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mercoledì 24 febbraio 2021

Meer – Playing House

#PER CHI AMA: Rock Orchestrale/Prog Pop Rock
Arriva dalle fredde lande norvegesi questo bel disco pieno di ottime intuizioni e tanta qualità stilistica. Nato come duo nel 2008, il progetto Meer si è evoluto addirittura in ottetto, puntando su di un groove sonoro molto raffinato e particolare che conta tra le sue doti un canto polifonico, strutture pop rock, evoluzioni melodiche nel mondo del folk ed inaspettatamente, una costante compositiva che genera continuamente trame in odor di rock progressivo, attualizzato ai parametri del neo prog di oggi. Siamo di fronte ad una band che non lascia nulla al caso, che si lancia in canzoni ricercate e complesse che contengono il pathos della migliore Tori Amos, quanto la sensualità degli ultimi lavori di Dido, passando per la svolta più intellettuale e attuale dei Leprous di 'Pitfalls' e per il prog più intimo, soft e dalle tinte malinconiche del disco 'Pharos' di Ishahn, senza dimenticare la componente emotiva più indie folk, cara a band come i Mumford & Son con aperture epiche e ariose di certo rock orchestrale nello stile di The Dear Hunter. Il gruppo definisce la propria musica come un mix di rock progressivo sinfonico, orchestrale, melodico, orecchiabile e con molti stimoli energici. Posso affermare serenamente, che mai definizione risulti più azzeccata, sia che al canto si presti la voce femminile o quella maschile, la spinta sonora rimane invariata. Il tono romantico ed epico non manca mai, scaldato da composizioni ricche di sfaccettature, colori e suoni elaborati, gestiti come un'orchestra a suon di rock e con una verve pop, nel senso di orecchiabilità e cantabilità dei brani, da veri esperti compositori. "Picking Up the Pieces" e "Beehive" aprono il disco in maniera magistrale, affidate ad un'ugola alquanto maestosa e travolgente (Johanne Kippersund). L'album prosegue con tre brani interpretati da Knut Kippersund e la trama si sposta in un clima più intimo ma senza cali di qualità, anche se la musica è più moderata e assume tinte più morbide, quasi alt country e corali, soprattutto in "Songs of Us". L'accento scandinavo si sente negli arrangiamenti che mi ricordano certe scuole di pensiero progressive provenienti da quelle zone, per peculiarità e pulizia del suono, freschezza e passione per i risvolti classicheggianti, tra violino, viola e piano, mi rievocano anche un ottimo disco strumentale di avant/prog/folk, che comprai anni fa, dei Between, intitolato 'Silence Beyond Time'. Il brano "You Were a Drum" ne è un esempio, impreziosito da una interpretazione vocale al di sopra delle righe. "Honey" mostra anche una certa vena elettronica che collega il collettivo scandinavo in qualche modo alla forma canzone sintetica ed evoluta di Fever Ray (voce dei The Knife), amalgamata perfettamente al loro stile orchestrale. "Across the Universe" scivola in scioltezza, mentre "She Goes" ha una struttura d'avanguardia, sinfonica e corale di notevole portata ed è forse la canzone più complicata del lotto e senza remore, mostra quanto sia complesso e ambizioso l'habitat musicale di questa splendida band. Una ballata morbida per "Where Do We Go From Here" e una chiusura al limite del cinematografico per "Lay It Down", per un finale esplosivo in pompa magna. Perfetto epilogo per un disco creato ad arte, con gusto e maestria. Il pop come non lo avete mai ascoltato, intelligente, suonato alla perfezione, emozionante ed intenso. Un album da ascoltare assolutamente che vi darà sicuramente delle gradevoli sensazioni. (Bob Stoner)

(Karisma/Dark Essence Records - 2021)
Voto: 78

https://meer.bandcamp.com/album/playing-house