venerdì 7 agosto 2026

Blackbriar - Our Long Cursed Sleep

#PER CHI AMA: Gothic/Symphonic Metal
L'EP 'Our Long Cursed Sleep' dei Blackbriar, venduto come un'estensione oscura delle "pagine perdute" del precedente 'A Thousand Little Deaths', ci conferma una grande verità sulla band olandese: sanno esattamente come accattivarsi il pubblico. Navigando furbescamente nel mare sicuro del gothic/symphonic metal, i Blackbriar sfoderano un campionario di soluzioni ruffiane e melodie di facile presa, ricalcando pedissequamente i cliché di mostri sacri come Within Temptation e Nightwish. Forti della classica produzione patinata, il disco si snoda attraverso chitarre e sezione ritmica che si limitano a fare da impalcatura robusta ma totalmente inoffensiva a una proposta accompagnata poi da orchestrazioni opulente e studiate a tavolino, finalizzate ad estorcere il brivido facile. Al centro della scena giganteggia Zora Cock con la sua eterea voce, innegabilmente affascinante, ma che gioca così tanto la carta della vulnerabilità drammatica da risultare a tratti stucchevole. La tracklist è un manuale su come compiacere i fan senza rischiare nulla: "A Long Cursed Sleep" è l'esca perfetta. Melodie malinconiche e un crescendo sinfonico costruito per farvi canticchiare il ritornello al primo ascolto. In "Apollo Never Stopped Chasing Daphne" il sound si conferma altrettanto sognante, per quanto una robusta sezione ritmica nella seconda metà, provi a dare l'impressione di maggiore spinta sull'acceleratore, ma in realtà è un trucco scenico per dar respiro a una narrazione epica ideale in sede live. "Betwixt and Between" è la classica ballata sognante e sospesa, che forza la mano sul lato tragico per strappare a tutti i costi l'emozione. A chiudere, ecco "A Thousand Anemones", una sorta di compendio di quanto fatto dalla band sin qui. Un'alternanza di sfarzi melodici e blande partiture grooveggianti che mettono il fiocco a un pacco regalo fatto per non scontentare nessuno. In sintesi, 'Our Long Cursed Sleep' è un disco solidamente paraculo. Raggiunge esattamente il suo scopo e farà la gioia degli irriducibili del symphonic metal, ma lo fa offrendo un ascolto calcolato, lezioso e privo di veri guizzi di spontaneità. Un ottimo prodotto da vetrina, ma nulla di più. (Francesco Scarci)

(Blackbriar Music VOF - 2026)
Voto: 63

mercoledì 5 agosto 2026

Vorax - Volcano Shock

#PER CHI AMA: Death Old School
Prendete i Bolt Thrower, gli Asphyx e il groove pre-masticato del Max Cavalera d'annata. Frullate il tutto e otterrete 'Volcano Shock', l'album di debutto degli svizzeri Vorax. Sulla carta, una dichiarazione d'amore al death old school; nei fatti, un monumentale manifesto di scarsa originalità che sfocia, dopo qualche traccia, in una noia letale. Completamente autoprodotto, il disco si vanta di rigettare i moderni trucchi digitali in favore di un suono crudo e analogico. Il risultato? Un muro sonoro roccioso e prevedibile, dove la sezione ritmica procede con un passo cadenzato e un growl cavernoso che non si sposta di un millimetro dai binari del già sentito. Persino il concept lirico, che abbandona lo splatter per concentrarsi sull'estinzione preistorica e la furia degli elementi, finisce per naufragare nello stesso piattume della musica. L'opening track, "Magma Ocean", prova a stabilire le coordinate stilistiche con riff palesemente devoti ai Bolt Thrower, ma l'effetto nostalgia svanisce in fretta, nonostante una sezione solistica volta a inseguire un briciolo di originalità nei suoi guizzi psichedelici. La successiva "Devouring Raw Flesh" prova ad alzare il livello di brutalità per scatenare un pogo infernale, ma trasmette solo un senso di stanchezza primitiva. Quando si arriva alla title-track, ci si rende conto che il cosiddetto riffing senza fronzoli è in realtà un loop infinito che mima un terremoto già sentito mille volte. La seconda parte del disco è un vero e proprio test di resistenza per l'ascoltatore. "Burning Lava" propone un groove ossessivo che non aggiunge nulla a quanto appena sentito, mentre "Hunter Killer" sceglie la via dell'aggressione quadrata e priva di melodia, risultando solo sterile. Nemmeno la più ritmata e ricercata "Flight of the Pteranodon" riesce a sollevare le sorti di un lavoro che sembra aver esaurito le sue idee dopo una manciata di brani. Il singolo "Reign Supreme" saccheggia, senza troppi complimenti, il groove tribale di scuola Sepultura con stop-and-go scolastici, prima che la conclusiva "The Great Dying" provi a scimmiottare il doom/death degli Asphyx, con tempi rallentati che sembrano non finire mai. Se è vero che parte della critica ne ha lodato l'autorità esecutiva, è impossibile ignorare l'assoluta mancanza di identità di questo progetto. 'Volcano Shock' è il classico disco-fotocopia che non lascia traccia: un'esperienza d'ascolto talmente derivativa e cosi priva di idee da generare quella fastidiosa sensazione di dejà-vu che vi costringerà, ben presto, a spegnere lo stereo e a prendervi un buon libro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 55

martedì 4 agosto 2026

Finsmoonth - Chrysalis of Astral Tears

#PER CHI AMA: Post Black
Amo dragare l'underground metallico e oggi, la mia ricerca mi ha portato a incontrare 'Chrysalis of Astral Tears', secondo album degli indonesiani Finsmoonth, band devota a un post-black, che trae linfa sia dalla seconda ondata del black metal che dal post-rock atmosferico. Certo, quello in cui mi imbatto primariamente nell'opener "An Endless Depth", è il muro di chitarre creato da Irwin Dwi Ryanto e Ade Zulkifli, che intrecciano trame armoniche taglienti, sorrette dai blast-beat di Micco Rullyanto e dal growl lacerante di Tino Guruh Putra (che troveremo nello stesso brano anche in forma pulita, direi scuola Alcest). L'album si sviluppa come un diario intimo diviso in sei capitoli di una coesione straordinaria: l'opener sembra fungere da asse emotivo dell'opera, combinando arpeggi malinconici a improvvise esplosioni ritmiche che catturano l'essenza della disperazione. "Foliage of the Wings" incalza con riff serrati e dinamitardi blast-beat, entrambi tipicamente accostabili alla tradizione black svedese, alternati a intermezzi acustici capaci di espandere l'orizzonte sonoro della traccia. "Dimming Palette" parte con un interludio ambient per poi infiammarsi in sfuriate primordiali che trovano il punto di rottura in un cantato epico in coda alla song. "Luminous Unveiling" continua affine alle precedenti, con un dualismo vocale che vede la guest Isa Bellum (voce dei tedeschi Sigils of Ruin, che tornerà peraltro anche nella traccia di chiusura, "Presomnal") a creare un isterico contrappunto post-punk (scuola Amesoeurs) con lo screaming abrasivo di Putra. "Embers at Ethereal Dawn" continua con il suo efferato tremolo picking chitarristico in grado di evocare scenari spogli e desolati di pura sofferenza. Insomma, quello dei Finsmoonth è alla fine un lavoro che mi sento di suggerire a chi cerca nel metal estremo una certa sensibilità emotiva. (Francesco Scarci)

(Disaster Records - 2026)
Voto: 71

lunedì 3 agosto 2026

Death by Love - 444

Ascolta "Death By Love_444" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Electro Goth/Darkwave
Probabilmente Il Pozzo dei Dannati non è il posto più indicato per recensire un progetto come Death by Love, guidato dal producer e polistrumentista americano Peter Guellard e dalla vocalist polacca Inga Habiba. La componente electro-dance, che predomina per quasi tre quarti dell'album, imbriglia la musica del duo, che pure trae stimoli da molteplici tendenze: harsh, industrial, electro-goth e persino loop presi dal folk mediorientale, inseriti per rendere il tutto più sofisticato ed etnico. L'intero lavoro suona decisamente retrò: le composizioni sfoderano poche idee davvero nuove in ambito elettronico e l'originalità non è al massimo della sua forma. Ciononostante, nel suo complesso il disco risulta lineare e piacevole, sorretto da un grande lavoro di produzione pensato per metterne in risalto la natura dance-oriented. Quindi, per quanto io possa esprimere un buon giudizio sulla qualità complessiva del prodotto, sono episodi come il singolo "Strong Inside" a rappresentare l'arma migliore da sfoderare su un ipotetico indie dancefloor. Di contro, non posso chiudere gli occhi di fronte alla disarmante, per quanto efficace, staticità creativa del duo, che per l'intero album si limita a inanellare una sequenza di soluzioni sonore più o meno derivate da altre realtà ed epoche che hanno fatto la storia del genere (Siouxsie and the Banshees, Diva Destruction, Hanzel und Gretyl, tra le altre). Tutto è fin troppo perfetto e nulla risulta davvero inaspettato, se si escludono i tre brani conclusivi, stilisticamente staccati dal resto. Fa eccezione anche un brano esemplare come "God", pezzo privo di sbavature in bilico tra Boy Harsher e Hocico, darkwave e industrial anni 2000: un mid-tempo dal grande impatto elettronico con un riff sintetico alla Depeche Mode e la voce, solo in questo caso affidata a Guellard, filtrata da un effetto rigoroso che oscilla tra Dave Gahan e Gary Numan. La voce di Inga, in tutti gli altri brani, si mantiene accattivante e sensuale. Il progetto risulta assolutamente funzionale sotto l'aspetto dell'orecchiabilità e per la sua anima più dance, che fonde synth rock e darkwave. Forse, per le nuove generazioni di oscuri ballerini, '444' potrebbe persino diventare un cult: l'album è stato sicuramente ideato con questa intenzione e ne sfoggia fiero la propensione. "Lost and Found" è la traccia che preferisco, perché mostra una costruzione più profonda e amplia la prospettiva sonora della band. Infine, come già accennato, c'è il trittico finale: "Temros" e "Ziro", che si muovono su coordinate ethereal ed etniche alla Dead Can Dance, e la conclusiva "Sellenno (reprise)", chiaramente di scuola Kirlian Camera. Per concludere, i Death by Love hanno costruito un album sulle ceneri di composizioni immortali, sfruttandone atmosfere e strutture e ottimizzandone il suono in maniera intelligente, gestendo il tutto con maestria e astuzia. Insomma, chi saprà porsi all'ascolto a cuore aperto non potrà che apprezzare gli intenti, le dinamiche, le potenzialità e le doti sonore e vocali emerse in questa raccolta. Andando oltre i riferimenti d'epoca e l'effetto nostalgia, con i riascolti il disco si rivela appieno, affrancato da qualsiasi stereotipo invadente. (Bob Stoner)

(Distortion Promotion - 2026)
Voto: 65

domenica 2 agosto 2026

The Secrecy - Pins & Needles

Ascolta "The Secrecy_Pins & Needles" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Gothic/Dark
Ritmiche ipnotiche, ombre pesanti e quella strana, irresistibile tentazione di chiudere gli occhi e ballare al buio. È questo il biglietto da visita di 'Pins & Needles', l'ottimo debutto dei The Secrecy. Il supergruppo di Indianapolis (con membri rubati a Flesher, Chrome Waves e Bringers of Disease) firma un disco che si piazza a gamba tesa all'incrocio tra il post-punk moderno e un dark/gothic rock denso di atmosfera. Prendete la ferocia dei Killing Joke, le ombre dei Fields of the Nephilim e il sound crepuscolare dei Type O Negative, rimescolate il tutto in chiave contemporanea, ed avrete il suono di quest'opera. Ho ascoltato il disco per sbaglio su Spotify e ho pensato "diamine lo devo recensire assolutamente!". Se la produzione è un piccolo gioiello di dinamica tra synth tridimensionali e chitarre sature, la voce di Dustin Boltjes oscilla da toni profondi e sognanti a improvvisi slanci drammatici. Il disco corre via veloce, un pezzo dopo l'altro. "Theresa" rompe gli indugi con un basso pulsante e ipnotico che mette subito in chiaro la proposta dei nostri. Un'apertura cupa, tesa, quasi cinematografica. "Dancing in the Fire" vede il battito accelerare. Riff taglienti, ritmo sostenuto e un crescendo dinamico e coinvolgente. "Meet Me After Midnight" mostra un differente lato della medaglia, fatto di atmosfere oscure e synth sognanti che mi hanno evocato addirittura gli Actors. Parte piano "Sky", una sorta di ballad crepuscolare solenne ed emozionante, che scomoda qualche scomodo paragone con i The Cure di "Trust". Ovvio, i maestri inglesi sono di un altro pianeta, ma la proposta degli americani, non sfigura affatto. Il disco s'incanala tra pezzi dark/synthwave ("The Watchers"), chiaroscuri intimistici rafforzati da echi di Jaz Coleman e soci ("Set Me Free"), senza dimenticare le origini (la title-track mostra piuttosto palesemente le influenze dei Fields of the Nephilim), per chiudere con le note malinconiche di "Same", che sanciscono come il post-punk abbia ancora diverse frecce al proprio arco da poter scoccare. (Francesco Scarci)

(Disorder Recordings - 2026)
Voto: 77

sabato 1 agosto 2026

Leaves' Eyes – Song of Darkness

#PER CHI AMA: Symph/Gothic
Se avete presente la formula dei Leaves' Eyes, sapete già esattamente cosa aspettarvi prima ancora di far partire il dischetto. Con il nuovo EP, 'Song of Darkness', la creatura di Alexander Krull e soci, impacchetta l'ennesimo prodotto patinato, ruffiano e mestierante fino al midollo. Tutto è perfetto, tirato a lucido e suonato con una professionalità impeccabile che ammicca palesemente ai fan di Nightwish ed Epica. Ma dietro la facciata luccicante e orchestrale, c'è davvero poco altro se non la solita minestra riscaldata ad arte per fare numero nel catalogo. La produzione è pomposa, cinematografica e confezionata con il manuale del perfetto symphonic metal commerciale: il soprano di Elina Siirala fa il suo solito lavoro impeccabile sui registri alti, il growl burbero di Krull fa da contrappunto nei punti giusti, e sotto gira il classico muro di chitarre pompate dagli archi sintetici. La scaletta scivola via veloce sui soliti, collaudatissimi binari: si parte dalla title-track, costruita e indirizzata con il pilota automatico. Riff incalzanti, esplosioni orchestrali e un refrain ruffianissimo concepito a tavolino per piantarsi in testa al primo ascolto. "Hall of the Brave" offre la classica cavalcata, i cori possenti e i tastieroni maestosi per far felice il pubblico della prima ora, senza aggiungere un grammo di novità. "Until the Last Day" parte con una ritmica più serrata e sferzata priva di sbavature, dove il duetto "bella e la bestia" gioca la carta del già sentito in maniera quasi scolastica. "Roots Eternal" cerca il respiro solenne, tessendo trame sognanti ed evocative che valorizzano l'estensione di Elina, ma senza regalare reali brividi. Zero sorprese, zero rischi e un tasso di imprevedibilità pari a zero. 'Song of Darkness' è un'operazione di puro contorno: elegante, ultra-professionale e tirata a lucido per restare nella comfort zone. Un ascolto consigliato giusto ai completisti della band o a chi vuole la sua dose quotidiana di acuti sinfonici senza troppe pretese. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 70

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The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


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venerdì 31 luglio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

The Secrecy - Pins & Needles
Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds
The Eternal - Obscured Horizons

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Alain González Artola

Luna Pythonissam - Ausencia
Gravsapawn - Sword Hand Path
Angellore - Nocturnes

giovedì 30 luglio 2026

Oskaal - Drenched in Sin

#PER CHI AMA: Techno Death
'Drenched in Sin' segna il debutto discografico degli Oskaal, duo norvegese cresciuto tra le strade, non proprio caotiche, di Drammen. Con questo EP di sei tracce, la band scuote le fondamenta del proprio background per plasmare un lotto di canzoni brutale e viscerale. Il duo si muove con estrema disinvoltura su una sottile linea di confine che unisce la ferocia del death metal moderno, derive progressive, sfumature blackish e un groove devastante dalle tinte slam. L'ascolto si sviluppa come un blocco unico: una narrazione che non ammette pause, ma che sa perfettamente quando cambiare marcia. L'apertura è affidata a "Hymn", un pezzo che aggredisce subito l'ascoltatore con cambi di tempo fulminei e un growl cavernoso che definisce le coordinate del viaggio. A colpire fin da subito è il lavoro solista, davvero di primo livello. Con la successiva "Slaughter the Divine" le ritmiche si fanno ancora più schiaccianti; qui i tre assoli killer confermano una fluidità strutturale fatta apposta per scatenare il pogo in sede live. Sia chiaro: non siamo di fronte a nulla di miracolosamente originale, ma la qualità della proposta è indiscutibile. L'assalto frontale sembra arrestarsi con l'incipit dal vago sapore mediorientale di "Death", ma è solo un miraggio: il duo torna a pestare duro nel giro di pochi secondi. Un gran bel ricamo di chitarra apre invece "Refused", traccia dominata da una sezione ritmica chirurgica, dalle scudisciate dei blast-beat e dal growling possente del frontman, il tutto traghettato verso un finale al fulmicotone. Si passa poi a "Sin", il pezzo più lungo del lotto: un episodio più compassato che si affida a un rifferama solido e implacabile, anche se risulta forse il capitolo più prevedibile dell'EP. In chiusura, la monolitica "Necrosis" riassume l'intera palette espressiva del gruppo attraverso una violenza esecutiva opprimente. Un biglietto da visita decisamente interessante per tutti i cultori del brutal techno-death. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

martedì 28 luglio 2026

Dark Zodiac - Black Goddess

#PER CHI AMA: Thrash/Death
Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: i Dark Zodiak non hanno alcuna intenzione di reinventare la ruota. Se cercate l'innovazione del secolo, avete decisamente sbagliato indirizzo. Ma se cercate una dose massiccia di violenza sonora, 'Black Goddess' è la mazzata sui denti che stavate aspettando. La solida realtà tedesca, guidata dalla carismatica e micidiale Simone Schwarz alla voce, torna con un nuovo lavoro autoprodotto che è un concentrato di pura devozione alla vecchia scuola thrash/death anni '80, pompato da una produzione moderna e mastodontica. Zero originalità, dunque, ma una discreta precisione chirurgica. L'album è un concept che ruota attorno alla figura della "Dea Nera", esplorando mitologie oscure, rivalsa spirituale e demoni interiori. Il motore immobile del disco è un guitar-work d'acciaio: riff granitici tipicamente thrash si fondono a rallentamenti pachidermici e una sufficiente sezione solistica, il tutto blindato da una sezione ritmica implacabile e dal growl cavernoso della Schwarz. La tracklist è una progressione micidiale concepita per non lasciare superstiti. Si parte con la title-track, un assalto frontale a base di doppia cassa incessante e riff quadrati che uniscono il thrash teutonico al death europeo più classico. Neanche il tempo di respirare e irrompe "Lost", che mantiene la tensione a livelli di guardia, con cambi di tempo repentini e un riffing serrato. È un lotto di pura aggressività che evoca schemi già sentiti cento volte, ma che funziona da Dio. A metà corsa, "Guardian of the Night" chiama clamorosamente in causa "Angel of Death" degli Slayer, per un pezzo che sembra strutturato appositamente per scatenare l'inferno nel moshpit. Da "Primal Force" mi sarei aspettato facesse onore al proprio titolo e invece no: inizio compassato, un'alternanza più o meno efficace con qualche scarica di energia primordiale e poco altro. Ci si avvia cosi stancamente alla fine con il sound grooveggiante di "Depth of Darkness", più mortifero e fangoso dei precedenti, prima di "Rising from the Ground", un altro pezzo che torna a fare il verso a Tom Araya e soci, che sicuramente lascia l'ascoltatore tramortito, ma che rimane privo di qualsiasivoglia briciolo di originalità. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

domenica 26 luglio 2026

Krakh – Holes in Our Hearts

#PER CHI AMA: Depressive Black/Shoegaze
Prendete la disperazione esistenziale degli Harakiri for the Sky, mescolatela alle intuizioni blackgaze dei primi Deafheaven e immergete il tutto nel gelo siderale russo. Il risultato è 'Holes in Our Hearts', l'ultimo parto discografico dei Krakh, la one-man band di Vadim Nizamov. Dimenticate le vecchie velleità pagane del progetto, ai tempi di 'Strangle Hope', quando il polistrumentista guardava con più interesse ai Saor: qui si sprofonda nel vuoto assoluto, nell'isolamento e in un dolore emotivo che si fa ferita generazionale. La produzione è il manifesto del post-black metal moderno. Da un lato c'è un muro di chitarre stratificato e saturo di riverberi, dall'altro una batteria che oscilla tra mid-tempo ipnotici e blast-beat furiosi. Peccato solo per il basso, sacrificato sull'altare del mix e quasi impossibile da scovare, e per uno scream straziante che, pur pagando il pegno di una certa monocordia stilistica, sputa sangue dall'inizio alla fine. La discesa negli inferi parte con "...And The Silence Started Speaking", la classica intro che cederà ben presto il passo alle sfuriate improvvise di "Walls We Built", dove la disperazione vocale del frontman vi stringerà la gola in una morsa drammatica, e le trame chitarristiche più serrate ed espressive, si mostrano come un perfetto tiro alla fune, tra pura violenza esecutiva e una sottile, costante melodia nostalgica di scuola "alcestiana" che fa da sfondo. Il vero cuore dell'opera batte però nella title-track: qui i Krakh condensano la propria essenza spingendo forte sulle dinamiche post-rock, tra arpeggi in apertura, rallentamenti ipnotici e un climax finale guidato da riff taglienti di chiara matrice shoegaze, mentre le porzioni vocali si dipanano tra grim e growling vocals, non rinunciando peraltro alla classica voce angelica femminile. Le cose non cambiano poi molto anche in "Face Of Happiness", un pezzo che abbraccia ancora sonorità malinconiche per poi deviare verso territori più depressive black. Il sipario cala infine sui giri al minimo di "Ex Umbra in Umbra", una traccia strumentale dal forte sapore cinematico, ideale colonna sonora per un'introspezione cupa e priva di qualsiasi via d'uscita. 'Holes in Our Hearts' è un ascolto solido, viscerale, caldamente raccomandato a chiunque si nutra di blackgaze e di quel post-black metal atmosferico che non vuole fare prigionieri; è un disco avvolto nel mistero dell'underground, che si muove a fari spenti lontano dalle grandi testate mainstream. E direi che è meglio così. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

sabato 25 luglio 2026

Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds

Ascolta "Astral Alchemy_Weaving Chilling Magical Dreamworlds" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Dimenticate la musica. Dimenticate i dischi. 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds', il primo vagito degli Astral Alchemy, non è un ascolto: è un collasso sensoriale, un veleno che s'insinua tra le pieghe della realtà. Dagli Stati Uniti arriva un'entità che frantuma le catene del black metal atmosferico. Non ci sono canzoni qui, ma cinque portali che si spalancano su derive sperimentali inesplorate, trasformando il rischio di sentire un qualcosa già sentito in un incubo lucido e terrificante. La produzione, evocata dalle mani di B.D. Johannson, ne distilla poi un fumo denso e stratificato. Le chitarre non suonano, s'intrecciano a parassiti elettronici, generando un tappeto alchemico ed esoterico che divora l'aria. La sezione ritmica, mossa da entità note come "He Who Wields Twin Scepters of Malice" e "He Who Walks Under the Blood Moon", è un cuore malato che muta battito senza preavviso, alternando il gelo assoluto a improvvise, brutali lacerazioni della carne. L'album è un trattato sulla cenere: esplora l'annientamento totale della materia, la rinascita che passa attraverso la distruzione del cosmo, usando l'alchimia come grimaldello per una trasformazione atomica e trascendentale. Il viaggio inizia "Bathing in the Sap of the Moonflower", una suite sinfonica che annebbia subito la vista e definisce l'ambizione del progetto. Segue "Tria Prima Offering to the Great Serpent", dove la complessità si fa carne e l'uso dei campionamenti arricchisce una narrazione occulta e strisciante, ad opera della guest Aeterna. Ma è con "Stars of Ruin" che la realtà si spezza: una ritmica serrata che sfocia in un breakdown progressivo e inaspettato, quasi deathcore, per poi collassare in un break al limite dello slam che stupra qualunque linearità di genere. "Collapse of the Cosmos" è il passo successivo, un'enfasi sulla distruzione universale tessuta da trame chitarristiche ancora più tirate e feroci. Il finale è affidato ai quasi dodici minuti di "Eyes Through the Speculum", una distillazione magistrale di tutte le tensioni accumulate. Una conclusione che non dà pace, ferocemente inquietante ma, allo stesso tempo, paradossalmente liberatoria. Non ascoltate 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds' se cercate conforto nel passato. Bevetene il veleno solo se siete pronti a guardare il tessuto della realtà mentre si dissolve, per tessere, con successo, nuovi e oscuri immaginari onirici da cui non vi sveglierete più. (Francesco Scarci)

(Naturmacht Productions - 2026)
Voto: 77

giovedì 23 luglio 2026

Autumnblaze - Glut

#PER CHI AMA: Dark/Gothic
Gli Autumnblaze sono una cult band, ma solo in parte conosciuta, dell'universo gothic/dark rock tedesco, che dal lontano 1997, sforna dischi di ottima qualità, senza rimorsi o perdite di direzione su quale sia la strada odierna da percorrere, e quella strada è fredda e umida, proprio come una notte d'autunno. Al loro decimo album, la classe si manifesta in un disco compatto che si lascia ascoltare tutto d'un fiato, nonostante la lingua madre che incute sempre una certa ostilità d'ascolto, ma che per gente come il sottoscritto, è più che indicata in questo contesto musicale, fatto di malinconia e tristezza. Il segreto del duo teutonico si nasconde proprio in questo modo di rileggere le fondamenta del gothic in maniera personale e a suo modo, proprio in veste romantica, anche quando calcano la mano nel growl o nella distorsione. I facili paragoni si possono perdere per definire gli Autumnblaze, tra Paradise Lost, Moonspell e tanti altri, ma la band tedesca, a mio avviso, si mette su di un piano emotivo diverso, meno depressivo e più sognante/malinconico, direi più vicino agli ultimi Tribulation e ai romani Novembre, con un modo d'intrattenere l'ascoltatore, tanto rivolto al buio quanto congeniale nel fargli dilatare le pupille, e investendolo costantemente con riff di chitarra maestosi e aperti, chiaroscuri continui, che da sempre sono una prerogativa della band, accompagnati poi da arpeggi di sospensione emotivamente compromettenti. La genesi di questo modo di fare musica nasce qualche decade fa e miete ancora vittime d'innamoramento dopo il suo ascolto, ed il duo originario di Illingen, si rende cosi artefice di un disco che difficilmente vi lascerà indenni. In questo 'Glut' non ci sono novità musicali evidenti e la band, che oggi mostra la sua completa maturità e che in passato ha sperimentato molte strade (dal gothic al black metal passando da suggestioni acustiche), non nasconde la sua contrarietà verso un ritorno alle radici del genere. Le 13 canzoni di questo album alla fine, sono veramente da apprezzare e da ascoltare a tutto volume, in una giornata di pioggia, e in rigorosa solitudine. Dicevo gotico, ma con il giusto peso, granitico quando serve e raffinato in più punti, con un equilibrio tra le parti notevole, complice anche l'ottima produzione di Markus Stock (Empyrium, The Vision Bleak, altre due realtà accostabili ai nostri/ndr) che gli dona un suono ancora più propenso all'infinito. Ultima curiosità: l'album è uscito anche in una tiratura limitata a 500 copie che prevede una seconda produzione con una diversa lettura, più dura e pesante, degli stessi brani da parte del produttore Charles Greywolf (Powerwolf); lascio a voi la scelta per giudicare quale veste oscura sia la migliore per questi. Però, lasciatemi dire che "Licht Aus", con il suo magnifico cantato straziante è bellissima, che "Polarlicther" sembra un brano magnificamente rubato ai The Mission e quanto è sognante poi l'arpeggio di "Geisteskind"? L'esperienza conta e in questo disco mostra tutto il suo peso; l'ascolto di 'Glut' non vi lascerà indifferenti è garantito. Innamorarsi di questa piccola perla nera, vi risulterà inevitabile. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 22 luglio 2026

Fiesta Alba – Drops of Sunshine in the City of Spectres

#PER CHI AMA: Math/Experimental
A circa un anno dall'uscita di 'Pyrotehcnic Babel', esce un nuovo mini lp dei Fiesta Alba, un disco che continua la strada della band in una direzione del tutto originale, fatta di sussulti math rock e visioni poliritmiche afro-dance, elettronica e indie rock, una mistura particolare che viene amalgamata con gusto e raffinatezza. Si parte con "The City of Spectres II", che incorpora ottime chitarre strizzanti l'occhio all'avanguardia, ai ritmi dei Talking Heads, alle strutture che si possono trovare in "Discipline" di Fripp e soci, e al suono impazzito degli Animals as Leaders, ovviamente in una forma meno metallica, per un brano che reputo il migliore dei cinque in cartellone per questo lavoro. Anche la seconda track, "Inch by Inch", stimola molto la fantasia, tra un fraseggio ipnotico ed elettronica da Commodore-64, sembra una cover dei Devo rivisitata dal caro Captain Beefheart (la voce è di Diego Pandiscia), con tanto di accenni di violino per un tocco di classicismo e (in)sana follia folkloristica in memoria del miglior rock in opposition d'annata. Nel terzo brano, "Uncontacted", si celano ritmi etnici africani evoluti, sciolti in una elettronica sperimentale e contornati da accenni di rock progressivo sempre alla King Crimson; da notare il gran bel lavoro di chitarra e basso, per un meltin' pot di sicuro effetto, proprio un bel brano cantato dalla brava Tiziana Lo Conte. "The City of Spectres I", che alla voce vede Alessandra Plini, il terzo vocalist ospite in quest'album, è un pop di ottima fattura che ricalca alcune sfumature dei pezzi precedenti, rendendo il tutto più fruibile ed immediato, più dub, più trip-hop, capitanato da una voce femminile calda e sensuale, con finale sicuro alla Massive Attack. "Kinder Surprise Egg "chiude il disco, aprendo con un recitato in un inglese volutamente maccheronico per poi evolvere in una specie di jazz pop frizzante dal gusto funky, che non avrebbe sfigurato in un disco dei Float up CP di Neneh Cherry, negli anni ottanta. Musica atipica per i tempi attuali, ricercata, intellettualoide, virtuosa e con la fusione tra i generi musicali forse troppo accentuata, quindi, non per tutte le orecchie, una musica che non possiamo definire crossover, per cui sarebbe riduttivo, ma per attitudine possiamo accostarla alle idee contorte del punk funkoide alla Rip Rig and Panic degli anni ottanta, o meglio, alla sua evoluzione naturale. Noi vecchi fan di questi intrugli sonori di nicchia, possiamo dire con immenso piacere, che ancora oggi sia il signor Fripp che Neneh Cherry e il nonno Don, hanno degli splendidi estimatori in questa band romana, una band che non conosce confini sonori, neppure barriere musicali. Da ascoltare ad ogni costo. (Bob Stoner)

(Neontoaster Multimedia Dept./Altipiani - 2026)
Voto: 75

lunedì 20 luglio 2026

Cowards - Can You Hear Me?

#PER CHI AMA: Noise/Indie/Alternative
Subito dopo l'uscita di 'God Hates Cowards', mi gironzolavano per la testa alcune domande sul futuro della band marchigiana, su come avrebbero potuto evolvere ed espandere l'ispirazione e l'urgenza di questo loro bel primo disco senza incorrere o inciampare in ripetizioni compositive, cercando di restare interessanti, senza dover pagare il dazio a una così azzeccata uscita. Il nuovo disco in parte conferma i miei dubbi e in parte li smentisce. 'Can You Hear Me?' è il titolo del nuovo album e l'allacciamento con la celebre strofa della canzone "Christmas" dei The Who, "Tommy can you hear me", è già di suo una dichiarazione d'intenti, magari d'amore o di stima verso la storica band inglese. Per quanto riguarda la musica, possiamo dire che il disco si muove bene tra i suoi vicoli scuri, i musicisti navigati ci sono, e conoscono le coordinate del loro progetto, ne custodiscono i segreti e i dettagli, quindi le composizioni si snodano sciolte e liquide, capitanate dalle soniche chitarre che sono il marchio di fabbrica di questa band. Chitarre sempre curatissime ed intelligentemente rumorose, con quel tocco di garage psichedelico mischiato al noise rock che fa sempre un certo effetto stordente sull'ascoltatore. In realtà, il sound vira verso derive noise degli anni '90/2000 e suona meno post-punk del lavoro precedente. Ci sono poi echi e riverberi dei Loop o dei Girls Against Boys di "Stay in the Car", degli A Place to Bury Strangers, con vaghi ricordi anche di Jesus Lizard e ancora i primissimi One Dimentional Man, che ne fanno sicuramente un buon disco, che soffre di una produzione diversa e meno brillante rispetto a 'God Hates Cowards'. Alla fine, anche se il lungo brano intitolato "9 Minutes", è veramente ipnotico, il lavoro nel suo insieme acquista il sapore di dischi come 'Trompe le Monde' dei Pixies, un disco interessante ma non sviluppato alla perfezione per via di una produzione non all'altezza delle altre loro uscite. Quindi, 'Can You Hear Me?', a mio modesto parere, sembra essere un'ottima collana di B-sides come poteva esserlo 'Pisces Iscariot' degli Smashing Pumpkins o 'Barbed Wire Kisses' dei The Jesus and the Mary Chain a suo tempo, e anche il solo paragone a questi capolavori noise, è certamente da considerarsi come un gran complimento per chi parla la lingua del feedback. Per usare un termine calcistico, la band ha usato l'esperienza per evitare un fallo e rischiare così di non eguagliare il loro precedente lavoro, giocando di astuzia ed intelligenza, cambiando giusto un poco e il minimo necessario per rendere il nuovo album un'evoluzione logica ma che non può o deve essere messa a confronto con il disco dello scorso anno, per essere analizzata. Ammiriamolo così allora, con il suo rumore riverberato, l'atmosfera da seminterrato buio, più garage e a volte anche più ruffiano, come nel brano "Your Party is Gravy", con il suo taglio indie davvero coinvolgente, o quando le chitarre virano verso lo shoegaze ("No Return"). I Cowards rimangono una band che, orgogliosamente, non si colloca nelle mode musicali del momento, soffrono di un pregiato amarcord sonoro e restano una solida realtà nel panorama alternativo italiano, sicuramente una tra le più interessanti. (Bob Stoner)

(Bloody Sound - 2026)
Voto: 70

domenica 19 luglio 2026

Inferno - The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)

Ascolta "Inferno_The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Cosmic Psych Black
Gli Inferno sono da sempre una di quelle band che seguo con un interesse quasi devozionale. Dopo l'ottimo album del 2021, 'Paradeigma', l'attesa per il loro ritorno era altissima. Ed eccolo qui, servito su un piatto d'argento: 'The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)'. La band ceca sposta con il proprio sound, ancora più in là i confini dell'avanguardia, consolidando lo status di pioniera di un black metal psichedelico, esoterico e profondamente filosofico. Il titolo stesso è un esplicito e colto omaggio all'opera d'esordio del filosofo Emil Cioran (Al culmine della disperazione), e le liriche ne riflettono la medesima, lucida e nichilista disperazione esistenziale. L'album si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso psiconautico capace di destabilizzare i sensi fin dal primo secondo. L'incipit affidato a "Fission of the Soul" è un labirinto quasi totalmente strumentale, che mescola intuizioni psichedeliche ad atmosfere darkwave, per poi esplodere in improvvise accelerazioni ritmiche. Il risultato disorienta l'ascoltatore e ridefinisce le coordinate stesse del genere, strizzando l'occhio in modo palese alle derive cosmiche dei Blut Aus Nord. Man mano che ci si addentra nei movimenti centrali, la contorta "Dekranos Katexochen..." e la monumentale "With Raving Mouths They Utter Things Mirthless, Unadorned and Unperfumed", l'atmosfera si fa densa, marziale, quasi industriale (soprattutto la seconda delle due). Qui sono i feedback disturbanti e gli arpeggi al pari delle spettrali vocals di Adramelech a descrivere quel senso di isolamento totale che l'essere umano sperimenta di fronte all'infinito. Il climax finale giunge come una catarsi necessaria, ma tutt'altro che liberatoria: la ferocia residua si stempera in una psichedelia acida, scura e opprimente, che congela lo stato d'animo in una consapevole accettazione del vuoto. Il finale, "Circulus Vitiosus Deus (The Infinity Ravages All)", prosegue calcando i medesimi tasti di cosmic black. Parliamoci chiaro: chi è cresciuto a pane e Blut Aus Nord o Deathspell Omega, riconoscerà immediatamente la statura immensa di quest'opera. Un disco concepito non per il mercato, ma per chi vede nella musica estrema un puro strumento di trascendenza spirituale e intellettuale. Gli Inferno hanno costruito un rifugio per chi non ha paura di guardare dentro l'abisso; un'opera d'arte stratificata che, una volta passata la tempesta, ti lascia addosso una strana, bellissima inquietudine. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti - 2026)
Voto: 74

venerdì 17 luglio 2026

Pseudobiblion - Index I

#PER CHI AMA: Death/Doom/Horror
Il debutto discografico del progetto italiano Pseudobiblion, intitolato 'Index I', vorrebbe imporsi come un compendio di spessore nel panorama estremo underground, fondendo death old school e cupo horror-doom metal d'inizio anni '90. La band, formata da membri di band storiche come Nihili Locus, Dvm Spiro e Manhunt, dichiara esplicitamente influenze legate ad alcuni capisaldi scandinavi e d'oltreoceano come Grotesque, Nihilist, i primissimi Dark Tranquillity, Death (mah! - ndr), Sodom e Autopsy. Superate le tenebre dell'oscura intro "The Upper Berth", i nostri esibiscono, in "The Oval Portrai", chitarre taglienti e una sezione ritmica tellurica, arricchite da una performance vocale che si assesta su un growl animalesco, che non lascia però il segno. Meglio invece la successiva "Memory", che con le sue atmosfere orrorifiche, le vocals decadenti in sottofondo e le chitarre spigolose, profuma di un metal d'altri tempi che pensavo dimenticato. Le chitarre si muovono lungo binari affini anche nella successiva "Green Tea", con i vocalizzi del frontman che evocano i Nihili Locus, al pari delle melodie che costituiscono l'architettura di un pezzo più convincente dei precedenti. "The Judge's House" è un brano decisamente più monolitico e doom oriented, un classico back in time che tuttavia continua a non regalare chissà quali emozioni al sottoscritto. "Markheim", il brano più intrigante del lotto, complice un finale a dir poco sinistro, prova a portare a compimento un disco sicuramente old fashion per sonorità, tematiche (che attingono all'antico 'Index Librorum Prohibitorum', inserendo frammenti letterari inalterati della letteratura horror e gotica classica) e attitudine, un lavoro indicato per coloro a cui forse manca la conoscenza della storia di questo genere. Francamente, per chi come me mastica questi suoni fin da 40 anni, meglio andarsi a prendere gli originali. (Francesco Scarci)

(Club Inferno Entertainment - 2026)
Voto: 62

mercoledì 15 luglio 2026

The Medea Project - Akkadian Artefacts

#PER CHI AMA: Drone/Ambient/Experimental
Più che un seguito diretto del secondo full-length 'Kharon', questo 'Akkadian Artefacts' dei The Medea Project si configura come un EP di cinque tracce interamente destrutturato, ripensato e remixato da Lucifer X, mente della formazione industrial/noise St. Lucifer. Per chi non conoscesse la formazione britannica, è giusto sapere che sono solitamente dediti a un gothic/sludge, di cui però non troverete assolutamente traccia in questi pezzi. Durante l'ascolto del lavoro vi si pareranno infatti davanti sonorità elettro dark ambient. Se "Babylon (The Fall of Akkadia)" sembra rievocare la vecchia "Babylon" presente in 'Sisyphus', qui riletta in chiave ambient-synth, "Ghosts in the Shell" trascina l'ascoltatore in uno stato onirico profondamente disturbato, con i vocalizzi incastonati in un loop ipnotico che rallenta i battiti cardiaci e ci costringe a fluttuare in un limbo sottile che separa il sonno cosciente dall'incubo. "Cave Dweller" vede l'elettronica farsi più dura e materica, e a dir poco complicata da digerire, almeno per il sottoscritto. Industrial e synth finiscono infatti per sposarsi con la disperazione della componente vocale del brano. Per quanto riguarda "The Drone Song (Desertion)", è difficile non immaginare la direzione che possa prendere: un vero e proprio vuoto pneumatico creato dalla componente dronica che annulla ogni punto di riferimento spaziale e temporale, lasciando che la dilatazione sonora culli l'ascoltatore in un senso di totale smarrimento. A chiudere questo lavoro delirante, ecco "Redacted", l'ultimo atto in salsa "ulveriana" che comporta l'inevitabile dissolvenza della luce, lasciando che i silenzi pesino quanto le note.

(BDB Studios - 2026)
Voto: 66

lunedì 13 luglio 2026

Lumen ad Mortem - A Grave Ascent

#PER CHI AMA: Symph Black
Rilasciato da qualche settimana, 'A Grave Ascent' segna il ritorno dei Lumen Ad Mortem, quartetto originario di Adelaide. A tre anni di distanza dal debutto 'Upon the Edge of Darkness', la band perfeziona la propria formula sonora: chi, come il sottoscritto, è cresciuto con i dischi dei primi anni '90, quelli nati tra le nebbie nordeuropee di Emperor o Limbonic Art, ritroverà qui la stessa fiera e implacabile devozione alla causa. Ma c’è un elemento nuovo, una spigolosità fiera che appartiene solo a chi è abituato agli spazi sconfinati, desolati e indomiti dell'Australia Meridionale. Non è un album registrato per compiacere l'algoritmo di una piattaforma streaming; è un rituale catartico e ferale che parla di morte, perdita e di una fredda, inesorabile vendetta terrena. Il disco si snoda attraverso sette movimenti che non lasciano vie d'uscita. Tutto ha inizio con i synth solenni di "What Was Lost", un'intro che evoca una foresta spettrale avvolta dalla nebbia un attimo prima della tempesta, e prepara il terreno per l'impatto devastante di "The Departed". Qui, il drumming chirurgico di Rory Amoy e lo screaming abrasivo di Gregor Pikl, colpiscono dritti allo stomaco, interrotti solo da aperture atmosferiche di una bellezza dolorosa. Ma è con "I Never Ceded" che il disco svela la sua vera natura di inno alla resistenza spirituale: una marzialità di fondo unita a un groove coinvolgente e riff epici in sottofondo, che amplificano un senso di rivalsa che chiunque sia caduto almeno una volta nella vita, sa riconoscere immediatamente. La seconda metà del disco continua a ruggire che è un piacere, dalla roboante "Ghost Gums", che vanta un intermezzo spettrale che crea una sensazione di smarrimento e isolamento assoluto che si dissolve poi nel crescendo della title-track, una song in cui i suoi passaggi cinematici sposano l'epica intransigente di un qualche disco black nato nelle lande svedesi. La gelida e compassata "A Stone Shall Come to Rest" prepara la strada per il finale, gli oltre dieci minuti della suite conclusiva "And What is Yet to Lose" , un brano che si muove tra intermezzi ambient, la ferocia delle grim vocals di Gregor e l'abrasività delle chitarre che si spengono in una dissolvenza desolata, a offrire il testamento spirituale di una band che sa come trasformare il dolore in maestosità. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 72

sabato 11 luglio 2026

The Eternal - Obscured Horizons

 #PER CHI AMA: Gothic/Dark
Da grande fan dei The Eternal, dopo aver recensito il precedente 'Celestial', non vedevo l'ora di stringere tra le mani una loro nuova release. Desiderio esaudito, e pure con largo anticipo: 'Obscured Horizons' vedrà la luce ufficialmente solo tra più di due mesi. Il quartetto finnico-australiano si ripresenta al pubblico con nove tracce destinate a cementare ulteriormente il loro inconfondibile marchio gothic-dark. Il sipario si alza su "Lament for the Hollow", primo singolo estratto. Un pezzo che ribadisce un concetto chiaro: la proposta dei The Eternal è guidata, ieri come oggi, dalle melodie e dal carisma vocale del frontman Mark Nelson (già voce di Alternative4 e Cryptal Darkness). Supportato da una solida architettura orchestrale, da una produzione cristallina che valorizza ogni singolo strumento e da una tecnica sopraffina, il brano si impone come il perfetto biglietto da visita del disco. Ottimo anche l'impatto di "Existing To Expire", secondo estratto, che viaggia su una dinamica trascinante: chitarre in evidenza, voce suadente e quel tocco perennemente malinconico che è ormai il trademark della band. Il viaggio prosegue con "Colours Fade": attitudine da ballad, vocals strappa mutande, melodie azzeccatissime e un paio di assoli da brivido. Al contrario, "Harmony Breaks" irrompe con tutt'altro piglio, rivelandosi però ruffiana tanto quanto la precedente. La differenza sta in un sound a tratti più robusto, che gioca di contrasto con la melensaggine di alcuni passaggi. Nulla da eccepire sul piano tecnico, gli assoli rimangono magistrali, ma questo loro essere un filo troppo paraculi, rischia di infastidire alla lunga. Un'impressione confermata dalla successiva "I’ve Seen The Dream": incipit marcatamente pinkfloydiano e arrangiamenti fin troppo gentili. Ci pensa "Liminality" a scuotere le cose: qui esplodono le chitarre più pesanti del lotto e, finalmente, una ringhiata vocale che spezza l'intorpidimento dei brani precedenti. Grazie a questo precario equilibrio tra un gothic preponderante e un progressive mai ingombrante, la traccia si conquista la palma di mia preferita del disco. Era ora. Da qui in avanti si cambia marcia: la title track sfoggia una pesantezza elegante e teatrale, mentre l'oscura "Yesterday's Gone" osa soluzioni più sperimentali, rievocando a livello ritmico certe intuizioni alla Devin Townsend. La chiusura è affidata ad "Awaken", un pezzo intimista ma ricco di sfumature prog nel comparto solistico. In conclusione, 'Obscured Horizons' decreta l'ennesimo, ben riuscito ritorno discografico firmato The Eternal. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 74