lunedì 27 aprile 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Splendidula - Absentia
Ultha - A Light So Dim
Green Carnation - A Dark Poem, Part II: Sanguis

---
Alain González Artola

Astral Valley - Midnight Sun
Bloedmaan - Vampyric War in Blood
Déhà - Ashes as Rain II

---
Death8699

Dark Tranquillity - The Gallery
Ophthalamia - Dominion
The Pat Catalano Project - Paper Crowns

domenica 26 aprile 2026

Apolaustic - No Plenitude without Suffering

#FOR FANS OF: Black/Death
Apolaustic is a Swiss project that was created just last year. It is the new side project of the musician Romain, who is part of the full-band Stortregn, an interesting group with some similarities, particularly in its early days, to the style that Apolaustic delivers. The good references and the promising demo tracks convinced the Indian label Transcending Obscurity Records to release the first opus of this Swiss project, which is always a safe bet as this label has a sharp eye for quality bands.

'No Plenitude Without Suffering' is the name of the first opus released by Apolaustic, and it contains seven tracks and a short instrumental where Romain shows his love for a melody-driven extreme metal approach. Although the compositions are made by himself, the execution of the guitars and drums has been carried out by some Swiss collaborators who have done a perfectly solid job bringing Romain’s ideas to reality in the recording of this album. The production of this album is very solid, with vocals and instruments sounding perfectly balanced and clear. I like the fact that none of them overshadow the work of the others, which makes the whole thing sound powerful. All the tracks are entirely rooted in the melodic black metal genre, although I personally consider they tend to sound a bit closer to black metal. Personal considerations aside, what is clear here is that there is great work on the guitars, whose melodies throughout the album are excellent. There is a respectable amount of variety in the riffs and harmonies that make this opus quite a fun listen. As happens with other albums of this subgenre, Apolaustic has given some room for acoustic-esque guitars and nice guitar solos, which truly shine every time they are included. You don’t need to go too far in this album, as the initial tracks, "Devouring the Past" and "Fragments from a Misty Journey" are a fine example of it. These tracks are remarkably fast-driven, and the guitars create a good range of different melodies, both in the rhythm and the solo ones. No matter how speedy the tracks are, the absence of pace changes is never an issue, which I appreciate. This subgenre has always had a defining tendency to create pace-varied tracks, and thankfully Apolaustic does not fail in this aspect. Thanks to this, the ups and downs are constant and reinforce the sense of listening to an energetic, yet varied track.

As we approach the final part of the album, I praise the fact that the consistency of this album does not slow down. In fact, tracks like "Black Flame Reviver" or "De Feu et de Cendre" are among the best ones. The first one is probably the most interesting as it has a very dynamic structure and some nice surprises, such as the very enjoyable saxophone part included, which adds a touch of originality to an already superb composition.

In conclusion, Apolaustic’s excellent debut effort, 'No Plenitude Without Suffering', is an inspired example of melodic black metal’s strongest and most defining aspects, and it will surely please the fans of the genre. A very promising start for a project that hopefully will deliver more in the future. (Alain González Artola)

(Transcending Obscurity Records - 2026)
Score: 84

venerdì 24 aprile 2026

Frozen Shadows - Dans les Bras des Immortels

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Black/Folk
Black metal dal Québec. Niente di strano fino a qui: le maestose foreste canadesi ammantate di neve non hanno nulla da invidiare, quanto a potere evocativo, ai paesaggi della Scandinavia. Il terzetto dei Frozen Shadows rivendica con particolare orgoglio l'appartenenza alla "Nouvelle France" e al ceppo francofono canadese. Come certamente saprete, il Québec chiede da anni l'indipendenza dal Canada (anglofono). E il black metal, arricchito talvolta da sonorità folk, si accredita sempre di più, a livello mondiale, come la forma di espressione musicale prediletta da parte di giovani desiderosi di affermare il proprio orgoglio nazionale. Dalle regioni baltiche sino ad arrivare alle lande canadesi, è tutto un pullulare di band che utilizzano il black metal per affermare i valori del proprio ethnos. Ma torniamo all'album dei nostri canadiens: esso consta di sette canzoni di cupo black metal, tre delle quali scritte in francese. Di tanto in tanto le tastiere emergono dal magma sonoro sottostante: squarci di rarefatta bellezza in un panorama nerissimo. La batteria viaggia sovente alla velocità della luce. Quanto alle vocals, sono un susseguirsi di grida laceranti, com'è consuetudine del genere. Complessivamente un cd apprezzabile, anche se un po' troppo convenzionale.

(Sepulchral Productions/Osmose Productions - 1999/2025)
Voto: 68

giovedì 23 aprile 2026

Sirius - Aeons of Magick

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Symph Black
Sette tracce all'insegna di un black metal che oserei definire astrale. Infatti, il primo nome che posso accostare al sound dei portoghesi Sirius, è indubbiamente quello del combo norvegese Limbonic Art. Con questo non fraintendetemi, 'Aeons of Magick' è una perla che brilla di luce propria. Tutte le tracce sono pervase di una maestosità superba; le tastiere e gli effetti, ovviamente protagonisti del songwriting, ricamano melodie affascinanti e coinvolgenti. Il black melodico e oscuro è affiancato da un growl abbastanza anonimo e purtroppo, da un suono di batteria orribilmente artefatto e meccanico. Queste rimangono le uniche pecche di un album che mi ha stregato. Tutti gli amanti di black sinfonico dominato dalle tastiere e dalla fantasia, con varie rimembranze di musica classica, rimarranno estasiati nell'ascoltare gemme quali "Ethereal Flames of Chaos" (grandiosa soprattutto la parte centrale in cui il pianoforte sottolinea con una vasta eco classicheggiante i passaggi più rutilanti del brano), dove veramente la musica sinfonica si dimostra la fonte compositiva primaria dei Sirius (ancor più del metal). La lunga introduzione strumentale, "The Stargate", ci mostra invece notevolissime affinità con le composizioni degli inglesi Bal Sagoth (una delle mie band di black epico preferite). La title-track ci dimostra invece tutta la creatività della band, introducendoci in più di otto minuti di meravigliosa estasi creativa; anche in questo caso le reminiscenze classiche vengono proposte ed eseguite con un ottimo gusto. La conclusiva e strumentale "Beyond the Scarlet Horizon", con il suo andamento rilassato e contemplativo, ci permette quasi di sognare ad occhi aperti l'immensità del cosmo. Ottimo album.

(Nocturnal Art Productions - 2000)
Voto: 80

lunedì 20 aprile 2026

Stargazer/Invocation - Harbringer/H.A.S.T.U.R.

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Thrash
Era il 2000 quanto l’etichetta di Singapore ci consegnava uno split cd di due gruppi australiani in giro già da anni. Si inizia con il mcd di sei pezzi degli Stargazer, tre folli musicisti che propongono un grezzo e old-style black-thrash. Velocità indiavolate in puro stile Kreator, infarcite di cambi di tempo, privi di qualsivoglia tecnicismo, ma con grande carica devastante. Ed ora veniamo agli Invocation (band scioltasi prematuramente), che risorgevano dalle ceneri dei Necrovore con questo EP di death metal sulla scia dei Morbid Angel di 'Altars of Madness', in cui tuttavia gli australiani risultano decisamente meno raffinati ma direi che la carica anticristiana è la medesima degli americani. Sicuramente, non c’è niente di originale nella proposta dei due gruppi, ma chi ama le cose grezze, troverà pane per i suoi denti.

(Dies Irae Productions - 2000)
Voto: 62

sabato 18 aprile 2026

Velzevul - Pandemonium

Ascolta "Velzevul - Pandemonium" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C'è una certa solennità nel guardare una cattedrale che brucia: non è solo il fuoco a incantare, ma la consapevolezza che quelle mura, nate per toccare il cielo, stanno diventando combustibile per un buio più profondo. Con 'Pandemonium', a 16 anni dalla loro fondazione, i russi Velzevul non si accontentano di urlare contro il divino, ma decidono di metterlo in scena, orchestrando una liturgia blasfema dove ogni tastiera è un rintocco funebre e ogni blast-beat un chiodo per sigillare la bara dell'ordine cosmico. Aspettatevi pertanto un black sinfonico che si contrappone alla ferocia tipica thrash dell'est Europa, che non ha mai perso un grammo di veleno. Le sette tracce si susseguono veloci, dalle intermittenze iniziali di "Nuclear Snow" e alle sue pomposità black sinfoniche, passando per la glacialità di "A Rotting Humanity" che si fonde con una grandeur orchestrale, che evoca quel barocchismo infernale della fine degli anni '90, con Limbonic Art e Dimmu Borgir, in testa al movimento. "Crystallization Of Desecration" è il manifesto del disco: qui le chitarre e le sinfonie s'intrecciano in una danza vorticosa, alternando ritmiche compatte a momenti più atmosferici che sembrano studiati per mozzare il fiato, mentre lo screaming efferato del frontman narra chissà quali storie. L'eco dei Dimmu Borgir si fa sempre più forte man mano che si prosegue nell'ascolto, con "The Insignificance of the Universe" e "Christian Luciferia", a evocare i bei tempi andati di 'Spiritual Black Dimensions'. Il viaggio si chiude con "The Valley Of Shadows", un crescendo di pathos che lascia con la netta sensazione di essere scivolati oltre il punto di non ritorno. Alla fine 'Pandemonium' è un disco che non cerca la sottigliezza, punta dritto alla gola con un sovraccarico orchestrale che preferisce il colpo di scena alla meditazione, ricordandoci che il caos non è disordine, ma una forma superiore di architettura. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 68

giovedì 16 aprile 2026

Indesiderium - The Nocturnal Seance Of Lucifer

#PER CHI AMA: Black Metal
Ho appurato che per trovare il cuore nero del black metal, non sempre si debba guardare verso le foreste scandinave, ma si possa anche puntare gli occhi al cemento rovente di Los Angeles. Gli Indesiderium non sono qui per fare troppa accademia, sono qui per dimostrare che quel fuoco, se alimentato con la giusta dose di odio, può ancora bruciare tutto quello che incontra. 'The Nocturnal Seance of Lucifer', il loro terzo atto, non è certo una seduta spiritica per nostalgici, è un bombardamento a tappeto eseguito con una lucidità chirurgica che non lascia superstiti. Questo è dimostrato immediatamente dalla seconda "Merciless Extermination" (la prima è una banalissima intro con tanto di gracchiare di qualche corvaccio). Poi largo a una tempesta di riff tremolanti che non conosce sosta. Le chitarre non disegnano paesaggi, ma incidono profonde ferite nella pelle: ogni accordo è un colpo di rasoio, ogni linea melodica un lamento blasfemo che s'incastra in progressioni rapide e compatte. Niente di assolutamente originale però, un lamento come decine di migliaia ne abbiamo sentiti dai primi anni novanta a oggi, un omaggio vibrante e ferocissimo alla scuola svedese che ha fatto della melodia tagliente la propria bandiera, ma riscritta qui con una cattiveria tutta americana che puzza di nichilismo e polvere da sparo. Preparatevi dunque a un assalto all'arma bianca, dove la batteria di Warhead lavora come un rullo compressore industrializzato. Non c'è troppo spazio per il respiro, se non in quei brevi frammenti ambient che caratterizzano il disco. A suggellare il tutto, la voce di Atrum Lorde, un grido abrasivo, puro odio esistenziale, crudo e intransigente. I brani poi corrono veloci, evocando i Marduk o i primi Dark Funeral, tra serrata cavalcate (penso a "Apocalyptic Funeral March") che ahimé finiscono per assomigliarsi un po' tutte. Evviva la coerenza, pure troppa in effetti. Qui non si gioca con l’estetica; qui si continua una linea di sangue. E lo si fa con una ferocia che vi ricorderà perché, un tempo, questa musica faceva davvero paura. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 60

martedì 14 aprile 2026

Clouds Taste Satanic – Berlin 2023

#PER CHI AMA: Stoner/Space Rock strumentale
Cosa dire di un nuovo disco dal vivo, dopo 'Birmingham 2024' dello scorso anno, dei Clouds Taste Satanic? Registrato ai Big Snuff Studios di Berlino nel 2023, viene sparato in faccia al pubblico senza sovra incisioni o altre diavolerie che potrebbero renderlo ancora più appetitoso, e andando a scoprire che è proprio in questo frangente, in questa scelta, che la band americana si contraddistingue dalle altre, che la sua identità è così legata al rock abrasivo, old fashion, suonato e sudato in maniera reale, che dal vivo non ha proprio bisogno di aggiustamenti di alcun tipo. L'equilibrio è altissimo, l'aria è pesante ed avvolgente, tutto suona come deve e si lascia ascoltare con una fluidità e una forma di catarsi cosmica, che guida il nostro udito verso visioni di galassie lisergiche, infinite e stellate. L'album si apre con "Second Sight", tratta dall'album omonimo ed è una lunghissima suite (21 min. circa) che, capitanata da chitarre pirotecniche, esplora parecchie influenze e modi di intendere lo stoner nella lunga storia di questo modo di fare rock psichedelico. Di seguito è il turno di "Sun Death Ritual", altro lungo brano tratto dall'album 'Tales of Demonic Possession', che ci dilata la visuale con venature space rock e fughe verso un tipo di doom che soddisferebbe chiunque, con le iperattive chitarre a macinare riff di scuola Tony Iommi e assoli a gogo, ipnotici e surreali, al pari di un'allucinazione, con una perizia tecnica di pregevole qualità. La produzione di questo live è ottima e non fa rimpiangere o abbassare la potenza della band newyorkese nei lavori fatti in studio, al contrario, la stima aumenta nei confronti dei nostri. Subito dopo si ha la nuova conferma con il terzo brano, "Spirits of the Green Desert", sempre tratto da 'Tales of Demonic Possession', un pezzo più corto e immediato per un sicuro effetto acido. Chiude il set live "Beast from the Sea", cupa e progressiva, anch'essa super ipnotica, mostrandosi peraltro come un'ottima colonna sonora per il soggetto marino descritto nel titolo del brano. I Clouds Taste Satanic si dimostrano istrionici, sapienti conoscitori e paladini fieri di un genere che hanno saputo portare avanti e in alto, in tutti questi anni di carriera, con grande professionalità e originalità, e scoprirli in sede live sempre così in forma, non può che farci sentire ancora più felici. Per chi ama l'heavy psichedelico e lo stoner d'estrazione a stelle e strisce, desertico, sofisticato e ipnotico, suonato in maniera polverosa e visionaria, oltre al fatto che le copertine di tutti i loro lavori sono splendide, possiamo dire che questo disco sarà sicuramente, lo scrigno d'oro per il vostro palato fino di cultori dello stoner rock. Una prova monumentale e chitarre spettacolari per un disco dal vivo da ascoltare a tutto volume! (Bob Stoner)

(Kinda Like Music - 2026)
Voto: 72

domenica 12 aprile 2026

Sulphuria - L'Odore Del Sangue

#PER CHI AMA: Occult Black
Accostate la mano a una parete di cemento in una sala prove di provincia: è fredda, trasuda umidità e vibra di un ronzio sordo che non se ne va mai. Ecco, i Sulphuria suonano esattamente così: apparsi all'improvviso tra la nebbia, portano con sé 'L’Odore Del Sangue', un debutto che arriva dopo ben quattro demo usciti tra il 1994 e il 1998 e che mastica black con la fame di chi non mangia da giorni. Dimenticate la chirurgia estetica dei suoni digitali, qui la produzione è sporca, carnale, quasi fastidiosa per quanto è vera. È una colata di pece che riprende il filo interrotto dell'occultismo italiano più viscerale, quello dei Mortuary Drape e dei primi Necromass, aggiungendo poi l'orrore come forma di purificazione spirituale, una catarsi che gratta via il superfluo fino a farti sentire l'osso. Quello del duo di Macerata è un assalto primordiale, fatto di chitarre sature di zolfo, guidate da uno screaming strozzato in gola e che si snoda attraverso sei pezzi (il primo è un'intro). "Mille Volti di Te" mette subito in chiaro la direzione stilistica dei nostri con un black asciutto ma comunque dotato di una certa vena melodica che lo rende facilmente ascoltabile. Nessuna bolgia sonora, semmai il disco suona più come un'invocazione rituale che trova a mio avviso, il suo apice in "Blu", il mio pezzo preferito, forse per qualche analogia con i Necromass di 'Abyss Calls Life' e con la successiva e salmodiante, "La Stanza di Dzyan". Niente di trascendentale, eppure godibile, soprattutto nella seconda metà, dove l'esoterismo diviene più palpabile nelle atmosfere create dalla chitarra acustica e da ambientazioni sinistre. La title track, pur sparata a una velocità più vertiginosa, vanta alcuni momenti degni per essere la colonna sonora di un film horror, considerando soprattutto la performance vocale del frontman italico. Il sipario cala con "La Stanza del Satiro", chiudendo il cerchio in modo coerente. Lo ammetto: all'inizio li avevo un po' snobbati. Mi sembravano l'ennesima operazione nostalgia. E invece mi sono dovuto ricredere. C'è una verve genuina in questo disco, un mix di dissonanze e atmosfere occulte che, oltre a farti venire un pizzico di magone per il black metal degli anni '90, dimostra che questi due sanno il fatto loro. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 70

sabato 11 aprile 2026

Goatpsalm - Beneath

#PER CHI AMA: Funeral/Doom
A dieci anni esatti dall'uscita del magistrale 'Downstream', la band russa torna a farsi sentire con un full length che raccoglie brani scritti in questo lungo lasso temporale, ovvero tra il 2017 e 2025. La nuova opera è un colossale lavoro che raccoglie le varie identità sonore intraprese nella carriera di questa band, gli stili toccati, le atmosfere espresse album dopo album, racchiuse in queste nuove cinque tracce. I Goatpsalm suonano in maniera originale una musica carica di un'emotività sinistra, usando linguaggi diversificati tratti da generi che trasudano oscurità da tutti i pori, utilizzando il verbo dell'industrial, del noise, del funeral doom, della psichedelia virata al dark, il tutto con un tocco di rarefatto folk d'ambiente suonato, concedetemi il paragone, con l'intensità e la classe acustica, gotica e sofisticata, alla maniera di band che con il metal non hanno nulla a che vedere, come gli And Also the Trees. Il risultato è complesso: si parte con una mini intro etno-ambient per poi raggelare il terreno con "Heart of Damballah Wedo", che ricorda le sperimentazioni dei francesi Spherical Unit Provided o Supuration. Doom metal dai tratti glaciali e siderali quindi, combinati con suoni sintetici e futuristici per uno spazio siderale infinito. Il mood affonda con "Split Soil" dove il funeral doom diventa più oppressivo e pesante, attraente generatore di nere (e mere) allucinazioni fatte di un sound che sa di infinita capitolazione, una vera e propria maestosa, decadente discesa agli inferi. "Kalbas Whispers of Death" cambia scenari, avvalendosi di percussioni etniche per un suono scarno che arde di profumi sciamanici; quanto meno inaspettato a questo punto del disco, ma diventa uno spartiacque riflessivo ed ipnotico per rarefarsi nel finale, e scegliere la via della sfumatura in nero che anticipa l'arrivo di "Exequires", il brano simbolo, a mio parere, di questo album. Una traccia che affronta i chiaroscuri del funeral doom senza compromessi, un suono che scivola tra il sotterraneo funereo degli Esoteric e i Thergothon. Quindi scream, growl e una cadenza ridotta della ritmica fino al minuto 3:43, dove tutto progressivamente si ferma, come se stessimo cadendo in un vuoto assoluto, nota dopo nota in sintonia con il doom più cerebrale e d'avanguardia, fatto di rumori d'ambiente e versi di animali, che portano ad un senso di immobilità concreto che si manifesta nel lunghissimo finale, laddove una voce ribassata di tono e una velocità rallentata, ci accompagnano in un viaggio attraverso lande desolate e nebbiose, in assenza di ritmo con a capo un suono vicino al rumore bianco, per una visione sonora spettrale. Finisce così un disco deliziosamente sinistro, difficile da ascoltare ma assai attraente, un lavoro che profuma di decadenza e composizioni plumbee, per una band che riconferma la propria altissima qualità. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

giovedì 9 aprile 2026

Pale Heaven – Jaws of Eternity

#PER CHI AMA: Melo Death/Deathcore
Non ho trovato troppe informazioni relative a questi Pale Heaven, band originaria dell'Ontario, dedita a un melo death, sporcato di influenze black/deathcore. 'Jaws of Eternity' dovrebbe essere il loro debut album stando a Spotify (stranamente non compaiono nemmeno su Metal Archives), un disco in cui le chitarre s'intrecciano come sciabole a duello, sostenute da un basso fluido che non si limita a marcare il tempo ma a dettarlo, mentre la voce del frontman urla tutta la propria disperazione, in un growl possente, a tratti soffocato. Dopo l'intro, esplode furiosa "Jaws of Eternity", la traccia che dà il titolo al disco, con chitarre sparate a tutta velocità, tra melodie cinematiche, intermezzi atmosferici e vocalizzi a tratti indemoniati. Spettacolare la crescita ritmica, le melodie che vanno gonfiandosi nel finale e le intemperanze deathcore in qualche breakdown che dirompe nel corso del brano. Poi un arpeggio ad aprire "Still We Wander", e poi ancora le chitarre si rincorrono e si frantumano in distorsioni improvvise, mentre la voce sembra quasi sussurrare nel buio. La musica dei quattro musicisti di Toronto va veloce al dunque, ti prende e ti porta esattamente dove essi vogliono portarti, insinuandosi sotto pelle con le loro melodie e gli assoli accattivanti, senza che tu nemmeno te ne accorga. Forse per questo mi hanno entusiasmato al primo ascolto, li ho trovati immediatamente gradevoli, uno di quei dischi che ti si appiccica addosso e non riesci più a togliertelo dalla pelle. E non vi spaventi nemmeno un pezzo come "Torchbearer", forse più ostico dei precedenti, ma comunque super dinamico e devastante. "Abyssal Waters" prova a farci sprofondare nelle viscere degli oceani, complice quel vocione animalesco del cantante, in realtà il pezzo è un bell'esempio di melodie ariose tra ritmiche serrate e rallentamenti soffocanti, ancora nel segno del deathcore più progressivo e melodico. Mi piacciono questi canadesi, lo ribadisco, non hanno troppa paura di suonare come già sentiti o addirittura scontati, io ci sento il cuore nella loro proposta, un connubio di melodie facili da assimilare ("Equinox" e la conclusiva "Winds of the Tempest" sono altre due eccellenti conferme), tonanti ritmiche e quanto di più fresco si possa sentire in una bella e fresca giornata di primavera. Bravi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 8 aprile 2026

Zapovit – Ira Borystheni

#PER CHI AMA: Raw Black Metal
Gli Zapovit ("lascito" in ucraino) non hanno scelto di essere una band black metal nel senso ricreativo del termine; sono diventati un grido di libertà perché il silenzio, a Huliaipole, non era più un'opzione. Nati nel 2024 tra le macerie della regione di Zaporizhzhia, Vladislav e Stanislav hanno trasformato il loro progetto in una trincea sonora. 'Ira Borystheni' (L'ira del Dnepr), il fiume che ha visto passare secoli di sangue e rinascite, è un EP che vibra di un'urgenza, la cui musica è una creatura ibrida che mastica black metal e lo sputa fuori mescolato a improvvise, dolorosissime aperture acustiche. La produzione ruvida e casalinga non è un limite tecnico ma una testimonianza. È il suono di chi sta suonando nello scantinato di casa mentre la storia gli crolla intorno, e ogni nota sembra dire "siamo ancora qui, siamo vivi". Sono solo tre i pezzi contenuti, con la title track ad aprire il lavoro tra furenti accelerazioni black accompagnate da timide melodie di sottofondo e parti acustiche folkloriche, che fungono da richiamo ancestrale per un popolo che rifiuta di essere cancellato dalle mappe. "Berestechko" prosegue con la sua furia estrema, tra disperate grim vocals e glaciali linee di chitarra. C'è poco di innovativo in questa proposta, sia chiaro, non è black metal arricchito di orpelli, anzi, è un black metal inteso come atto di sopravvivenza e memoria collettiva, avvalorato anche dalla conclusiva "Ruina", un grido di battaglia verso l'intruso, un inno alla protezione della patria attraverso il sangue e il dolore di coloro che stanno combattendo per l'Ucraina. Onore a voi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 62

lunedì 6 aprile 2026

Feversea – Wormwood in the Veins of the World

Ascolta "Feversea – Wormwood in the Veins of the World" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Metal/Hardcore/Post Punk
L’apocalisse, quella vera, non farà rumore. Non sarà lo schianto di un meteorite sulla Terra o il crollo coreografico di un grattacielo; sarà qualcosa di molto più intimo, viscido e silenzioso. Forse un veleno che entra in circolo, cambiando il sapore dell'acqua mentre la bevi. I Feversea probabilmente sanno qualcosa di più, complice l'amaricante fil rouge biblico di questo lavoro, e hanno deciso di non aspettare il prossimo album per dircelo. Sono quindi tornati da Oslo con un nuovo EP, 'Wormwood in the Veins of the World', a soli dieci mesi dal debutto 'Man Under Erasure'. Dimenticatevi lunghe suite post-metal, i nostri da sempre sono sostenitori della compressione. Quattro tracce, diciotto minuti. È un post metal animato da fiammate punk quelle che ascoltiamo nell'opener, nonché title track del disco, peraltro con la densità del piombo fuso. Un muro sonoro che crolla addosso, con quella melodia sghemba, marchio di fabbrica dei nostri, al pari della voce femminile di Ada, urlata, suadente, viscerale. Sarà cosi in tutte le tracce del disco. In "All Gall Is Divided", la band spinge che è un piacere, mentre la frontwoman prima sussurra, poi ci urla in faccia e infine ci accorda una carezza. Ma non c'è da abbassare la guardia, anche laddove il sound si ferma un paio di secondi per farci respirare. La ruvidità dei nostri si riprende la scena per un'altra manciata di secondi, poi di nuovo qualche carezza consolatoria e poi ceffoni sulla faccia, gli stessi rifilati anche nella successiva "Bileblack", questa dotata di un suono viscoso e oscuro, che trasuda tutta la tensione di un lavoro in un unico termine cromatico, il nero. Che dire poi di "Sounding The Third Trumpet"? Una devastante, dissonante e disturbante chiusura, l'estinzione della razza umana da un mondo che non ci vuole più. Cali il sipario. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2026)
Voto: 74

domenica 5 aprile 2026

Mek Na Ver – Noctivaga

#PER CHIAMA: Black Metal
C’è un tipo di freddo che non ha niente a che vedere con il meteo. È quel brivido che senti quando la porta di casa non è più un confine sicuro, forse a causa di una presenza che abita i nostri spazi. È cosi che i Mek Na Ver si palesano, senza bussare, con la loro intro "Silenzio d'Incanto e Fiele", opener di 'Noctivaga', il loro secondo atto, che segna il ritorno della band romana dopo ben sedici anni da 'Heresy'. E il quartetto, guidato dalle vocals di Serena (accompagnata peraltro da membri legati a nomi storici come Opera IX e Aborym), non si accontenta di suonare black metal, allestisce un altare di synth e ossidiana su cui sacrificare ogni rassicurante certezza solare. "Strix - Elegia Lunae" è il primo diabolico afflato in cui l'architettura ritmica black è sorretta dai magici synth di Emanuele Telli (Opera IX) che rendono i riff ancora più affilati. "Strige - Altar of Unspoken Vows" esalta le qualità della guest Elisabetta Marchetti al microfono, con un cantato caldo e pulito, mentre il black atmosferico fluttua nell'etere evocando misteriose entità come Saor o Drudkh. Non conoscevo i Mek Na Ver prima di oggi eppure il loro sound suona già familiare nella mia testa. E "Strigae – Canticum Nihilitatis (Il Canto del Nulla)" continua ad ammaliarmi con il suo black venato di sano folklore mediterraneo, fatto di melodie solenni e atmosfere vibranti. Se "Strigoi - In Nihilum" vanta un misterioso break centrale atmosferico con la voce di Serena in primo piano, "Ascensio Astrae (tra le Stelle)" vede la comparsa di un altro ospite, Federico Sanna alla voce, abile nel passare tra clean vocals e screaming efferati, in un brano che riesce a essere contemporaneamente densissimo e trasparente. In coda, "Sabbat – Vespera Ultima" è il pezzo più lungo del lotto, un black sinfonico che è la dissoluzione finale di un rito che spegne l'ultima candela per un disco che non ha paura di guardare nell'oscurità e, cosa ancora più rara, non ha paura di lasciarsi guardare da essa. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 73

sabato 4 aprile 2026

Space Traffic – On the Other Side

#PER CHI AMA: Psych Space Rock
Gli Space Traffic non sono stati troppo fortunati nel beccarmi due volte su due a recensire i loro lavori, ma la manovalanza nel Pozzo langue e quindi tocca a me prendere tutto in mano. E cosi, eccomi di nuovo, a distanza di cinque anni da 'Numbness', a parlarvi di questa band valdostana, le cui coordinate stilistiche sono sospese in quel vuoto pneumatico, dove il rock smette di essere rumore e diventa piuttosto esplorazione spaziale. 'On the Other Side' poi, non è solo il titolo sulla copertina, è l'istruzione per l'uso, per spingerci attraverso una porta simbolica (l'introduttiva "Open the Doors") che ci permette di viaggiare attraverso dieci nuovi brani inediti, in un ritmo circolare che ci ricondurrà al punto di partenza, con una consapevolezza diversa, quella di chi ha vissuto l'esperienza di respirare atmosfere psych/space-rock sulla scia di vecchi classici, i Pink Floyd e Hawkwind in testa, ma anche di tutta quella spinta rock anni '70 che si traduce in pezzi in cui il groove delle chitarre, peraltro accordate a 432 Hz, si deposita come polvere stellare sui microfoni ("Lady Bubblegum"). Il vocalist nel frattempo si lancia talvolta in acuti un po' troppo anche per le sue qualità canore ("Fake Memories" o la conclusiva "Back from the Other Side"), mentre il terzetto nostrano continua a sfornare pezzi, senza mai spezzare la musicalità di fondo del disco. Non è il mio genere preferito sia chiaro, ma se siete amanti di space rock, atmosfere psichedeliche in salsa blues ("Looking Forward"), atmosfere dilatate che sanno di jam cosmica di doorsiana memoria ("A Deeper Dream" e la già citata "Back from the Other Side"), 'On the Other Side' potrebbe essere la vostra prossima fermata. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 2 aprile 2026

Empire de Mu – The Lotus Legacy

#PER CHI AMA: Orchestral Brutal Death
A Montréal, si sa, il freddo non scherza, ma quello uscito dagli studi degli Empire de Mu, è invece un calore di tipo diverso: un incendio che fonde il marmo dei teatri d'opera con la cenere del brutal death. Se pensavate che il connubio tra lirismo e la violenza del death metal fosse già stato esplorato a sufficienza, 'The Lotus Legacy' è qui per dirci, con una certa dose di arroganza, che ci sbagliavamo di grosso. Eccomi alle prese quindi con un disco, il secondo per i canadesi, di undici pezzi che promette fuochi d'artificio. Se l'intro non fa altro che prepararci all'arrivo di una buona dose di melodia, "Arthefac" ci prende invece a schiaffoni sul muso, proponendo un brutal death frenetico cantato da una voce lirica, si avete letto bene. Potete pertanto immaginare come questo connubio strida non poco: chitarra e batteria lavorano in uno stato di assalto permanente, sebbene qualche interludio ci conceda il lusso di prender fiato, mentre il vero centro gravitazionale ruota attorno alla performance vocale di Arianne Fleury, che passa dal canto lirico più puro che spesso mi spinge a cambiar brano, a un cantato più graffiante (come quello di "Les Volontaires"). "Naga" è devastante musicalmente, ma poi la voce di Arianne prova ad addolcire la pillola, con non qualche difficoltà evidente. Eh si, perchè i due universi, lirico e death metal, alla fine non s'incastrano alla perfezione come invece accade per altre entità analoghe (penso ai Fleshgod Apocalypse). I nostri fanno un gran casino, è innegabile, nonostante alcuni pezzi offrano parti decisamente più atmosferiche che sanno quasi di improvvisazione ("Inukshuk"), mentre "Yakushima" evochi spettri dei Morbid Angel. Quel che conta è che alla fine, personalmente, la proposta del quintetto non mi conquista affatto, anzi mi infastidisce pure. Sicuramente, è un disco da ascoltare senza troppi pregiudizi, altrimenti il rischio di fermarsi al secondo pezzo è davvero elevato. (Francesco Scarci)

(M&O Music - 2026)
Voto: 55

mercoledì 1 aprile 2026

Golgata - Själabod

#PER CHI AMA: Black Melodico
C'è un modo di intendere il black metal che non passa certo attraverso foreste incantate o eterei riverberi. È un modo che sa di acciaio freddo, di precisione chirurgica e di una rabbia che non urla al vento, ma ti guarda dritta negli occhi. Gli svedesi Golgata appartengono a questa stirpe. Con il loro quarto lavoro, 'Själabod', il duo scandinavo mette sul tavolo otto inni che sono lame affilate, forgiate in quel ghiaccio melodico che ha reso immortali nomi come Dissection e Sarcasm, ma con un'urgenza tutta contemporanea che non concede sconti. Dal 2016 a oggi, questo progetto ha provato a limare ogni spigolo inutile, arrivando a una formula che è pura aggressione controllata. Pertanto non aspettatevi troppi spazi atmosferici qui, c'è solo il fuoco che arde nel gelo. Le chitarre si rincorrono infatti in vortici di tremolo picking e assoli che tagliano l'aria come rasoi, con la sezione ritmica che si limita a picchiare con blast beat tempestosi. La voce poi è un ringhio che sembra uscire da una gola consumata dal sale. È cosi che i due musicisti mi hanno investito con i loro pezzi, la dolorosa "Sorg", la più melodica "Villebråd", un concentrato di black/thrash con tanto di voci pulite, di quella che mi sembra una gentil donzella e che tornerà più volte nel corso del disco. Poi la title track, un incrocio di epicità e ferocia che si assesterà su un mid-tempo più in stile norvegese che svedese, non fosse altro per quelle chitarre in sottofondo che corrono come cavalli liberi nella steppa. "Sändebud" è un pezzo che tende a farci sprofondare in anfratti doom, mentre "Dödsdans" sfoggia un bel coro centrale dalle tinte folk-medievali. Con "Sakrament" si torna a sonorità più spedite e forgiate nel ghiaccio, al pari delle successive "Änkedok" (un pezzo semistrumentale tiratissimo, in cui compaiono le spoken words di una donna) e "Skymning" (forte delle sue female vocals), che chiudono l'assalto frontale lanciato dai Golgata. Un disco onesto, un disco plasmato nel ghiaccio, un disco per chi ama il black melodico svedese. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65


 Are you interested to dive into the depths of music and share your passion with the world? The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?



---------------------------------------------

Sei interessato a scrivere recensioni, e far parte dello staff del Pozzo dei Dannati?

lunedì 30 marzo 2026

Nefastis - Shadows at the Light of Dawn

#FOR FANS OF: Melo Death/Thrash
The Italian band Nefastis, founded in 2008, has not been especially active, given that their debut release did not emerge until 2014. That album was self-released, so the attention around it, was quite limited. Fortunately for the band, things have evolved positively since then, as their sophomore album, entitled 'Shadows at the Light of Dawn,' has been released by the label Rockshots Records, which always helps to increase the exposure of the music.

Personally, I hadn’t listened to the band before, so this new opus took me by surprise. Nefastis plays a mixture of death/thrash metal generously enriched with great melodies, courtesy of an extensive use of orchestrations composed by several members and the guest musicians who take part in this album. I was expecting some good melodic lines by the guitars, which the listener will obviously find, but the epic touch that the aforementioned arrangements add to the compositions gives the songs a whole new level of majesty. Unsurprisingly, the production here is excellent, clean, and powerful, which is essential to create expertly crafted songs. The compositions are remarkably powerful and dynamic; the band changes the pace and intensity effortlessly, creating transitions in speediness and heaviness that sound smooth and natural. The proper album opener "Shadow Spell" is a fine example of all the mentioned characteristics. A great piano with a vivid symphonic feeling is the perfect partner for Simone’s powerful raspy vocals and the exquisite guitar lines created by him and Andrea. The ups and downs are constant in the composition, which will delight the listener for sure. "Seduced by the Beauty of the Darkness" is an even more intense and heavier track, with faster sections and a more prominent role by the guitars, which again sound faultless. If you like great riffing work with plenty of melody and fierceness, this album has lots of them to offer you. Just check "Tears of the Past," and I am sure you will enjoy it a lot. "Stardust" is another highlight of the album with its remarkably intense changes of pace and dynamism, combined with yet another exquisite dose of melodic and symphonic arrangements that make it another standout track.

At the end, ‘Shadows at the Light of Dawn’ is precisely what this project needed to create in this sophomore album. It has all the necessary elements to gain some attention in the scene. The compositions are well-crafted with a great display of tasty melodies, intensity and variety, essential elements for creating memorable musical pieces. For those who complain about the lack of heaviness in many symphonic/melodic infused albums, Nefastis has created an alternative that might satisfy you. (Alain González Artola)

(Rockshots Records - 2026)
Score: 82

venerdì 27 marzo 2026

Birtawil – Dua Min

Ascolta "Birtawil – Dua Min" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Experimental/Drone/Post Metal
Ci sono dischi che non ti vengono a cercare. Se ne restano lì, rintanati in qualche angolo del mondo, aspettando che sia tu a sentire il bisogno di quel tipo di vuoto. Birtawil è il progetto solitario di un’anima che dal 2013 si ostina a definirsi "post-qualcosa", una dichiarazione che sa di libertà e, allo stesso tempo, di una certa nobile testardaggine. Il nuovo lavoro, 'Dua Min', è un oggetto misterioso. Sei tracce, quaranta minuti abbondanti, titoli che sembrano scritti in un esperanto dell'anima: "Sento", "Ceesto", "Pacon". Non sono parole che vogliono spiegare; sembrano suoni che vogliono evocare un qualcosa, frammenti di un linguaggio privato che l’autore mette a disposizione di chi ha ancora la pazienza di ascoltare. In un mondo che divora canzoni da due minuti, Birtawil decide cosi di dilatare il tempo con pezzi come l'enigmatica "Malpleno" e la pulsante "Konfirmon" che superano entrambi gli otto minuti. Non c’è fretta qui. Che poi sia post-metal o post-rock, alla fine non è importante assegnarne un'etichetta, anche perchè poi le stratificazioni strumentali "post-qualcosa" del polistrumentista di Bordeaux, si anneriscono di freddi e minimalistici suoni elettro-industriali ("Pacon"), spogliati di qualsivoglia velleità commerciale. Eppure a me tutto questo piace dannatamente, è musica che respira, sale di intensità, che si adagia in momenti ambient ("Malpleno") per poi ripartire con sospensioni o una progressione che schiaccia dolcemente, relegandoci in una zona grigia dove il genere non conta più nulla e conta solo il riverbero dronico che resta nelle orecchie quando il silenzio torna a farsi sentire ("Morton"). Quello di Birtawil alla fine è un disco per chi sa stare da solo, un ascolto denso, di quelli che richiedono di spegnere il telefono e chiudere gli occhi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75