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martedì 20 gennaio 2026

Ulver - Neverland

Ascolta "Ulver - Neverland" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Psych/Electro
L’annuncio di 'Neverland' ha scosso nuovamente le fondamenta di chi, vedi il sottoscritto, ha ormai perso ogni ragione per incasellare il sound degli Ulver in un unico perimetro stilistico. I lupi norvegesi, guidati dall'instancabile Kristoffer Rygg (per gli amici Garm), tornano a esplorare quei territori al confine tra il synth-pop cinematografico e l’elettronica d'avanguardia (un po' come fecero in occasione di 'Lyckantropen Themes' e 'Svidd Neger'), e portandomi a pensare che le foreste black metal delle origini sono ormai lontane nel tempo di oltre trent'anni. Tuttavia, qualcosa è rimasto intatto da allora, un senso di sacralità e mistero che soggiace a tutti i lavori del terzetto di Oslo, indistintamente dal genere proposto. Che dire allora di questo nuovo lavoro? Poco nulla, a dire il vero. La produzione è un capolavoro di design sonoro, con beat pulsanti che s'intrecciano a freddi synth analogici e droni eterei ("Weeping Stone"), creando un tappeto sonico straniante, in cui la voce di Garm non farà praticamente mai la sua apparizione. Ci sono semmai i sussurri celestiali di Sara Khorami nella già citata "Weeping Stone" o nelle retrovie dello stravagante incedere trip-pop della pulsante "Hark! Hark! The Dogs Do Bark" e ancora nella disturbata "Quivers in the Marrow". Il fatto è che più si avanza nell'ascolto, e più ho la sensazione che i brani si configurino come incorporei miraggi nel deserto, labili visioni di un qualcosa che realmente non esiste, il che potrebbe anche essere legato al titolo dell'album e a quell'isola che non c'è. "Horses of the Plough" e la ancor meno accessibile "Pandora's Box", sembrano giocare con strutture ritmiche quasi dance, slavate però in un minimalismo elettro-ambient sofisticato ma comunque di grande impatto. "Welcome to the Jungle" e "Fire in the End" sembrano essere i brani più normali del disco, con una struttura non troppo destrutturata e scusate il voluto gioco di parole. Alla fine 'Neverland' è probabilmente uno dei lavori più complessi da assimilare degli Ulver, forse troppo synth-oriented anche per chi come me, è un fan della band sin dalla notte dei tempi e se sono stato in grado di digerire tutte le evoluzioni sonore a cui i lupi ci hanno sottoposto, non farò certo fatica a capire e apprezzare anche quest'ultimo viaggio sensoriale nell'estatico universo ulveriano. (Francesco Scarci)

(House of Mythology - 2025)
Voto: 73

domenica 6 aprile 2025

Ulver - Liminal Animals

#PER CHI AMA: Electro/Psych Rock
Uscito digitalmente a fine novembre dello scorso anno, e solo fisicamente il 7 marzo di quest'anno, 'Liminal Animals' è l'ultimo lavoro degli Ulver. Non è solo un album, è un lungometraggio audace, un viaggio psichedelico che sfuma i contorni della realtà, un’inquadratura sfocata dove i lupi norvegesi, ormai lontani dai roventi paesaggi del metal, ci guidano attraverso un crepuscolo liminale. La dedica a Tore Ylwizaker, il tastierista scomparso nell’agosto scorso, aleggia come un’ombra sul set, un requiem muto che s'insinua nei suoi fotogrammi. Kristoffer Rygg, il regista visionario un tempo noto come Garm, dirige i suoi fedeli compagni di scena in un abisso di synth malinconici e paesaggi sonori che si stagliano come quinte di un teatro oscuro. La cinepresa si sofferma su "A City in the Skies": un piano sequenza mozzafiato di una metropoli sospesa, costruita con riff sintetici e percussioni che ticchettano come pioggia su vetri ghiacciati. È un miraggio architettonico, una skyline di grandezza fragile che si sgretola sotto il peso del suo stesso splendore, un tableau vivant di synth-pop che si spegne in dissolvenza. Poi, un taglio netto su "Forgive Us": la luce si abbassa, l’obiettivo cattura Rygg in un primo piano straziante, la sua voce è un monologo che vibra di emozione cruda. La tromba di Nils Petter Molvær irrompe poi come un lamento solitario, un suono che stride nel buio, mentre un coro di voci melliflue s'insinua come un flashback ossessivo, un’implorazione che si perde nel vento di una sala vuota. "Nocturne #1" è uno stacco atmosferico, una sequenza muta, un’eco che ricorda quei giorni in cui gli Ulver scrivevano per cortometraggi ambient. La scena si sposta su "Locusts": un montaggio serrato di synth pulsanti e percussioni tribali, con i vocalizzi di Rygg che si liberano come un narratore fuori campo sopra un’invasione di ombre ronzanti, un quadro di tensione che si dissolve in un nero profondo. "Hollywood Babylon" cambia registro: un’inquadratura grandangolare su un boulevard al neon, troppo lucido, troppo pop, un’interferenza che stride nella pellicola oscura, ma che si piega al cinismo delle sue liriche taglienti. "The Red Light" rallenta il ritmo: una ripresa che segue una figura indistinta per strade bagnate con i synth e ritmi spezzati che costruiscono un’atmosfera da thriller notturno, girata tra i vicoli di una città senza nome. "Nocturne #2" è un’interruzione onirica, un montaggio di post-rock cinematico che richiama le distopie di "Blade Runner": pioggia al neon, synth che si espandono come un cielo artificiale, un respiro prima del finale. Si arriva al lungo finale con "Helian (Trakl)", una song di oltre undici minuti che si dipana come un ultimo atto monumentale. Jørn H. Sværen entra in scena, la sua voce recitante che declama Georg Trakl sembra quella di un poeta maledetto su un mare di synth e pulsazioni dub. È un piano sequenza infinito, con la musica che si gonfia in un crescendo di malinconia che si spegne in un fade-out lento, un sipario che cala su un film imprevedibile, seducente, ulveriano fino al midollo. (Francesco Scarci)

(House of Mythology - 2024)
Voto: 75

https://ulver.bandcamp.com/album/liminal-animals

lunedì 16 luglio 2018

Ulver - The Assassination of Julius Caesar

#PER CHI AMA: Electro/Experimental
Il concept prende lentamente la forma di un inno alla decadenza ("Southern Gothic", "So Falls the World"): una generica riflessione sulla necessità umana di superominismo ("Rolling Stone") e trascendenza ("1969"). Vivere immersi in una storia circolare, acronica e spietata: un universo dove la morte di Lady Diana e il rogo di Roma ad opera di Nerone ("Nemoralia") confluiscono in un'unica locuzione temporale, il 18 di luglio, o giù di lì. Dove l'attentato a Giovanni Paolo II non è altro che una transverberazione perpetrata dall'onnipotente medesimo ("Transverberation", appunto). L'ultimo, colloidale album degli Alphaville di Oslo suggerisce tinteggi episodicamente iconoclastici rispetto alla fluortodossia synthpop dei bei tempi. Per esempio nelle declinazioni slow-dance-fico-funk di "Rolling Stone", collocabile tra i Daft Punk che ritirano il Grammy e i Depeche Mode inizio-millennio-III che mangiano la pastasciutta, con una progressione finale che potrebbe riportarvi alla mente "On the Run", sì, quella dei Pink Floyd. O nell'oscurità renderizzata della conclusiva "Coming Home", una specie di "Pimpf" eseguita dai Nine Inch Nails nella formazione di "Downward Spiral". O infine nelle tinte atmos/kraut di "So Falls the World", o magari nel Belouis Some ginecomastico di "Transverberation". Una ricontestualzizazione del suono, pensateci, quasi dadaista, tipo fontana di Duchamp. Un dadismo rivolto al passato. Un dadaismo vintage. Uh, niente a che vedere con Duchamp, quindi. (Alberto Calorosi)