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mercoledì 16 settembre 2026

Green Carnation - A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex

#PER CHI AMA: Prog/Gothic
Chi è cresciuto come me, con il mito di opere monumentali come 'Light of Day, Day of Darkness' sa bene che quando i Green Carnation muovono un passo, le aspettative schizzano inevitabilmente alle stelle. Con 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex', i maestri di Kristiansand mettono il punto fermo sulla propria trilogia concettuale, richiamando con pennello fine il loro storico vocabolario e quell'elegante equilibrio tra progressive e gothic che guarda a nomi del calibro di Opeth, Katatonia e persino King Crimson. Diciamolo subito: dal punto di vista meramente formale siamo davanti a una confezione d'oreficeria sonica con una produzione tridimensionale e impeccabile dove ogni dettaglio si trova al suo posto, tra chitarre che alternano sferzate distorte ad incastri acustici cristallini, una sezione ritmica dinamica e la solita interpretazione viscerale di Kjetil Nordhus, il tutto al servizio di un concept ambizioso che intreccia l'Ofelia di Rimbaud con l'ansia tecnologica, il controllo sociale e la parabola di un falso messia. Eppure, a dispetto di questa facciata inappuntabile e delle lodi sperticate piovute dalla critica di settore, la scaletta lascia serpeggiare una sottile sensazione di calcolo, a partire dal singolo apripista "Unconditional Artificial Chemistry", pezzo avvolgente ed impeccabile, che sembra tuttavia richiamare in alcune sue parti, il motivetto di "The Neverending Story". Un pezzo comunque costruito con il manuale in mano, sensazione confermata anche dalla title track che spinge sull'anima progressiva tra cambi di tempo e orchestrazioni misteriose senza però spezzare davvero il fiato. Se la tesa e drammatica "Broken Souls, Common Enemies" riesce ad alzare la posta grazie a un assolo di chitarra d'altissima caratura emotiva, la mastodontica "A Dark Poem - Orchestral Suite" (che schiera addirittura la Kristiansand Symphony Orchestra e l'Opera Choir per oltre sedici minuti) sigilla il disco con imponente solennità, ma relegando la band norvegese a meri osservatori. In definitiva, 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex' è un lavoro maturo, raffinato e suonato divinamente, che farà sicuramente la gioia degli amanti del progressive nordico più d'atmosfera, ma che fondamentalmente consta di tre brani realmente suonati dalla band, ecco un po' poco. I fan vi troveranno intatta tutta la loro proverbiale classe, ma resta quel lievissimo retrogusto d'amaro nel constatare che, da icone di questo calibro, ci si aspetterebbe sempre quel brivido capace di sconvolgerci di nuovo, e non soltanto la riconferma di quanto siano bravi a fare ciò che fanno da sempre. (Francesco Scarci)

(Season of Mist - 2026)
Voto: 72

sabato 22 giugno 2013

Green Carnation - Light of Day, Day of Darkness

#PER CHI AMA: Avantgarde, Progressive Rock
Lo ammetto, si tratta di una recensione difficile. Di album costruiti su un’unica, enorme canzone ne esistono una nutrita schiera nel mondo musicale heavy e metal in generale, e questo disco appartiene a tale categoria: una metal-suite senza soluzioni di continuità, un groviglio di note che va ad occupare un’ora piena del tempo di chi l’ascolta. Allora cos’ha questo disco di cosi particolare? Difficile da comprendere al primo ascolto, e pure al secondo e forse anche al terzo. Può aiutare nella fruizione il capire prima l’autore, tale Tchort, un musicista del tutto particolare: collaborazioni con diversi gruppi poderosi (... In The Woods ed Emperor su tutti), eccletismo, scelte compositive che spiazzano e spaziano tra generi svariati quali progressive rock – doom - spunti epic/folk e schegge di psichedelia – death - echi black, oggi spesso accomunati, ma che forse nel 2001 ancora viaggiavano su binari raramente così intrecciati... e personalità, molta, moltissima. Ulteriore tratto, mandatorio per trovare la chiave di volta dell’opera, la tragedia di aver perso un figlio ed la gioia di poterne cullare un altro. Perché questo è successo al Nostro e questo viene cantato, urlato, sviscerato nei 60 minuti contenuti nel platter. Ed ecco che seguire musica e parole diventa imprescindibile, un tutt’uno, un organismo in equilibrio solo se non smembrato nelle sue componenti. Non aspettatevi nulla di quanto i succitati generi, presi singolarmente, siano soliti offrire: toni vocali caldi ed un uso del growl limitatissimo (Kjetil Nordhus - ... In The Woods), sonorità praticamente perfette, nessuna distorsione fuori posto, il tutto a far da base per due cori (uno lirico e uno di voci bianche) e un esercito di guest e strumenti aggiuntivi. È necessario immaginare un unicum, l’unione di tutto, ma smussato delle componenti più estreme per lasciare spazio ad un lavoro ben levigato, liscio, che scivola, penetra dentro la mente, insinuandosi in profondità senza preavviso, in modo delicato ma violento. Arriverà così il momento in cui l’intera opera si svelerà nella sua pienezza, paralizzando per più di qualche istante il nostro sistema nervoso e pretendendo attenzione e rispetto. Un’opera, due metà, musica e parole, un prima e un dopo, simbolicamente separati ed uniti dalla straziante voce/lamento di Synne “Soprana” Larsen (... In The Woods). Lavoro grandioso, per chi scrive forse al limite del capolavoro, mai più superato dall’autore nei successivi parti compositivi, invero migrati su differenti coordinate musicali. Pretendere di descrivere una tale opera in poche righe risulta una pura presunzione, ma ci si augura ugualmente di aver aperto almeno un piccolo spiraglio per far si che questo disco, probabilmente sottovalutato al momento dell’uscita, possa essere (ri-)scoperto, compreso e doverosamente ammirato. (Filippo “Pippo” Zanotti)