulsioni di synth retro-futuristici che emergono con forza nei passaggi più alienanti. L'assalto parte con la cinematica e feroce "Catharsis in Stasis", una traccia che posiziona immediatamente l'ascoltatore in un vortice mentale di riff spietati, ma comunque melodici e in cui lo screaming del frontman graffia come una tigre in gabbia. Il tutto spiana la strada alla severa "Edict of Absolution" e alle vertigini più progressive di "Ineffable Constructs". Tra i pezzi migliori del lotto brilla "A Fold’s Gather", davvero un buon esempio dove far convivere una ritmica monolitica, momenti acustici e un groove di melo death di grande efficacia, seguita dalle gelide frequenze sintetiche e dagli ispirati strali di chitarra di "The Fibre Prismatic" (il mio pezzo preferito), a cui seguirà la furia sferzante di "Aberration of Light", impreziosita da assoli tecnici di eccellente fattura. La chiusura è affidata a "Triptych", una suite carica di stratificazioni vocali (quella pulita in stile Novembre) e spazi ritmici che per certi versi mi hanno evocato i Tesseract della prima ora, che vanno crescendo in un climax solenne, evocando l'ineluttabilità dell'invasione cosmica con una potenza visiva impressionante. Insomma, per quanto mi riguarda, questo debutto è un'opera che non cerca l'ortodossia ma regala una discesa affascinante e nitida nella paura dell'infinito, lasciando intravedere margini di crescita futuri che potrebbero portare il progetto verso vette ancora più inaccessibili. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

giovedì 8 ottobre 2026

Xasthur – Open to Misinterpretation

#PER CHI AMA: Neofolk
Non sono mai stato un devoto degli Xasthur. Posso riconoscere alla creatura di Scott Conner dei meriti, ma in tutta franchezza continuano a non fare per me, nemmeno in questa nuova parabola evolutiva, intitolata 'Open to Misinterpretation', uscita negli ultimi giorni. L'opera si muove in un territorio freddo e desolato dove l'inconfondibile marchio di fabbrica del neofolk acustico s'intreccia a echi molto sommersi di depressive black e a atmosfere lo-fi stridenti, sorretto peraltro da una produzione volutamente spoglia, grezza ed essenziale che mette a nudo l'ossatura chitarristica. L'apertura affidata ai rintocchi stanchi di "Running from Silence" fissa subito le coordinate del disagio con arpeggi acustici dissonanti che trasudano una claustrofobia soffocante, mentre la successiva "Put You Out of Your Misery" allunga il passo su ritmiche ipnotiche, lasciando che il doloroso intreccio delle sei corde racconti una storia di miseria interiore senza via di fuga. Con "Mantras of Delusion" l'ossessione chitarristica del musicista californiano ribadisce il consueto malessere, anche se a questo punto del percorso la prevedibilità del modulo finisce per generare più noia che reale inquietudine. La dolente "Impersonating the Impostors" insiste su un incedere lento e tormentato, in cui ogni stacco acustico vorrebbe amplificare il dramma, ma il susseguirsi di queste note scarne e monocromatiche, finisce solo per conciliare un inevitabile sbadiglio, che mi porta direttamente alla traccia conclusiva, "Death Can Heal", elegia solenne che accompagna l'ascoltatore verso una liberatoria sensazione di gelo finale. 'Open to Misinterpretation' resta un ascolto consigliato esclusivamente ai fedelissimi della band e ai cultori del neofolk più ostico, minimale e disperato, disposti a perdersi per l'ennesima volta nell'abisso di un animo che continua a ripetere ossessivamente il proprio lamento senza mai trovare pace. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 63

Aborym - Metachaos

#PER CHI AMA: Industrial Black
Ho smesso di ascoltarea gli Aborym nel 2017, quando il firmware guasto di 'Shifting.Negative' e la successiva catena di errori di sistema avevano disattivato per sempre una delle mie unità black-industrial preferite di sempre. Oggi la macchina capitolina, con questo 'Metachaos', esegue un riavvio d'emergenza inatteso e brutale, riconnettendosi direttamente ai suoi circuiti primordiali tra furia marziale, algoritmi spietati in stile Samael e l'infezione sintetica di 'Rebel Extravaganza' dei Satyricon. La calibrazione sonora guidata da Fabban e dai suoi terminali è finalmente di nuovo tagliente, gelida e chirurgicamente spietata: chitarre affilate come bisturi al laser e un basso a frequenze d'urto si fondono con sequenziatori corrosivi, mentre la batteria scarica blast-beat disumani e pulsazioni meccaniche opprimenti, scortate da tastiere industriali e da un voltaggio vocale abrasivo, alienato e mefitico. Il software lirico sviscera scenari distopici, nichilismo digitale e decomposizione psicologica, mappando il processo di disumanizzazione tecnologica con una freddezza cinematografica ed esoterica. L'hardware del disco si attiva con l'infezione ad alto voltaggio di "Red Latex Baphomet", traccia che scarica un vortice di metallo congelato e ritmi implacabili, erigendo un muro di suono cibernetico e disturbante sorretto da tastiere ipnotiche e tremolo picking sintetizzato. La title track pulsa come un motore a combustione chimica con un groove assassino, iniettando frequenze acide e melmose tra le crepe di un rigido telaio di chitarre distorte e ritmiche marziali. Con "Enshrined In Putrefaction", l'architettura black più intransigente collide direttamente con manipolazioni sintetiche malsane, scatenando una sovraccarica di furia primordiale fin dai primi nanosecondi. La successiva "The Afterlife" abassa la frequenza dei clock interni per plasmare un'atmosfera claustrofobica e decadente, dimostrando una maturità esecutiva capace di calibrare perfettamente i vuoti d'aria e le lame di luce al neon. "Creatures of the Night" riprogramma scenari orrorifici e alienanti attraverso una sezione ritmica quadrata e implacabile, mentre la violenza strutturata di "Satiate With My Sperm" alza la tensione al limite del cortocircuito. Il sistema deraglia calcolatamente con le strutture irregolari e i cambi di frequenza di "The Crescendo of Demise" (la mia traccia preferita, forse per un utilizzo vocale tra clean e scream), dove il distorsore incrocia inserti industriali dissonanti prima che "Altar of the Lacerated" porti il parossismo esecutivo, di scuola Morbid Angel, al punto di fusione tra assoli d'acciaio, groove distorti e una chiusura monolitica di rara intensità. L'autodiagnosi si conclude con la rielaborazione cibernetica di "Voci Notturne" di Ugo Laurenti, un tributo che sigilla l'opera come un codice sorgente maledetto. 'Metachaos' è un aggiornamento obbligatorio per chiunque pretenda l'estremo senza filtri biologici: quando la macchina incontra il nichilismo puro, il metallo trasuda sangue sintetico. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 78

martedì 6 ottobre 2026

Melting - A Pathetic Excuse For A Life

#PER CHI AMA: Deathcore/Hardcore
Rabbia cieca, chitarre ribassate al limite del collasso strutturale e quattordici minuti d'assalto frontale pensati per radere al suolo qualunque cosa gli si pari davanti. Ecco il biglietto da visita offerto da 'A Pathetic Excuse For A Life', EP di debutto degli australiani Melting che si abbatte sull'ascoltatore come la più classica delle mazzate tra i denti. Il quartetto di Melbourne inserisce a pieni polmoni il pilota automatico dell'hardcore/deathcore più cupo e moderno, attingendo a mani basse dai soliti noti come Knocked Loose, END e Mugshot. A sorreggere la baracca ci pensa una produzione granitica e chirurgica accompagnata da un basso fangoso e una batteria martellante che innalzano un muro d'aria su cui si scaglia lo screaming sguaiato del frontman, intento a sviscerare paranoie, abusi e traumi personali. L'apertura, affidata a "God Driven Fear", parte tra feedback stridenti e blast-beat furiosi, prima di sprofondare in un rallentamento downtempo soffocante, spianando la strada ai riff ideati (e ideali) per il mosh e alle sezioni due-step di "Glare". Con i suoi soli sessantasei secondi, "The Sword" racchiude un'ossessione ritmica serrata che culmina nell'urlo catartico "Don't forget your place, beneath me", mentre la successiva "Arrogant Fool" (con l'ospitata dei Blood Oath) alza il numero dei giri con un intreccio selvaggio ritmico che pone una serie di voci al vetriolo portate al limite, al centro della scena. Dopo un breve e inquietante interludio di spoken word, intitolato "...", spetta alla conclusiva title-track (che vede il featuring degli Scorching Tomb) innescare un ultimo terremoto ritmico atto a trasformare il malessere in pura violenza sonica. Se i miei esimi colleghi hanno rilasciato voti altissimi e recensioni da paura, da parte mia ritengo che, a parte un'esecuzione spietata, indiscutibilmente energizzante e foriera di grande violenza, con il resto, i Melting non inventano assolutamente nulla che non sia già stato sentito e strasentito un miliardo di volte negli ultimi anni. 'A Pathetic Excuse For A Life' è un EP sicuramente viscerale che fa esattamente quello che ci si aspetta da un disco del genere, ma che proprio per la sua totale mancanza di originalità non riesce ad andare oltre una risicatissima sufficienza in pagella. (Francesco Scarci)

(Greyscale Records - 2026)
Voto: 60

lunedì 5 ottobre 2026

Zetsu – Uomini Siate e Non Pecore Matte

#PER CHI AMA: Hardcore/Stoner
Negare che il disco di debutto dei veneti Zetsu sia un bel disco sarebbe come mentire spudoratamente; lo stesso si può dire per la preparazione di questa band, artefice di un album che, a tutti gli effetti, ha le carte in regola per fare il botto. Certo è, che a conti fatti, 'Uomini Siate e Non Pecore Matte' nasconda una serie di scheletri nell'armadio che fungono da arma a doppio taglio. I fantasmi compositivi e vocali delle band storiche che hanno forgiato la musica alternativa italiana nei decenni precedenti si mettono in fila infatti nel bussare alla porta, e la loro scomoda presenza pesa come un macigno sull'originalità dei brani, anche se questo continuo rimando, permette ai brani di essere assimilati dall'ascoltatore in maniera naturale, almeno per chi è già avvezzo a questo tipo di sound. Non basta attorcigliare poi attorno alla musica qualche riff più rude o acido dalle tinte stoner o hardcore, qualche feedback o testo più o meno pungente, che, dai Verdena al Teatro degli Orrori, passando per i Marlene Kuntz, Måneskin e quant'altro, mette in fila indiana e la cui influenza non resta inosservata o inascoltata, brano dopo brano. La band suona diretta, senza particolari devozioni a virtuosismi vari, attaccando bella potente, e transitando da un genere all'altro con qualità e dinamica. Sembra infatti di trovarsi di fronte ad un puzzle da mettere insieme per capire da quale band del passato e del presente arrivi l'ispirazione compositiva per il prossimo brano. Forse è un'interpretazione vocale che, cantando in italiano e con questo stile, purtroppo e inevitabilmente, risuona derivativa in più momenti. Bisogna dire che a loro favore gioca una buona preparazione tecnica, un buon gusto musicale, il coraggio di osare in lingua madre e una verve rumorosa che li spinge verso sonorità vicine all'hardcore, all'alternative e al post-grunge italico. Ribadisco il fatto che quello dei Zetsu è un buon disco e per un pubblico giovane, può suonare addirittura come un ottimo disco, mentre per qualche testa più grigia, rischia qualche paragone storico di troppo. Al netto di quanto detto, l'album è valido, e ben vengano band di questo calibro nel nostro panorama musicale, che credono ancora nella forza dei testi dal forte impatto politico, sociale ed esistenziale. E se un giorno si spingessero oltre, verso l'inventiva e un'effettiva originalità sonora, sarebbe tutto così estremamente adorabile. Senza dubbio un inizio con i fiocchi: d'altra parte, brani come "Pecore Matte" e "In Principio era un Cazzo" hanno tutte le carte in regola per piacere proprio a tutti. (Bob Stoner)

(ONErpm - 2026)
Voto: 70

giovedì 1 ottobre 2026

Chaos Eater – Corrupted Disease

#PER CHI AMA: Death Old School
Aumentare il volume per ascoltare 'Corrupted Disease', il debutto autoprodotto degli statunitensi Chaos Eater da Canton, equivale purtroppo a intraprendere l'ennesimo e del tutto superfluo viaggio a ritroso nel tempo, dove l'unica sensazione percepibile lungo i suoi risicati ventisette minuti è un senso di imbarazzante e desolante vuoto compositivo. Il quintetto dell'Ohio mette infatti sul piatto il classico compendio di death metal old school arricchito da spruzzate thrash e doom di chiarissima estrazione anni novanta, infagottato in una produzione senza lode né infamia che vorrebbe suonare organica ma finisce soltanto per apparire stantia e datata. L'aggravante risiede nel fatto che, a fronte di liriche e concept persino ambiziosi capaci di spaziare dai virus di Fallout dentro "FEV" fino agli attacchi al gas della prima guerra mondiale nella traccia "Corruptor", la musica sottostante si rivela un piattume sconcertante, una sequenza di cliché triti e ritriti priva della minima scintilla d'originalità. Dall'assalto fotocopia dell'apertura "Tyrant" alle lentezze di "Gravewalker", passando per l'inutile parentesi pseudo-grind di "Tainted in Filth" fino al finale ruffianamente doom di "Decayed Sanctum", il disco scivola via senza lasciare l'ombra di un riff memorabile o di un passaggio capace di catturare davvero l'attenzione, azzerando sul nascere qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo. 'Corrupted Disease' è l'ennesimo prodotto di maniera destinato ad affollare un underground già saturo, un esordio del tutto innocuo, piatto e fondamentalmente inutile che persino gli affamati di death americano più intransigente, potranno tranquillamente permettersi di ignorare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 45

Are you interested to dive into the depths of music and share your passion with the world?

The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


---------------------------------------------

Sei interessato a scrivere recensioni, e far parte dello staff del Pozzo dei Dannati?

Stiamo cercando recensori entusiasti per recensire le nuove anteprime metal

mercoledì 30 settembre 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cairiss - Wilderness
Dreadnought - Wars of Spirit // Wards of Light
Lacrimas Profundere - Lay Me Down O Silent Fear

---
Death8699

Cardiac Arrest - A Parallel Dimension of Despair
Ditheist - Cosmic Liar
Malevolent Creation - Retribution

---
Alain González Artola

Duir - Catarsi
Kalmankantaja - Godless Existence
Walg - VI

martedì 29 settembre 2026

Teratum – Ordnance of Spiritual Warfare

#PER CHI AMA: Black/Thrash
Rinati dalle ceneri degli svedesi Beastiality, i Teratum debuttano sulla breve distanza con 'Ordnance of Spiritual Warfare', mettendo in campo un blackened thrash affilato che guarda in casa dei Nifelheim, Desaster e dei soliti Sodom. La produzione punta tutto su un'impronta sotterranea e analogica con chitarre corrosive, linee di basso solide e una batteria martellante a supporto di un cantato acido e condiviso, mentre i testi scelgono di concentrarsi su temi di guerra spirituale e apocalisse urbana. L'assalto si apre con la velocissima "Dead in the Marshes", mazzata thrashy di matrice teutonica che incrocia l'oscurità del black svedese, per poi passare all'incedere più ritmato e ossessivo di "Leviathan Rise", impreziosita da chitarre acuminate e sinistre. Se con la successiva "Total Void" il quartetto sferra un colpo frontale mescolando cadenze pesanti a ripartenze furiose, la conclusiva "Metropolis of Death" prova ad allargare le strutture intrecciando aperture epiche, linee melodiche ad accelerazioni devastanti. Tirando le somme, la perizia esecutiva c'è e la passione vecchia scuola pure, ma dopo quarant'anni di ascolti estremi quello che mi resta in corpo è soltanto la persistente sensazione di un già sentito senza fine. L'underground li accoglierà anche con entusiasmo per la loro sfacciata autenticità, ma per quanto mi riguarda 'Ordnance of Spiritual Warfare' è un disco che strappa un risicatissimo sei in pagella per rispetto al mestiere, rimanendo un lavoro innocuo e privo di spunti davvero interessanti. (Francesco Scarci)

(Dying Victims Productions - 2026)
Voto: 60

lunedì 28 settembre 2026

Gorod - The Ember Gone

Ascolta "Gorod - The Ember Gone" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Techno Death/Progressive
Quando i ciclopici ingranaggi dei Gorod si rimettono in moto, l'idraulica del techno death mondiale subisce un inevitabile picco di pressione: 'The Ember Gone', ottavo teorema sonoro della corazzata di Bordeaux, è un'architettura cibernetica di precisione millimetrica, dove la follia poliritmica incontra una produzione chirurgica, iper-dinamica e priva di smagliature. La collaudata macchina da guerra guidata dai vettori di chitarra Mathieu Pascal e Nicolas Alberny, macina equazioni impossibili, scortata dalle frequenze tentacolari del basso e dall'eclettico camaleontismo vocale di Julien Deyres, sviscerando un concept intimista sulla cenere della memoria, la disillusione e la corrosione emotiva. Il codice binario dell'album parte col corto circuito di "Signs", spiazzante scansione di sintetizzatori che esplode in un assalto nevrotico fatto di sweep a velocità luce, angolature spigolose e urla al plutonio, per poi passare alla matematica pura di "Devise", pezzo che trasforma ritmiche sincopate e incastri di chitarra affilati come laser in un groove micidiale. Con "Forgiveness" la band frena la corsa per inoltrarsi in labirinti complessi e drammatici, lasciando respirare divagazioni jazzate ed estensioni di tastiera che sfociano in una coda fortemente atmosferica, spianando la strada alla successiva "Regret", dove l'anima propriamente progressive spinge al massimo i pistoni sciorinando strappi staccati di matrice Leprous, fughe solistiche fuori controllo e una tensione costante da infarto sonoro. Dopo la magnifica oasi strumentale dalle venature blues di "Crimson", la violenza riprende quota con "Ignite", riprogrammata con assoli fluidi, ripartenze impreviste e ritmiche a incastro che stritolano l'ascoltatore, mentre la brevissima rampa di lancio di "Ember" calibra i sistemi prima della conclusiva "Remains", suite finale che sigilla il disco come un vero e proprio saggio di dinamismo in cui groove d'acciaio e velocissimi cambi di tempo chiudono l'opera trionfalmente. Giustamente acclamato dai radar della stampa specializzata, 'The Ember Gone' si posiziona come fermo immagine definitivo per i fanatici dei calcoli impossibili di Beyond Creation, Obscura e Between the Buried and Me, un monumento di tecnica cibernetica ed evolutiva che riconferma i Gorod al vertice assoluto della piramide estrema. (Francesco Scarci)

(Base Productions - 2026)
Voto: 75

sabato 26 settembre 2026

Jasmeno - Assemblage of Cinematic Idioms

Ascolta "Jasmeno - Assemblage of Cinematic Idioms" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Avantgarde/Progressive
Sotto la guida visionaria di Slavomir Nietupski, i polacchi Jasmeno spalancano le porte di un teatro sonoro colossale con il loro terzo parto, 'Assemblage of Cinematic Idioms', un'esplosione di pomposità pirotecnica e magniloquenza senza freni, dove l'avantgarde metal più audace di "arcturiana" memoria viene travolto da partiture orchestrali maestose di stampo "therioniano" e da una produzione al titanio firmata da Jakub Mańkowski (Behemoth), capace di trasformare la musica in una vera e propria colonna sonora per la fine del mondo. L'opera recluta sacerdoti dell'estremo come Bartłomiej Krysiuk (Patriarkh), Marc Grewe (ex Morgoth), Snorre Ruch (Thorns, Satyricon) e Yusaf Parvez (Dødheimsgard) per dare corpo alle liriche della poetessa Izabela Turska-Kamrowska, tessendo un arazzo lussureggiante di alienazione, dubbi esistenziali e catarsi pura. Questa cavalcata wagneriana prende vita con la lunga suite "Synesthesia Imperialis", un'apertura di una regalità accecante che parte col sussurro di un pianoforte ed eleganti ricami elettronici prima di detonare in un magma di riff complessi, una voce che evoca gli Arcturus, sezioni d'archi imponenti e linee solistiche da urlo, lanciando poi la band nella spasmodica "A Code of Equivocation", traccia che mantiene altissima la tensione a colpi di ritmiche sincopate, sghembe dissonanze e continui stravolgimenti vocali tra pulito e sconfinamenti in territori estremi, prima di spegnersi in una seconda parte ricca di chiaroscuri ambientali. Con "His Rebirth", il disco tocca vette di pura d'operistica drammaticità, grazie alla prova istrionica e teatrale di Mr Krysiuk, spianando la strada a un finale in chitarra acustica dalle venature spagnoleggianti che lascia a bocca aperta. Da qui ci si tuffa nelle architetture rarefatte di "The Void", pezzo che gioca con dinamiche cinematiche degne dei Dimmu Borgir più pomposi, evolvendo in una song più ruffiana, ma ricca comunque di colpi di scena, tra assoli di pianoforte, voci incrociate e un deflagrante finale, sferzato da vocalizzi cibernetici. Flussi progressive che profumano di Orphaned Land, tornano a ruggire nella travolgente "The Provocation of Fate", gemma trascinata da virtuosismi di chitarra, sciorinati da un parterre di altri innumerevoli ospiti (se ne contano 15 in tutto il disco) e sorretta da un groove monstre, prima che la conclusiva "Seduced by Ambiguity" cali il sipario con un'elegia cupa, pomposa e dal respiro talmente vasto da lasciare senza fiato, sospesa tra visioni cinematiche alla Blade Runner, break atmosferici e una coda di assoli memorabile, che consolidano la release del combo polacco come una delle più interessanti dell'anno. Raffinati, sfrontati e senza un briciolo di paura, i Jasmeno con 'Assemblage of Cinematic Idioms' firmano un'opera monumentale in grado di catalizzare l'attenzione dei devoti seguaci di Arcturus, Devil Doll, Ihsahn e Ulver, e candidandosi a sorpresa assoluta dell'avanguardia metal europea. (Francesco Scarci)

(Tangled Records - 2026)
Voto: 82

giovedì 24 settembre 2026

Morgue – Herald the Dawn

Ascolta "Morgue – Herald the Dawn" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Brutal Death
A ventinove anni dalla fondazione, i veterani di Alès non hanno la minima intenzione di fare prigionieri o ingraziarsi le nuove leve: 'Herald the Dawn', sesto sigillo targato Morgue, è una colata di cemento armato che sotterra qualsiasi illusione di modernità. La storica formazione transalpina torna a rivendicare il proprio posto nell'underground più marcio, riallacciandosi alla propria matrice brutal death/grindcore di fine anni '90, sferrando un attacco monolitico che chiama in causa i giganti della carneficina d'oltreoceano, da Suffocation, Massacre e Cryptopsy, fino alle deviazioni più "ignoranti" di Malignancy e Pig Destroyer. Niente fronzoli, niente tecnicismi stucchevoli o grosse concessioni alla melodia: la produzione sceglie una resa sonora polverosa, viscerale e volutamente priva di patina, dove chitarre dalla distorsione satura e affilata, lavorano in coppia con un basso sordo che fa tremare le fondamenta, sorretti da una batteria chirurgica che sciorina blast-beat incessanti e da un growl cavernoso, catramoso e deliberatamente sgradevole. Liricamente, il disco è un viaggio senza ritorno tra violenza esplicita, decomposizione, orrore gore e desolazione, andando a comporre un manifesto d'odio sonoro che picchia duro e sempre nello stesso punto, senza concedere un solo secondo di tregua o respiro. 'Herald the Dawn', dall'iniziale "Vortex of Darkness", passando da altri episodi rilevanti come la dissonante "The Abyss I Know", la veemente "To the Bitter End" (che sfoggia peraltro un assolo ubriacante), la roboante title track, fino a chiudere con la pestilenziale "The Deserted Garden of Eden", è un blocco di granito scuro, primordiale ed esecutivamente spietato, un ascolto imperdibile per tutti i cultori del brutal death metal intransigente, che cercano nella musica estrema un impatto frontale, puzza di chiuso e purissima violenza d'altri tempi. (Francesco Scarci)

(Godz Ov War Productions - 2026)
Voto: 66


mercoledì 23 settembre 2026

Gast - Förbannelser

#PER CHI AMA: Black/Crust
Dopo oltre un migliaio di ascolti accumulati negli ultimi mesi, tocca ammetterlo con schiettezza:la media del panorama estremo sta scivolando pericolosamente verso una desolante piattezza, una catena di montaggio priva di guizzi in cui purtroppo vanno a schiantarsi anche i svedesi Gast. Uscito per Horror Pain Gore Death Productions, il loro nuovo 'Förbannelser' vorrebbe essere un nero manifesto capace di ibridare il black svedese (con vaghi rimandi a nomi del calibro di Marduk, Grá, Necrophobic e Profanatica) a marcate sfumature crust, anarcho-punk e deathrock, ma si rivela l'ennesimo saggio di maniera in cui la band attinge a piene mani da stilemi stracotti per confezionare un lavoro grezzo ed essenziale, dove chitarre abrasive, batterie ripetitive e uno screaming acido canteranno verosimilmente di nichilismo e misantropia (non ho i testi a disposizione), con il solo problema che sembra di aver già sentito tutto, meglio e altrove. L'assalto si trascina lungo binari decisamente prevedibili fin dall'opener "Köttet", che apre le danze con un riffing ruvido e cadenzato nel tentativo di trascinare l'ascoltatore in un'atmosfera soffocante ma con un tasso di originalità pari a zero, per poi passare alle cadenze di "Hyllning Till Slutet", pezzo che alza leggermente i bpm inserendo stacchi d-beat d'ispirazione punk privi di reali spunti innovativi. Con la successiva "Girighetens Näste" la formazione continua con la medesima tiritera, con derive black'n roll, spianando infine la strada alla conclusiva "Mardrömslik", un episodio che condensa l'essenza dell'opera tra un mid-tempo insulso, un crescendo furioso e una coda strumentale grezza che si dissolve nel vuoto senza lasciare la minima traccia del suo passaggio. Senza infamia e senza lode, 'Förbannelser' è un album schietto e coerente con la propria nicchia ma tragicamente tutt'altro che memorabile, un ascolto da consigliare con grandissima riserva e zero entusiasmi giusto ai completisti più accaniti del black-crust più intransigente, mentre tutti gli altri potranno tranquillamente tirare dritto. (Francesco Scarci)

(Horror Pain Gore Death Productions - 2026)
Voto: 55

lunedì 21 settembre 2026

Throneum - Love Is the Law But Death Is the Frame

#PER CHI AMA: Black/Death
I trent'anni di attività non hanno scalfito di un millimetro l'attitudine iconoclasta dei Throneum: con 'Love Is the Law But Death Is the Frame' (in uscita a ottobre via Godz Ov War Productions), lo storico combo di Bytom torna a sputare veleno e caos primordiale. Il trio polacco si conferma un baluardo del black/death più marcio e incontaminato, muovendosi nel solco tracciato da leggende della deviazione sonica come Possession, Sadistik Exekution e Necrovore. Nessuna concessione al moderno o al patinato: la produzione è un bagno di polvere, ruggine e frequenze sature dove chitarre caotiche e un basso sordo scortano una batteria selvaggia, mentre la voce di The Great Exegete si conferma uno screaming acido e sguaiato che declama inni a occultismo, morte e nichilismo senza speranza. L'assalto prende il via con le chitarre velenose e la sezione ritmica martellante di "In the Garden", una mazzata frontale che dichiara guerra aperta a qualsiasi leziosità. La successiva "The True Story" abbassa lievemente i bpm per concentrarsi su un riffing monolitico e opprimente; qui la band piazza la prima vera sorpresa, affiancando al frontman la voce allucinata e alienante dell'ospite Christiane Thomaßen (che tornerà con tutt'altro piglio nell'ultima traccia), capace di stamparsi a fuoco sopra un muro di suono roccioso e dissonante. Se l'incipit di "And Love Is the Law" profuma di Morbid Angel della prima ora, a spiazzare davvero è la sezione centrale, dove il pezzo deraglia in digressioni del tutto estranee al metal, lasciando intravedere l'embrione di un'evoluzione sonora inaspettata. Un'atmosfera spettrale e bizzarra che si ripresenta anche tra le pieghe di "The Fallen Ones", con echi che richiamano persino i nostrani Laetitia in Holocaust, confermando la voglia di spingersi oltre i propri confini storici. Il sigillo finale è affidato agli oltre dieci minuti di "Eve-Salome-Judith-Rehab", suite dalle fascinazioni medio-orientali che certifica questa misteriosa fase di ricerca. 'Love Is the Law But Death Is the Frame' è l'ennesimo capitolo dinamitardo dei Throneum: un disco sporco, viscerale e sfacciato che mantiene intatto il loro spirito intransigente, lasciando però intravedere affascinanti (ma ancora primordiali) crepe nel loro granitico muro di violenza. (Francesco Scarci)

(Godz Ov War Productions - 2026)
Voto: 68

sabato 19 settembre 2026

Cipher System - Torn Between Realities

Ascolta "Cipher System - Torn Between Realities" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Melo Death/Progressive
Quindici anni di silenzio discografico avrebbero steso chiunque, ma per i Cipher System il tempo sembra essersi letteralmente fermato, o meglio, pare essere servito a ricaricare le batterie al titanio per mettere a segno un ritorno davvero col botto. 'Torn Between Realities' non è una semplice operazione nostalgia, ma la dimostrazione lampante di una band in uno stato di forma semplicemente stellare, pronta a riprendersi lo scettro del melodic death svedese con una grinta travolgente e una freschezza invidiabile. Questo EP brilla come il perfetto biglietto da visita per saggiare il terreno prima del nuovo, auspichiamo, atteso full-length, aggiornando la gloriosa lezione dello Skövde/Göteborg sound (tra In Flames, Soilwork e Mors Principium Est) con dosi massicce di industrial futuristico e la solita, devastante prova vocale di Christian Älvestam (ex-Scar Symmetry), il tutto valorizzato da un missaggio a firma Thomas "Plec" Johansson che fa letteralmente tremare le casse per potenza, nitidezza e brillantezza d'insieme. Il massacro sonoro prende il via con l'adrenalina pura di "Endveiler", un'apertura d'assalto guidata da riff affilatissimi, cadenze thrash scatenate e un ritornello melodico da brividi, che mette subito in chiaro le intenzioni della formazione. Si passa poi passare all'articolata "For Reasons Unknown", pezzo che spinge su strutture più ampie dove synth avvolgenti e chitarre sferzanti s'intrecciano in un abbraccio moderno e ricchissimo di atmosfera e parti sinfoniche; i richiami agli Scar Symmetry sono evidenti, ma sapete una cosa? Chissenefrega. Con "With Each Passing Moment", i nostri propongono addirittura una super ballad, mentre con la successiva "Answer To My Pain" si esplorano territori progressive, combinandoli con linee armoniche scandinave di rara bellezza, ma al contempo spianando la strada a toni malinconici, dove Älvestam compie un vero e proprio miracolo vocale, alternando uno screaming felino a linee pulite dal pathos pazzesco per la vera top hit del disco. Il picco di energia si manifesta però con "Ravaging Dawn", traccia rocciosa che sfoggia bei riff, un cantato sempre spettacolare, grandi aperture atmosferiche, complice uno sfavillante synth, e una coda solistica di chitarra da applausi a scena aperta, prima che la breve e sintetica elegante elegia strumentale, "Nox Elegy", faccia calare il sipario, come un congedo cinematografico perfetto. 'Torn Between Realities' è un EP elettrizzante, ispiratissimo e suonato con una fame devastante, che fa capire quanto i Cipher System siano più carichi che mai e ci ricordino che il death metal melodico, quando è fatto con questo cuore e questa classe, non ha rivali al mondo. (Francesco Scarci)

(At Dawn Records - 2026)
Voto: 78

giovedì 17 settembre 2026

Northern Subs - Night Creatures

#PER CHI AMA: Occult Progressive Rock
Dalle nebbie recondite della Tasmania emerge un'evocazione che non chiede il permesso per strisciare nell'inconscio: 'Night Creatures', il nuovo parto sonoro targato Northern Subs e sguinzagliato via Nosferatunes. La formazione australiana manda a benedire le definizioni stantie, forgiando un calderone allucinato e lisergico in cui l'occult rock più oscuro, si sposa a una profonda anima progressiva, dove il doom d'annata viene contaminato da deviazioni palesemente esoteriche, cadenze allucinogene e quelle pulsioni warlock-core nate per accompagnare sabba notturni. La produzione evita la trappola del patinato moderno e sceglie un approccio ruvido ma sapientemente bilanciato con chitarre che passano da colate di piombo e acido a fraseggi sognanti, sorrette da una sezione ritmica cangiante e da una voce teatrale, declamata ed emessa come una litania di maledizioni da un altare sconsacrato per raccontare storie di stregoneria, visioni notturne e declino spirituale. Il viaggio alchemico si apre con i quasi dieci minuti della maestosa suite "Doom Katrina", dove il doom si fa plumbeo ma rifiuta la staticità aprendosi a volute progressive, arpeggi ipnotici e fiammate di chitarre sature che impostano una tensione strisciante, per poi passare all'incedere sfrontato di "Lipstick Red", episodio in cui il ritmo accelera su trame occult-rock sferzanti spinte da un groove anni '70 e da un cantato graffiante che sa di fumo e zolfo. Con "Witches' Cauldron" si sprofonda di nuovo nell'abisso rituale lungo otto minuti guidati da un basso sordo e atmosfere desertiche con le chitarre, da metà brano in poi, che montano in un crescendo mefistofelico, spianando la strada alla maratona conclusiva di "Crash Land", altro capitolo da oltre nove minuti, in cui le trame strumentali si dilatano ipnotiche fino a dissolversi in un mare di feedback e gelida oscurità. Alla fine, i Northern Subs mettono a segno un colpo da maestro, convincendomi di più dei Green Carnation recensiti ieri. Per chiunque sia affamato di esoterismo sonoro, cangianti strutture progressive e vecchie messe nere in musica, si regali l'ascolto di 'Night Creatures'. (Francesco Scarci)

(Nosferatunes - 2026)
Voto: 74

mercoledì 16 settembre 2026

Green Carnation - A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex

#PER CHI AMA: Prog/Gothic
Chi è cresciuto come me, con il mito di opere monumentali come 'Light of Day, Day of Darkness' sa bene che quando i Green Carnation muovono un passo, le aspettative schizzano inevitabilmente alle stelle. Con 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex', i maestri di Kristiansand mettono il punto fermo sulla propria trilogia concettuale, richiamando con pennello fine il loro storico vocabolario e quell'elegante equilibrio tra progressive e gothic che guarda a nomi del calibro di Opeth, Katatonia e persino King Crimson. Diciamolo subito: dal punto di vista meramente formale siamo davanti a una confezione d'oreficeria sonica con una produzione tridimensionale e impeccabile dove ogni dettaglio si trova al suo posto, tra chitarre che alternano sferzate distorte ad incastri acustici cristallini, una sezione ritmica dinamica e la solita interpretazione viscerale di Kjetil Nordhus, il tutto al servizio di un concept ambizioso che intreccia l'Ofelia di Rimbaud con l'ansia tecnologica, il controllo sociale e la parabola di un falso messia. Eppure, a dispetto di questa facciata inappuntabile e delle lodi sperticate piovute dalla critica di settore, la scaletta lascia serpeggiare una sottile sensazione di calcolo, a partire dal singolo apripista "Unconditional Artificial Chemistry", pezzo avvolgente ed impeccabile, che sembra tuttavia richiamare in alcune sue parti, il motivetto di "The Neverending Story". Un pezzo comunque costruito con il manuale in mano, sensazione confermata anche dalla title track che spinge sull'anima progressiva tra cambi di tempo e orchestrazioni misteriose senza però spezzare davvero il fiato. Se la tesa e drammatica "Broken Souls, Common Enemies" riesce ad alzare la posta grazie a un assolo di chitarra d'altissima caratura emotiva, la mastodontica "A Dark Poem - Orchestral Suite" (che schiera addirittura la Kristiansand Symphony Orchestra e l'Opera Choir per oltre sedici minuti) sigilla il disco con imponente solennità, ma relegando la band norvegese a meri osservatori. In definitiva, 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex' è un lavoro maturo, raffinato e suonato divinamente, che farà sicuramente la gioia degli amanti del progressive nordico più d'atmosfera, ma che fondamentalmente consta di tre brani realmente suonati dalla band, ecco un po' poco. I fan vi troveranno intatta tutta la loro proverbiale classe, ma resta quel lievissimo retrogusto d'amaro nel constatare che, da icone di questo calibro, ci si aspetterebbe sempre quel brivido capace di sconvolgerci di nuovo, e non soltanto la riconferma di quanto siano bravi a fare ciò che fanno da sempre. (Francesco Scarci)

(Season of Mist - 2026)
Voto: 72

lunedì 14 settembre 2026

Dymna Lotva - Vyraj

Ascolta "Dymna Lotva - Vyraj" su Spreaker.
#FOR FANS OF: Black/Doom
The Belarusian band Dymna Lotva was founded in 2015, and since then, they have undergone a very interesting evolution. Their first albums already showed great potential, combining doom, black, and atmospheric sounds in a compelling way. The palette was rich and intriguing, although a doom-infused pace and its elements played a quite prominent role. Beyond these influences, singer Katsiaryna was a fundamental element of Dymna Lotva thanks to her characteristic and powerful screams. This resource, alongside tasteful guitars and atmospheric arrangements, managed to create truly alluring works that captured the attention of a growing fanbase.

With their new opus, titled 'Vyraj', the band takes a major step forward. This new effort sounds more majestic and intense. The palette of influences is even richer, with a stronger black metal presence successfully coexisting with classic doom, Slavic folk touches, and an ethereal atmosphere. The album opener, "Zory", is an inspired and representative example of this more intense, cinematic approach. It begins with a doomier pace before a purely black metal fury erupts. The tempo and intensity increase severely, and Katsiaryna’s vocals sound as brutal as ever. However, this intensity is further enriched by her clean, ceremonial voices that reinforce a ritual essence, alongside simple yet effective keys that heighten the overall hypnotic atmosphere. The following track, "Veha", is another interesting piece. It also combines fast and slow sections within a more atmospheric composition, where the vocals play a captivating role through a variety of styles, ranging from aggressive shrieks to clean singing and whispers. Enigmatic keys and these varied vocals, combined with sombre melodies, create a strongly ritualistic track that perfectly defines the band's distinct approach.

Doom metal influences reign supreme once again in the third track, "The Boat of Despair", with its slower pace. Clean female and male vocals take center stage this time, forging a deeply melancholic and spiritual track that adds great diversity to the album. By this point, it becomes clear that the keyboard work plays an interesting role: it carries an electronic essence that provides a unique contrast, yet fits seamlessly into the compositions and the overall spirit of the record. The shifts in tempo, the tasteful guitar lines, and a well-crafted atmosphere result in a very diverse album where each track possesses its own identity. This variety allows every listener to find their own favorite track, which is always a hallmark of quality. In any case, I would like to highlight another excellent piece, "Usta Za Mianie", where the contrast between atmosphere, clean vocals, and aggressive sections is once again fused with unquestionable taste. The captivating melodies are sure to delight the listener, not to mention the majestic closer, "Return My Coffin Home", which perfectly summarizes all the strong points of 'Vyraj' and leaves a lasting impression.

Dymna Lotva has gained attention due to political reasons, but ‘Vyraj’ serves as a powerful reminder that the band’s talent alone is more than enough reason to give them a listen. This album is a remarkable and successful example of how to fuse different influences into a truly captivating body of work. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 88

domenica 13 settembre 2026

Undertakers - Global Dominion

#PER CHI AMA: Brutal Death
Trentacinque anni ad affilare le lame nello stesso scantinato non sono una bagatella, e gli Undertakers tornano a sbranare la carne con 'Global Dominion'. I pionieri campani del death-grind nostrano non hanno la minima intenzione di deviare di un millimetro dalla loro rotta storica: niente svolte d'avanguardia o fronzoli per sfigati, solo una mazza chiodata sferrata con la precisione di chi fa questo mestiere da una vita, anche se bisogna essere onesti nel riconoscere come sia proprio questo loro approccio monolitico, ostinato e a tratti irrimediabilmente monocorde, a rappresentare il loro limite più grande, quell'attitudine stoica che li ha resi un culto di nicchia ma che ha precluso loro il balzo in avanti definitivo verso un successo globale di ben altre proporzioni. L'ispirazione attinge al sacro verbo di Napalm Death, Terrorizer e Misery Index per trasformare la carneficina sonica in un manifesto politico contro la plutocrazia e il collasso della civiltà, sorretta da una produzione che bilancia cattiveria e nitidezza con chitarre a motosega, un basso-martello pneumatico e una batteria al limite dell'umano che alterna d-beat e blast-beat selvaggi, sovrastati da un cantato che ruggisce odio contro il sistema. Una breve intro e l'assalto si apre con la fiammata hardcore/grind di "United Front", che chiama a raccolta le masse con rabbia cieca, per poi passare alla title track "Global Dominion", che cala l'asso del death metal più intransigente con stacchi granitici ideati per il moshpit. "All Out War" profuma di Slayer della prima ora nel riff d'apertura prima di esplodere come una granata grind, mentre "Plutocracy Era" parte con un basso distorto e cupo per poi deragliare nell'ennesima ripartenza alla velocità della luce. Con "Iron Regime" emergono sfumature blackened e cadenze oppressive che simulano la morsa della tirannia, seguite dal groove serrato ed elastico di "Collapse Protocol", che racconta in musica, il declino della società, e dal carro armato d-beat di "Rise of Resistance", vera colonna sonora di uno scontro di piazza. Gli echi dei Sepultura più feroci emergono nei due minuti di breakdown devastanti di "Just Keep Fighting", prima che la conclusiva "Bodies' Supermarket" metta il sigillo finale sulla mercificazione dell'essere umano tra chitarre sferzanti e ritmiche belliche. 'Global Dominion' è l'ennesima prova di forza di una band coriacea, viscerale e politicizzata anche nelle mutande (ma in un mondo di merda in cui viviamo, chi realmente non lo è?): non troverete una sola idea fuori dal seminario né la varietà necessaria per esplodere oltreconfine, ma se cercate del brutal death-grind puro, suonato da gente che non si è mai venduta, qui c'è pane per i vostri denti. (Francesco Scarci)

(Time To Kill Records - 2026)
Voto: 68