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venerdì 9 ottobre 2026

Noctule - Extinguish Thy Flame

#PER CHI AMA: Black/Death
Serena Cherry ha una passione sfrenata per i videogiochi, e chiunque abbia consumato le proprie notti nell'Interregno, sa bene quanto l'universo di Elden Ring si presti a diventare materia sonora per il metallo più magniloquente. Con 'Extinguish Thy Flame', secondo capitolo firmato Noctule, la poliedrica mente degli Svalbard, firma un lavoro che straripa di entusiasmo, passione ed energia pura, prendendo a schiaffi qualsiasi puzza sotto al naso dei puristi del black metal. Qui dentro, la matrice svedese e britannica del black melodico s'intrecciano con l'impatto trascinante del melo death e certi ganci sfacciatissimi quasi power/heavy, tirando in ballo i fantasmi di Winterfylleth, Enslaved e persino spunti sfrontati alla Trivium. La produzione è moderna, potente e tirata a lucido, perfetta per far risaltare il lavoro continuo delle sei corde, le rullate di una batteria sempre dinamica e soprattutto la prova vocale della Cherry, impegnata a sputare l'anima al microfono con quel suo screaming catartico ed espressivo che non molla un millimetro. L'introduzione malinconica di "Welcome to Limgrave" dura giusto il tempo di un respiro, prima di spalancare le porte del massacro melodico, spianando la strada alla furia cieca e trascinante di "Devour the Gods", un pezzo che stampa subito in faccia il modus operandi del disco a colpi di riff affilatissimi. Con "Lord of Blood" salgono in cattedra le frequenze basse e continui salti di tempo, lasciando poi che la complessa e maestosa architettura di "Grafted" stenda un velo di orchestrale epicità drammatica grazie ad armonizzazioni di chitarra davvero ispirate. Con "Goddess of Rot" la vocalist britannica preferisce tirare il freno a mano con un brano melodico e compassato che strizza l'occhiolino agli Alcest, mentre la successiva "Lament of the Omen King" opta per affondare il colpo con la rabbia del post-black. La mazzata frontale prosegue con la furiosa ma epica "Become My Blade Once More". Verso il finale, c'è ancora tempo per le dense melodie di "Age of the Stars" che stende muri di suono carichi di pathos, prima che la conclusiva "Hallowhorn Grounds" metta il punto esclamativo su un'opera che con le sue progressioni d'impatto viaggi dritta al punto, regalando un lavoro fresco, potente e dannatamente ispirato che farà la felicità di chiunque cerchi nel metallo estremo melodia, impatto e puro intrattenimento senza fisime concettuali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74