Cerca nel blog

lunedì 2 dicembre 2013

Autumnblaze - Every Sun is Fragile

#FOR FANS OF: Gothic atmospheric rock/metal, Katatonia, Alcest, AnathemA
Autumnblaze formed in Saarland, Germany back in 1996, after releasing a demo in 1997 and an EP in 1998 they release their first long player 'DammerElbenTragodie' in 1999. Somehow this band has flown under my radar for fifteen plus years. When asked if I would like to review the album, I accepted the challenge with open arms and an open mind. However, because of my ignorance to their previous works, I will not be able to talk about how they have or have not progressed as band. But, this is a review of their current release, so that's exactly what I will do. 'Every Sun is Fragile' is the sixth full length release from Autumnblaze. The style of music played here is "gothic, atmospheric rock/metal". The bands that come to mind when trying to describe their sound would be Katatonia, Anathema, and Alcest. Autumnblaze walk the line between rock and metal, jumping back and forth with varying amounts of success. There are some clunkers on this album, but they do succeed at creating some memorable songs as well. After a nice little instrumental intro, the first proper song on the album, "New Ghosts in Town", has a 'Viva Emptiness' era Katatonia vibe to it. It maintains this vibe throughout most of the songs seven plus minutes, however the last minute of the song builds into a Alcest-esc finish. This is a good song and it peaked my interest and excitement of the band it took me all this time to hear. "Im Spiegel" draws the listener in with it's punchy riff that has very jumpy feel to it. Probably being the most metal song, with hits heavy distorted guitars and harsh vocals, shows how these guys jump from rock to metal with relative ease. This track is followed by the balladish "Mein Engel, Der Aus Augen FileBt". This song shows the band doing what it does best. I believe they feel at home and most comfortable playing the softer rock style tunes. This is very apparent on "How I Learned to Burn My Teardrops". This is my favorite song on the album. An absolutely beautiful song that leaves the listener somewhere between tears of sorrow and joy. Another definite winner on the album is "A Place for Paper Diamonds". This song has all the feel and beauty of the previous song mentioned with a little of their heavier moments sprinkled in. This works perfectly here, where it seems to fail elsewhere on the album. 'Every Sun is Fragile' is a good album with hints of greatness. I feel that at fifty-four minutes it's a little too long. There is some filler here. I would like to see Autumnblaze craft more songs like "How I Learned to Burn My Teardrops" moving forward. Even though there are some clunkers here, there are enough good moments that make this a worthwhile purchase. (Brian Grebenz)

(Pulverised Records - 2013)
Score: 70

http://autumnblaze-kingdom.com/

domenica 1 dicembre 2013

Station Dysthymia – Overhead, Without Any Fuss, the Stars Where Going Out

#PER CHI AMA: Funeral Doom, Skepticism, Paradise Lost, primi Cathedral
Titolo chilometrico per questa band siberiana dal tocco decadente e prepotentemente doom. Il secondo full lenght della band russa esce per Solitude Production nel 2013 e presenta fin dall'inizi i suoi intenti depressivi e tombali con una prima traccia da psicofarmaci lunga più di trentaquattro minuti. Cadenze lentissime, suoni rarefatti, ricercati e curati, voce gutturale dal profondo degli inferi e sospensione temporale infinita. Rallentate i Paradise Lost di 'Shades of God' ed i Crime and the City Solutions e avrete un'idea della potenza di fuoco che questa band si ritrova tra le mani. La musica risente dei padri fondatori del funeral doom metal in particolar modo gli Skepticism, per quella forma di metal rallentata e sinfonica, con suoni carichi di presagi rock così oscuri che pur mantenendo l'animo gotico e decadente riescono a farti sognare un paesaggio notturno sconosciuto. Una strada che passa in mezzo ad una foresta scura da attraversare con una moto in solitaria contemplazione, un easy rider nei meandri della propria coscienza. Suoni per la notte. Una notte eterna che non finirà mai, pieni d'infinito, un culto da assaporare a fondo, lentamente, come la cadenza dei brani suonati in fronte alla sola luce lunare. Un suono astratto e psichedelico che ci riporta ad immagini desertiche e lunari, piene di solitudine e sofferenza, silenziose mai lasciate al caso. Una band da prendere in considerazione seriamente, che mostra un approccio sentimentale nei confronti della propria musica molto sentito, vissuto e sofferto. Mostrano affinità con lo stoner/ doom dei Cathedral più ribassati nella sonorità ma la musica del destino è ancora troppo veloce e poco profonda così la lama affonda e rallenta fino a quasi fermare il tempo per mostrare il volto di queste anime in pena. Da riconoscere che non è musica per tutti gli stomaci ma per una volta lasciatevi tentare da questa corsa a rallentatore, potreste attraversare il vostro tunnel più nero rischiando di uscirne più vivi che mai. Gran bel lavoro! (Bob Stoner)

(Solitude Productions - 2013)
Voto: 75

https://www.facebook.com/StationDysthymia

Engines of Vengeance - Lions & Rockets

#PER CHI AMA: Stoner Rock
Che trovo tra il paccone di cd fornitomi dal Franz? Un bel EP direttamente dalla fantastica Scozia, stupenda terra e patria di un orgoglioso popolo che non si stanca mai di mettersi in gioco, anche musicalmente. Passando dai miei amati Mogwai ai piu recenti Travis e Biffy Clyro, gli Engines of Vengeance (EoV) ci propongono un power rock/metal ispirato ai grandi del genere che gli stessi componenti della band hanno amato e continuano a farlo. La bella voce matura di Mercy si sposa perfettamente con la parte strumentale gestita da Roland al basso e i più giovano Callum (chitarra) e Felix (batteria). Probabilmente la fusione di due generazioni ha permesso di sfornare questo potentissimo 'Lions & Rockets' che vomita riff graffianti, ritmica curata e cantato dal forte impatto, unendo sonorità '90s e contemporanee con la classe del gruppo affermato. Le influenze dichiarate dagli stessi EoV sono confermate, quindi sentire lo zampino degli Iron Maiden, Black Sabbath però contraddistinti da una voce femminile che farebbe sudare Bruce Dickinson e Dave Mustaine, fa un certo effetto. Forse proprio le doti di Mercy aiutano la band a contraddistinguersi, ma gli altri tre ragazzotti non sono da meno, anzi! Quattro brani sono abbastanza per apprezzare gli EoV, ma arriverete presto alla fine e ne vorrete di più, magari in concerto dove la band sarà sicuramente a proprio agio. Magari sul palco di un bel festival tra puzza di benzina e scarichi, con motori due cilindri a V che strappano i timpani, se non lo hanno già fatto gli EoV. Potenza, velocità e belle melodie, come in "Bitch on Wheels", guidata da una chitarra grossa come un camion e break di basso per un duetto . "The Dead Stay Dead" è la mia preferita, meno forsennata e con distorsioni leggermente più moderne uniti ad un pizzico di psichedelia iniziale La qualità audio dell' EP (quattro tracce in tutto) è buona e si farebbe apprezzare ancora di più su un bel vinile da far girare quando si sta smanettando in officina con la propria amata due ruote. Bel prodotto, ascoltateli e poi fate come vi pare. Io li terrò in rotazione in auto almeno per qualche giorno ancora.(Michele Montanari)

Consecration - Univerzum Zna

#PER CHI AMA: Post Rock, Stoner, Psichedelia, Anathema, Isis, Black Sabbath
Questo è un cd dal doppio volto, dalla doppia anima. Avevo apprezzato esageratamente il precedente album ‘Cimet’, identificando i nostri come una sorta di Anathema dei Balcani, e quest’oggi mi ritrovo fra le mani questo ‘Univerzum Zna’ a scombinare tutti i miei piani mentali. Quando infilo il disco nel lettore e attacca “Vertikala”, il roboante riff che si accende è quello tipico delle stoner band più in acido con il vocalist che rasenta addirittura le performance di Ozzy dei vecchi tempi. Frastornato, forse ancor di più, totalmente disorientato, metto da parte la mia diffidenza iniziale e inizio a gustarmi il caldo e psichedelico evolversi di una traccia che ha il grosso merito di risvegliarmi da un gelido intorpidimento. Le atmosfere si fanno lentamente soffuse, cala prepotentemente la penombra mentre un lungo flusso strumentale di sonorità psych-post-rock delizia in modo esagerato le mie pretenziose orecchie. Non fosse stato per l’anomalo inizio, starei parlando di perfezione musicale. Ancora riverberi e chitarre di un certo rock desertico aprono e proseguono in “Luka Čeh”: ed eccolo palesarsi il dualismo nell’anima dei nostri. Cavolo, mi avevano appena conquistato con la opening track e mi ritrovo ad ascoltare un pezzo che si muove tra stoner, alternative e rock’n roll, non certo i miei generi preferiti. “Stepenice, Zvezde” è un bell’intermezzo acustico. Con la title track si esplorano nuovamente i territori della psichedelici, fatta di quei bei trip lisergici in cui uno si immagina a meditare in templi buddisti alla ricerca della purificazione della mente e dell’anima. Poi quando un tizio inizia a parlare una lingua incomprensibile (presumibilmente serbo), vengo risvegliato dalla mia fase di contemplazione ascetica. Peccato, anche qui stavo esplorando sentieri musicali meravigliosi, ma sono stato interrotto da questa fastidiosa narrazione. Mentre curioso nel bel digipack, il mio occhio cade sul missaggio ad opera di Aaron Harris degli Isis, complimenti ai nostri che sono riusciti a coinvolgere il mitico vocalist della band bostoniana. Vado avanti con “Prolaz” e l’eco degli Anathema questa volta emerge fortissimamente in una song acustico-strumentale, flemmatica e seducente, che sembra venir fuori direttamente da ‘We’re Here Because We’re Here’. Con “Gilmore” mi appresto ad affrontare gli ultimi 15 minuti di questo ‘Univerzum Zna’. Song dall’evidente sapore ‘pinkfloydiano’: musiche, atmosfere e finalmente (le pochissime) vocals all’altezza, a delineare i solchi di un amore mai sopito per i mostri sacri del rock psichedelico, per una effervescente chiusura in bellezza. Mi spiace aver constatato un paio di passaggi a vuoto di questo disco, che a mio avviso avrebbe potuto scalare la mia personale classifica del 2013 e collocarsi definitivamente al primo posto. Sorprendenti! (Francesco Scarci)

(Geenger Records – 2013)
Voto: 80

https://www.facebook.com/Consecrationband

The Pit Tips

Francesco “Franz” Scarci

Odetosun - Gods Forgotten Orbit
Consecration - Univerzum Zna
The Ruins of Beverast - Blood Vaults - The Blazing Gospel of Heinrich Kramer
---

Don Anelli

Rhapsody - Legendary Tales
Dying Fetus - Stop at Nothing
Darkened Nocturn Slaughtercult - Necrovision
---

Michele “Mik” Montanari

HR - Never
Red Stoner Sun - Echo Return
Kisiljevo - Various
---

Mauro Catena

Jonathan Wilson - Fanfare
AA.VV. - Tutto da Rifare, omaggio ai Fluxus
Elvis Costello & The Roots - Wise Up Ghost
---

Kent

Echoes Of Yul - Echoes Of Yul
Mouth Of The Architect - Dawning
Lento - Anxiety Despair Languish
---

Brian Grebenz

Code - Augur Nox
Fates Warning - Darkness in a Different Light
Circa Survive - Violent Waves
---

Conor Fynes

Inquisition - Obscure Verses for the Multiverse
Cult of Fire - मृत्यु का तापसी अनुध्यान
Ulver - Messe I.X-VI.X
---

Bob Stoner

Norma Jean - Wrongdoers
Decrepit Birth - Polarity
This Heat - Deceit

venerdì 29 novembre 2013

Theologian - Some Things Have to be Endured

#FOR FANS OF: Black Ambient Drone, Sunn o)))
Upon hearing the opening strains of the first track, "Black Cavern Myopia", the initial impression I formed of Theologian was to describe it as industrial drone metal. However, after repeated listenings to 'Some Things Have to Be Endured' in its entirety, I later came to the conclusion that a more accurate description of the genre for this music might actually be ambient-atmospheric drone rock. The first two plays were on my car stereo driving to and from work (a roughly 40-minute drive) during which I realized that the subdued mix on this recording was probably better appreciated at higher volumes on a high-end system or through headphones. At that point, I raised it from background music volume to a more immersive level, at which point I became aware of the subtleties of the mix. I pulled out and re-listened to some old Sunn o))) and Earth tunes as comparison points, and have concluded that although this release shares the extremely slow tempos and drop bass pedal tones with those two groups on some tracks, it seems to include more progressive and classical elements in its soundscapes. I would suggest that the eight tracks on this release are better regarded as movements in an overall symphony than as individual songs. The imagery of the included e-booklet would suggest black metal, but when this reviewer thinks of black-metal drone, Anaal Nathrakh’s 'Hell is Empty and All the Devils Are Here' is what immediately comes to mind. The lyrics are evocative (as printed in the included e-booklet) but the operatic female vocals are buried in the mix, and in some cases, are also awash in reverb and delay. The closing track, "Welcome to the Golden Age of Beggars", includes the lyric: “The Junkie / That Brings Guilt/ In a Terrifying Darkness / Worship the Sensation / That No Longer Exists / Obsessed With his Obsession / Swallow the Filth / Wanting the Touch / Despising Him / For the Agony is Deep and Heavy”, which carries great emotional weight (but unfortunately, isn’t readily perceptible in the mix). This lyric may possibly explain the cover image (identified as “Mother Love”) of a nude woman covered bodily by a translucent veil; with both breasts bared and her right breast partially penetrated by quills. 'Some Things Have to be Endured' is not a soundtrack for cruising or head banging to, but may be better suited for listening to during reflection or meditation. It is unfortunate that some very profound lyrics are lost in a very dense mix. The best, deepest appreciation of this work may likely result from dedicated and focused repeated listenings: as this is clearly not a work for the casual listener. (Bob Szekely)

giovedì 28 novembre 2013

Ghost at Sea – Hymns of our Demise

#PER CHI AMA: Post Black, Ulver, Wolves in the Throne Room, Darkthrone
In tutta onestà, ho avuto qualche momento di difficoltà nel digerire a priori l’idea che il disco in questione (peraltro difficilmente identificabile come opera prima), prodotto da questo due esordiente proveniente dal Nord America (sodalizio Kentuky più Indiana), si serva esclusivamente di una drum machine: non tanto per il fatto in sè di utilizzare una macchina invece della pedalante potenza umana (basti vedere ciò che i Darkspace hanno partorito servendosi esclusivamente di questo espediente), quanto piuttosto perché i ragazzi propongono un genere che si nutre di umanità e che, a parere di chi scrive, meriterebbe quel tocco che solo un martellante batterista bipede riesce a dare ad un lavoro come questo. In sostanza, la perfezione della macchina rappresenta una minuta macchia, una piccola nota di demerito, laddove si avrebbe preferito sentire quella minima sbavatura o quell’indugiare voluto sul pedale o sul rullante di pertinenza esclusivamente umana e così appagante... ciò nononstante, prendete tutta questa manfrina iniziale per quello che è, vale a dire una pippa mentale da appassionato, e non un elemento limitante la fruizione di questo disco. Si tratta di un lavoro che tanto deve alle influenze indicate alcune righe sopra, dove grandi mostri del black metal si incrociano con quella nuova corrente di musica nera atmosferica che, in realtà, tanto di nero non ha se non nelle sonorità. Quale che sia la vostra idea in merito, sicuramente non si può rimanere insensibili di fronte alle note sparate a mille di questo disco che si apre nel migliore dei modi, con una chitarra ipnotica ad invitarci a guardare nel pozzo in cui saremo risucchiati di li a poche battute, per precipitare in questo viaggio in discesa di luci ed ombre. “A Fitting End To Human Suffering” ne rappresenta solo l’inizio, pezzo ben congeniato dove i blastbeat si alternano ad arpeggi di carta vetrata ma senza mai dimenticare la matrice melodica che caratterizza ogni traccia. Si passa quindi a “Wanderer”, in origine inizialmente pezzo distribuito come “singolo” e qui rivisto e riadattato ad un contesto di full-lenght, decisamente più lineare nel suo incedere marziale rispetto all’opener. Meritevoli di nota sono poi “Decay” e la sua naturale proscuzione in “The Weight of 1,000 Suns”: un ribassato ruggito di chitarra la prima, quasi a fare da intro alla seconda, caratterizzata da un incedere fantastico come piglio e ritmo nel suo intreccio di voce, chitarra e batteria, dove è praticamente impossibile non battere il tempo con i piedi, per buona pace dei vicini di casa! A chiudere il tutto è “Through the Shadow that Binds Us”, forse il pezzo più black-oriented e grezzo in senso classico (nessun orpello, nulla oltre i singoli strumenti e voce a guerreggiare tra loro), al punto da risultare quasi discostato dal resto del disco: il minutaggio importante (oltre i 14 minuti) probabilmente lo penalizza in ultima analisi e forse sarebbe stata più efficace qualche prolissità in meno, ma non mi sento di criticare la band per questo. Ripeto, stiamo parlando di un’opera prima ed un plauso va sicuramente ai due ragazzi per la maturità della composizione, pertanto quelle che possono essere delle limature da fare qua e la sono più che tollerate. Insomma, la drum machine ha fatto anche stavolta il suo sporco dovere, però il sottoscritto confiderà sempre nell’arrivo di un batterista “organico”. Ad ogni modo, avanti così! (Filippo Zanotti)

Thehappymask - Ruines

#FOR FANS OF: Shoegaze, Post Rock, Alcest
Looking to cash in on the whole black metal shoegazing movement pioneered by the likes of Alcest, Amesoeurs and Velvet Cacoon, Thehappymask present an album of relatively boring and shallow music that needs a long way to go before they’re ready to make a dent in the scene. 'Ruines' is actually a hard album to review for the simple reason that not much of anything goes on in it. There’s unfortunately very little black metal incorporated into the sound, leaving the shoegaze and post rock to take center stage. Whilst this is by no means a problem as Alcest have found great success by playing a relatively soft and harmless form of music, Thehappymask just don’t have the song writing abilities to capitalize in on it. The music is highly repetitious with very little distinction between each song as such the whole album tends to blend into each other creating one long and droning listen. The overall melodies of the songs themselves are really quite boring, apart from the over use of repetition utilized none of the melodies stand out to me. There’s no stand out moments, nothing that takes me back and encourages me to think that the band is onto something. Matters aren't helped by the fact that the guitar tone is incredibly weak. Taking a high pitched wailing tone to it, it lacks any sort of power and is more concerned in creating a soft and euphoric atmosphere. Unfortunately, euphoria cannot be reached when listening to music that is this empty. Often the atmosphere becomes lost on me due to the high levels of repetition; the sound in general is overall quite weak lacking any form of emotional expression or even effort. I understand that the goal of Thehappymask is not to be the heaviest band of all time, I have perspective, I know I’m not listening to Suffocation, but there’s no excuse for how oppressively still and lifeless this music is. I’m at a loss as to what actually happens in this album which just seems to be an endless procession of generic post rock climaxes played on lightly distorted guitars. Thehappymask are certainly capable of creating pretty melodies, the lead work in the title track is suitably expressive and really quite beautiful bringing to mind bands such as Rosetta and Year of no Light. The light and ambient undertones to the guitars, whilst admittedly being quite relaxing would greatly benefit from being fleshed out a lot more. The atmospheric potential is definitely there on Ruines but greater skill in song writing would go a long way in securing this bands place in the future. (Sean Render)

martedì 26 novembre 2013

Emyn Muil - Turin Turambar Dagnir Glaurunga

#PER CHI AMA: Black Epic Fantasy, Summoning
Questo dischetto è eccezionale! Nel vero senso del termine perché Emyn Muil ad oggi è il primo ed unico progetto al mondo accostabile senza vergogna ai celeberrimi Summoning e udite udite nasce qui in Italia!!! Nartum è la mente dietro alla Nartum Music Project che incorpora Emyn Muil e diversi altri progetti in fase di sviluppo. La qualità della registrazione di 'Turin Turambar Dagnir Glaurunga' è sublime e immense sono le idee contenute in esso, lavoro che rappresenta il primo capitolo di una saga appena cominciata in questo 2013, e si candida ad essere tra le più grandi sorprese del panorama epic black metal mondiale. Emyn Muil non ha precedenti, molti sono stati i tentativi di emulare i Summoning e di pari passo molti sono stati i fallimenti; in questo caso invece, Nartum con i suoi Emyn Muil ci riesce e lo fa con grande stile, simile e devoto alle sonorità di 'Stronghold' e 'Minas Morgul' si piazza con quest'opera su alte vette innevate e come un'aquila osserva il nuovo mondo da conquistare. E le conquiste pare siano già cominciate: dopo una serie di demo confezionate in casa, e limitate a 50 copie con relativa repress, la Northern Silence Productions si è accorta che qualcosa di grosso bolle in pentola ed immediatamente ha colto la palla al balzo e a breve infatti saranno disponibili 900 copie di questo epico lavoro che uscirà in edizione limitata. Tracce come "Arise in Gondolin" o "Path of the Doomed" fanno letteralmente impazzire; se mi avessero detto che questo dischetto era un nuovo album dei Summoning mai pubblicato, ci sarei cascato in pieno, infatti in termini di qualità siamo quasi alla pari con gli amici viennesi ed è proprio questa la cosa che stupisce, "Turin padrone del destino, uccisore di Glaurung" (traduzione letterale del titolo) ha una durata di 53 minuti, minuti che trascorrono veloci tra ritmi arcaici e melodie cristalline, un tempo alle volte troppo stretto per gustarci 11 canzoni di tale bellezza. Se devo per forza trovare una pecca a quest’album, la trovo proprio nella durata delle tracce che si aggirano in media attorno ai 4/5 minuti, un po' poco talvolta per potersi calare appieno all’interno dei meravigliosi mondi che Nartum riesce ad evocare. Detto questo, il potenziale dell’album rimane altissimo, non c’è nulla che stoni, nulla di troppo, tutto è dosato e distribuito in maniera esemplare, dalle tastiere alle voci che divampano su riff dalle melodie affilate e tamburi da guerra. Signori e signori, abbiamo qui oggi, in madre patria un nuovo grande artista, un vero narratore delle terre di mezzo, una gemma brillante che attende solo di essere scoperta; supportiamo questo vanto! Gloria a Emyn Muil!!! (Alessio Skogen Algiz)

(Northern Silence Production - 2013)
Voto: 90

https://www.facebook.com/NartumMusic

We All Have Day Jobs - Inflict/Enantiodromia

#PER CHI AMA: Deathcore
Era tempo immane che non recensivo materiale deathcore, ma questi americani del New Jersey (non certo dei pivellini visti i due full lenght già all'attivo), mi hanno in qualche modo colpito e quindi ho pensato personalmente di dargli una chance, in modo da farli conoscere anche ai lettori del Pozzo. EP di cinque pezzi più una inusuale intro pianistica, cosa assai strana per il genere. Niente paura però, stiamo parlando di una release che con la sua prima vera traccia, “It Began with a Spore”, inizia a picchiare duro. L'impatto è bello tosto anche se sinceramente mi aspettavo qualcosa di più devastante: i nostri prediligono la strada dello stordimento da cambio di tempo e sovrapposizione di suoni, piuttosto che la classica furia fine a se stessa. Il rifferama di Kyle Neeley è ipnotico, il rullare del drumming tumultuoso, le vocals di Max Lichtman si alternano tra lo screaming e il growling. “Seeping From Parted Jaws” attacca lenta con un bellissimo giro di chitarra, per poi scatenarsi con una tonnellata di riff ubriacanti e ritmi che sanno di mathcore. Eccellente la prova dietro alle pelli di Paul Christiansen, che detta i tempi, qui serratissimi. Poco spazio trovano le melodie, e sinceramente avrei puntato maggiormente su questo elemento. “Unto the Pariah” è un pezzo mid-tempo che si mette in luce per il finale affidato al pianoforte. “The Automaton” è una traccia dal gran tiro con un notevole solo e un bel lavoro al basso da parte di Nik Schafer. A chiudere ci pensa “All My Woes, Combined”, la song più completa e varia del lotto e decisamente la mia preferita: granitica, ma melodica, con piacevoli effetti affidati alla chitarra e un'aurea plumbea nel suo finale. 'Inflict/Enantiodromia' un ottimo punto da cui ripartire per il futuro! (Francesco Scarci)

lunedì 25 novembre 2013

Odem - The Valley of Cut Tongues

#PER CHI AMA: Brutal Death, Behemoth
Le lunghe mani della Daemon Worship Productions arrivano ovunque, fino a raggiungere la Russia e farci scoprire il nuovo EP di questo misterioso trio, che giunge a tre anni di distanza dal debut 'Rape Your God and Pray for Reprieve'. “Nail as the Weapon of Hatred” irrompe furiosa nel mio stereo con un brutal death moderno in linea con le produzioni dei gods polacchi Behemoth, che ne rappresentano verosimilmente la principale influenza. Si tratta però di una riedizione più pulita di un vecchio brano visto nel precedente lavoro. Le ritmiche sono la classica contraerea vista nei cieli di Baghdad una ventina d'anni fa: bagliori infiniti ed intermittenti nell'oscurità della notte. Certo che con la drum machine tutto è più facile quando si deve essere devastanti. L'energia non va certo a dissiparsi con la successiva “Cult of Flesh” in cui l'impianto sonoro è ovviamente affidato ad un riffing spietato, che talvolta sfocia nel grind, a delle vocals catacombali e ai famigerati ultra blast beat garantiti dalla disumanità caotica della batteria artificiale. Un rallentamento nella dirompente velocità dei nostri, arriva con “Healing Catalepsy”, song che si mette in evidenza per la capacità dei nostri di saper rallentare la propria esuberanza stilistica. La conclusiva “Satanskin” chiude questo breve lavoro di bieca malvagità, offrendo un concentrato di odio e ferocia, sorretti da continui cambi di tempo e oscure atmosfere che la identificano come mia song preferita. Nulla di nuovo all'orizzonte però: ottima tecnica che supplisce ad una certa scarsità di idee, che si lasciano intravedere solo nell'ultimo brano. Se tutta questa forza venisse indirizzato in un modo migliore, sono certo che ne potremo sentire delle belle in futuro. Per ora una striminzita sufficienza, preferisco andarmi a riascoltare gli originali. (Francesco Scarci)

(Daemon Worship Productions - 2013)
Voto: 60

http://www.odem-official.com/

domenica 24 novembre 2013

Untimely Demise - Systematic Eradication

#FOR FANS OF: Death Metal, Kreator, Sodom, Holy Moses
Canadian-born but certainly Germanic-worshippers, Untimely Demise offer up their second album, 'Systematic Eradication', and it shows the band is really starting to come into their own with this sound. More often-than-not, the band decides to thrash away with a series of darker, more intense thrash-styled riffs that are eerily familiar to those that follow the route of the German thrash bands from the 80s, and in conjunction with a harsh, almost Black Metal-like growl to the vocals that were commonly used in both Kreator and Sodom at the time rather than the American scene which utilized a lot more clean-singing vocals which gives this a lot more of a dark, heavy tone that is hardly utilized in the acts which follow the American format. The band indeed seems to have learned the lessons well from these Teutonic forbearers with a series of strong, fast-paced tracks that whip throughout their running time with lightning-fast riffs, pounding drumming and a rather familiar buzzing bass tone that creates an image of “Kill with Pleasure”, “Agent Orange” and “The New Machine of Liechtenstein” in their prime, as "Spiritual Embezzlement", "Somali Pirates" and "A Warrior’s Blood" all demonstrate quite ably. Not content to simply dishing out the same formulaic approach, there’s a few curveballs thrown in for good measure, as "The Last Guildsman" attempts to experiment utilizing the harsher vocals in a more melodic role against atmospheric riff-work while still incorporating elements of thrash into the mix, and at times it’s a fine track while there’s some rather off-kilter ones as well. "Redemption" meanwhile attempts to play with a series of different tempos and guitar variations to "Navigator’s Choice" which features some more slower-paced rhythms that switches back-and-forth into frantic thrashing which at least demonstrates some different ideas that could come into play later on. It’s not a bad offering from a group of newcomers, and I suspect album three is where they’ll hit their stride. (Don Anelli)

(Punishment 18 Records - 2013)
Score: 80

https://www.facebook.com/UntimelyDemise