martedì 10 marzo 2026

Cadavrul – Necrotic Savagery

#PER CHI AMA: Death Old School
Sembra che si siano persi per strada i rumeni Cadavrul visto che il precedente e unico album, 'Enter the Morgue', risaliva addirittura al 2013. Forti ora del supporto dell'etichetta Loud Rage Music, il quartetto di Costanza torna con il proprio death metal old school, ben radicato come sonorità, nei primi anni '90. Quindi è già chiaro cosa c'è da aspettarsi da questo lavoro: dieci pezzi morbosi di death nudo e crudo che dall'intro iniziale alla conclusiva "Fuck Fashion", vi segherà in due con un suono brutale, privo peraltro di qualunque orpello estetico o melodico, fatto salvo per qualche assolo interessante. Poi non c'è molto altro da dire: se siete amanti dello stile secco e ferale alla Cannibal Corpse, con growling vocals al limite del catacombale, rallentamenti doomeggianti ("Circle Pit (B.Y.H.)" o "Marș Funebru"), e violente liriche necrofagiche (d'altro canto, l'artwork è piuttosto esplicito), beh il lavoro potrebbe fare al caso vostro. Non certo al mio, devo ammetterlo. Questi suoni li ascoltavo trent'anni fa quando mi avvicinai ai primi Carcass, ai Vader (ma quest'ultimi sono già decisamente più melodici) o ai già citati Cannibal Corpse; quindi se proprio volessi riprendere in mano il genere, beh andrei ad ascoltarmi gli originali e lascerei da parte tutte queste band che popolano inutilmente l'underground con suoni troppo scontati. Se potessi invece salvare un brano, ecco che la mia scelta cadrebbe su "Fuck Fashion", peraltro bonus track del disco, per quel suo zozzo death'n'roll psicotico e malato. Per il resto, non c'è nulla di cosi interessante per cui dedicare l'ascolto a questi Cadavrul. (Francesco Scarci)

(Loud Rage Music - 2026)
Voto: 50

lunedì 9 marzo 2026

Mactätus - Blot

BACK IN TIME:
#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal
It is well known that Norway had one of the mightiest black metal scenes during the magical 90s, when countless great (and not so great) bands emerged. Among these bands, a few became absolute icons of the genre, while others remained overshadowed by them despite their respectable quality. Mactätus was one of those projects, particularly thanks to its first two excellent albums. I personally discovered the band through its second effort, 'Provenance of Cruelty', an outstanding work of classic black metal with a generous use of keyboards that made it sound remarkably majestic.

Nevertheless, I want to focus on the band’s first opus, 'Blot', which - like the aforementioned second album - has seen the light of day once again thanks to a reissue by Aeternitas Tenebrarum Musicae Fundamentum. I always support these reissues because they give listeners another chance to get an album at a reasonable price while bringing exposure to lesser-known projects like this one. 'Blot' is a very solid debut by Mactätus and a perfect showcase of how black metal sounded in the second half of the 90s. The production is somewhat raw and old-school, but never too noisy: both vocals and instruments are clearly audible and well balanced. There is also a fine interplay between guitars and keyboards, each having room to shine without overshadowing the other.

Compared to the second effort, this debut presents a few more purely raw moments - as often happens with first albums. Tracks like "Knust Kristendom" display the band’s fiercest side, full of unfiltered fury and raspy riffs. On the other hand, you’ll find truly solemn pieces such as "Sorgvinter", where the keys really shine through their fantastic melodies. Back then, terms like symphonic or atmospheric weren’t used so often, but Mactätus could easily fit into both categories in tracks like this one. "Et Kald Rike" is probably my favorite piece on the album, with its exquisite riffs and hypnotic, addictive keyboard lines forming an unbeatable combination. "Vandring" also shows how the band successfully combines its rawest and most atmospheric sides in a smooth, dynamic composition.

Such a solid album deserves a worthy closer, and "Hat og Kulde" certainly delivers. Hate Rodvitnesson’s work on keys and vocals is fantastic throughout; his screams, as on the rest of the album, are powerful and perfectly suited to the music. The addition of varied keyboard textures, flute-like melodies, and acoustic guitar lines creates a truly beautiful composition that leaves the listener with the best possible impression.

In conclusion, Mactätus’ debut album 'Blot' is an excellent example of the black metal scene’s strength during the 90s. It delivers a rich dose of symphonic and atmospheric black metal, where fierceness and majesty coexist in perfect - and dark - harmony. (Alain González Artola)

(Embassy Productions/ATMF - 1997/2026)
Score: 85

venerdì 6 marzo 2026

Our Oceans - Right Here, Right Now

Ascolta "Our Oceans - Right Here, Right Now" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Alternative/Prog/Post Rock
Siamo franchi, quando senti il nome di Tymon Kruidenier, la mente corre subito ai labirinti cerebrali degli Exivious. Ti aspetti incastri matematici, roba da far fumare il cervello a chiunque. Invece, con 'Right Here, Right Now', il nuovo disco uscito proprio oggi, il power trio olandese ha deciso di fare una cosa che nel mondo prog è quasi rivoluzionaria: aprire le finestre e lasciar entrare la luce. Non è un cambiamento da poco. Il singolo apripista del disco, "Abloom" (fioritura), era il primo tentativo di provare a far fiorire un qualcosa che probabilmente spunta dal fango e cerca il sole. Dimenticate quindi quei muri sonori impenetrabili o quella complessità tipica dei nostri che a volte sembrava fine a se stessa; qui le chitarre preferiscono fluttuare, creare atmosfera, quasi a voler disegnare degli spazi ampi dove la voce di Tymon può finalmente distendersi. È un suono arioso, stratificato, prodotto con una cura quasi maniacale, ma che non risulta mai fredda. Il tutto si evince anche dall'iniziale "Golden Rain", che abbraccia un progressive post rock squisitamente moderno, luminoso e dal taglio quasi cantautorale. Un marchio di fabbrica che potrete assaporare anche nelle successive "Lost in Blue", nella più elettro-criptica "Leave Me Be" o in "Just Like You", dove i nostri sembrano addirittura andare oltre, con una delicatezza inattesa, grazie a note vellutate su cui la voce del frontman va a poggiare, alla ricerca di una progressione musicale che a volte tarda fin troppo ad arrivare. "Untamed" prova a riprendere la rincorsa con una vena più hard rock oriented, giusto per calmierare le eccessive smancerie del disco e sembra anche riuscirci, sebbene perda un po' di quella verve che invece mi aveva catturato nell'opener. Se la jazzy "Drifting In The Drops" è trainata da un groove ritmico eccezionale, "If Only..." si addentra coraggiosamente in territori da iper ballad, forte di un delicato e azzeccatissimo duetto con la guest Evvie, ricordandomi peraltro per le sue atmosfere, "Verona" dei Muse. A chiudere il disco, ecco la già citata "Abloom", un epilogo grandioso e vibrante che sigilla alla grande il disco. Ecco, se state cercando blast beat o riff che vi prendono a schiaffi, lasciate perdere. Ma se siete fan di Leprous o Karnivool, e avete voglia di qualcosa in grado di evolvere ascolto dopo ascolto, allora dategli una chance. È un disco complesso, per chi ama le sfumature e non ha paura di una melodia che ti resta appiccicata addosso. (Francesco Scarci)

(Long Branch Records - 2026)
Voto: 75

mercoledì 4 marzo 2026

Mossystone - S/t

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Non è passato nemmeno un mese dalla mia recensione dei Trimarkisia e lo stesso mastermind di quest'ultimi, Wilhelm Osoba, mi ha inviato l'esordio del suo nuovo progetto solista, i Mossystone, freschi di un EP omonimo. Il suono del polistrumentista dell'Occitania francese, è fedele all'estetica del black atmosferico più oscuro e si capisce sin dall'iniziale "Unfulfilled Desire", e questo probabilmente spiega anche il motivo per cui abbia voluto dare un altro nome alla sua creatura. La proposta infatti è decisamente più veloce rispetto a quella dei Trimarkisia, meno contaminata da reminiscenze di "katatonica" memoria, ma non per questo, meno interessante. Accanto alle ritmiche furibonde, sorrette da una batteria d'assalto, c'è da sottolineare la presenza di synth sinistri in lontananza che imbastiscono una di quelle atmosfere da casa infestata, mentre le vocals abbracciano il tipico screaming del black metal. "The Passenger" è solo all'apparenza meno impetuosa dell'opening track, forse perchè il martellamento ritmico è mitigato dal tremolo picking alla chitarra e laddove la malinconica melodia nella seconda metà del brano, diventa decisamente preponderante. L'ultima song, "Silence of the Void", chiude con otto minuti e mezzo di suoni che partono più compassati, melodici, affabili, che vanno lentamente dilatandosi verso qualcosa di più etereo, quasi blackgaze, prima di ritrovare dopo 140 secondi, il dinamismo delle due precedenti tracce, tra scorribande ritmiche, un tono più oscuro e selvaggio, che comunque non rinuncia a porzioni atmosferiche, come quella in acustico verso il sesto minuto del brano, che porterà a un finale che si spegne senza annunciarsi, con la nebbia a diradarsi verso un barlume di luce. Un altro buon lavoro per Monsieur Osoba, peraltro forte dii un artwork di copertina che riproduce un bellissimo dipinto ("Solitude") del pittore ottocentesco francese Jean-Baptiste Camille Corot. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

Internal Decay – Fires of the Forgotten

#PER CHI AMA: Melo Death/Doom
Gli svedesi Internal Decay non si facevano vivi dal 1993, anno in cui uscì il loro unico album, 'A Forgotten Dream'. Poi, come spesso accade, si è pensato a uno scioglimento prematuro, che effettivamente ci è stato, almeno fino al 2023, quando la band si è riformata, per mettere insieme le idee e rilasciare questo EP. Il sestetto di Stoccolma, che include peraltro due membri dei mitici A Canorous Quintet, torna con questo 'Fires of the Forgotten' e un sound tra il vintage e il moderno, devoto tanto al death melodico dei primi Amorphis e At the Gates, quanto ad altre realtà melo death quali Insomnium, Garden of Shadows o Gorement. Tre pezzi per tastare il polso dei nostri e poter affermare che la band c'è ed è in ottimo stato di salute. Questo è già dimostrato dall'iniziale "Fires of the Forgotten (Dance upon Your Grief)", abile nel mostrare melodie immediatamente riconoscibili, muovendosi in un death mid-tempo corredato da growling vocals preziose, inserti tastieristici, un leggero velo doom, buoni break atmosferici e anche qualche bel coro, che rende il tutto più accessibile. Non cambia granché la proposta in "A Demon's Bow", anche se l'aura sembra decisamente più oscura rispetto alla prima song. Ma i tastieroni non mancano (soprattutto uno centrale che sembra preso in prestito da 'Tales from the Thousand Lakes' degli Amorphis), la vena melodica è convincente, e il cantato mi piace. Sia chiaro però che stiamo parlando di un lavoro altamente derivativo, che se fosse uscito 30 anni fa, avrebbe sicuramente acchiappato molti più consensi. La chiusura è affidata invece alla più doomeggiante "Dying Wish", che rispolvera sonorità più vintage, quasi un omaggio agli anni '90 che resero il genere death doom un vero caposaldo del metal estremo. Ben tornati. (Francesco Scarci)

(Hammerheart Records - 2026)
Voto: 68

martedì 3 marzo 2026

Chaos Over Cosmos - The Hypercosmic Paradox

Ascolta "Chaos Over Cosmos" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Progressive Death
Li avevo conosciuti per sbaglio nel 2019, più per curiosità che per altro. Negli ultimi giorni mi sono visto recapitare il loro nuovo album, 'The Hypercosmic Paradox'. Si tratta del progetto solista del chitarrista e compositore polacco Rafał Bowman, qui coadiuvato alla voce dal pachistano Taha Mohsin che rispondono al nome di Chaos Over Cosmos. Avevo etichettato la loro proposta come un prog melo death sci-fi, che faceva l'occhiolino agli svedesi Scar Symmetry. Oggi mi devo scostare un po' da quella definizione, visto che li associo maggiormente a sonorità tipicamente progressive, con lunghe fughe chitarristiche, tra tapping frenetici, scale alternate sparate a velocità assurde e un'abilità tecnica che cade in territori affini agli Obscura. Se la prima traccia, "Nostalgia for Something That Never Happened", è completamente strumentale e suona quasi come una dimostrazione della perizia tecnica del buon Rafał, ecco che la seconda "When the Void Laughs" vede l'inserimento delle growling vocals di Taha che tengono banco alla velocità ipersonica delle chitarre, al baluardo di un drumming, si programmato, ma comunque efficace, e all'inserimento di synth cosmici (soffermatevi a tal proposito al minuto 4.20) che regalano un certo dinamismo al brano, eliminando quella sensazione iniziale di pura esibizione tecnica del polistrumentista polacco. E cosi, il percepito durante l'ascolto del secondo pezzo, mi porta a pensare ai Ne Obliviscaris, pur mancando la componente di violino tipica degli australiani. Notevoli devo ammetterlo, anche se talvolta eccessivamente sbrodolanti, ma comunque la proposta potrebbe aprirsi a un pubblico più vasto. "Event Horizon Rebirth" riparte con il medesimo e ubriacante intreccio chitarristico, almeno fino a quando entra in scena il cantante. In tutta franchezza però, il fulcro del sound ruota attorno alle linee melodiche di Rafał, alla complessità dell'architettura ritmica imbastita e ultimo, ma certamente meno importante, ai funambolici solismi del musicista polacco, che regala un lunghissimo e superlativo assolo conclusivo. In un battibaleno, ci ritroviamo ad ascoltare "The Cosmo-Agony: Requiem", forse la traccia più ambiziosa del lotto, sicuramente la più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Anche qui si parte con le chitarre lanciate a velocità estreme, quasi a volerci stordire con quell'ipnotico refrain e quel massiccio carico di groove che s'irrobustisce strada facendo, di un drumming incessante, su cui troveranno posto i vocalizzi del frontman. Ma l'attitudine, l'abbiamo capito, è quella di imbrigliarvi in un tessuto sonoro fatto di riff ultra tecnici e melodici al tempo stesso, che avranno la capacità di proiettarvi nell'iperspazio, prima di quel morbido atterraggio in un pianeta di una galassia sconosciuta, affidato alla conclusiva e strumentale "The Fractal Mechanism". 'The Hypercosmic Paradox' alla fine, non è un ascolto semplice, certamente però potrà regalare forti emozioni legate alla scoperta di suoni e mondi a noi poco familiari. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 75

domenica 1 marzo 2026

Are you ready to dive into the depths of music and share your passion with the world? The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


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sabato 28 febbraio 2026

Ildverden - Thou Not Shalt

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Thou Not Shalt' è il quinto capitolo della one-man band originaria della Crimea, capitanata da Kvolkaldur, e che risponde al nome di Ildverden, che ritorna sulle scene, a distanza di dieci dal precedente lavoro, con un pagan black venato di un certo nihilismo esistenziale, eco di Satyricon e Taake, temprato peraltro da un decennio di caos e guerra nelle proprie terre. Undici nuovi brani che, attraverso una produzione cruda ma possente, si muovono su mid-tempo black doom, imbastiti da chitarre e basso granitici, vocals salmodianti e graffianti e un'aura complessivamente glaciale, che mostra tuttavia qualche punto di contatto con il black ellenico. I brani scivolano via veloci sin dall'ipnotica "Sullen Enchantment" con i suoi cori ritualistici, passando alla più controllata, sinistra (scuola Blut Aus Nord) e meditabonda "Countless Of Them". Non c'è grande spazio per scorribande black in questo disco: "Scorching Wilderness" evoca apocalissi draconiche, "Down To The Hole" sembra più un rituale di espiazione dei propri peccati, mentre "The Storm is Coming" e soprattutto la bonus track "Fucking Hell (Part II)", provano a esibirsi anche in derive thrash metal e black'n roll. Insomma, come spesso mi capita di dire in questi casi, niente di nuovo sotto il sole, ma un lavoro onesto, viscerale, ideale per chi ama un black cupo, compatto e un po' sporco. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65

giovedì 26 febbraio 2026

Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture - Slambiteration

#PER CHI AMA: Deathcore/Slam Death
Facile ricordare un nome cosi chilometrico, no? Gluttonous Overindulgence of Relentless Torture, che noi abbrevieremo subito a GORT, è una one man band belga, guidata da Robbie Smeyers, votata a un brutal death slam con forti venature deathcore. 'Slambiteration' è il loro EP del 2025, fatto uscire poco dopo il debutto su lunga distanza, 'The Coomer Chronicles'. Quattro nuovi pezzi quindi a prenderci clamorosamente a scudisciate sul volto. Non aspettatevi ritmi vertiginosi però, almeno non con l'iniziale "Bludgeoned with IKEA Furniture" il suo black humor e le sue chitarre ultra compresse, perfette per far esplodere i palm-mute sugli impianti tamarri da auto, grazie anche a un basso ribassato, una drum machine da urlo, breakdown ignoranti e vocals che si muovono tra il growl animalesco, pig squeal e urlacci vari, con un'estetica che guarda agli statunitensi Chelsea Grin. Si prosegue con lo slam super grooveggiante di "Silverback Slamdown" che spinge, al pari della successiva "Clubcard Decapitation", sul lato beatdown, con pattern a tratti quasi hip-hop, sotto strati ritmici distorsivi allucinanti e disturbanti, e poi quelle vocals da "porco" che rendono il tutto ancora più assurdo. A chiudere il disco ci pensa "Slambliterated Beyond Belief" che si muove tra stop'n go, breakdown tonanti che andranno a sincronizzarsi come un unico colpo fatto esplodere in gola. Devastanti. (Francesco Scarci)

(Skullcracker BE - 2025)
Voto: 67

mercoledì 25 febbraio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

The Ruins of Beverast – Tempelschlaf
Abstract Illusion - The Sleeping City
De l'Abîme Naît l'Aube - Rituel: Initiation

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Alain González Artola

One of Nine - Dawn Of The Iron Shadow
Rå - Rå
Bianca - Bianca

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Death8699

Abigor - Totschläger, a Saintslayer's Songbook
Be'lakor - Coherence
Ghoul - We Came for the Dead!!

Kowloon - Let's Sing! Let's Move Forward! / And Winter Turned Into Spring

#PER CHI AMA: Raw Black
Li avevo pescati per sbaglio lo scorso ottobre su Bandcamp, e li avevo recensiti più per curiosità che per meriti. I Kowloon infatti sono una band nord coreana che mi ha fatto subito simpatia pensando al loro cicciottello leader, non certo per le condizioni indecenti in cui vive la popolazione. Nel frattempo, la band deve averci preso gusto a registrare, visto che a novembre ha fatto uscire '노래하자! 전진하자!', una raccolta di tre pezzi dedicata alla madre patria, al compagno segretario generale, al Partito dei Lavoratori di Corea e alle amate madri in occasione della celebrazione della festa della mamma del 16 novembre. Ecco, regalare un compendio di musica black metal alla festa della mamma credo sia cosa alquanto originale, non so poi se sia stata cosa gradita. Se i primi due pezzi sono un inno al raw black di Windir ed Emperor, il terzo sembra invece una melodia popolare, con vocals pulite cantate rigorosamente in lingua madre, ma che ricorda un po' la sigla dei cartoni animati giapponesi dei primi anni '80. La band di Rason è tornata a mostrare anche recentemente i propri muscoli con altri due pezzi e un'altra dedica a Kim Jong-il, l'eterno segretario generale dell'amato Partito dei Lavoratori di Corea. E la proposta del terzetto sembra virare qui verso un black metal più atmosferico, sempre registrato grezzamente ma che almeno nel primo pezzo, sfodera uno strepitoso assolo, delicati arpeggi e un mid-tempo alquanto inatteso. Di tutt'altra pasta il secondo, con un black acuminato di scuola Mayhem, inviperito e selvaggio, grazie a uno screaming violento e a un sound malato ma alla fine, devo ammettere affascinante. E allora attendiamo con interesse una nuova release per confermare le doti o meno di questa abominevole creature nord coreana. (Francesco Scarci)

(Self - 2025/2026)
Voto: 65

martedì 24 febbraio 2026

Slagmaur - Hulders Ritual

#FOR FANS OF: Avantgarde Black
Slagmaur is a very particular project. Founded initially as a solo project in Norway almost 30 years ago by the musician known as General Gribbsphiiser, Slagmaur has always tried to create its own sound by combining the core fundamentals of black metal with a lugubrious and avant-garde approach. Its debut full-length, 'Skrekk Lich Kunstler,' forged the distinctive elements of the project’s sound, while the sophomore effort, 'Von Rov Shelter,' delved deeper into the ritualistic and heavy approach that has defined the project since then. Lyrically, the solo project, which later became a three-piece band, has tried to escape from the most stereotypical lyrics, focusing on horror, ritual, and deep psychological concepts that have obviously influenced the music itself.

After the aforementioned albums, Slagmaur has taken its time to release a new opus, which has seen the light of day this year. 'Hulder Ritual' is the name of the new beast and has included the participation of the legendary Snorre of Thorns as an additional producer of the album and as a contributor of some guitar lines. Those who have been aware of the album's release may know that the project reported the false disappearance of both musicians in the forest as part of a bizarre promotion for the new album, which is both ridiculous and the most black metal thing you can ever imagine.

Musically, 'Hulder Ritual' is exactly what we could expect from this Norwegian trio, as it displays a wide range of elements deriving both from the essential core of the genre and from the avant‑garde. The production, for example, is remarkably raw and reminds us of how many albums sounded back in the ’90s. The harsh and murky tone of the tremolo‑style riffs is truly loyal to the genre’s most authentic foundations. The guitar lines are a pleasure for those who have always enjoyed the distinctive melodies of black metal, and Slagmaur has, of course, not forgotten how to create plenty of them. Pace‑wise, the band focuses much more on mid‑tempo sections that fit better with their ritualistic and macabre sound, although there is room for some speed, as happens in "Huldergeist", for instance. While the basis strongly recalls the genre’s origins, it is the arrangements and specific details of each composition that contribute to forging a more original, adventurous, and distinctive style. "Hexen Herjer" combines raw riffs with a hypnotic piano and phantasmagoric voices, creating the aforementioned ritualistic atmosphere. The vocals also have a peculiar and dramatic touch. All these elements together create a rather theatrical black metal song that perfectly defines what Slagmaur aims to offer to the listener. Although the initial tracks may create the impression that the main vocals follow a more traditional approach, as the album progresses it becomes quite clear that "Aatselgribb" delivers a rich palette of voices that fit perfectly with the band’s tenebrous and mysterious vision. The album closer, "Rathkings," is another highlight of this opus. This composition opens with a ferocious section where blasting drums and aggressive guitars take the lead, while the second part delves deeper into Slagmaur’s hypnotic and dramatic style, including some tiny but perfectly placed arrangements that reinforce this haunting atmosphere.

'Hulder Ritual' by the Norwegian band Slagmaur is indeed an interesting record. The well‑structured combination of raw and traditional elements with more adventurous ones creates an album that delivers the best of both worlds and can attract fans from both sides. The ritualistic ambience established here is also a defining element, contributing to forging a sound that makes Slagmaur a truly original band. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 81

Mortal Decay - Forensic

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Brutal Death/Black
Musica da camera… mortuaria. La band è al suo secondo full-length (se si esclude la raccolta su cd dei primi tre demo rimasterizzati, intitolata 'Gathering of Human Artifacts'), dopo 'Sickening Erotic Fanaticism'. Se non li conoscete ancora, questa è l’occasione buona per farlo. 'Forensic' è un album death cupo e straniante. Stenterete a crederci, ma non è neppure esageratamente noioso, né del tutto prevedibile nei suoi passaggi. Merito di un songwriting abbastanza creativo. Il libretto riporta la seguente epigrafe: “Vorremmo estendere le nostre condoglianze alle vittime dei tragici eventi dell’11 settembre”. Ammetterete che un album brutal death è una collocazione piuttosto insolita per una frase come questa. I testi riservano un’ulteriore sorpresa: vi si coglie qualche timido accenno di giudizio morale. Appena un barlume, intendiamoci. Un esempio? "Monkey Cage" tratta di vivisezione ma, pur soffermandosi su particolari atroci, non reca segni di compiacimento per le crudeli sevizie inflitte agli animali. Si parla infatti di folli esperimenti e di scienza impazzita. In "My Mind Bleeds Tragedies" ecco la confessione di un medico legale, per cui si legge: “Non ci si abitua all’odore delle vittime carbonizzate, o alla vista dei bambini morti”. Un decennio di testi improntati al nichilismo più bieco ci ha fatto scordare che esiste una cosa chiamata Etica. Brutal death e black metal ci hanno riservato la glorificazione del peggio: l’apologia della violenza e della sopraffazione. Cos’è accaduto, nel frattempo, per far sì che un gruppo di deathsters statunitensi si riavesse – parzialmente e, temo, in via del tutto transitoria – dall’obnubilamento indotto dall’appartenenza alla suddetta scena? È accaduto che tremila persone perdessero la vita in poche ore, assassinate da dei fanatici, sotto gli occhi dell’intera nazione americana e del mondo.

(Unique Leader Records/Dissonant Tapes - 2002/2024)
Voto: 65

lunedì 23 febbraio 2026

Eviscerate - S/t

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Thrash
Gran bel demo quello di questo quartetto bresciano, registrato ottimamente e composto da sei pezzi più intro per un totale di 27 minuti. La musica proposta era frutto di molteplici influenze: il death melodico dei primi In Flames e Dark Tranquillity, l’aggressività del thrash americano e anche diverse cose dei maestri Death (ho ricordato 'Human' in alcuni passaggi). Sostanzialmente, potremmo definire melodic death metal il genere degli Eviscerate, ma lo svariato background della band, rende davvero interessante il risultato. Impossibile non segnalare la preparazione tecnica dei nostri, decisamente al di sopra della media: in particolare, credo, il lavoro delle chitarre si sia fatto invidiare da molti. "Organic Weapons" è un brano che denota un’imbarazzante capacità tecnico-compositiva. Anche "Invasion" è veramente bello, con un main-riff che, una volta ascoltato, vi si inchioderà nei tessuti nervosi. Pregevoli gli assoli che rimandano a reminiscenze maideniane e grandiosa la voce, tagliente e ruvida. Per finire facciamo i super-pignoli: qualche intermezzo arpeggiato in meno non sarebbe stato male, visto che a, mio avviso, gli Eviscerate danno il meglio di sé nelle parti più cattive e coinvolgenti oppure quando sovrappongono a tali parti assoli dal tono meno incazzato, creando un piacevolissimo contrasto. Chiude il dischetto "Death on my life", veramente stupenda. Acquisto vivamente raccomandato (lo si trova su discogs.com), anche a chi non è appassionato del genere: la buona musica si fa sempre apprezzare!

(Self - 2001)
Voto: 70

Sadael - Paralytic Thrall

Ascolta "Sadael - Paralytic Thrall" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Brutal Death
A me sembrava che i Sadael fossero una band votata al funeral doom, e invece quando ho fatto partire il disco inviatomi dalla Satanath Records, mi sono ritrovato di fronte a un attacco di robusto death metal. Che diavolo è successo a questo musicista armeno che distillava musica influenzata dal minimalismo dei Thergothon o dalle atmosfere più tragiche dei My Dying Bride? Che lo spostamento in Austria abbia in un qualche modo influenzato il sound dei nostri, o il banale cambio del logo significhi un totale cambiamento musicale? Chi può dirlo. Io so solo che la song iniziale di 'Paralytic Thrall' (ventunesimo album peraltro), mi ha preso a scarpate in faccia e nel culo. Ora distinguere dove siano posizionate entrambe potrebbe essere un quesito ardito ma non altrettanto interessante quanto capire cosa abbia portato il buon Sadael, col fido compagno Andrew Gossard (voce dei Putrefaction), a una svolta cosi radicale. Posso solo dire che "Into Absence" è puro death metal, al pari della successiva "Erasure", sebbene in alcuni momenti, si assista a un rallentamento quasi claustrofobico delle sue ritmiche (retaggio della vecchia creatura probabilmente). "Identity Dissolving" sfocia addirittura nello slam death metal con le voci tra il growl e il pig squeal e le ritmiche sparate a tutta birra. Ecco, non certo il mio genere preferito, per quanto qua e là (in "Leave the Weak Behind" ad esempio) gli assoli regalino momenti edificanti. Il resto però è puro death metal disturbante con una complessità strumentale non indifferente ma la cui brutalità fisica, lo va a rendere fin troppo caotico e furioso. Interessanti le melodie di "Screaming Earth" o l'asfissia emanata da un brano come "From Flesh to Void". Per il resto, allacciatevi le cinture, pronti a impattare con l'annientamento totale profuso da questo 'Paralytic Thrall'. (Francesco Scarci)

(Holy Mountains Music - 2025)
Voto: 62

venerdì 20 febbraio 2026

Krsnī - Neige Éternelle

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
L'Uzbekistan non è solo terra di grande cultura ma da oggi diventa per il sottoscritto, anche la culla che ha dato i natali a questa one-man band di Tashkent, i Krsnī . E 'Neige Éternelle' è addirittura il quinto capitolo, dal 2022 a oggi, del mastermind Trizna, un lavoro di minimalista raw black metal atmosferico. Lo dimostrano le lunghe note strumentali dell'incipit "Passage", un brano glaciale e strumentale che sembra uscito dalla mente diabolica del buon vecchio Burzum. E la successiva "Marche d'Hiver" non cade troppo lontano dall'albero, con un sound che si conferma ipnotico e rarefatto al pari di quello di Varg Vikernes, con le chitarre in tremolo stratificato, un'atmosfera super lo-fi, un drumming tra blast-beat e mid-tempo ritualistico, e lo screaming efferato e lontano del polistrumentista uzbeko, un eco di un lamento smarrito in una tormenta di neve, a cantare stranamente in francese. Probabilmente, album del genere ne abbiamo recensiti a tonnellate, quindi mi viene un po' difficile trovare le parole giuste per descrivere in modo originale un tale lavoro. "Paysage Enneigé" prosegue nel suo cammino innevato con melodie più malinconiche e atmosfere più delicate, con la voce a nascondersi nel sottofondo della steppa infinita. Il disco potrebbe evocare tante immagini nelle vostre menti, paesaggi desolati e innevati in primis, lasciandovi addosso un senso di profondo disagio e inadeguatezza che troverà il suo acme nella conclusiva "Long Voyage". Questa si palesa come un claustrofobico viaggio senza ritorno lungo fiumi ghiacciati, foreste innevate in cui udire il cantato del frontman vicino all'ululato dei lupi, in totale contemplazione della natura nelle profondità di un silenzio eterno. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 64

Glassbone - Ruthless Savagery

#PER CHI AMA: Death/Hardcore
Secondo EP all'attivo per i parigini Glassbone, che tornano, dopo il lavoro del 2024, 'Deaf of Suffering'., con questo 'Ruthless Savagery'. Il genere proposto? Presto detto, un granitico e brutale slam death metal, sporcato di influenze hardcore. Un macigno monolitico e fangoso che sin dall'iniziale title track, ci schiaccia con i suoi suoni cingolati e la voce cavernosa del frontman che cerca in tutti i modi di spaventarci. L'hardcore in tutto questo dov'è? In qualche passaggio spigoloso, nei breakdown che evocano gli anni '90 e in una narrazione di violenza urbana e degrado morale. A seguire la ritmica serratissima ma a tratti anche asfissiante, della più ignorante "Dryin' Up of Their Blood". Il massacro prosegue sulle note di "Apostasy Imperium" e un death metal accademico, che francamente, in pochi si ricorderanno da qui a qualche mese, non fosse altro per quel tagliente assolo che dopo un minuto, fa la sua comparsa. Poi, poco altro a dire il vero. Anche "E.K.F.I.V." non è nulla di che, se non pura dimostrazione che si può ancora pestare come fabbri ma niente di più, perchè queste note non arrivano là dove dovrebbero arrivare, sebbene il quintetto sfoderi un altro bell'assolo anche in questo brano. Troppo poco però per toccare le mie corde. E anche il featuring dei nostrani Fulci in "Testimony of Death" mi lascia indifferente, sebbene la carneficina venga servita nel migliore dei modi. Forse il brano che maggiormente ho preferito è la conclusiva "Driven by Sinister", martellante e spettrale al tempo stesso, ma che fondamentalmente non inventa nulla, se non cercare il colpo del definitivo ko. (Francesco Scarci)

(Iron Fortress Records - 2026)
Voto: 60

Predatory Void - Atoned in Metamorphosis

#PER CHI AMA: Sludge/Black/Hardcore
Pur non essendo un fan della band originaria di Gent, volevo dare il mio contributo, parlandovi di questo lavoro, visto che se ne parla un po' ovunque. Pubblicato il 6 febbraio 2026 sotto la solida guida della Pelagic Records, 'Atoned in Metamorphosis' rappresenta l'atteso ritorno della super-band belga Predatory Void, nata dall'estro di Lennart Bossu (Amenra, Oathbreaker). Non avevo ascoltato il debut 'Seven Keys to the Discomfort of Being', devo ammetterlo, che esplorava un black sludge viscerale. Questo nuovo EP sembra invece spostare il proprio baricentro verso un approccio più educato ma non per questo, meno violento, influenzato tanto dal post-hardcore quanto dalla dissonanza del black metal moderno. Se da un lato ero andato un po' in confusione con le litaniche e ingannevoli vocals dell'introduttiva "Make Me Whole", dall'altro la furibonda linea ritmica post-black della successiva "New Moon", appiana un po' tutte le mie titubanze, lanciandoci addosso sonorità estremiste e dissonanti, con le vocals di Lina R che rappresentano il vero fulcro emotivo del disco, passando da urla disumane, lamenti vari, clean vocals e quant'altro (leggasi spoken words), mentre la musica, acida come un lago vulcanico, si dipana tra accelerazioni improvvise, cambi di tempo, parti atmosferiche e deliri vari, a cavallo tra black, hardcore e sludge. Non è da meno la successiva "Peeling Cycle", con il suo andazzo sludge doom, breakato da parti più furibonde e disperate. A chiudere l'EP ci pensa "Contemplation in Time" e quella sua linea di chitarra in tremolo picking che squarcia il cielo, in totale simbiosi con i vocalizzi striduli e scorticanti della frontwoman, che mi lascia quella sensazione addosso di quando ti togli il cerotto con un bel colpo secco. Ci sono anche parti più delicate, a consegnarci alla fine un lavoro caoticamente melodico. Insomma, non quella che definirei una tranquilla passeggiata. (Francesco Scarci)

(Pelagic Records - 2026)
Voto: 72

The Eternal - Celestial

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Ho amato 'Skinwalker' nel 2024, ma temevo di dover aspettare molto più tempo per sentir ancora parlare della band australiano-finlandese dei The Eternal. E invece, eccoci qui con un EP, 'Celestial', nuovo di zecca, con ben cinque pezzi inediti (anche se uno in realtà, è una intro di poco più di un minuto) e una riedizione di "Everlasting" che compariva sul loro secondo disco del 2005, 'Sleep of Reason'. La band torna quindi a solcare le acque profonde del gothic/dark atmosferico, consolidando una certa maturità compositiva e quell'intensità emotiva che mi ha saputo conquistare in passato. Bando alle ciance e andiamo ad analizzare i nuovi pezzi: liquidata bruscamente l'introduttiva e orchestrale "Absence of Light", ci immergiamo nelle contemplative melodie di "Celestial Veil" e di un gothic doom che evoca immediatamente i Katatonia dell'era 'Discouraged Ones'. Gli ingredienti sono quelli classici: atmosfera malinconica sorretta da ottime linee di chitarra e dalla voce intensa di Mark Kelson, e un finale, bello robusto a livello ritmico, e con un assolo da spettinarci. "It All Ends" sorprende per le sue aperture sintetiche e un approccio ultra grooveggiante che mi ha evocato i Paradise Lost di 'Host' e andando, via via, irrobustendo il proprio sound verso sonorità alla Swallow the Sun. "Bleeding into Light" prosegue su binari affini, con quel senso di malinconia opprimente, vero trademark della band. "Casting Down Shadows" apre con una tribalità quasi mediorientale, per poi spingersi in territori meno battuti, prendendo in prestito le ipnotiche atmosfere degli Amorphis, con la voce di Mark sempre esemplare nelle sue tonalità pulite. Brano notevole, che potenzialmente apre le porte a nuovi sviluppi futuri. La conclusiva "Everlasting MMXXVI" è una riedizione, un filo più ammiccante e pulita, della vecchia versione, niente di trascendentalmente diverso, ma comunque utile per dimostrare come i nostri abbiano le carte in regola per seguire la nuova direzione della bussola. Solidi e credibili. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 75

lunedì 16 febbraio 2026

Viamaer - In Lumine Lunae

Ascolta "Viamaer_In_Lumine_Lunae" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze
L’esordio sulla lunga distanza della one-man band polacca Viamaer, intitolato 'In Lumine Lunae', si staglia nel panorama estremo come un’opera di raffinato blackaze, capace di richiamare l’attitudine sonora di band come Alcest o Deafheaven. Inserendosi in questo solco, la creatura di Krystian Jurkiewicz si presenta come un'opera alquanto matura, intima e stratificata. L'incipit, affidato a "In Excitatione Terrae", convince subito con le sue melodie malinconiche in cui le dinamiche emozionali, guidate anche da vocals tipicamente shoegaze, vanno a collidere con l'estremismo sonoro del post-black. Risultato? Subito pollice alzato, per quanto siano palesi le derive sonore di alcestiana memoria. La coerenza stilistica del mastermind di Varsavia si conferma anche nella seguente traccia, quella che dà il titolo al disco. Grandi atmosfere, ottimi fraseggi di chitarra che si muovono prettamente nella direzione di crepuscolari melodie shoegaze. "Dimensio Mortis" non va troppo lontano rispetto a questa dimensione onirica, con le vocals che sono tipicamente quelle pulite eteree dello shoegaze e solo raramente, sfociano in un grim carico di tormento. Da sottolineare le sapienti linee di chitarra a metà brano, a creare un ulteriore coinvolgimento emotivo con l'ascoltatore. Al giro di boa, il polistrumentista polacco sforna un convincente pezzo strumentale, "Ultra Insaniam", ideale per farci mettere in ordine i pensieri. Da qui, possiamo ripartire con "Liberum Arbitrium" per capire un pochino di più un progetto, in cui l'artista volutamente mostra le proprie debolezze, le ossessioni, i ricordi e sogni, attraverso la sua lingua madre, il polacco, il solo strumento con cui riesca a esprimere i tormenti della sua anima. Tutto molto bene, ma il rischio di esser vittima del proprio fardello emotivo, si fa più alto nelle ultime tracce, dove per evitare di far pesare eccessivamente la componente shoegaze, la band si espone con più ruvide accelerate post-black, in stile Deafheaven. È il caso di "Haec Vox", che rompe quel sound che rischiava di diventare un filo troppo noioso. Con le conclusive "Magna Paranoia" e "Smaragdus Somnium" (stravagante comunque la scelta di adottare i titoli in latino, a detta dell'artista per dare una dimensione che il linguaggio di oggi giorno non riesce a dare), i Viamaer persistono nella proporre una ricetta sonora ormai consolidata, tra forti echi shoegaze, evocativi passaggi orchestrali, un profondo tocco di malinconia contemplativa e qualche vocalizzo black. Il tutto, a suggellare un debutto introspettivo ma comunque interessante, ideale per chi ama sonorità riflessive. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74