domenica 19 luglio 2026

Inferno - The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)

Ascolta "Inferno_The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Cosmic Psych Black
Gli Inferno sono da sempre una di quelle band che seguo con un interesse quasi devozionale. Dopo l'ottimo album del 2021, 'Paradeigma', l'attesa per il loro ritorno era altissima. Ed eccolo qui, servito su un piatto d'argento: 'The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)'. La band ceca sposta con il proprio sound, ancora più in là i confini dell'avanguardia, consolidando lo status di pioniera di un black metal psichedelico, esoterico e profondamente filosofico. Il titolo stesso è un esplicito e colto omaggio all'opera d'esordio del filosofo Emil Cioran (Al culmine della disperazione), e le liriche ne riflettono la medesima, lucida e nichilista disperazione esistenziale. L'album si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso psiconautico capace di destabilizzare i sensi fin dal primo secondo. L'incipit affidato a "Fission of the Soul" è un labirinto quasi totalmente strumentale, che mescola intuizioni psichedeliche ad atmosfere darkwave, per poi esplodere in improvvise accelerazioni ritmiche. Il risultato disorienta l'ascoltatore e ridefinisce le coordinate stesse del genere, strizzando l'occhio in modo palese alle derive cosmiche dei Blut Aus Nord. Man mano che ci si addentra nei movimenti centrali, la contorta "Dekranos Katexochen..." e la monumentale "With Raving Mouths They Utter Things Mirthless, Unadorned and Unperfumed", l'atmosfera si fa densa, marziale, quasi industriale (soprattutto la seconda delle due). Qui sono i feedback disturbanti e gli arpeggi al pari delle spettrali vocals di Adramelech a descrivere quel senso di isolamento totale che l'essere umano sperimenta di fronte all'infinito. Il climax finale giunge come una catarsi necessaria, ma tutt'altro che liberatoria: la ferocia residua si stempera in una psichedelia acida, scura e opprimente, che congela lo stato d'animo in una consapevole accettazione del vuoto. Il finale, "Circulus Vitiosus Deus (The Infinity Ravages All)", prosegue calcando i medesimi tasti di cosmic black. Parliamoci chiaro: chi è cresciuto a pane e Blut Aus Nord o Deathspell Omega, riconoscerà immediatamente la statura immensa di quest'opera. Un disco concepito non per il mercato, ma per chi vede nella musica estrema un puro strumento di trascendenza spirituale e intellettuale. Gli Inferno hanno costruito un rifugio per chi non ha paura di guardare dentro l'abisso; un'opera d'arte stratificata che, una volta passata la tempesta, ti lascia addosso una strana, bellissima inquietudine. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti - 2026)
Voto: 74

venerdì 17 luglio 2026

Pseudobiblion - Index I

#PER CHI AMA: Death/Doom/Horror
Il debutto discografico del progetto italiano Pseudobiblion, intitolato 'Index I', vorrebbe imporsi come un compendio di spessore nel panorama estremo underground, fondendo death old school e cupo horror-doom metal d'inizio anni '90. La band, formata da membri di band storiche come Nihili Locus, Dvm Spiro e Manhunt, dichiara esplicitamente influenze legate ad alcuni capisaldi scandinavi e d'oltreoceano come Grotesque, Nihilist, i primissimi Dark Tranquillity, Death (mah! - ndr), Sodom e Autopsy. Superate le tenebre dell'oscura intro "The Upper Berth", i nostri esibiscono, in "The Oval Portrai", chitarre taglienti e una sezione ritmica tellurica, arricchite da una performance vocale che si assesta su un growl animalesco, che non lascia però il segno. Meglio invece la successiva "Memory", che con le sue atmosfere orrorifiche, le vocals decadenti in sottofondo e le chitarre spigolose, profuma di un metal d'altri tempi che pensavo dimenticato. Le chitarre si muovono lungo binari affini anche nella successiva "Green Tea", con i vocalizzi del frontman che evocano i Nihili Locus, al pari delle melodie che costituiscono l'architettura di un pezzo più convincente dei precedenti. "The Judge's House" è un brano decisamente più monolitico e doom oriented, un classico back in time che tuttavia continua a non regalare chissà quali emozioni al sottoscritto. "Markheim", il brano più intrigante del lotto, complice un finale a dir poco sinistro, prova a portare a compimento un disco sicuramente old fashion per sonorità, tematiche (che attingono all'antico 'Index Librorum Prohibitorum', inserendo frammenti letterari inalterati della letteratura horror e gotica classica) e attitudine, un lavoro indicato per coloro a cui forse manca la conoscenza della storia di questo genere. Francamente, per chi come me mastica questi suoni fin da 40 anni, meglio andarsi a prendere gli originali. (Francesco Scarci)

(Club Inferno Entertainment - 2026)
Voto: 62

mercoledì 15 luglio 2026

The Medea Project - Akkadian Artefacts

#PER CHI AMA: Drone/Ambient/Experimental
Più che un seguito diretto del secondo full-length 'Kharon', questo 'Akkadian Artefacts' dei The Medea Project si configura come un EP di cinque tracce interamente destrutturato, ripensato e remixato da Lucifer X, mente della formazione industrial/noise St. Lucifer. Per chi non conoscesse la formazione britannica, è giusto sapere che sono solitamente dediti a un gothic/sludge, di cui però non troverete assolutamente traccia in questi pezzi. Durante l'ascolto del lavoro vi si pareranno infatti davanti sonorità elettro dark ambient. Se "Babylon (The Fall of Akkadia)" sembra rievocare la vecchia "Babylon" presente in 'Sisyphus', qui riletta in chiave ambient-synth, "Ghosts in the Shell" trascina l'ascoltatore in uno stato onirico profondamente disturbato, con i vocalizzi incastonati in un loop ipnotico che rallenta i battiti cardiaci e ci costringe a fluttuare in un limbo sottile che separa il sonno cosciente dall'incubo. "Cave Dweller" vede l'elettronica farsi più dura e materica, e a dir poco complicata da digerire, almeno per il sottoscritto. Industrial e synth finiscono infatti per sposarsi con la disperazione della componente vocale del brano. Per quanto riguarda "The Drone Song (Desertion)", è difficile non immaginare la direzione che possa prendere: un vero e proprio vuoto pneumatico creato dalla componente dronica che annulla ogni punto di riferimento spaziale e temporale, lasciando che la dilatazione sonora culli l'ascoltatore in un senso di totale smarrimento. A chiudere questo lavoro delirante, ecco "Redacted", l'ultimo atto in salsa "ulveriana" che comporta l'inevitabile dissolvenza della luce, lasciando che i silenzi pesino quanto le note.

(BDB Studios - 2026)
Voto: 66

lunedì 13 luglio 2026

Lumen ad Mortem - A Grave Ascent

#PER CHI AMA: Symph Black
Rilasciato da qualche settimana, 'A Grave Ascent' segna il ritorno dei Lumen Ad Mortem, quartetto originario di Adelaide. A tre anni di distanza dal debutto 'Upon the Edge of Darkness', la band perfeziona la propria formula sonora: chi, come il sottoscritto, è cresciuto con i dischi dei primi anni '90, quelli nati tra le nebbie nordeuropee di Emperor o Limbonic Art, ritroverà qui la stessa fiera e implacabile devozione alla causa. Ma c’è un elemento nuovo, una spigolosità fiera che appartiene solo a chi è abituato agli spazi sconfinati, desolati e indomiti dell'Australia Meridionale. Non è un album registrato per compiacere l'algoritmo di una piattaforma streaming; è un rituale catartico e ferale che parla di morte, perdita e di una fredda, inesorabile vendetta terrena. Il disco si snoda attraverso sette movimenti che non lasciano vie d'uscita. Tutto ha inizio con i synth solenni di "What Was Lost", un'intro che evoca una foresta spettrale avvolta dalla nebbia un attimo prima della tempesta, e prepara il terreno per l'impatto devastante di "The Departed". Qui, il drumming chirurgico di Rory Amoy e lo screaming abrasivo di Gregor Pikl, colpiscono dritti allo stomaco, interrotti solo da aperture atmosferiche di una bellezza dolorosa. Ma è con "I Never Ceded" che il disco svela la sua vera natura di inno alla resistenza spirituale: una marzialità di fondo unita a un groove coinvolgente e riff epici in sottofondo, che amplificano un senso di rivalsa che chiunque sia caduto almeno una volta nella vita, sa riconoscere immediatamente. La seconda metà del disco continua a ruggire che è un piacere, dalla roboante "Ghost Gums", che vanta un intermezzo spettrale che crea una sensazione di smarrimento e isolamento assoluto che si dissolve poi nel crescendo della title-track, una song in cui i suoi passaggi cinematici sposano l'epica intransigente di un qualche disco black nato nelle lande svedesi. La gelida e compassata "A Stone Shall Come to Rest" prepara la strada per il finale, gli oltre dieci minuti della suite conclusiva "And What is Yet to Lose" , un brano che si muove tra intermezzi ambient, la ferocia delle grim vocals di Gregor e l'abrasività delle chitarre che si spengono in una dissolvenza desolata, a offrire il testamento spirituale di una band che sa come trasformare il dolore in maestosità. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 72

sabato 11 luglio 2026

The Eternal - Obscured Horizons

 #PER CHI AMA: Gothic/Dark
Da grande fan dei The Eternal, dopo aver recensito il precedente 'Celestial', non vedevo l'ora di stringere tra le mani una loro nuova release. Desiderio esaudito, e pure con largo anticipo: 'Obscured Horizons' vedrà la luce ufficialmente solo tra più di due mesi. Il quartetto finnico-australiano si ripresenta al pubblico con nove tracce destinate a cementare ulteriormente il loro inconfondibile marchio gothic-dark. Il sipario si alza su "Lament for the Hollow", primo singolo estratto. Un pezzo che ribadisce un concetto chiaro: la proposta dei The Eternal è guidata, ieri come oggi, dalle melodie e dal carisma vocale del frontman Mark Nelson (già voce di Alternative4 e Cryptal Darkness). Supportato da una solida architettura orchestrale, da una produzione cristallina che valorizza ogni singolo strumento e da una tecnica sopraffina, il brano si impone come il perfetto biglietto da visita del disco. Ottimo anche l'impatto di "Existing To Expire", secondo estratto, che viaggia su una dinamica trascinante: chitarre in evidenza, voce suadente e quel tocco perennemente malinconico che è ormai il trademark della band. Il viaggio prosegue con "Colours Fade": attitudine da ballad, vocals strappa mutande, melodie azzeccatissime e un paio di assoli da brivido. Al contrario, "Harmony Breaks" irrompe con tutt'altro piglio, rivelandosi però ruffiana tanto quanto la precedente. La differenza sta in un sound a tratti più robusto, che gioca di contrasto con la melensaggine di alcuni passaggi. Nulla da eccepire sul piano tecnico, gli assoli rimangono magistrali, ma questo loro essere un filo troppo paraculi, rischia di infastidire alla lunga. Un'impressione confermata dalla successiva "I’ve Seen The Dream": incipit marcatamente pinkfloydiano e arrangiamenti fin troppo gentili. Ci pensa "Liminality" a scuotere le cose: qui esplodono le chitarre più pesanti del lotto e, finalmente, una ringhiata vocale che spezza l'intorpidimento dei brani precedenti. Grazie a questo precario equilibrio tra un gothic preponderante e un progressive mai ingombrante, la traccia si conquista la palma di mia preferita del disco. Era ora. Da qui in avanti si cambia marcia: la title track sfoggia una pesantezza elegante e teatrale, mentre l'oscura "Yesterday's Gone" osa soluzioni più sperimentali, rievocando a livello ritmico certe intuizioni alla Devin Townsend. La chiusura è affidata ad "Awaken", un pezzo intimista ma ricco di sfumature prog nel comparto solistico. In conclusione, 'Obscured Horizons' decreta l'ennesimo, ben riuscito ritorno discografico firmato The Eternal. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 74

venerdì 10 luglio 2026

Organ - Immobilism

Ascolta "Organ_Immobilism" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Noise/Post Doom Strumentale
Li avevo lasciati nel 2018 con l’EP 'Eterno'. Dopo ben otto anni di silenzio, i veneti Organ riemergono dall'ombra, e lo fanno spingendo il proprio sound verso territori decisamente più freddi, opprimenti e desolati. Il quartetto di Belluno firma la colonna sonora definitiva della paralisi ipnotica e del tormento psicologico. È esattamente da qui che prende forma 'Immobilism', un titolo che si traduce in cinque tracce tese e angoscianti. Se in passato la band evocava un doom di stampo sabbathiano in chiave strumentale, questo nuovo lavoro evoca visioni disturbanti, a metà tra incubi lovecraftiani, derive psichedeliche e passaggi obliqui che arrivano a lambire i Deathspell Omega. Ascoltarlo è come addentrarsi in un labirinto le cui pareti si stringono a ogni passo. L'opener "Tenebrism" è il manifesto perfetto di questa discesa agli inferi: un rifferama dilatato, sinistro e circolare, che si concentra sulla pura suggestione visiva. Sembra quasi di sentire quei pensieri fissi che tornano a tormentarci di notte e da cui è impossibile liberarsi. La successiva "Confessor" non allenta la presa: il battito rallenta, ma l'atmosfera resta cupa, squarciata da riverberi di chitarra che lasciano spazio a una malinconia quasi sacrale. Con "Devouring" il percorso si fa ancora più stralunato, arricchendosi di una componente fangosa e sludge che aggredisce l'ascoltatore, senza però intaccare l'umore plumbeo dell'opera. La seconda metà del disco trova il suo baricentro in "Dogma", traccia in cui le strutture granitiche del doom metal più ortodosso si fondono con una psichedelia acida, alienante e priva di qualsiasi catarsi. Il viaggio si chiude infine con i nove monumentali minuti di "Inaccessible": un brano ostico, solenne, edificato attorno a un riff che si ripete all'infinito come un mantra ossessivo. La perfetta conclusione per un disco che si candida a colonna sonora ideale per chi ha fatto della propria immobilità uno stile di vita. (Francesco Scarci)

(Invisible Order Records - 2026)
Voto: 75

mercoledì 8 luglio 2026

Vintregal - Towards the Last Dawn

#FOR FANS OF: Pagan Black
The eastern lands of Europe have always been a great niche for excellent black metal. The combination of an equally soulful and aggressive subgenre with rich folklore and the fiery Slavic character has created excellent projects whose music is highly appreciated by fans.

Ukraine is certainly a land where great bands have appeared over the years, and fortunately the arrival of new gems seems to remain active. Vintregal is the name of this new beast, a very obscure project as we don’t know the names or number of members. In any case, the music itself speaks volumes, and the result is the excellent debut EP entitled 'Назустріч Останньому Світанку | Towards the Last Dawn'. Vintregal plays very enjoyable pagan black metal where rudeness, melody, and atmosphere coexist with great balance. Considering that this is a debut effort, the production is remarkably solid. It tends to be a bit raw, but vocals and instruments are perfectly distinguishable, and the sound is overall powerful and clean enough.

Pace-wise, the structures flow very naturally between fast and furious parts, creating very enjoyable pieces. Acoustic-style guitars and occasional keys create a great mysterious atmosphere that fits perfectly with the aggressive vocals and relentless guitars. The EP opener "Wolf’s Heart" is a perfect example of this tasteful use. In five minutes, all these elements are perfectly combined. The band also seems to be inspired when composing melodic guitar parts. There is a nice number of catchy melodies that fans will enjoy, as we can appreciate in the great composition "Steadfastness," for example. The atmospheric essence of Vintregal appears in its full glory in the EP closer "Sons of Winter," where keys have a majestic touch, helping to create the most epic track of this short yet fruitful release. It’s great to see once again how good this project is when it wants to combine fury and atmosphere. This is probably my favourite song and a reminder that this project should add more keys if they are as good as these.

Vintregal definitely appears to be a great addition to the pagan black metal scene, and I am reasonably hyped about a future full-length where this project should show all its potential. (Alain González Artola)

(Self - 2026)
Score: 82

martedì 7 luglio 2026

Mylingen - Det Inre Mörkret

#PER CHI AMA: Death/Doom
Quando ho ascoltato 'Det Inre Mörkret', secondo capitolo degli svedesi Mylingen, la prima sensazione è stata di aver scoperchiato qualcosa che era rimasto troppo a lungo nascosto sotto la superficie. Questo duo scandinavo si muove in quella terra di nessuno, dove il blackened death metal perde la sua componente più sguaiata per sposare la freddezza del progressive e il passo rallentato, quasi funereo, del death-doom. La produzione avvolgente sembra offrire un calore antico e un suono organico dove le chitarre non cercano la violenza gratuita ma preferiscono lavorare per sottrazione, alternando riff taglienti a momenti in cui lo spazio si dilata a dismisura. È una musica che respira, anche quando l'aria si fa vischiosa e pesante. La scelta di mantenere i testi rigorosamente in lingua madre non fa poi che aumentare questa sensazione protettiva. Il disco si compone di otto pezzi, che aprono con "Vansinne" che impatta subito con i suoi oltre sette minuti di progressioni progressive e sfuriate blackened death, seguita dall'incedere più compatto e aspro di "Utan Mening" in cui, il growling del frontman si fa più corrosivo. "I Mörkret" mostra un lato inedito del duo di Söderköping, più ricco di groove nella prima metà e più saturnino nel proseguio. La tensione emotiva rallenta, facendosi più opprimente nella successiva "Tomheten", comunque sempre abbondante sul versante melodico. Si riparte poi con le melodie cosmico-stralunate di "Den Oönskade", forse vera hit del disco, lasciando a "Fallna Änglar" il compito di ridefinire l'equilibrio tra aggressività e melodia prima della chiusura formale del lotto, affidata agli ultimi due brani, "Norr" e "Till Slut", che confermano la vena death atmosferica dell'act svedese. Alla fine 'Det Inre Mörkret' è un viaggio intimo, un blocco monolitico pensato per chi ha ancora la pazienza di sedersi al buio e ascoltare la propria ombra senza la fretta di dover accendere la luce. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

domenica 5 luglio 2026

Pontecorvo - Scheletri

#PER CHI AMA: Noise/Punk
Il terzo capitolo dei Pontecorvo, intitolato 'Scheletri', s'inserisce nell'underground italiano con un approccio tagliente che coniuga noise rock, punk, garage e sfumature stoner. Questo album è profondamente segnato dalla tragica perdita del bassista Alessandro Milani, riflettendo un'urgenza espressiva che permea l'intera opera. Realizzato e prodotto da Fabio Intraina presso il Trai Studio di Inzago, l'album presenta arrangiamenti fieramente viscerali e diretti. La chitarra e la voce abrasiva di Fili, al pari di Luca, la batteria potente e precisa di Fra, e le linee di basso suonate da Ste e Laura creano un sound compatto, privo di eccessi digitali. A livello tematico, 'Scheletri' esplora con disillusione e intensità emotiva il dolore della perdita, la memoria e la resilienza necessaria per andare avanti. I testi in italiano si trasformano poi in uno specchio lucido del disagio esistenziale. L'approccio spigoloso è evidente fin dall'inizio con "Un Altro Sbaglio", che colpisce con il suo punk ruvido e intenso. Seguono la title track e il singolo "Troppe Parole", pezzi trainanti che denunciano in modo rapido l’ipocrisia delle frasi fatte in occasione di un lutto. La tensione prosegue nella più dinamica "Cenere", per poi addentrarsi nella malinconia di "mAle". Qui, il suono raggiunge una potente fusione tra urgenza noise e pesantezza stoner, accompagnati da ritmi punk. Ulteriori brani arricchiscono l'album, dalla grooveggiante "Porter" alla conclusiva "Tramonto", che con i suoi quasi sei minuti di riflessione, offre la degna chiusura per 'Scheletri'. Un lavoro questo, nudo e crudo, pensato quasi esclusivamente per chi apprezza un rock genuino e intransigente, privo di qualsiasi compromesso. (Francesco Scarci)

(Argo Dog Sound/I Dischi del Minollo/Porco Rosso Records - 2026)
Voto: 68

venerdì 3 luglio 2026

Endseeker - Coffin Born

#PER CHI AMA: Swedish Death
C’è un momento preciso della vita in cui capisci che una storia è arrivata alla fine. Gli Endseeker hanno scelto giugno 2026 per posare gli strumenti, e lo hanno fatto consegnando ai fan un EP, l'ultimo testamento intitolato 'Coffin Born'. La band di Amburgo ha trascorso l'intera esistenza respirando la polvere del death metal svedese più crudo, quello dei primi Entombed e Dismember. E ispirandosi a questi modelli, la produzione non poteva che mantenere un profilo analogico, sporco e arrogante, peraltro anche nei toni, urlando posizioni politiche chiare, volte a un antifascismo viscerale. L’apertura affidata a "Enemies of Peace" è un assalto che puzza di hardcore e crust punk, un pezzo che riprende gli esordi delle due band di cui sopra e alla fine, ci travolge con le sue chitarre ringhianti ribassate e quelle vocals perennemente incazzate. Non c'è un filo di novità, è un semplice tuffo indietro nel tempo, per ricordare che la musica estrema, quando ha qualcosa da dire, sa ancora far paura. Subito dopo, "No After. No Before." aggiunge giusto quel pizzico di groove che mi costringe a muovere la testa. La title-track è introdotta da una sirena d'allarme che sembra preannunciare un crollo imminente, poi largo a una ritmica pesante, pur mantenendosi su un mid-tempo; il tutto serve a preparare il terreno per il passo oppressivo e schiacciante della successiva "Life Breeds Death", una mannaia dal cielo. Poi, quando pensi di aver capito la traiettoria del disco, arriva la bizzarria finale: una cover dissacrante di "True Survivor" di David Hasselhoff, dove il growl di Lenny s'incastra con la voce pulita di Chris Harms dei Lord Of The Lost. Insomma, alla fine per essere ricordati davvero, bisogna avere il coraggio di consumarsi prima che sia il tempo a decidere la nostra usura. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2026)
Voto: 70

giovedì 2 luglio 2026

Mucky Muck - Seeds

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Indie
Il ritorno sulle scene dei Mucky Muck, con quello che dovrebbe essere il loro secondo album, 'Seeds', segna un nuovo capitolo per la band islandese, nota agli appassionati per muoversi in territori a cavallo tra l'alternative rock, il post-grunge e l'indie, riversando una certa spigolosità nel proprio sound. Questo lo si evince immediatamente dall'opening track, "Breathe It Out", ruvida quanto basta e con le sue ritmiche che strizzano l'occhiolino alle derive più fangose del grunge anni '90, richiamando alla mente le trame storiche di acts d'oltreoceano e l'approccio sfrontato dei primissimi Nirvana, ma anche per l'utilizzo di vocals che si muovono costantemente tra linee melodiche, ritornelli di forte presa e improvvise fiammate corrosive, sporche e cattive. Se parliamo poi di produzione e arrangiamenti, il disco sembra presentarsi volutamente privo di sovrastrutture digitali e ancorato a un mixaggio che mette in risalto il timbro graffiante e abrasivo delle chitarre. "I Got Something" è un altro schiaffone acido e scontroso, dall'incedere ritmico serrato corredato dalle vocals abrasive e malinconiche del frontman. Totalmente opposta "This Time", decisamente più melliflua e suadente nei primi 60 secondi, più indie punk nella seconda metà (si, dura 2 min e 20). La title track è un altro calcio nelle palle, uno di quelli che fa stringere denti e chiappe nello stesso tempo e in cui, a mettersi in luce, c'è una bella linea di chitarra dal piglio hard-rock. Se "Come Undone" mostra il lato più stralunato del gruppo, "Slave to the Trade" ne evidenzia quello più schizzato, complice una sezione ritmica implacabile e una voce caustica come la soda. In chiusura, "Take Me Away" ha il compito di chiudere il disco, dapprima con una calma diffusa, poi con una verve che evoca ancora sentori di Nirvana memoria, lasciandoci riflettere su quanto 'Seeds', sia alla fine, un lavoro solido, consigliato principalmente agli amanti del grunge più viscerale e di quelle sonorità underground che rifiutano le produzioni patinate. (Francesco Scarci)

(DistroKid - 2026)
Voto: 70

mercoledì 1 luglio 2026

Cripple Bastards - La Tua Foto sul Marmo

Ascolta "Cripple Bastards - Latua foto sul marmo" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Grindcore
Otto anni dopo 'La Fine Cresce da Dentro', split album e compilation varie, Giulio The Bastard e soci tornano con un EP che è, a tutti gli effetti, un pugno in faccia con guanti di piombo: sei tracce e 13 minuti all'insegna del grindcore tricolore. Con una line-up che si mantiene imperturbabile e coesa da tempo, i Cripple Bastards tornano con la solita genuina proposta a dir poco violenta. "Il Respiro si Chiude" apre veemente con un blast devastante che manda in pezzi qualsiasi aspettativa; è il brano più emblematico del disco, capace di comprimere una quantità assurda di stati d'animo, tra il riflessivo, l'incazzato e il caustico, in meno di tre minuti. Riff sparati a mille, vocals al vetriolo anche per i 66 secondi di "Scarto del Rimorso" che tiene alta la pressione e vira verso un grind-hardcore vorticoso. "Vendicativo" macina ritmiche indemoniate, pur alternando sezioni più controllate a quelle scalmanate, e introducendo delle veloci clean vocals e un assolo di chitarra che spezza il ritmo in modo chirurgico. La title track è il momento più grooveggiante del lotto, sebbene sfoderi dopo il primo minuto, un taglio decisamente punk, con una sensazione di disperazione che si annida sotto ogni nota. "L'Era della Dispersione" e "Ai Confini di Quel che Puoi Dire" chiudono senza lasciare scampo, mantenendo la stessa imprevedibilità strutturale che caratterizza tutto l'EP. Il limite, se proprio lo si deve trovare, è quello della durata: 13 minuti sono pochi anche per un disco di grind, e quando finisce, lascia una sensazione addosso di aver preso solo metà dose di quello che dovevi. Sicuramente un lavoro consigliato a chi mastica grindcore; meno utile per chi vuole un respiro melodico. (Francesco Scarci)

(F.O.A.D. Records - 2026)
Voto: 73

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martedì 30 giugno 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cemetery Skyline - Nordic Gothic (Deluxe Edition)
The Holeaum - Ensis
Junius - Sotera

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Death8699

Emperor - In The Nightside Eclipse
Sarkrista - Summoners of the Serpents Wrath
Trivax - The Great Satan

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Alain González Artola

A Forest of Stars - Stack Overflow In Corpse Pile
Dust in Mind - Hcno
Cnoc An Tursa - A Cry For The Slain

lunedì 29 giugno 2026

Abrasive Trees – Light Remaining

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Post-Punk
Ci ho messo un po’ di tempo per assimilare il nuovo lavoro degli Abrasive Trees, non tanto perché la loro sia musica di difficile comprensione, ma perché lo stupore e la meraviglia che mi hanno investito dopo il suo ascolto sono stati davvero intensi. La scoperta di 'Light Remaining' (forse un gioco di parole che richiama il celebre 'Remain in Light' dei Talking Heads) ha, per un ascoltatore attento, la capacità di far ripercorrere la memoria avanti e indietro tra decenni di musica alternativa e underground, nota dopo nota, innescando quasi una gara mentale per individuare quali band del passato possano aver influenzato questo o quel brano. Mettendo subito da parte anche la più banale ipotesi di plagio, per questo quartetto inglese non posso che spendere parole estremamente positive: si tratta della loro miglior produzione fino ad oggi, con un sound ricercatissimo, ipnotico e spettrale, senza mai risultare eccessivamente cupo. Al suo interno si cela una vena di malinconia sognante e, soprattutto, emerge un’impronta mistica, delicata e profonda, davvero degna di nota. Volendo riassumere velocemente il loro sound, potremmo immaginarlo come una fusione tra il potere allucinogeno delle parti più morbide e intense di "Wrist of Kings" degli Isis e, in una versione meno tetra, il modo di intendere il post-hardcore dei francesi Year of No Light, il tutto amalgamato con il post-rock estatico dei Bark Psychosis di 'Hex'. Ciò che mi ha colpito maggiormente è la capacità della band di attingere da riferimenti concreti come il post-punk dei The Chameleons o gli intrecci chitarristici che richiamano il periodo neo-psichedelico degli Echo & The Bunnymen, per poi costruire nuovi paesaggi sonori, in parte affini anche agli ultimi lavori degli storici The Danse Society (pur orientati maggiormente verso il prog rock). Prendiamo ad esempio "Flickering Flame", un brano spaventosamente bello, che unisce un’ipnotica psichedelia minimale a un senso di chiusura, quasi affine a una marcia funebre, come quella percepibile in "Decades" degli inarrivabili Joy Division, qui però trasfigurata in un mantra liquido dalle tinte post-rock. "Carved Skull", così come l’inizio di "Tao to Earth", richiama fortemente i The Church, ma la band riesce a fondere queste influenze con una concezione chitarristica che rilegge la psichedelia in chiave anni ’60: espansa, dilatata, con sfumature quasi doom, sicuramente ipnotiche e cerebrali. Ascoltate il lungo brano strumentale "I Didn’t Mean to Hurt You", che supera i dieci minuti: chiudete gli occhi ed entrate in uno stato di trance, trasportati da echi cinematografici dal sapore orientaleggiante disseminati lungo la traccia. Intorno al quarto minuto, una rullata improvvisa e un cambio di tempo, accompagnati da un arpeggio di chitarra fortemente evocativo, vi faranno sobbalzare, come se foste tornati a metà anni Ottanta davanti a un nuovo pezzo dei Fields of the Nephilim o dei The Mission, con un finale pseudo-elettronico che richiama i Section 25: pura delizia per gli appassionati di quel periodo. È davvero una sensazione straordinaria lasciarsi travolgere dal suono di questo disco, prodotto in modo sobrio e naturale, capace di mettere a nudo tutta la sensibilità dei musicisti. Il modo in cui riescono a intrecciare il post-punk degli anni ’80 con il post-rock e il post-hardcore più recenti risulta estremamente fluido e coerente, conferendo all’album un fascino senza tempo. Un disco prezioso, dal contenuto sonoro criptico. Ascolto caldamente consigliato. (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 85

venerdì 26 giugno 2026

Residuo – Qui non Passa

#PER CHI AMA: Experimental Music
Album radicale sul fronte della sperimentazione per Tommaso Sampaolesi, già con ITDJ e .cora. Sedici brani minuscoli (il più lungo dura 2.02 minuti), per un minimalismo efferato, ottenuti storpiando, processando con effettistica pesante, e castigando il solo suono di un'unica chitarra acustica, resa quasi un'insieme di rumori rubati agli esperimenti di elettronica e della ambient/drone music. Un filo conduttore di disagio sonoro che in sostanza non delude chi saprà apprezzarlo, perché comunque c'è una buona vena di ricerca sonica, e anche il fatto che quasi tutti i brani siano recitati in una forma spoken word molto intima che non guasta proprio, mentre le poche parti cantate hanno qualcosa che ricorda vagamente il Manuel Agnelli dei bei tempi andati. Il disco è velocissimo e non combina strutture riconducibili ad una forma canzone vera e propria, e forse è molto intrigante per questo. Destrutturato alla massima estensione, se ci si lascia travolgere senza pregiudizi, il trasporto verso una lucida follia è garantito. A volte si ha l'impressione di trovarsi l'inizio di un brano dei Primus, come accade nel brano "La Stanza Tiene", ma è solo un'impressione e solo un inizio, un frammento di un'urgenza creativa in totale solitudine che deve emergere, bella o brutta che sia non ha importanza, perché comunque ha una sua esistenza e motivazione artistica. L'aut aut di Sampaoli è servito freddo, anzi congelato e minimale, scarno e ampiamente psichedelico, frammentario, coraggioso e incurante dell'ascoltatore, nessun altro strumento per una parentesi sonora fatta per evadere da tutto. Non fermatevi alle apparenze, è una bella prova di arte musicale astratta, improvvisa ed imprevedibile, prendere o lasciare. Consigliato l'ascolto a chi non si ritrova tra i puritani della musica di qualunque genere essa sia. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 70

mercoledì 24 giugno 2026

Grabunhold - Frostheim

#FOR FANS OF: Black Metal
Grabunhold is a perfect example of the most iconic characteristics of the German black metal scene. As with other noteworthy projects such as Mavorim, this German trio combines fierce black metal with a subtle melodic touch that defines its musical identity. Their excellent debut album, 'Heldentod', offered listeners a highly enjoyable dose of black metal, successfully striking a balance between rawness and melody.

After this remarkably solid debut, Grabunhold has meticulously crafted a sophomore album, which is always a crucial moment in any band’s career: the point where you either confirm the potential shown in your debut or risk becoming a “one good album” band. Once again supported by the prestigious label Iron Bonehead Productions, these Tolkien enthusiasts blend the epic tales of the legendary English writer with their beloved black metal sound, guiding listeners on a dark journey through the lands of Mordor.

Those who discovered the band through their debut will find 'Frostheim' a very familiar listen. The defining aspects of Grabunhold are clearly present in this new opus: classic black metal with a raw production approach, enriched by a distinctive melodic essence in the guitar work throughout the album. In terms of pacing, this effort is largely driven by fast and intense sections, although it also includes notably engaging mid-tempo compositions such as the excellent "Schreckenszauber."

As already seen in 'Heldentod', Grabunhold is also capable of crafting longer tracks that offer a glimpse into the band’s still untapped potential. The album closer, "Eärnus Verderben," is the longest composition and arguably the most compelling. It masterfully blends fast, mid-paced, and slower sections, with particularly tasteful guitar lines. Its extended duration allows for a broader range of riffs and structural variation, making it a standout track. As I have mentioned before, the band would benefit from exploring this approach more often.

The remaining tracks follow a more consistent pattern, with shorter durations and a more straightforward, energetic pace. That said, these compositions still feature excellent guitar work and sufficient tempo variation to keep them engaging. The album opener (and second-longest track), "Der Tod wohnt in Cam Dum," deserves special mention for its acoustic intro and powerful melodic riffing. Acoustic elements also appear in another captivating track, "Reris blauer Schatten," where they serve as an atmospheric bridge between sections, working very effectively. This use of acoustic textures, along with the band’s ability to develop longer compositions, represents a valuable asset that could elevate Grabunhold’s songwriting further.

Overall, 'Frostheim' stands as a very solid successor to Grabunhold’s debut album. The band once again delivers strong black metal compositions where rawness and melody are effectively combined. On the downside, there is a sense that the band still has untapped potential. As noted, further exploration of acoustic and atmospheric elements, along with a greater focus on longer and more dynamic compositions, could help Grabunhold reach a new level and avoid repeating the same formula. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2026)
Score: 75

domenica 21 giugno 2026

Demikhov - The World as Non-Objectivity

#PER CHI AMA: Drone/Noise/Experimental
I Demikhov hanno da sempre sperimentato col rumore, continuamente e in forme diverse, per tutta la loro più che decennale carriera. Ci hanno abituato al noise hc più estremo, alternandolo a composizioni sempre rumorose e violente, ma con una forma canzone più vicina, a grandi linee, e giusto per dare un'idea di base, alle venature alternative dei Jesus Lizard o dei Lightning Bolt. In questo 'The World as Non-Objectivity', in cui si riprendono registrazioni di studio del 2023 e una esibizione al Dio Drone Festival XI del 2024, la band bresciana mostra il suo lato più minimalista, e poco importa se sia prodotto con feedback di chitarre o synth o qualche altra diavoleria, è comunque perfettamente rumorista, e mette in luce tutto il suo fervente legame al drone, quindi per antonomasia, difficilmente catalogabile e spiegabile come opera. Il rumore è la base di partenza per interferenze, esplosioni, movimenti astratti di ronzii e feedback che si muovono per tutta la durata dei brani, alternati a suoni extraterrestri e silenzi abissali. Siamo di fronte ad un formato sonoro di radicale sperimentazione, improvvisazione ed espressione sonora senza confine, che crea una distanza siderale dalle forme musicali di routine di ogni tipo. Questo tipo di sperimentazione trova sempre una sua collocazione nel filone dell'originalità, poiché non vi è possibilità di confronto, ne esiste una vera necessità a farlo, bisogna farsi coinvolgere senza se e senza ma, per coglierne il reale significato artistico. Le musiche sono state ispirate dalle opere del pittore d'avanguardia Kazimir Malevich, e per capire il senso di questo disco potrebbe tornare utile cimentarsi nella visione di tali opere durante il suo ascolto. Un collage di brani anticonvenzionali che trovano il loro epilogo nell'ultima traccia live, la title track, che supera di poco i 30 minuti con la sua proposta di puro noise/drone, rumore minimale senza ritmo o costruzione melodica, suoni disturbanti, e il rumore bianco di una vecchia radio non sintonizzata, mostrando una certa affinità con un'ipotetica soundtrack di un film che parla di un subconscio oscuro, profondo e sconosciuto. 'The World as Non-Objectivity' è alla fine un disco che risulterà molto appetibile per gli estimatori di sonorità ultra sperimentali. (Bob Stoner)

(Archaeological Records/Dio)))Drone/Acvfene Records - 2026)
Voto: 66

sabato 20 giugno 2026

Chullachaqui - Epiphanic Perdition

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Epiphanic Perdition' è il primo album dei Chullachaqui, side‑project sludge/post‑metal di Matt Cooper (voce e basso dei Vulgaris). Non è un ascolto facile, e a essere del tutto onesti, mi sa tanto che non voglia nemmeno esserlo. Cooper, che alcuni di voi già conoscono per il lavoro con il suo main project, qui si spoglia di ogni velleità strutturale per dedicarsi a un rituale fatto di fango, ripetizioni e geometrie dilatate. La sensazione, fin dall'iniziale "Yakruna", è quella di entrare in una stanza dove l'aria è densa, quasi irrespirabile, con le chitarre che mostrano quel suono stoner e fuzzy, talmente grasso da poterlo quasi toccare. Il problema è tuttavia che nei suoi oltre sette minuti, la traccia non mostri alcuna variazione al tema di fondo; percussioni e chitarre viaggiano a braccetto in un loop sciamanico che sembra promettere una pace che, in realtà, non arriverà mai. Il fulcro emotivo di questo viaggio è però la trilogia intitolata "Futility": la prima parte, "Unstoppable Force", mostra come unica differenza con la traccia d'apertura, la presenza di una voce gracchiante, poi ancora una ridondanza dronica, una tensione filosofica ancor prima che sonora, per un'altalena di suoni che persiste anche nella successiva "Immovable Object", ma anche qui prevale la noia per una stasi sonora che sembra farsi più cupa e desolante, complici peraltro i 15 minuti del brano. Il cerchio si chiude con "Death Becomes You", 40 secondi acidi come un limone andato a male e che era meglio buttare nella spazzatura. C’è spazio ancora per la melmosa "The Serpent", un pezzo doom (con voce black) che rallenta ulteriormente il passo, prima che "Oblivion" (traccia del 2023), chiuda il lavoro con gli ultimi 14 minuti e passa di un black sghembo quanto inutile, per un album troppo monolitico che non trova sicuramente il mio favore. Se cercate la melodia che vi salvi la giornata, un guizzo di genio, o qualcosa di accattivante, beh sappiate che questo decisamente non è il vostro posto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

giovedì 18 giugno 2026

Maneating Orchid - Cold Logic

#PER CHI AMA: Mathcore/Techno Death
Vi capita mai di ascoltare un disco e intuire che non ci stia parlando direttamente, ma piuttosto ci stia sfidando? È la sensazione che mi è rimasta attaccata addosso dopo ripetuti ascolti di 'Cold Logic', terzo capitolo dei Maneating Orchid. Questa band di Bangalore possiede una cultura enciclopedica del caos: dentro alla loro proposta musicale troviamo i fantasmi psichedelici dei Voivod, le accelerazioni geometriche dei Dillinger Escape Plan, le architetture malate dei Gorguts e la violenza muscolare dei Converge. Sulla carta, un paradiso per chiunque ami il metallo cerebrale e la dissonanza eletta a forma d’arte. Eppure, mentre i trentaquattro minuti dell'album scorrono implacabili, mi rendo conto che tutta quest'impressionante preparazione rischi di trasformarsi in una trappola d’acciaio lucido e freddo. Undici pezzi che, già in prossimità del terzo, "Ionized Green", finiscono per sfiancarmi e non perchè i nostri siano musicisti impreparati anzi, le chitarre e il basso s'incastrano in geometrie instabili, mentre le vocals abrasive del frontman urlano impazzite, e il batterista spinge il motore oltre i giri consentiti con una precisione chirurgica. Ma è una precisione che stanca. È come guardare un motore di Formula 1 smontato pezzo per pezzo, ne ammiri l'ingegneria, ma ti manca il brivido della velocità su strada. Certo, ci sono intuizioni affascinanti, rallentamenti improvvisi, parti sci-fi ("Neon Wraith") o imprevedibili sonorità sbilenche e atmosferiche ("Malformed Horizon") che provano a deformare la struttura classica del mathcore, ma rimangono frammenti isolati in un mare di iper-tecnicismo fine a se stesso. E penso ai 56 secondi di "Binary Contagion", una scheggia impazzita che finisce per sfociare nel grind. Tutto sembra così perfetto, eppure la perfezione geometrica è un'illusione bellissima, ma a volte l'anima si nasconde proprio in quell'errore umano che questo disco non si è mai permesso di commettere. (Francesco Scarci)

(Subcontinental Records - 2026)
Voto: 65