lunedì 26 gennaio 2026

Viserion - Fire and Blood

#PER CHI AMA: Black Metal
Emergono direttamente da un Kali Yuga in fiamme questi estremisti sonori statunitensi chiamati Viserion. 'Fire and Blood' è il loro nuovo vagito dopo l'EP di debutto del 2020, l'album del 2021 e uno split del 2023. La proposta sonora puzza tuttavia di vecchio e stagnante, pur proponendo un incendiario black-death. Il loro nuovo lavoro s'inserisce infatti nelle pieghe di quel filone dove l’aggressività nuda cruda del black incontra la perizia tecnica del death, richiamando l’oscurità dei primi Behemoth. Sgomberando subito ogni dubbio sul risultato ottenuto, diciamo che quanto sentirete in questo EP è già stato proposto in ogni tipo di salsa: le classiche chitarre affilate immerse in un mare di pece, sostenute da una sezione ritmica che non concede respiro e da una prova vocale efferata grazie ai suoi scream laceranti. Quante volte avrete ormai letto di lavori di questo tipo? Io ne ho scritti a palate, e per quanto le tematiche siano profondamente radicate nell’immaginario dark-fantasy de Il Trono di Spade, il risultato alla fine sarà di una noia mortale, sin dall'opening track, nonché anche traccia che dà anche il titolo al dischetto. L’apertura mostra subito la pasta di cui è fatto il quartetto di New York, tra ritmiche serrate e blast beat che trascinano l’ascoltatore in una fucina sonora di nichilismo puro. E con i successivi pezzi il risultato non cambia di una virgola, anzi la band sembra ulteriormente accelerare, senza mai però impressionare realmente, fatto salvo per la glaciale "Blackfyre" o la più melodica "Harrenhal". Alla fine quel che conta è che il disco rimane nella testa giusto il tempo di un ascolto, perché la voglia di riascoltare questo lavoro si rivelerà alquanto improbabile. Un suggerimento? Lasciate perdere va. (Francesco Scarci)

(Terminus Hate City - 2026)
Voto: 48

Olde Outlier - From Shallow Lives To Shallow Graves

#FOR FANS OF: Black/Thrash
From the always intriguing Australian underground scene emerges a new project called Olde Outlier. This band consists of four members who, in most cases, have previous experience in other extreme metal projects, which is usually a sign that this project was born with a clear vision. There have been no previous demos or EPs, as the band has straightforwardly released its debut opus entitled 'From Shallow Lives To Shallow Graves' with the always reliable label Iron Bonehead Productions.

'From Shallow Lives To Shallow Graves' is a short album, lasting roughly 35 minutes, but it is highly enjoyable as it navigates between the traditional realms of metal and black metal. In my personal view, the strongest ties are within metal, while a remarkable influence of traditionally black metal-related elements can still be felt. Contrary to other albums that combine these subgenres, brutality does not play a major role here, as Olde Outlier creates long compositions where atmosphere, melody, and a captivating darkness capture the listener's attention. The four compositions in this album are primarily based on a mid-tempo or slow pace, and they have an aged aftertaste that I personally like. This does not mean that the songs' pace is monotonous. Although more subtle, the tempo changes are adequately used, as the listener will appreciate and enjoy in the excellent album closer "All is Bright," for example. As mentioned, atmosphere and melodies are the core elements here. The album opener "The Revellers," which is the most intense track of the album, gives us a glimpse of this, but it is the longest composition of this record, entitled "The Pounding of Hooves," which explores and displays the melodic essence of this album more intensively. The guitar work here is top-notch, combining a good range of rhythmic and lead chords that enrich the song significantly. Even though it is not a particularly heavy track, the composition has a headbanging-inducing essence that makes it remarkably enjoyable, while the listener savors the excellent work done with the guitars.

As with the music, the production has an old-school touch, but it is very well-balanced, allowing both the instruments and vocals to be enjoyed and distinguished perfectly. Olde Outlier’s musical approach does not need a pompous production, but one that perfectly balances tradition and clarity to properly enjoy the melodies.

In conclusion, 'From Shallow Lives To Shallow Graves' is an album that fans who want to focus on melody and atmosphere will find highly enjoyable. The slower pace and long compositions create a great space for these guitar melodies to shine, and believe me, they are tasteful and pleasurable. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2025)
Score: 78

sabato 24 gennaio 2026

Fields of Jena - In Onirica

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Gothic/Dark
Dopo un intro preparatorio, dove il pianoforte accompagna i primi lamenti, ecco che si sprigiona una tale quantità di emozioni che pochi sapranno sopportare. Un’orgia in cui si fondono gothic, dark (vicino a certe cose dei Sister of Mercy), rock e death. Tra riff di chitarra al limite della melodia più triste, molto ben arrangiati e mai scontati, una batteria sostenuta che accompagna la disperazione, e una tastiera sempre presente con parti intelligenti, che rendono ancora più gustoso l’insieme, alla fine sono le liriche a meritare un posto in primo piano. Per niente scontate, evocano immagini veramente strazianti che, come affermato in apertura, poche persone potranno sopportare e ascoltare passivamente. Quando si pensava che ormai ci fossero solamente i soliti discorsi scontati e vuoti, fortunatamente sono arrivati i Fields of Jena a portare nuove riflessioni, sentimenti oscuri da affrontare nelle nostre notti insonni. Vi invito a scoprire voi stessi gli incubi (o i sogni) sprigionati da queste sei tracce, interpretate più che degnamente da Marco alla voce. Entrate, voi che volete perdervi irrimediabilmente, e sappiate che un’anima dark non ammette compromessi…

(Self - 2002)
Voto: 70

venerdì 23 gennaio 2026

Archvile King - Aux Heures Désespérées

#PER CHI AMA: Black/Epic
Non sono mai stato un grande fan della one-man-band capitanata da Baurus, un buon mestierante ma niente di più, almeno per il sottoscritto. 'Aux Heures Désespérées' è il secondo full-length per l'eroe transalpino che procede nel suo intento di voler proporre un black melodico intriso di un gran quantitativo di thrash metal. Lo si evince immediatamente dalle note dell'iniziale "Riposte", una song cadenzata, quanto nitida e tagliente, con le classiche linee di chitarra che corrono gelide lungo i binari di un black nordico, accompagnato da vocals acuminate e da intermezzi che richiamano un thrash anni '90. Tutto giusto per carità, ben suonato, carico di una enorme aura di malvagità, ma che in tutta franchezza, puzza di già sentito lontano un kilometro. La produzione è secca e pulita e rafforza quel senso di violenza che vuole rilasciare il disco, ma già alla seconda "Le Chant des Braves", mi accorgo che le mie corde non vibrano, per quanto, nel saliscendi ritmico dell'artista francese, si possano riconoscere echi di Windir o addirittura dei primi Dissection. La verità è che se questo disco fosse uscito 20 anni fa, avrei forse gridato al miracolo, ma oggi mi sembra un lavoro normale, tanto normale. E non bastano le buone aperture melodiche del secondo brano, i riferimenti ancor più forti ai Windir della terza "L’Excusé", o la ricerca frenetica di parti atmosferiche in "Le Carneval du Roi des Vers"; alla fine sembra sempre che manchi qualcosa che faccia spiccare il volo al disco. In "Sépulture", ammetto invece che ci sia una maggior ricerca di soluzioni alternative, non fosse altro che non ci troviamo di fronte al solito serratissimo attacco frontale, ma le parti atmosferiche, guidate dalle keys, hanno un ruolo meno marginale nell'economia del brano. Oggi, le vocals urlate, le ritmiche sparate alla velocità della luce, le chitarre aguzze non sono più sufficienti, vorrei più anima ed emozioni, proprio come accade in "Sépulture", dove il black abbraccia soluzioni più "gaze", che imprimono un senso di malinconia e che, alla fine dell'ascolto, mi fanno identificare qual è stato realmente il brano che più mi ha toccato nel profondo. Il resto, potrete constatarlo voi stessi: fatto salvo per l'outro, vi si pareranno davanti altri due attacchi frontali di un black metal che probabilmente, avreste trovato esaltante 20/25 anni fa. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 65

giovedì 22 gennaio 2026

Arallu - DMoon - From The Ancient World

#PER CHI AMA: Mesopotamian Black Metal/Thrash
Se c’è una band capace di far risuonare l’eco delle sabbie millenarie nel caos primordiale del metal estremo, quelli sono gli israeliani Arallu, dal momento che il silenzio regna sovrano dalle parti dei Melechesh. 'DMoon - From The Ancient World' è apparentemente il nono album della band di Ma'ale Adumim, in realtà il disco è una riscrittura completa del loro leggendario 'The Demon from the Ancient World', uscito nel 2005. A distanza di 20 anni da quel disco, ci ritroviamo a celebrare quel vagito, che francamente non ebbi modo di ascoltare all'epoca, ma da quel che ho capito, non ricevette grandi elogi a causa di una produzione piuttosto grezza (e oggi non posso negare come il suono di quel disco sia vicino a certe sgradevoli cose registrate nello scantinato di casa). Finalmente quel lavoro, per quanto seppe conquistare un certo status symbol, ha una nuova dignità, che esalta il black thrash del quartetto, da sempre in grado di alternare ferocia bellica (molto evidente in brani come "Sierra Nevada", la più roboante e carica di groove, "The Dead Will Rise Again" o ancora "Battleground", un nome, un programma) con quelle melodie folkloriche mediorientali che ci trascinano tra antichi dei sumeri e cronache di sangue e battaglie, con ogni colpo di batteria che sembra scandire la caduta di un impero. Tra i solchi di questo massacro, ecco che i miei brani preferiti si mostrano sottoforma dell'opener "Dingir Xul", per l'utilizzo di strumenti folk, della già citata "The Dead Will Rise Again", godibile soprattutto nella seconda metà, anche per quel suo assolo da paura. Ho adorato la tribale "Ishtar Will Rise (The Sumerian Words)" con quell'intreccio di chitarre e tastiere a esaltarne gli arrangiamenti, al pari di "The Devil's Massacre", un pezzo che potrebbe collocarsi a metà strada tra Slayer e Melechesh, in un'altalena ritmica micidiale. Ultima menzione per "War Spirit", e un incipit che sembra proiettarci indietro nel tempo di 2000 anni, verso la fonte di quella pozione magica che potrebbe anche rendere eterno un lavoro come questo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 78

De Profundis Clamavi - Artes Moriendi

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Metal
Un viaggio sonoro nel profondo abisso del black metal, quello che i De Profundis Clamavi ci offrono con il loro demotape, 'Artes Moriendi'. La band, segnata da un passato tormentato e da continui cambi di formazione, emerse dalle tenebre con un'opera che necessitava attenzione e dedizione. All'inizio, il suono di 'Artes Moriendi' può risuonare come un'eco di cliché già uditi, una superficie che sembrava troppo liscia per il mio palato affilato. Ma come una maledizione che si svela lentamente, ho scoperto che ogni ascolto successivo rivelava strati di complessità e oscurità. Questo lavoro non è solo un'espressione di black metal crudo; è un rituale sonoro che trascende il banale, un inno alla desolazione. Le composizioni si snodano in un abbraccio di riff gelidi e melodie sinfoniche, dove i tappeti di tastiera s'intrecciano con la furia delle chitarre, creando un'atmosfera densa e oppressiva. Ogni nota sembra evocare un senso di dolore e malinconia, trasportando l'ascoltatore in un viaggio attraverso le ombre della psiche umana, riflettendo perfettamente l'essenza di ciò che il black metal dovrebbe essere: un'istantanea della sofferenza umana. (Francesco Scarci)

(Self - 2003)
Voto: 65


martedì 20 gennaio 2026

Ulver - Neverland

Ascolta "Ulver - Neverland" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Psych/Electro
L’annuncio di 'Neverland' ha scosso nuovamente le fondamenta di chi, vedi il sottoscritto, ha ormai perso ogni ragione per incasellare il sound degli Ulver in un unico perimetro stilistico. I lupi norvegesi, guidati dall'instancabile Kristoffer Rygg (per gli amici Garm), tornano a esplorare quei territori al confine tra il synth-pop cinematografico e l’elettronica d'avanguardia (un po' come fecero in occasione di 'Lyckantropen Themes' e 'Svidd Neger'), e portandomi a pensare che le foreste black metal delle origini sono ormai lontane nel tempo di oltre trent'anni. Tuttavia, qualcosa è rimasto intatto da allora, un senso di sacralità e mistero che soggiace a tutti i lavori del terzetto di Oslo, indistintamente dal genere proposto. Che dire allora di questo nuovo lavoro? Poco nulla, a dire il vero. La produzione è un capolavoro di design sonoro, con beat pulsanti che s'intrecciano a freddi synth analogici e droni eterei ("Weeping Stone"), creando un tappeto sonico straniante, in cui la voce di Garm non farà praticamente mai la sua apparizione. Ci sono semmai i sussurri celestiali di Sara Khorami nella già citata "Weeping Stone" o nelle retrovie dello stravagante incedere trip-pop della pulsante "Hark! Hark! The Dogs Do Bark" e ancora nella disturbata "Quivers in the Marrow". Il fatto è che più si avanza nell'ascolto, e più ho la sensazione che i brani si configurino come incorporei miraggi nel deserto, labili visioni di un qualcosa che realmente non esiste, il che potrebbe anche essere legato al titolo dell'album e a quell'isola che non c'è. "Horses of the Plough" e la ancor meno accessibile "Pandora's Box", sembrano giocare con strutture ritmiche quasi dance, slavate però in un minimalismo elettro-ambient sofisticato ma comunque di grande impatto. "Welcome to the Jungle" e "Fire in the End" sembrano essere i brani più normali del disco, con una struttura non troppo destrutturata e scusate il voluto gioco di parole. Alla fine 'Neverland' è probabilmente uno dei lavori più complessi da assimilare degli Ulver, forse troppo synth-oriented anche per chi come me, è un fan della band sin dalla notte dei tempi e se sono stato in grado di digerire tutte le evoluzioni sonore a cui i lupi ci hanno sottoposto, non farò certo fatica a capire e apprezzare anche quest'ultimo viaggio sensoriale nell'estatico universo ulveriano. (Francesco Scarci)

(House of Mythology - 2025)
Voto: 73

Blut Aus Nord - Ethereal Horizons

Ascolta "Blut Aus Nord - Ethereal Horizons" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Blackgaze/Post Rock
Dopo l'immersione nell'abisso claustrofobico e dissonante della saga 'Disharmonium', i Blut Aus Nord riemergono dalle profondità della psiche per rivolgere lo sguardo verso l'alto, in una traiettoria di ascesa cosmica tanto inaspettata quanto necessaria. Se il precedente capitolo era un tributo all'orrore Lovecraftiano più denso e soffocante, 'Ethereal Horizons' si configura come un atto di liberazione. Non siamo di fronte a un semplice disco, ma a un pellegrinaggio spirituale verso la grazia, dove la materia oscura dei lavori precedenti si trasmuta in una nuova forma di trascendenza. È il suono di un'anima che, dopo aver attraversato il vuoto, trova finalmente la forza di contemplare l'infinito. Con questo sedicesimo album, il trio francese opera una rottura consapevole rispetto alle architetture del passato recente, andando a recuperare quella maestosità atmosferica che aveva definito capolavori come 'Memoria Vetusta III' e la sacralità geometrica di '777 – Cosmosophy'. La forza del disco risiede infatti nella sua capacità di sintetizzare black metal, blackgaze, post-rock e ambient in un flusso privo di suture, con le melodie ad aprirsi come veri e propri crepacci sonori, rivelando una profondità che rende il disco sorprendentemente accessibile anche per i seguaci di Enslaved o Alcest. In questo scenario, la performance vocale di Vindsval non funge da guida narrativa tradizionale, ma quasi da apparizione astrale, mentre i brani si susseguono con grande naturalezza. "Shadows Breathe First" è l'incipit perfetto proponendo un riffing atmosferico denso che va a intrecciarsi con chitarre sognanti, stabilendo immediatamente il tono etereo e quasi onirico che permea l'intero lavoro. "The Ordeal" combina sonorità blackgaze al prog che emerge in tutta la sua solennità, tra strutture articolate e cori celestiali, che creano inevitabilmente una tensione epica che tocca vette di rara intensità. "What Burns Now Listens" è una cavalcata cinematica nello spazio cosmico, mentre la conclusiva "The End Becomes Grace", con i suoi 12 minuti e passa, è forse il culmine dell'opera: qui la band transalpina contrappone ritmi serrati a una calma astrale surreale, in una catarsi sonica che alla fine riconcilierà l'ascoltatore con l'universo. Queste sono solo alcune delle tracce che compongono un album spiazzante che brilla di una luce propria, capace di ridefinire i confini del black avanguardistico moderno. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti Productions - 2025)
Voto: 80

lunedì 19 gennaio 2026

Deconstructing Sequence - Tenebris Cosmicis Tempora

#PER CHI AMA: Black/Death
Era dal 2018 che non avevo più notizie dai Deconstructing Sequence. Tuttavia, come un fulmine a ciel sereno, la band mi ha recentemente contattato per segnalarmi l'uscita un paio di mesi fa, di 'Tenebris Cosmicis Tempora', con cui i quattro polacchi tornano a scaraventarci in un vuoto siderale fatto di black death metal e qualche rara deriva elettro-avantgarde. Questo conferma quanto andavo già dicendo nell'ultima recensione di 'Cosmic Progression - An Agonizing Journey Through Oddities of Space', confermando come la band si confermi una realtà visionaria della scena estrema contemporanea. Questo nuovo full-length s'inserisce nel solco tracciato da titani come Limbonic Art e Akhlys, ma con una spinta modernista che guarda alle dissonanze dei Deathspell Omega o all'approccio elettronico dei nostrani Progenie Terrestre Pura. E cosi ci troviamo di fronte a un possente muro di suoni stratificati, dove le pochissime orchestrazioni non servono tanto a imbellettare, semmai a soffocare con le chitarre che agiscono come affilatissimi bisturi che vanno a coniugarsi con synth gelidi relegati nelle retrovie, mentre la sezione ritmica martella serratamente e senza troppe pause. Dopo le prime due tracce, "A Journey Through the Event Horizon" e "Echoes of a Dying World", mi ritrovo già stordito dalla violenza profusa dal quartetto e non so come arriverò alla fine di questo terrificante viaggio sonoro. Le cose infatti non cambiano certo con "Wulfsige Walbend", in grado di travolgerci nuovamente con una ritmica sputafuoco, sparata a tutta velocità con la voce, uno screaming lacerante, a fare da guida a questo annichilente e turbolento dedalo sonoro. Rispetto al passato, trovo che la band si sia ulteriormente incattivita, lanciando uno dopo l'altro, assalti sonori frontali che hanno il solo effetto di disorientarci e lasciarci e senza fiato. Spettacolare tuttavia il brano 'The Last Terraform - A Eulogy of a Failed Dream', che inietta una maggiore dose di melodia al tutto, pur sfoggiando un lavoro di batteria ai limiti del sovrumano, che chiama in causa per magniloquenza, anche gli Altar of Plagues. Il disco non è di facile digestione, ma questo credo sia un punto a favore della band, per non aver mai corsi il rischio di cadere nei cliché tipici del genere. Fatto sta che i nostri persistono senza sosta a tracciare trame musicali devastanti: "Cyber Angels - Masters of Opression", "The Final Battle for Dominance in the Binary Realms" e "The Undying Void" arrivano spedite come proiettili sparati in pieno volto, lasciandomi francamente sfinito e attonito al termine di un ascolto che troverà ben poche pause, il break atmosferico di "Torn Between Worlds" e quello cibernetico della conclusiva "Igniting the Skies of Creation". Quello dei Deconstructing Sequence è sicuramente un disco che potrà piacere agli amanti del black metal contaminato ma al contempo privo di compromessi, e anche per chi apprezza la furia dirompente degli Anaal Nathrakh. Provare per credere. (Francesco Scarci)

(Black Lion Records - 2025)
Voto: 75

venerdì 16 gennaio 2026

Secret Cameras - Silent Words

#PER CHI AMA: Alt Rock/Post Punk/Darkwave
Pur essendo comparso questa notte su Spotify, il nuovo mcd dei britannici Secret Cameras contiene brani che erano usciti in realtà nel corso del 2025 e che ben conoscevo. 'Silent Words' ha voluto semplicemente fungere da contenitore con l'intento della band volto a consolidare la loro posizione in quella terra di mezzo dove il rock alternativo incontra derive darkwave e venature post-punk, un territorio già battuto con successo da giganti come Editors o White Lies. Il lavoro contiene quattro tracce e si presenta come un’opera che affonda le radici in un sound prettamente britannico, distillando influenze che spaziano dal pop elettronico più colto dei Depeche Mode alla malinconia chitarristica degli anni '80, quasi un unicum per ciò che concerne i miei gusti. Si parte con le melodie crepuscolari di "Together Till the End", che confermano quella raffinata ricercatezza di atmosfere notturne, per un rock sofisticato che non ha paura di flirtare con l'elettronica. "No More" rafforza questo concetto, amplificando la componente elettronica ed esaltando quella forte componente malinconica, da sempre leit motiv associato alla musica del duo londinese. La voce del frontman si conferma eccezionale, calda ed espressiva, ma non è certo una novità che scopriamo oggi, se poi la gustiamo in quelle fasi che sembra quasi assumere connotati corali, come accade nella successiva "Under Attack", diventa una delizia per le orecchie. Il brano poi è una cavalcata synth wave/dark pop, capace di far vacillare con le sue derive elettroniche, anche il mio cervello, abituato a sonorità ben più violente. In coda, l'ultimo pezzo, "Back Against the Wall", la song più graffiante, trascinante, ma anche introspettiva dei nostri, per un lavoro che non lascia decisamente indifferenti. Ora, chiedo troppo per avere per le mani anche un famigerato full lenght? (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

Arcanum Sanctum - Pax

#PER CHI AMA: Melo Death/Progressive
Un'attesa durata sei anni per sentire il comeback discografico dei russi Arcanum Sanctum. Tanto ci è voluto per partorire questo EP di quattro pezzi (che erano usciti nel corso del 2025), intitolato 'Pax'. Chissà se sia un chiaro riferimento alla pace che si chiede a gran voce per il conflitto ucraino o cosa, fatto sta che questo nuovo lavoretto (mi sarei aspettato un full length a dire il vero), prosegue sulla scia del precedente 'Ad Astra', ossia con death melodico davvero fresco e gustoso. Il tutto peraltro fatto con maggiore energia, consapevolezza nelle proprie capacità e idee. E cosi dalla lezione impartita dai vari Dark Tranquillity, Soilwork e Scar Symmetry, ecco che il 4-track ci attacca con un sound compatto di chitarre, growling vocals, esaltanti melodie che sin dall'iniziale "A Different Form of Life", passando per la più roboante e incalzante "Wake Up", mi convince appieno della nuova proposta del quartetto di Komsomolsk-on-Amur. "Resistance" attacca stracolma di groove, complici le ispiratissime tastiere che anche nel corso del brano ci accarezzeranno il viso, nonostante un riffing che si mantiene comunque serrato e trova modo di alternare una certa animosità anche con momenti più atmosferici e un comparto solistico davvero solido e gradevole. Il disco si chiude con "Song of Hope", la traccia forse più ordinaria e ancorata al passato, ma che nella sua seconda metà mostra anche un'anima più progressiva, un brano che decisamente non penalizza un lavoro che ha tutte le carte in tavole per competere sui palcoscenici internazionali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

martedì 13 gennaio 2026

Laetitia In Holocaust - I Rise With The Dead

#PER CHI AMA: Black Avantgarde
Con l'EP 'I Rise With The Dead', i modenesi Laetitia In Holocaust riaffermano la propria posizione di assoluti outsider del black metal d'avanguardia italiano, proseguendo quel percorso di destrutturazione sonora iniziato oltre vent'anni fa e che il sottoscritto, ha iniziato ad apprezzare con l'album 'Rotten Light' nel lontano 2011, dopo averli incontrati per un'intervista radiofonica. Il quintetto emiliano, reduce dal precedente 'Fanciulli d'Occidente', continua il proprio percorso in un territorio in costante precario equilibrio tra la lezione acquisita dai Spite Extreme Wing e le dissonanze liquide dei norvegesi Ved Buens Ende, mantenendo comunque un'attitudine orgogliosamente aristocratica e distaccata. La produzione, curata per esaltare ogni sfumatura di un songwriting stratificato, mette in primo piano il lavoro virtuosistico del basso fretless, che s'intreccia già nell'iniziale "Gioia e Pianto alle Teste dei Leoni", a chitarre mai banali, dalle trame serrate e psichedeliche allo stesso tempo, mentre lo screaming acuminato di A.Z., è simile a una grattugia che sbriciola listelli di ferro. Alla fine, i dodici minuti dell'opening track sono una valanga di pura estasi nichilista, dove l'intensità drammatica delle atmosfere, si combina con i consueti repentini cambi di tempo, marchio di fabbrica da sempre della band, andando a dipingere un paesaggio di rovine ed echi ancestrali, che si accompagnano con delle liriche improntate alla rinascita dei valori vitalistici, la caducità del vigore e della bellezza e il veleno del Cristianesimo. Con la successiva "Of Feathers and Doom", si continua con sonorità mid-tempo che comunque non soffocano i ruggiti bellicosi di un comparto chitarristico assai complesso e ispirato, soprattutto in quei passaggi strumentali che evocano una nostalgia cupa per un mondo perduto. In conclusione, 'I Rise With The Dead' è un'opera che consolida un'identità artistica granitica e inimitabile che da sempre vado sottolineando per i Laetitia In Holocaust, un lavoro sicuramente ostico ma comunque indicato per chi cerca nel black metal una profondità intellettuale che vada oltre il semplice impatto sonoro. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2025)
Voto: 74

Jours Pâles - Résonances

#PER CHI AMA: Depressive Black
Quarto album per i transalpini Jours Pâles che con questo 'Résonances', consolidano quella visione malinconica e decadente iniziata dopo la fine del progetto Asphodèle, confermandosi una delle realtà più lucide del panorama post black contemporaneo. Tre album, i precedenti, che abbiamo sempre trattato con i guanti qui nel Pozzo dei Dannati, vediamo allora come andrà con il quarto. Spellbound, il mastermind che si cela dietro il moniker, continua a tessere una tela sonora che affonda le proprie radici nel malessere urbano, strizzando l'occhiolino alle strutture disperate del depressive black degli svedesi Shining, combinadolo con il post-black e certe oscure aperture melodiche post-punk. La produzione è cristallina ma tagliente, capace di valorizzare un'intelaiatura ritmica che funge da esoscheletro a chitarre mai sature di distorsione, ma ricche di riverberi ed eleganza spettrale. La voce del factotum francese alterna uno screaming lacerante a passaggi growl, ad altri più puliti quasi sussurrati, conferendo al disco un dinamismo teatrale e profondo, in linea con liriche che deduco (sono in francese), esplorino i temi della perdita e della disperazione, analizzando il rapporto con la figlia Aldérica. All'interno della tracklist, dopo la lunga intro strumentale, citerei "Une Splendeur Devenue Terne", che evidenzia nei suoi 11 minuti, le caratteristiche sopra menzionate tra sfuriate black, intermezzi più intimistici, sprazzi di grande melodia, interrotti da una ferocia ritmica disarmante, con le vocals che si adattano appunto ai vari momenti del disco. "L'Essentialité du Frisson" è più breve della precedente, ma la qualità e la dinamicità non mancano ad esaltare la proposta del polistrumentista francese, questa volta supportato alla batteria da Ben B-Blast (Devoid) e nella sesta traccia, "Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire", dal vocalist Kim Carlsson, ex Lifelover e ora voce degli Hyportemia. Interessante peraltro l'utilizzo della fisarmonica all'interno del brano a donare un leggero tocco folklorico al tutto. "Cinéraire" si pone come una miscela incendiaria di blackaze e derive post punk, qualificandolo alla fine come il mio brano preferito. Un altro pezzo strumentale, "Incommensurable (Chanson pour Aldérica II)", è un inno che abbina melodia e malinconia, per poi lasciare spazio alla già citata "Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire", un pezzo dal forte tenore abrasivo. Un po' meno riuscita a mio avviso, è la successiva "Viens Avec Moi", troppo confusionaria nella sua progressione devastante, come se Spellbound avesse perso il focus in questo episodio, e nel successivo "J. Savile". Troppa carne al fuoco e il rischio alla fine è quello di bruciacchiare tutto. Forse un paio di brani in meno e le cose sarebbero risultate riuscitissime come per i precedenti lavori. Fortunatamente, "La Plus Belles des Saisons" ristabilisce l'inerzia dei primi brani e ci regala un finale da brividi, che avrebbe fatto volentieri a meno della conclusiva e fuori posto, "10-11-2021". Alla fine 'Résonances' rischia di non essere all'altezza dei precedenti lavori, ma sicuramente ci mostra una versione 2.0 dei Jours Pâles. (Francesco Scarci)

(LADLO Prouctions - 2025)
Voto: 74

lunedì 12 gennaio 2026

Deogen - The Graves and Ghosts of Yore

#FOR FANS OF: Symph Black
The USA-based duo Deogen is one of those projects that clearly refuse to sound contemporary and prefer to show an unbreakable loyalty to black metal’s golden era. This band’s debut effort, entitled ‘The Endless Black Shadows of Abyss’, was a clear manifesto of this devotion and an impressive first album, where rawness and atmosphere reached an excellent balance.

Five years later, Deogen is back with the sophomore album entitled ‘The Graves and Ghost of Yore,’ released by the always reliable label Iron Bonehead Productions. The second album is always a crucial moment, which can confirm the potential seen in the debut album or make a band just a one-off project. In contrast to the first opus, this one features a somewhat more abstract art style. Fortunately, fans have no reason to fear, as it is still a painting that fits the music. Musically, the album will satisfy all who enjoyed the debut opus. There are some changes, as naturally happens from one album to another, but the essence is still there. Production-wise, the sound is still raw, but the guitars have a slightly less fuzzy tone, resulting in a cleaner sound. I personally consider that this modification makes the overall balance better, and the whole package sounds more cohesive. Therefore, the listener can enjoy the music more satisfactorily.

Musically, Deogen masterfully mixes classic raw black metal with very enjoyable keyboard work. This mixture irremediably reminds me of classic outputs from the '90s, where bands used to introduce some atmospheric and symphonic elements without the sometimes excessive nature of some big modern productions. Unfortunately, in some of those albums, these arrangements can relegate the guitars and the rhythmic base to a secondary role. This is not the case with ‘The Graves and Ghost of Yore,’ where both elements coexist with great results. "Clawing Into Sphere and Sun" is a clear example of this. This track is one of the richest in terms of keyboard use, but in a good way. The rawness of the guitars and Maelström’s high-pitched vocals still command the composition, as the very present keys enhance the majesty of this song, making it sound powerful and high-toned at the same time. Deogen mixes tracks where this combination can tend more to one side or the other but always keeps the balance right. For example, the album opener "By Torchlight" is a more straightforward composition, although it still contains some key touches that make it sound coherent with the rest of the album. Pace-wise, the album generally has quite a fast tempo, combining really speedy sections with some other vivid parts, but always trying to add some little variation. The galloping track "Cataclysm And Deluge" is one of those compositions that will make the listener headbang actively in the less speedy, but still fast sections. Another successful example of well-structured pace is the great track entitled "Desolation Bestowed," where Deogen aptly combines one of the few slower sections with a powerful, relentless one.

'The Graves and Ghost of Yore' is undoubtedly a remarkably solid step in Deogen’s career. This second effort refines what we heard in the debut album, improving some areas while maintaining the core sound and particular atmosphere that make Deogen a very interesting choice for fans of '90s black metal. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2025)
Score: 82

martedì 6 gennaio 2026

Memories of a Lost Soul - Songs from the Restless Oblivion

Ascolta "Memories of a Lost Soul" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Gothic
Dando uno guardo alle classifiche sparse in rete dei migliori dischi metal usciti nel 2025, direi che senza far fatica, ci si ritrova sovente, a fare a pugni con dubbiosi pensieri scaturiti da certi nomi, magari anche relativamente famosi e interessanti ma molto spesso scontati, che provengono da ogni parte del pianeta, sicuramente spinti da una certa mirata propaganda. E, come succede di solito, anche quest'anno, a malincuore, possiamo notare che se non fosse per il botto di celebrità dei Messa, sono poche le band italiche che hanno avuto una grossa visibilità. Questo è il caso del disco in questione, 'Songs from the Restless Oblivion' dei calabresi, Memories of a Lost Soul che, senza calcare la mano sul fatto che sono al loro quinto full length e vantano una trentennale carriera alle spalle, direi che questo loro ultimo album, uscito per la My Kingdom Music, potrebbe essere dichiarato una delle più belle uscite dell'anno, almeno per quanto riguarda il versante tricolore. Un lavoro lungo e articolato con suoni caldi e umani, dove un ottimo lavoro sulla voce gutturale, con sfumature alla Moonspell e tastiere piene di pathos, inserite con estro e fantasia, fanno passare i violentissimi blast beat in secondo piano, dando una connotazione gotica anche ai brani più potenti e dinamici. Il consiglio spassionato che mi sento di dare a tutti, è di ascoltarlo in cuffia, poiché certe sfumature si assaporano meglio, e meglio si ascoltano le varie influenze che hanno dato vita a queste composizioni dai risvolti, certamente familiari per i sapienti del genere, magari anche un po' datate a volte, ma sempre variegate, ben concepite e piene di sfaccettature. Suoni e intuizioni che si spostano dal melodic death metal al black, al gothic e quant'altro, come il progressive e vagamente anche chitarre, che nel sottofondo respirano un buon sano e polveroso rigurgito di vecchio classic rock. Dalla metà circa del disco emergono poi in ordine sparso, anche una spiccata vena sinfonica, con azzeccati scambi vocali, doppie voci, clean/scream e male/female; inoltre si sentono spunti classici e vagamente etnici, che avvalorano la musica ("Into this Maze of Torment" ne è un esempio), rendendo l'ascolto ancor più piacevole, per una commistione di suoni potenti e carichi di teatrale, sinistra e malinconica epicità. "Two Dividing Souls", con quel ponte assurdo, ai confini con l'avangarde e quel suono di violino, è devastante, demoniaca e romantica allo stesso tempo. Intro, outro e un intermezzo di piano dal sapore fantasy, contribuiscono poi a stemperare i toni duri dell'opera. Insomma, 'Songs from the Restless Oblivion' è un disco complesso e completo che insieme ai lavori di Shores of Null e Novembre, dovrebbe essere un must per l'anno che si è appena chiuso. Non lasciatevelo quindi scappare. (Bob Stoner)

(My Kingodm Music - 2025)
Voto: 75

domenica 4 gennaio 2026

Theatres des Vampires - The Vampire Chronicles

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Gothic/Black
Mi è capitata tra le mani quella che dovrebbe essere la ristampa di un lavoro dei Theatres des Vampires, datato 1999. Devo dire che li ho rivalutati molto. La loro continuità stilistica è impressionante, anche per quanto riguarda produzione ed esecuzione. Questo album ed il loro successivo ('Bloody Lunatic Asylum'), si spingono pienamente addentro il filone “vampirico”, sfornando canzoni piene di atmosfere cupe, melodiche, grottesche potrei dire, pienamente teatrali, dove la voce e l’interpretazione di Lord Vampyr Draculea tesse delle trame incredibili, già spinte da una batteria che freme con fraseggi di doppia cassa alquanto ispirati e da chitarre che cavalcano magistralmente i tappeti orchestrali di una tastiera veramente tetra e paranoica. Da notare la quarta traccia ("Throne of Dark Immortals") dove gli strumenti fondono magistralmente i loro arrangiamenti per portare l’ascoltatore in una vera selva oscura di suoni e immagini: la giusta colonna sonora dell’apocalisse. Anche le voci femminili sono notevoli e non un accessorio fine a se stesso, ma parte integrante del progetto concettuale dei nostri vampiri. Nell’ambiente del metal in cui si tratta di tematiche vampiresche, i testi di questo gruppo risaltano in fatto di originalità e scorrevolezza: il che non è poco visto la marea di gruppi dediti a questi argomenti. Non c’è che dire: vale veramente la pena investire soldi per procurarsi un’attimo di sicura oscurità.

(Alkaid Records/Dissonance Productions - 1999/2016)
Voto: 75

sabato 3 gennaio 2026

Dark Sanctuary - Vie Éphémère

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Gothic/Neoclassical Darkwave
Ero curioso di ascoltare del materiale dei Dark Sanctuary, band francese formatasi nel 1996 come un duo ma oggi composta da cinque elementi. I nostri, all'epoca di questo 'Vie Ephémère' proponevano un dark atmosferico, abbastanza oscuro ed etereo, composto da una base di archi ed orchestrazioni varie sopra cui estendersi una voce femminile tutt’altro che banale; anzi, la voce di Dame Pandora esprime una tristezza e una disperazione come poche altre. Il lavoro che ho analizzato era il mcd che apriva la strada al full-length 'L'Être las - L'Envers du Miroir'. Ascoltandoli mi viene in mente il bellissimo lavoro dei Collection d'Arnell-Andréa: forse il qui presente è un po’ meno arrangiato, ma si respirano le medesime atmosfere romantico-decadenti di questi ultimi. Le tracce sono solo due, ma sufficienti per poter capire il discorso dei Dark Sanctuary. Ad un primo ascolto ero scettico, ma poi mi sono lasciato coinvolgere in queste spirali ipnotiche che, per chi non è un estimatore del genere, possa essere di difficile sopportazione, tanto meno apprezzamento.

(Wounded Love Records - 2002)
Voto: 70

venerdì 2 gennaio 2026

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martedì 30 dicembre 2025

The Pit Tips

Francesco Scarci

Luxferre - The Light Within Us
Autrest - Burning Embers, Forgotten Wolves
Dawn of A Dark Age - Ver Sacrum

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Alain González Artola

Heretoir - Solastalgia
Thorondir - Wächter des Waldes
Achathras - A Darkness Of The Ancient Past