sabato 16 maggio 2026

Mauser - Casualties of War

#PER CHI AMA: Thrash/Death
'Casualties of War' è l'EP d’esordio dei polacchi Mauser, un concentrato di thrash/death metal, sfornato all'inizio di quest'anno, che rimanda nel suo titolo, al film di Brian de Palma del 1989 (in Italia 'Vittime di Guerra'). Sei brani per quasi 25 minuti di musica che promettono un assalto sporco, bellico e piuttosto classico, per una miscela di ferocia e ignoranza controllata, espressa con la stessa grazia di una scheggia di metallo che riga una carrozzeria pulita. Ovviamente, sotto queste premesse, potrete immaginare come la proposta della one-man band di Cracovia, guidata da Krzysztof Leja, non brilli certo in originalità, ma anzi ci consenta di fare un bel tuffo indietro nel tempo a ripescare vecchie gloriose band del passato. Superato l'inquietante preludio, ecco andare a sbattere contro "Tiger I", che mette subito in chiaro come il mastermind polacco, aiutato da altri musicisti della scena, voglia affrontare le cose: il muro thrash death evoca immediatamente trincee, fango e luoghi dove l'essere umano è ridotto a pura materia sacrificabile. Krzysztof si è caricato il peso delle chitarre sulle spalle, lasciando a Tymon Wiekiera il controllo del microfono e di quel suo growling corrosivo. Nella successiva "You Can't Save Me", emerge una strana e geometrica linea musicale, una di quelle che sembra stritolarti nelle corde di chitarra e basso, mentre la batteria ogni tanto, esplode dardi nel cielo, in una cavalcata comunque che ha il suo fascino, pur evocando palesemente spettri di fine anni '80. Apprezzabile quindi il tentativo dei nostri di provare a fornire una rilettura dei vecchi classici, attraverso i propri brani: "Obscene as a Cancer" è una dimostrazione di nichilismo viscerale in salsa thrash, che non rinuncia a qualche graffiante assolo. "Ripping Guts" è forse il pezzo più devastante, con blast-beat indemoniati, ritmi frenetici alternati a suoni più compassati, per quello che alla fine risulterà essere il pezzo più monolitico del dischetto. A chiudere, "Kill or Help Us!" suona meno come il titolo di una canzone e più come l'ultimo messaggio radio inviato da un avamposto dimenticato da Dio, l'ultimo esempio di un lavoro che non si prefigge certo di cambiare le sorti del thrash/death con velleità avanguardistiche, ma semmai di odorare di cenere e polvere da sparo, e rappresentare il lavoro ideale per chi cerca ancora quella sensazione di suoni primitivi, che la musica mainstream ha dimenticato di poter offrire. (Francesco Scarci)

(Hagalaz Label - 2026)
Voto: 68

Architects of Aeon - Dead Dreamer

#PER CHI AMA: Death/Doom
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 14 maggio 2026

Scythe of Mephisto – Till Life do Us Part

#PER CHI AMA: Epic Black
C’è un momento preciso, quando la luce del giorno si arrende all'oscurità e al freddo della notte: è in questo esatto istante che dovreste far scorrere i quasi diciannove minuti di 'Till Life do Us Part', opera prima degli italiani Scythe of Mephisto. Sebbene arrivino da Novara, la loro anima abita chiaramente tra le foreste svedesi degli anni '90 (in compagnia di ciò che rimane dei Dissection e dei Lord Belial?). Il loro debut è un’incisione rapida, una reinterpretazione del black melodico delle band sopracitate, all'insegna di un sound che è insieme tagliente e profondo: le chitarre non gracchiano, ma tagliano l'aria come vetro rotto, sostenute da una sezione ritmica che non si limita a picchiare, ma costruisce architetture di tensione pura attraverso blast-beat e passaggi quasi epici. Niente di nuovo sia chiaro, ma la proposta del duo ha comunque il suo fascino. La voce di Qayin è uno screaming urticante, una sorta di preghiera rovesciata che parla di occultismo e satanismo anti-cosmico. L’apertura affidata a "Moonlight over Babylon" è una discesa ripida verso un abisso senza luce, tra linee di chitarra epiche, mid-tempo che si contrappongono a rasoiate furiose, e momenti più atmosferici. Proprio questi ti prendono per mano con melodie quasi malinconiche, per poi lasciarti cadere nel vuoto di "Bloodstained Sacrifice", li dove il ghiaccio viene a contatto col fuoco, sprigionando una forza devastante di black metal old-school. Ma è nella terza traccia, "Chants of Qayin", che la band rivela la sua vera statura: sei minuti abbondanti in cui la narrazione si fa più ampia, il respiro più pesante e l'evoluzione armonica delle chitarre e di quel basso pulsante in sottofondo, ti portano verso un climax che non risolve, ma lascia sospesi. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 70

martedì 12 maggio 2026

Hexcastle - The Hexcastle

#PER CHI AMA: Raw Black/Dungeon Synth
Il tempo è un giudice severo si sa, ma talvolta anche distratto, uno che lascia cadere tra le crepe della memoria alcuni lavori che meriterebbero un pizzico di attenzione in più. Quando nel 2022 Lucifero Errantis Bellator, artefice solitario dietro al progetto messicano Hexcastle, consegnò al mondo queste nove tracce, lo fece nel silenzio quasi assoluto, quello di una manciata di musicassette. Eppure, c’è un motivo se nel 2026, la Flowing Downward ha pensato di ridare visibilità, con un bel vinile, a questo fantasma. Ascoltare 'The Hexcastle' è infatti come varcare la soglia di una castello in rovina, infestato di spettri. E non è solo l'organo di "Funeral Mist" a darci questa sensazione ma tutto un insieme in cui non c’è nulla di moderno, nulla di patinato. Il suono è lo-fi e lo si evince immediatamente quando "The Hex Castle" si palesa nel mio stereo, per una scelta estetica deliberata, una nebbia che avvolge le chitarre per proteggerle dalla luce del sole. Un nichilismo che guarda dritto negli occhi la seconda ondata black norvegese, con una sensibilità, tuttavia, diversa, più densa, quasi rituale. Non solo black però, visto che Bellator ha pensato di arricchire la propria proposta anche con pezzi dungeon synth ("Ancient Shadow", "The Fallen" e qualche altro momento di ambient neoclassica che non è un semplice riempitivo), cosi da completare il raw black più feroce (penso all'assalto frontale di "Profane Ritual" o la più controllata "Chaotic Boreal Paganism") del polistrumentista messicano. Questo disco non è solo musica, è un luogo dove rifugiarsi quando il mondo fuori diventa troppo luminoso e superficiale per essere sopportato. È la prova che alcune storie, per quanto oscure e nascoste, trovano sempre il modo di tornare a galla, perché il vuoto che colmano, è lo stesso che portiamo dentro noi stessi. (Francesco Scarci)

(Canti Eretici/Flowing Downward - 2022/2026)
Voto: 66

domenica 10 maggio 2026

Dewichor - No Tomorrow

#PER CHI AMA: Epic Black
La Russia si conferma luogo che mastica il black metal e lo sputa fuori sotto forma di melodia disperata. Non è la raffinatezza barocca di certe produzioni nordeuropee, né il rumore bianco e indistinto di chi cerca di nascondere la mancanza di idee dietro un muro di distorsione lo-fi. Con i Dewichor, e con il loro esordio 'No Tomorrow', la sensazione è quella di trovarsi davanti a un incendio che divampa in una foresta ghiacciata, in cui l’aria che respiri taglia i polmoni. L’album, uscito sotto l'egida della Satanath Records, non perde tempo a spiegarsi. Tolta la strumentale e introduttiva "Hell Unchained", capisci poi che qui non si scherza. Le chitarre da "The Great Divide" iniziano a correre su tremolo infiniti, palesando il contrasto tra le accelerazioni rabbiose e rallentamenti marziali, intrecciandosi poi in armonie che sanno di epica antica. È un black metal melodico quello del quintetto di Novosibirsk, ma con quel cuore slavo che trasforma i riff in una condanna a morte. Non ci sono troppi fronzoli moderni, nemmeno tastiere invadenti che cercano di addolcire la pillola. C’è solo la consapevolezza che il domani, come suggerisce il titolo, è un concetto che non ci appartiene più. La voce non è un canto, è un ululato che arriva da lontano, va a fondersi con le asce fino a diventare un unico elemento atmosferico, quasi naturale, come il vento che soffia tra le rovine. L'unico problema è che pezzi come "Requiem", "Face the Hellfire" o "Heresy" suonano un po' troppo scontati e derivativi, un sound già sentito dozzine di volte. Solo "Barbed Wire" e "The Light of the Dead World" sembrano voler prenderne le distanze, cercare un filo di sperimentazione avanguardistica, proponendo l'utilizzo di un sax in un'atmosfera oscura, quasi da lounge bar. E queste si, diamine se mi piacciono. Per il resto 'No Tomorrow' è sicuramente un onesto lavoro di black metal, confermato anche dalla conclusiva e glaciale "Frostfall", perfetto per quei momenti in cui il silenzio fuori è troppo forte e hai bisogno di qualcosa che urli al posto tuo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 67

venerdì 8 maggio 2026

Rejuvenation – The Pinnacle of Violence

#PER CHI AMA: Techno Death
C’è qualcosa di ancestrale nel modo in cui i Rejuvenation hanno deciso di bussare alla porta di questo 2026, un anno che sembra già soffocarci sotto il peso di troppa informazione, troppa musica e troppa guerra. 'The Pinnacle of Violence' vuole essere un’anatomia lucida della nostra fine, eseguita con la precisione chirurgica di chi è cresciuto a pane e techno death, anche se non mi lascerei troppo ingannare dalla quella dicitura. Certo, c’è la scuola europea, c'è quel rigore algido che ha reso grandi gli Obscura o i Cognizance, ma qui batte un cuore diverso. Le chitarre, di Bozhko Bozhkov e di Vladimir Voloshchuk, non corrono per il gusto di arrivare prime, ma per tessere una tela in cui l'ascoltatore rimane, inevitabilmente, impigliato. È un organismo coeso, un respiro unico dove il basso di Nedislav Miladinov e i pattern di Nikola Ognyanov creano un pavimento solido, su cui il growl di Teodor Bakardjiev esala puro tormento. Il disco si apre con "Timeshift Pt. II: Abyss", e il titolo non è un caso. È un salto verso gli abissi, un maelstrom di suoni iper tecnici che ci stordisce sin dalla prima nota. "The Forest Calls" si muove su coordinate simili, ma quando il basso e la chitarra si mettono a tracciare saette pulsanti e note graffianti, sembra di assistere a un dialogo tra due parti della stessa anima: una che implora e l'altra che condanna. "Mortality Inevitable" funge da ponte tra la prima e la seconda dell'EP, che sfrutta la veemenza della title track per confermare un concentrato di ferocia e melodia che lascia senza fiato. Un altro breve pezzo e poi è il momento della chiusura, affidata a "Shades of Perception", un altro brano tirato, old-school, che ha però il pregio di sfoggiare un'ottima e più progressiva sezione solista. Alla fine, 'The Pinnacle of Violence' è un disco che non chiede di essere capito, ma di essere subìto. C’è un’eleganza brutale nel modo in cui tutto crolla, eppure, per un istante, sembra quasi che valga la pena restare a guardare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65


mercoledì 6 maggio 2026

Splendidula - Absentia

#PER CHI AMA: Post Black/Doom
Ci sono assenze che non si possono spiegare e i belgi Splendidula lo sanno bene: hanno capito che per sopravvivere alla perdita, quella che gli ha strappato il compagno di viaggio e bassista Peter Chromiak, non servono discorsi troppo filosofici, ma un posto dove poter urlare tutto il proprio dolore. 'Absentia', il loro quarto album, non è stato scritto per scalare le classifiche, ma per inviare una lettera a un indirizzo che non esiste più. Non c’è un modo soft per entrare in questo disco. Ti investe subito con la title track e un suono enorme e terribilmente vuoto allo stesso tempo. Le chitarre di Guy Van Campenhout costruiscono architetture post-metal che sembrano reggere il peso del mondo, per poi cedere di schianto ad esplosioni doom. E in mezzo a questo caos, c’è la voce di Kristien Cools: limpida e fragile, supportata nell'opening track da Tim Yatras (Austere, Germ) e nella seconda traccia, "Echoes of Quiet Remain", addirittura da Aaron Stainthorpe (ex frontman dei My Dying Bride). La musica dei nostri si arricchisce di ulteriori sfumature: dalle accelerazioni post-black della già citata title track, alla solennità della seconda traccia, un pugno nello stomaco emotivo. Il disco prosegue su questi binari emozionali, proponendo pezzi dal titolo in fiammingo che esprimono a parole, ancora quel dolore che dilania la band: dalla furibonda "Kilte" (il freddo) alla più riflessiva "Donkerte" (l'oscurità). Con i fatti poi, la musica ci trascina in un isolamento che brucia, non promette pace, nè redenzione, ma sembra semmai spingerci ad affrontare i nostri demoni. "Let It Come to an End" chiude il cerchio, con un pezzo vibrante e forse con quella consapevolezza acquisita che il dolore non svanisce mai del tutto, ma rimane un qualcosa con cui imparare a camminare, un passo dopo l'altro, nel buio. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 78

martedì 5 maggio 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

lunedì 4 maggio 2026

Vargrav - Dimension: Daemonium

#PER CHI AMA: Symph Black
Il buio non è solo assenza di luce. È una presenza densa, una stanza che si restringe intorno a te finché non senti il battito del cuore di qualcun altro. E quando ascolti i finlandesi Vargrav, hai questa strana percezione appiccicata addosso. Dimenticati i tempi delle foreste innevate e dei castelli assediati dell’epica high-fantasy dei dischi precedenti, il duo finlandese ha deciso di alzare lo sguardo. E ciò che ha visto lassù, tra galassie che sanguinano e cancelli dimensionali, non è rassicurante. 'Dimension: Daemonium' è il portale per un nuovo mondo, che si fa portavoce di un black sinfonico che, già durante l'ascolto di "Ablaze upon the Nocturnal Realms", è in grado di evocare un sound che combina i maestri del symph black, i Limbonic Art, e quelli dell'avantgarde, i Ved Buense Ende, diventando quindi essi stessi un nuovo punto di riferimento. V-KhaoZ e il leggendario Werwolf (ex Horna e Sargeist) hanno partorito un’opera che ha il coraggio di essere imponente. Le tastiere dominano tutto, non come un semplice tappeto sonoro, ma come una cattedrale costruita dentro una grotta umida. Se chiudete gli occhi durante l'ipnotica "Moonfrost Storms", sentire l’eco dei Dimmu Borgir di 'Enthrone Darkness Triumphant', ma con una sporcizia e una cattiveria che solo la scuola finlandese sa mantenere intatta, complice anche un Werwolf alla voce, che passa dal ringhio ortodosso a una sorta di parlato quasi febbrile, un sermone declamato da un pulpito che fluttua nel vuoto cosmico. E mentre i brani scorrono, pezzi come "Dragons of Nightmare", "The Gates of My Dimension" e "Starlight Chalice", ci ricordano come il cosmo sia un posto gelido, dove le stelle non illuminano, ma bruciano la pelle. Alla fine, "Unveil the Enslavement of Lunar Prophecies" è la ciliegina sulla torta di un lavoro denso, a tratti anche faticoso che, per chi non è abituato a queste profondità cosmiche, rischia di essere risucchiato in una dimensione dove la ragione smette di funzionare. Se portate ancora nel cuore i dischi che hanno cambiato il vostro modo di vedere il metallo nero trent'anni fa, fermatevi qui. Sedetevi. E lasciate che i demoni inizino a danzare sulle vostre teste. (Francesco Scarci)

(Werewolf Records - 2026)
Voto: 74

sabato 2 maggio 2026

Galibot – Catabase

Ascolta "Galibot - Catabase" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Non più di due mesi fa, su queste stesse pagine, mi ritrovavo a scavare tra i solchi di 'Euch’Mau Noir Bis', convinto di averne esaurito il fiato e la polvere. Eppure, in un giro di tempo così stretto da sembrare un’accelerazione del destino, i Galibot sono tornati. Non è fretta, la loro; è l'urgenza di chi ha ancora troppo nei polmoni per riuscire a stare zitto. Con 'Catabase', il quintetto del Nord della Francia non si limita a bissare il debutto, ma decide di portarci esattamente lì dove il titolo suggerisce: giù, in un rito di discesa verso l'oscurità. Qui, l'aria ha l'odore ferroso delle miniere di Lens, il silenzio pesante delle fonderie dismesse tra Hénin-Beaumont e quella dignità stanca dei galibot, i ragazzi che un tempo spingevano i carrelli nel cuore della terra. Qui, il suono ha smesso di essere una parete di fumo per diventare un’architettura di nervi e metallo. Le chitarre hanno una qualità melodica che sa di scuola svedese, penso ai Dissection ad esempio, ma è una melodia che non consola, bensì graffia. E poi c’è la voce di Diffamie, che avevo già precedentemente accostato alla nostra Cadaveria ai tempi dei primi Opera IX. Quando affiora il suo cantato pulito, come nel manifesto sonoro della sbilenca "Pénitent", di "Jeanlin" o ancora, della convincente e conclusiva "Mesektet", non senti un artificio tecnico, ma una ferita che si apre. Un grido che entra in un tunnel dove l'aria è finita da un pezzo, una cucitura emotiva che tiene insieme la rabbia cieca del post black e una vena malinconia più nuda. Il concept minerario non è un fondale di cartapesta. È un'identità. Cantare in francese, con quella densità che sembra uscita da un manoscritto di Zola smarrito tra le gallerie, è una scelta ricercata. 'Catabase' ci racconta come la modernità industriale sia stata costruita sul sacrificio di corpi che il sole non l'hanno visto mai, e lo fa senza retorica, con la forza di chi sa che il carbone, in fondo, non è altro che tempo compresso sotto un peso insopportabile. Mentre scorrono le tumultuose rasoiate inferte da brani come "Bleu Noir Rouge", la corrosiva "Voreux" o la veemente "Terril", mi rendo conto come questo disco alla fine parli di noi, della nostra incapacità di imparare dal passato e della bellezza che riusciamo a trovare solo quando abbiamo toccato il fondo del barile. I Galibot diciamocelo, non hanno un sound cosi originale da lasciarci senza fiato, ma ci insegnano tuttavia che scendere non significa perdersi, ma forse smettere di fingere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

venerdì 1 maggio 2026

The Oneiric Tide - Endlings

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Stoner
C’è qualcosa di ironico, per non dire estremamente cinico, in una band il cui titolo del disco è 'Endlings', visto il momento storico che stiamo vivendo. Se non lo sapete, un "endling" è l’ultimo esemplare di una specie (verosimilmente la nostra), che si configura in quell’unico individuo rimasto a fissare il vuoto, consapevole che dopo di lui, non rimarrà nessuno a ricordare nemmeno come si faceva a respirare. Questo è il concetto che il quartetto, originario di Bisceglie, va a condensare in quello che credo sia il loro debut: preparatevi quindi a un bel pugno nello stomaco, fatto di una miscela di stoner, post hardcore e post metal, che sa di polvere, fumo e verità, di quelle scomode che preferiresti non sentire. La loro musica è un corpo vivo, niente suoni di plastica o produzioni leccate; qui il suono è ruvido, organico, con un basso che batte nelle costole come un cuore affaticato e chitarre che sanno esattamente quando affondare i denti e quando lasciarti lì, nudo, col tuo respiro. L'album, dopo una breve intro, attacca con "The Scent", e senti subito che l’aria si fa pesante e non solo per il growling del vocalist incombente, ma per quell'atmosfera asfissiante che circonda un suono che in realtà sarebbe sorretto da tinte progressive. Ma in quella tensione che incendia l'aria, si nasconde la metafora della guerra che, siamo onesti, non è proprio così lontana come ci piace raccontarci. Ma attenzione, questo non è un disco politico da quattro soldi, è un disco profondamente umano. Se pezzi come la tonante "Fight Back (The Pike)" e "Shell Shock" ci trascinano nel fango delle trincee a colpi di riff tesissimi che non chiedono certo il permesso, "Nexus" è invece quella mano tesa che ti aiuta a rialzarti, grazie a melodie vocali un po' più ruffiane (nella sola componente pulita, attenzione, visti poi i grugniti in seconda battuta), accompagnate da un'architettura sonora che strizza l'occhiolino al post-hardcore. Sia chiaro, non siamo davanti a chissà quale album, le imperfezioni e le derive soniche presenti sono talvolta un filino scontate. Nel frattempo, arriviamo alla title track e il cerchio sembra chiudersi, e stringere alla gola. C’è tutto dentro: la fretta di chi sente il tempo sgocciolare via e la malinconia di chi ha capito che, nonostante tutto, non abbiamo imparato un accidente dai nostri errori. È un urlo verso il passato e un monito per quello che verrà. Il tutto in una modalità post-qualcosa, all'insegna di atmosfere soffuse e tiepide chitarre in tremolo, che mi hanno evocato un che dei miei amici Sunpocrisy, soprattutto nel roboante crescendo del finale. E infine, arriva "Holotype", la chiusura. Breve, definitiva. L'ultimo battito, l'ultimo silenzio, quello che fa molto più rumore di un’esplosione. Specie se ti rendi conto che l'ultima voce rimasta è la tua. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

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giovedì 30 aprile 2026

Witchtrap - Witching Black

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Black
Mamma li turchi Witchtrap e il loro unico disco 'Witching Black'! Si comincia con una gradevole intro orientaleggiante ("Convent of Misery I"), che si va ad allacciare direttamente al sensazionale muro di chitarre di "Asura". Il suono è, secondo me, quello tipico della scena metal turca. L'avevo già notato sul debut album dei Cenotaph, 'Voluptously Minced'. Segnalo poi alcuni riff thrash che mi ricordano l'epoca di Venom e Bathory ma quel suo gusto orientale dona un fascino speciale a questa canzone. "Witchcraft" è più sul genere Goatlord nel loro album 'Reflections of the Solstice', solo con delle vocals black molto più aggressive. "Dreams from Hell" presenta alcuni riff a metà strada fra i vecchi mid-tempo heavy thrash e ancora i Venom; questa canzone però è anche lenta e malinconica, molto heavy metal inspired con vocals lamentose, mi ha ricordato addirittura certe band dell'America meridionale, tipo Songe d'Enfer, ma senza tastiere, o Miasthenia. 'Witching black' è nello stile dei primi Sodom. "Dark Desire" è un pezzo da headbanging sfrenato. "Witchtrap" è una canzone lenta con riff martellanti in puro stile Sodom. Il solo punto debole è il suono della batteria, che è un po' strano, specie in "The Return of the Primewitch". Davvero una sorprendente, peccato solo se ne siano perse le tracce.

(Hammer Müzik - 2002)
Voto: 68

mercoledì 29 aprile 2026

Destruction - All Hell Breaks Loose

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Thrash Metal
Tra le band thrash tedesche che negli anni ottanta cambiarono in qualche modo volto al metal europeo, che stava per essere travolto su tutta la linea da quello americano con gruppi incredibili come Anthrax, Metallica, Exodus, Dark Angel, ci sono senza alcun dubbio i Destruction. In Europa non erano molte le band che suonavano a livelli mondiali questo genere, ma Destruction, Kreator e Sodom erano sufficientemente devastanti per contrastare quasi alla pari i colossi americani. Se i Kreator hanno, a un certo punto, deposto le armi (per poi riprendersi con gli ultimi lavori piuttosto energici), i Destruction, di resa non ne hanno mai voluto sentir parlare, e hanno continuato, anche in questo datato 'All Hell Breaks Loose' con l'uso di chitarre distorte e veloci, confermando a tutti gli effetti che il thrash metal aveva ancora molto da dire. E avvalendosi poi di una produzione migliore rispetto a quella di un tempo, i teutonici, dal lato musicale, non hanno modificato il proprio credo e il risultato, seppur non eccellente, è sempre stato comunque di notevole e ben misurata fattura. La voce di Schmier poi è migliorata nel tempo, dando l'impressione che il cantato sia addirittura più melodico e meno aggressivo. Gli anni trascorrono e qualcosa doveva pur cambiare per rimanere comunque cazzuti ma senza ripetere le stesse cose già fatte in passato. Il tema dei testi, quello non è cambiato: titoli come "Butcher Strikes Again" e "Total Desaster 2000" sono la conferma di un'incredibile coerenza germanica.

(Nuclear Blast/M-Theory Audio - 2000/2025)
Voto: 70

martedì 28 aprile 2026

Reinfection - They Die for Nothing

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Grind/Death
Rieccoci all'obitorio. Il grugnito atroce di un antropofago duetta con una voce isterica al vetriolo. Rammentate l'accoppiata Kevin Sharp - Danny Lilker in 'Extreme Conditions...'? L'ombra degli indimenticabili Brutal Truth si allunga su tutte le canzoni del cd di questa band polacca, all'esordio con questo 'They Die for Nothing'. Per intenderci: musicalmente siamo a metà strada fra il death e il grind più schizzato. I testi invece sono di stretta osservanza brutal. Basterà citare un paio di titoli, "A Morgue Filled with Rotting Corpses" e "An Institute of Bloody Anatomy", per immaginarne i contenuti. Sorge spontaneo a questo punto un interrogativo: se troppi gruppi propongono le stesse formule, non c'è il rischio che il mercato si saturi di prodotti pressoché indistinguibili gli uni dagli altri, molti dei quali fatalmente destinati a rimanere invenduti? È da sempre cosi e poi, ammettiamolo, il brutal death da un bel po' ha un disperato bisogno di nuova linfa, di un originale apporto creativo che lo preservi dall'inaridimento. Tornando a 'They Die for Nothing', va detto che si tratta di un album violentissimo, soffocante e ben registrato. Non dà un attimo di respiro, e scombinerà non poche delle vostre sinapsi. Peccato che le sue dieci canzoni si assomiglino un po' tutte.

(Ablated Records/Deformeathing Production - 1999/2018)
Voto: 66

lunedì 27 aprile 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Splendidula - Absentia
Ultha - A Light So Dim
Green Carnation - A Dark Poem, Part II: Sanguis

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Alain González Artola

Astral Valley - Midnight Sun
Bloedmaan - Vampyric War in Blood
Déhà - Ashes as Rain II

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Death8699

Dark Tranquillity - The Gallery
Ophthalamia - Dominion
The Pat Catalano Project - Paper Crowns

domenica 26 aprile 2026

Apolaustic - No Plenitude without Suffering

#FOR FANS OF: Black/Death
Apolaustic is a Swiss project that was created just last year. It is the new side project of the musician Romain, who is part of the full-band Stortregn, an interesting group with some similarities, particularly in its early days, to the style that Apolaustic delivers. The good references and the promising demo tracks convinced the Indian label Transcending Obscurity Records to release the first opus of this Swiss project, which is always a safe bet as this label has a sharp eye for quality bands.

'No Plenitude Without Suffering' is the name of the first opus released by Apolaustic, and it contains seven tracks and a short instrumental where Romain shows his love for a melody-driven extreme metal approach. Although the compositions are made by himself, the execution of the guitars and drums has been carried out by some Swiss collaborators who have done a perfectly solid job bringing Romain’s ideas to reality in the recording of this album. The production of this album is very solid, with vocals and instruments sounding perfectly balanced and clear. I like the fact that none of them overshadow the work of the others, which makes the whole thing sound powerful. All the tracks are entirely rooted in the melodic black metal genre, although I personally consider they tend to sound a bit closer to black metal. Personal considerations aside, what is clear here is that there is great work on the guitars, whose melodies throughout the album are excellent. There is a respectable amount of variety in the riffs and harmonies that make this opus quite a fun listen. As happens with other albums of this subgenre, Apolaustic has given some room for acoustic-esque guitars and nice guitar solos, which truly shine every time they are included. You don’t need to go too far in this album, as the initial tracks, "Devouring the Past" and "Fragments from a Misty Journey" are a fine example of it. These tracks are remarkably fast-driven, and the guitars create a good range of different melodies, both in the rhythm and the solo ones. No matter how speedy the tracks are, the absence of pace changes is never an issue, which I appreciate. This subgenre has always had a defining tendency to create pace-varied tracks, and thankfully Apolaustic does not fail in this aspect. Thanks to this, the ups and downs are constant and reinforce the sense of listening to an energetic, yet varied track.

As we approach the final part of the album, I praise the fact that the consistency of this album does not slow down. In fact, tracks like "Black Flame Reviver" or "De Feu et de Cendre" are among the best ones. The first one is probably the most interesting as it has a very dynamic structure and some nice surprises, such as the very enjoyable saxophone part included, which adds a touch of originality to an already superb composition.

In conclusion, Apolaustic’s excellent debut effort, 'No Plenitude Without Suffering', is an inspired example of melodic black metal’s strongest and most defining aspects, and it will surely please the fans of the genre. A very promising start for a project that hopefully will deliver more in the future. (Alain González Artola)

(Transcending Obscurity Records - 2026)
Score: 84

venerdì 24 aprile 2026

Frozen Shadows - Dans les Bras des Immortels

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Black/Folk
Black metal dal Québec. Niente di strano fino a qui: le maestose foreste canadesi ammantate di neve non hanno nulla da invidiare, quanto a potere evocativo, ai paesaggi della Scandinavia. Il terzetto dei Frozen Shadows rivendica con particolare orgoglio l'appartenenza alla "Nouvelle France" e al ceppo francofono canadese. Come certamente saprete, il Québec chiede da anni l'indipendenza dal Canada (anglofono). E il black metal, arricchito talvolta da sonorità folk, si accredita sempre di più, a livello mondiale, come la forma di espressione musicale prediletta da parte di giovani desiderosi di affermare il proprio orgoglio nazionale. Dalle regioni baltiche sino ad arrivare alle lande canadesi, è tutto un pullulare di band che utilizzano il black metal per affermare i valori del proprio ethnos. Ma torniamo all'album dei nostri canadiens: esso consta di sette canzoni di cupo black metal, tre delle quali scritte in francese. Di tanto in tanto le tastiere emergono dal magma sonoro sottostante: squarci di rarefatta bellezza in un panorama nerissimo. La batteria viaggia sovente alla velocità della luce. Quanto alle vocals, sono un susseguirsi di grida laceranti, com'è consuetudine del genere. Complessivamente un cd apprezzabile, anche se un po' troppo convenzionale.

(Sepulchral Productions/Osmose Productions - 1999/2025)
Voto: 68

giovedì 23 aprile 2026

Sirius - Aeons of Magick

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Symph Black
Sette tracce all'insegna di un black metal che oserei definire astrale. Infatti, il primo nome che posso accostare al sound dei portoghesi Sirius, è indubbiamente quello del combo norvegese Limbonic Art. Con questo non fraintendetemi, 'Aeons of Magick' è una perla che brilla di luce propria. Tutte le tracce sono pervase di una maestosità superba; le tastiere e gli effetti, ovviamente protagonisti del songwriting, ricamano melodie affascinanti e coinvolgenti. Il black melodico e oscuro è affiancato da un growl abbastanza anonimo e purtroppo, da un suono di batteria orribilmente artefatto e meccanico. Queste rimangono le uniche pecche di un album che mi ha stregato. Tutti gli amanti di black sinfonico dominato dalle tastiere e dalla fantasia, con varie rimembranze di musica classica, rimarranno estasiati nell'ascoltare gemme quali "Ethereal Flames of Chaos" (grandiosa soprattutto la parte centrale in cui il pianoforte sottolinea con una vasta eco classicheggiante i passaggi più rutilanti del brano), dove veramente la musica sinfonica si dimostra la fonte compositiva primaria dei Sirius (ancor più del metal). La lunga introduzione strumentale, "The Stargate", ci mostra invece notevolissime affinità con le composizioni degli inglesi Bal Sagoth (una delle mie band di black epico preferite). La title-track ci dimostra invece tutta la creatività della band, introducendoci in più di otto minuti di meravigliosa estasi creativa; anche in questo caso le reminiscenze classiche vengono proposte ed eseguite con un ottimo gusto. La conclusiva e strumentale "Beyond the Scarlet Horizon", con il suo andamento rilassato e contemplativo, ci permette quasi di sognare ad occhi aperti l'immensità del cosmo. Ottimo album.

(Nocturnal Art Productions - 2000)
Voto: 80

lunedì 20 aprile 2026

Stargazer/Invocation - Harbringer/H.A.S.T.U.R.

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Thrash
Era il 2000 quanto l’etichetta di Singapore ci consegnava uno split cd di due gruppi australiani in giro già da anni. Si inizia con il mcd di sei pezzi degli Stargazer, tre folli musicisti che propongono un grezzo e old-style black-thrash. Velocità indiavolate in puro stile Kreator, infarcite di cambi di tempo, privi di qualsivoglia tecnicismo, ma con grande carica devastante. Ed ora veniamo agli Invocation (band scioltasi prematuramente), che risorgevano dalle ceneri dei Necrovore con questo EP di death metal sulla scia dei Morbid Angel di 'Altars of Madness', in cui tuttavia gli australiani risultano decisamente meno raffinati ma direi che la carica anticristiana è la medesima degli americani. Sicuramente, non c’è niente di originale nella proposta dei due gruppi, ma chi ama le cose grezze, troverà pane per i suoi denti.

(Dies Irae Productions - 2000)
Voto: 62