giovedì 17 settembre 2026

Northern Subs - Night Creatures

#PER CHI AMA: Occult Progressive Rock
Dalle nebbie recondite della Tasmania emerge un'evocazione che non chiede il permesso per strisciare nell'inconscio: 'Night Creatures', il nuovo parto sonoro targato Northern Subs e sguinzagliato via Nosferatunes. La formazione australiana manda a benedire le definizioni stantie, forgiando un calderone allucinato e lisergico in cui l'occult rock più oscuro, si sposa a una profonda anima progressiva, dove il doom d'annata viene contaminato da deviazioni palesemente esoteriche, cadenze allucinogene e quelle pulsioni warlock-core nate per accompagnare sabba notturni. La produzione evita la trappola del patinato moderno e sceglie un approccio ruvido ma sapientemente bilanciato con chitarre che passano da colate di piombo e acido a fraseggi sognanti, sorrette da una sezione ritmica cangiante e da una voce teatrale, declamata ed emessa come una litania di maledizioni da un altare sconsacrato per raccontare storie di stregoneria, visioni notturne e declino spirituale. Il viaggio alchemico si apre con i quasi dieci minuti della maestosa suite "Doom Katrina", dove il doom si fa plumbeo ma rifiuta la staticità aprendosi a volute progressive, arpeggi ipnotici e fiammate di chitarre sature che impostano una tensione strisciante, per poi passare all'incedere sfrontato di "Lipstick Red", episodio in cui il ritmo accelera su trame occult-rock sferzanti spinte da un groove anni '70 e da un cantato graffiante che sa di fumo e zolfo. Con "Witches' Cauldron" si sprofonda di nuovo nell'abisso rituale lungo otto minuti guidati da un basso sordo e atmosfere desertiche con le chitarre, da metà brano in poi, che montano in un crescendo mefistofelico, spianando la strada alla maratona conclusiva di "Crash Land", altro capitolo da oltre nove minuti, in cui le trame strumentali si dilatano ipnotiche fino a dissolversi in un mare di feedback e gelida oscurità. Alla fine, i Northern Subs mettono a segno un colpo da maestro, convincendomi di più dei Green Carnation recensiti ieri. Per chiunque sia affamato di esoterismo sonoro, cangianti strutture progressive e vecchie messe nere in musica, si regali l'ascolto di 'Night Creatures'. (Francesco Scarci)

(Nosferatunes - 2026)
Voto: 74

mercoledì 16 settembre 2026

Green Carnation - A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex

#PER CHI AMA: Prog/Gothic
Chi è cresciuto come me, con il mito di opere monumentali come 'Light of Day, Day of Darkness' sa bene che quando i Green Carnation muovono un passo, le aspettative schizzano inevitabilmente alle stelle. Con 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex', i maestri di Kristiansand mettono il punto fermo sulla propria trilogia concettuale, richiamando con pennello fine il loro storico vocabolario e quell'elegante equilibrio tra progressive e gothic che guarda a nomi del calibro di Opeth, Katatonia e persino King Crimson. Diciamolo subito: dal punto di vista meramente formale siamo davanti a una confezione d'oreficeria sonica con una produzione tridimensionale e impeccabile dove ogni dettaglio si trova al suo posto, tra chitarre che alternano sferzate distorte ad incastri acustici cristallini, una sezione ritmica dinamica e la solita interpretazione viscerale di Kjetil Nordhus, il tutto al servizio di un concept ambizioso che intreccia l'Ofelia di Rimbaud con l'ansia tecnologica, il controllo sociale e la parabola di un falso messia. Eppure, a dispetto di questa facciata inappuntabile e delle lodi sperticate piovute dalla critica di settore, la scaletta lascia serpeggiare una sottile sensazione di calcolo, a partire dal singolo apripista "Unconditional Artificial Chemistry", pezzo avvolgente ed impeccabile, che sembra tuttavia richiamare in alcune sue parti, il motivetto di "The Neverending Story". Un pezzo comunque costruito con il manuale in mano, sensazione confermata anche dalla title track che spinge sull'anima progressiva tra cambi di tempo e orchestrazioni misteriose senza però spezzare davvero il fiato. Se la tesa e drammatica "Broken Souls, Common Enemies" riesce ad alzare la posta grazie a un assolo di chitarra d'altissima caratura emotiva, la mastodontica "A Dark Poem - Orchestral Suite" (che schiera addirittura la Kristiansand Symphony Orchestra e l'Opera Choir per oltre sedici minuti) sigilla il disco con imponente solennità, ma relegando la band norvegese a meri osservatori. In definitiva, 'A Dark Poem, Part III: The Messiah Complex' è un lavoro maturo, raffinato e suonato divinamente, che farà sicuramente la gioia degli amanti del progressive nordico più d'atmosfera, ma che fondamentalmente consta di tre brani realmente suonati dalla band, ecco un po' poco. I fan vi troveranno intatta tutta la loro proverbiale classe, ma resta quel lievissimo retrogusto d'amaro nel constatare che, da icone di questo calibro, ci si aspetterebbe sempre quel brivido capace di sconvolgerci di nuovo, e non soltanto la riconferma di quanto siano bravi a fare ciò che fanno da sempre. (Francesco Scarci)

(Season of Mist - 2026)
Voto: 72

lunedì 14 settembre 2026

Dymna Lotva - Vyraj

Ascolta "Dymna Lotva - Vyraj" su Spreaker.
#FOR FANS OF: Black/Doom
The Belarusian band Dymna Lotva was founded in 2015, and since then, they have undergone a very interesting evolution. Their first albums already showed great potential, combining doom, black, and atmospheric sounds in a compelling way. The palette was rich and intriguing, although a doom-infused pace and its elements played a quite prominent role. Beyond these influences, singer Katsiaryna was a fundamental element of Dymna Lotva thanks to her characteristic and powerful screams. This resource, alongside tasteful guitars and atmospheric arrangements, managed to create truly alluring works that captured the attention of a growing fanbase.

With their new opus, titled 'Vyraj', the band takes a major step forward. This new effort sounds more majestic and intense. The palette of influences is even richer, with a stronger black metal presence successfully coexisting with classic doom, Slavic folk touches, and an ethereal atmosphere. The album opener, "Zory", is an inspired and representative example of this more intense, cinematic approach. It begins with a doomier pace before a purely black metal fury erupts. The tempo and intensity increase severely, and Katsiaryna’s vocals sound as brutal as ever. However, this intensity is further enriched by her clean, ceremonial voices that reinforce a ritual essence, alongside simple yet effective keys that heighten the overall hypnotic atmosphere. The following track, "Veha", is another interesting piece. It also combines fast and slow sections within a more atmospheric composition, where the vocals play a captivating role through a variety of styles, ranging from aggressive shrieks to clean singing and whispers. Enigmatic keys and these varied vocals, combined with sombre melodies, create a strongly ritualistic track that perfectly defines the band's distinct approach.

Doom metal influences reign supreme once again in the third track, "The Boat of Despair", with its slower pace. Clean female and male vocals take center stage this time, forging a deeply melancholic and spiritual track that adds great diversity to the album. By this point, it becomes clear that the keyboard work plays an interesting role: it carries an electronic essence that provides a unique contrast, yet fits seamlessly into the compositions and the overall spirit of the record. The shifts in tempo, the tasteful guitar lines, and a well-crafted atmosphere result in a very diverse album where each track possesses its own identity. This variety allows every listener to find their own favorite track, which is always a hallmark of quality. In any case, I would like to highlight another excellent piece, "Usta Za Mianie", where the contrast between atmosphere, clean vocals, and aggressive sections is once again fused with unquestionable taste. The captivating melodies are sure to delight the listener, not to mention the majestic closer, "Return My Coffin Home", which perfectly summarizes all the strong points of 'Vyraj' and leaves a lasting impression.

Dymna Lotva has gained attention due to political reasons, but ‘Vyraj’ serves as a powerful reminder that the band’s talent alone is more than enough reason to give them a listen. This album is a remarkable and successful example of how to fuse different influences into a truly captivating body of work. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 88

domenica 13 settembre 2026

Undertakers - Global Dominion

#PER CHI AMA: Brutal Death
Trentacinque anni ad affilare le lame nello stesso scantinato non sono una bagatella, e gli Undertakers tornano a sbranare la carne con 'Global Dominion'. I pionieri campani del death-grind nostrano non hanno la minima intenzione di deviare di un millimetro dalla loro rotta storica: niente svolte d'avanguardia o fronzoli per sfigati, solo una mazza chiodata sferrata con la precisione di chi fa questo mestiere da una vita, anche se bisogna essere onesti nel riconoscere come sia proprio questo loro approccio monolitico, ostinato e a tratti irrimediabilmente monocorde, a rappresentare il loro limite più grande, quell'attitudine stoica che li ha resi un culto di nicchia ma che ha precluso loro il balzo in avanti definitivo verso un successo globale di ben altre proporzioni. L'ispirazione attinge al sacro verbo di Napalm Death, Terrorizer e Misery Index per trasformare la carneficina sonica in un manifesto politico contro la plutocrazia e il collasso della civiltà, sorretta da una produzione che bilancia cattiveria e nitidezza con chitarre a motosega, un basso-martello pneumatico e una batteria al limite dell'umano che alterna d-beat e blast-beat selvaggi, sovrastati da un cantato che ruggisce odio contro il sistema. Una breve intro e l'assalto si apre con la fiammata hardcore/grind di "United Front", che chiama a raccolta le masse con rabbia cieca, per poi passare alla title track "Global Dominion", che cala l'asso del death metal più intransigente con stacchi granitici ideati per il moshpit. "All Out War" profuma di Slayer della prima ora nel riff d'apertura prima di esplodere come una granata grind, mentre "Plutocracy Era" parte con un basso distorto e cupo per poi deragliare nell'ennesima ripartenza alla velocità della luce. Con "Iron Regime" emergono sfumature blackened e cadenze oppressive che simulano la morsa della tirannia, seguite dal groove serrato ed elastico di "Collapse Protocol", che racconta in musica, il declino della società, e dal carro armato d-beat di "Rise of Resistance", vera colonna sonora di uno scontro di piazza. Gli echi dei Sepultura più feroci emergono nei due minuti di breakdown devastanti di "Just Keep Fighting", prima che la conclusiva "Bodies' Supermarket" metta il sigillo finale sulla mercificazione dell'essere umano tra chitarre sferzanti e ritmiche belliche. 'Global Dominion' è l'ennesima prova di forza di una band coriacea, viscerale e politicizzata anche nelle mutande (ma in un mondo di merda in cui viviamo, chi realmente non lo è?): non troverete una sola idea fuori dal seminario né la varietà necessaria per esplodere oltreconfine, ma se cercate del brutal death-grind puro, suonato da gente che non si è mai venduta, qui c'è pane per i vostri denti. (Francesco Scarci)

(Time To Kill Records - 2026)
Voto: 68

sabato 12 settembre 2026

A Thousand Sufferings - Valley of a Sun

Ascolta "A Thousand Sufferings_Valley of a Sun" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Depressive Black/Doom
Prendere dei classici del folk, dell'hard rock o dell'alternative e sottoporli a un processo di lenta decomposizione è un'operazione perversa, ma è esattamente ciò che hanno fatto i belgi A Thousand Suffering in 'Valley of a Sun'. Il quartetto di Anversa firma un EP di cover che si trasforma in un vero e proprio rituale di autolesionismo sonoro, in cui la materia originale viene completamente prosciugata di ogni forma di vita e riplasmata secondo i canoni più plumbei, malati e soffocanti del depressive black doom. Le influenze di Shining, Urfaust e dei primissimi Forgotten Tomb, non sono un semplice richiamo, ma una condanna a morte: chitarre affogate nella distorsione, batterie che battono il tempo come un'esecuzione capitale e un cantato che alterna screaming disperati a growl cavernosi, pronti a trascinare l'ascoltatore nel buio pesto. Il massacro parte con "De Zotte Morgen", pezzo della tradizione cantautorale folk di Zjef Vanuytsel: il calore acustico dell'originale viene completamente cancellato, lasciando il posto a cinque lunghi minuti di marcia funebre e arpeggi maledetti in lingua madre che sembrano usciti direttamente dalla mente distorta di Kvarforth. Si passa poi agli oltre nove minuti di "Halo Of Flies", dove l'ossatura hard rock di Alice Cooper viene smontata pezzo per pezzo e ricomposta all'interno di un labirinto claustrofobico di riff pesantissimi, bruschi rallentamenti e improvvise folate di gelo metallico. L'oltraggio prosegue con "Jailbreak" dei Thin Lizzy: l'adrenalina stradale e scanzonata dei rocker irlandesi viene brutalmente sedata, ridotta a un groove catramoso e vischioso guidato da un basso sordo e da chitarre che sputano veleno. A mettere la parola fine a questo calvario ci pensa la reinterpretazione di "Stories" dei Therapy?, che cancella ogni residuo di alternative rock per trasformarsi in oltre sei minuti di angoscia pulsante, martellante, un depressive black che priva della minima luce in fondo al tunnel. 'Valley of a Sun' non è un semplice omaggio, ma un atto di profanazione riuscito alla perfezione. Un esperimento nerissimo e malato, caldamente raccomandato a chiunque cerchi nel depressive black metal non una semplice distrazione, ma un'autentica immersione nel nichilismo più puro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

Conduit - The World Turns in Sleep

#PER CHI AMA: Death/Black
Se cercate la classica struttura strofa-ritornello da canticchiare sotto la doccia, girate subito al largo: 'The World Turns in Sleep', EP di debutto del progetto portoghese Conduit, è un buco nero fatto di angosce cosmiche, dissonanze spietate e claustrofobia sonica. Dietro questa macchina da incubo si cela la figura di Nuno Verdades (già negli Ethereal Wound), affiancato alle pelli dal chirurgico Sathrath, per dar vita a un mostro sonoro a due teste che fa incontrare il black più malato con il death abissale, tirando in ballo l'estremismo contorto e distorto dei Portal e degli Altarage, affogato però nelle atmosfere gelide e opprimenti della scena islandese. La differenza la fa poi una produzione che evita il trappolone del muro di rumore inascoltabile, sfoggiando chitarre acide impregnate di un mefitico riverbero, un basso che sposta gli organi interni e una voce che vomita ruggiti cavernosi, declamati mefistofelici e urla da manicomio, per supportare un concept basato sull'alienazione esistenziale e sulle paranoie della mente. L'esperienza parte con i quarantasei disturbanti secondi della title track, un collage di frequenze ed elementi elettronici che funzionano come uno sbalzo termico per impostare subito il livello di tensione, per poi schiantarsi contro "The Old House (Apertures)", un pezzo impregnato di violenza pura dove blast-beat spietati e chitarre acuminate si alternano a rallentamenti improvvisi, catacombali, pensati solo per prolungare l'agonia, con la voce di Nuno a farci da Caronte verso l'inferno. Con "Resonance Mantra" il focus vira verso una trama ritmica, se vogliamo, ancor più contorta, in cui le percussioni s'intrecciano a vibrazioni spaziali ed alienanti, spianando la strada per la mazzata finale affidata a "Conduit to a Threshold". Si tratta di un altro episodio malmostoso, in cui dissonanze death e black di scuola Deathspell Omega, assieme a intriganti derive melodiche, alla fine peseranno come colate di piombo, con lo screaming nefasto della guest S.R. (compagno di Nuno negli Ethereal Wound) ad accompagnare l'ascoltatore dritto sul fondo del precipizio. 'The World Turns in Sleep' è un biglietto da visita spaventoso, maturo, ideale per ricordarci quanto possa essere affascinante e al contempo devastante, guardare dritti dentro l'abisso. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 9 settembre 2026

Skuggor - The Expanse

#FOR FANS OF: Ambient Black
It’s always great to be back in the Swedish scene and, in this particular case, to taste another effort of the always intriguing Scandinavian black metal scene. Skuggor is a solo project with no more than four or five years of existence, at least if we speak about physical releases. In any case, its sole member has been very active, not only with this project, but with several others, proving that his inspiration and passion for this music remain alive.

Skuggor plays a very personal type of atmospheric or ambient black metal whose conceptual connection with the vast nature of Sweden is essential. M wants to create a captivating journey where the listener will feel immersed in the northern forests where Skuggor has found its musical epiphany. As a consequence of this approach, Skuggor’s music is not particularly aggressive or fast-paced, as happens with black metal bands in general and, to a certain degree, also with some atmospheric black metal projects. This characteristic has been a constant in the project’s existence, and the new opus entitled 'The Expanse' is another fine example of it.

After the excellent previous album, 'The Expanse' will once again delight Skuggor’s fans. From the album opener, "The Expanse", the core elements of the Swedish project can be found. The compositions have a mid-tempo nature, where the hypnotic riffs and high-pitched screams find the appropriate balance between aggression and ambience. They are accompanied by atmospheric arrangements in the form of keyboards. As the album goes on, these keys sound better and better as they gain intensity and solemnity, among which I would like to highlight the majestic synthesizers of "The Fire" and "Hem". Pace-wise, Skuggor is not a remarkably varied project; the compositions are, as mentioned, mainly slow/mid-paced, although we can find very occasional faster sections, like in "The Fire" and "The Storm", even if these are rare. In any case, there is never a feeling of boredom or excessive uniformity in the structure of these compositions, as the aforementioned keyboards and solid guitar work succeed in creating songs that can capture the attention of the listener and maintain it until the very end of the track.

In conclusion, 'The Expanse' is undoubtedly another firm step in Skuggor’s career. Its mastermind perfectly knows the project’s strongest points, and he successfully delves deeper into them, creating six pieces that take the listener on a sonic journey into the vastness of northern forests. (Alain González Artola)

(Nordvis Produktion - 2026)
Score: 80

martedì 8 settembre 2026

Miasmes - Violence, Blasphème et Pourriture

#PER CHI AMA: Black/Crust/Punk
Se speravate che i Miasmes fossero spariti dalla circolazione, ho una brutta notizia per voi: il trio di Vierzon sta per vomitare sul mercato 'Violence, Blasphème et Pourriture', tramite la Les Acteurs de l’Ombre, un secondo album che fa esattamente ciò che promette il titolo, sputando in faccia alla decenza con una scarica di odio, blasfemia e lordura sonica. Il riferimento è la solita scuola marcia d'Oltralpe, un frullato deviato che tiene insieme l'impatto becero di Impaled Nazarene e Darkthrone con la rozzezza stradaiola di Motörhead, Midnight e Toxic Holocaust. Schiacciare play significa farsi investire da una gogna di violenza cieca e gratuita dove non ci sono fronzoli o finezze, ma solo distorsioni arrugginite, un basso che martella ritmiche punk e rock'n'roll da taverna, una batteria che oscilla tra il blast-beat più becero e spietato, e uno screaming saturo di veleno che trasuda disprezzo per il genere umano. La recensione si potrebbe tranquillamente fermare al primo pezzo, perché il disco è una mazzata monotona e monocorde che picchia sempre nello stesso punto. L'opener "Déchéance" dà il via al massacro con un suono sporco e chitarre che tagliano come cocci di bottiglia, mentre la successiva "Écorché" spinge ancora di più sull'acceleratore, fondendo l'ostilità del black metal primordiale con la furia sguaiata del crust punk, senza concedere pause. Con "Nihil" si viaggia sui binari di tributo agli Impaled Nazarene, almeno finché la traccia non rallenta a metà corsa per sprofondare in una palude di riff oscuri, cadenze oppressive e desolazione pura. "Possédé" apre invece con un giro di basso sfrontato per poi trasformarsi in un pezzo ignorante d'ispirazione motörheadiana, sorretto da un groove rock'n'roll sporco e senza freni. Vi citerei ancora la velocissima "Vomi", un vero e proprio attacco all'arma bianca fatto di stacchi feroci, vocals sgozzate e una sezione ritmica devastante che tira dritto come un treno merci. A coronare il tutto arriva in chiusura la cover di "In the Name of Tragedy" dei Motörhead, che rilegge il classico dei maestri inglesi con la solita carica di blasfemia, marce distorsioni e irrispettosa violenza. Roba per tutti? Ma figuriamoci. 'Violence, Blasphème et Pourriture' è un abominio sonoro indigesto per chiunque cerchi melodia, tecnica o un briciolo di varietà: è un disco viscerale, grezzo e deliberatamente sgradevole, destinato esclusivamente a chi si nutre di crust, punk e black 'n' roll da bassifondi, mentre tutti gli altri faranno bene a starne sapientemente alla larga. (Francesco Scarci)

(Les Acteurs de l'Ombre Productions - 2026)
Voto: 65

domenica 6 settembre 2026

Okay You Win - End of Days

#PER CHI AMA: Desert Rock
I londinesi Okay You Win, al debutto sulla lunga distanza dopo l'uscita del disco dal vivo nel 2023, 'Live from the Pit', si muovono agevolmente in quelle che possiamo definire le frontiere psichedeliche dello stoner rock, lande dove il combo britannico stende la sua trama rumorosa, tra echi di Kal-El e Kayleth, mostrando interesse in deserti caldi e polverosi, ma soprattutto verso le atmosfere sconosciute di infinite galassie cosmiche e viaggi in terre aliene ed allucinogene. Il suono è ben bilanciato e incline ad una forma più europea dello stoner, e in certi punti si percepisce anche una certa vicinanza con alcune scelte compositive dei mai dimenticati 35007, quelli della prima ora per intenderci. Il classico parametro di resa per una band del genere è soddisfatto sotto tutti i profili, il sound è rumoroso ma cristallino, capitanato da una voce carismatica, ipnotica e liquida. I muscoli tra le note si sentono, anche se prevale sempre quel senso di dissoluzione cosmica che fa apparire i brani e la band provenienti da una stratosfera estranea alle coordinate terrestri. È con questa attitudine che una canzone come "Beat Me Down", con un basso distorto dal richiamo eterno nello stile della celebre "Roadhouse Blues", e uno start vocale che è a metà strada tra Ian Astbury e l'intramontabile Ozzy, mette a nudo il loro suono in una lunga corsa dai chiaroscuri ritmici che si alternano tra divagazioni doom e allucinate cavalcate lisergiche, sulla scia dei Cloud Catcher. Gli Okay You Win calano l'asso con "The Greatest Lie", dove i suoni si fluidificano e si dilatano ulteriormente per una litania esplosiva alla ricerca del mantra perfetto, classica, potente e illuminata song dal passo lento e liturgico con un'apertura molto interessante, ricavata dagli ascolti ripetuti di Orange Goblin e se vogliamo anche dalle intuizioni hard del buon vecchio Glenn Hughes. Una nota di merito particolare devo spenderla per la performance vocale di "This Damned Place", che risulta molto ispirata, cupa ed evocativa, carica di vortici oscuri e spettri neri, un brano lungo e variegato sulla via del doom che mi colpisce in modo particolare per la sua profondità emozionale. Il disco ha molte sfaccettature e anche l'ipervelocità di "Red Flag", che rispolvera i fasti migliori dei Soundgarden più selvaggi, vi farà saltare sulla sedia mostrando le capacità di musicisti dalle eccellenti qualità tecniche. Gli Okay You Win sono una band che sa esattamente cosa fare e come farlo, che si inserisce in un genere preciso, per rinvigorirlo e rigenerarlo, senza la pretesa di poterlo reinventare, suonandolo con passione e devozione per ricordare quanto l'heavy psichedelia non sia una moda passeggera ma un credo ferreo. 'End of Days' è un disco bello intrigante, tutto da gustare ad alto volume fino alla conclusiva "Own It", splendida e lunghissima deflagrazione cosmica cantata e suonata in maniera a dir poco perfetta! L'ascolto di questo disco è d'obbligo! (Bob Stoner)

(Blues Funeral Recordings - 2026)
Voto: 70

venerdì 4 settembre 2026

Lorn - Searing Blood

#FOR FANS OF: Black Metal
When we speak about the most relevant black metal scenes in Europe, I guess many of us will think of the Scandinavian or the Slavic ones, which have given us many great projects. Other highly interesting scenes are sometimes overlooked, such as the Italian one, where you can find excellent projects playing the most diverse types of black metal, from Forgotten Tomb to Graveworm or Aborym, quality and diversity go hand in hand.

This time we focus our attention on a lesser-known project called Lorn. Founded in 1999, the band has suffered some line-up changes, although founding member Radok has been the true creative force during this time. The pace in the release of new albums has not been particularly high, but Lorn has released some enjoyable albums, like the previous one, 'Arrayed Claws'. Black metal is obviously the genre played by Lorn, as this project combines rawness and atmosphere in a very interesting way. The number of members involved has decreased over time, and currently Radok is the only permanent member who has crafted and released the new opus entitled 'Searing Blood'.

The new effort has a slightly raw production, which is particularly noticeable in the raspy tone of the guitars. Lorn wants to sound old-school, as I think Radok considers that this sort of production reflects the genre’s essence more honestly. Another particularity of this album is the contrast in the pace and approach of the songs depending on where they are placed in the album. For example, the album begins with the most aggressive and fast compositions, such as the excellent album opener "Searing Blood". Relentless drums and sharp riffs are combined with the expected raspy screams. These are the most straightforward compositions, even though there is always room for atmosphere, as Lorn includes some background keys in certain parts of the first two songs. On the other hand, the middle section of the album contains the longest tracks, where slow and mid-tempo sections play a much greater role. "Leuchtenburg" is a slow-paced track where ambience is even more present, also including some acoustic guitars that enrich the composition. The pace is increased a bit in the next and second-longest song, entitled ‘Gallows’, where keys and the atmospheric essence in general are absolutely predominant. But it is the album closer, "Threshold’s Tragedy", that merges both sides of this album, achieving the best result in my opinion. I consider this to be the best-crafted track, as it combines speedy sections with mid-tempo and slow ones. Furthermore, the use of the keys here is also excellent in both quality and quantity, creating the most majestic track of this effort.

'Searing Blood' is undoubtedly an enjoyable album. The dense and dark atmosphere captivates the listener, while the diversity in the songs' pace can be interesting too. In any case, it is when both sides of this album’s approach converge, as happens in the final track, that Lorn achieves the best result. Exploring this well-done fusion is something its mastermind should consider for future releases. (Alain González Artola)

(I, Voidhanger Records - 2026)
Score: 76

giovedì 3 settembre 2026

Mandy Manala – Something Wicked

#PER CHI AMA: Occult Hard Rock
Ad un anno di distanza dal disco di debutto tornano i Mandy Manala, l'ispirata band finlandese capitanata dalla virtuosa vocalist Christa Nedergård, sempre più attratta dal mondo gotico e vampiresco del cinema e della letteratura, con una proposta discografica molto ammaliante in ambito occult hard rock. La voce di Christa si fa notare eccome, per qualità, talento ed espressività, incarnando alla perfezione il ruolo della sacerdotessa oscura appena uscita da qualche film horror degli anni settanta. Retro rock a tutti gli effetti e con tutti gli effetti sonori e melodici di una band in costante crescita, che si fa ascoltare e riascoltare senza risultare un semplice remake di qualche band del passato. Il sound è migliorato nei confronti del debut album, perché è più fuzz, distorto (molto figo il suono del basso) e ancora più vintage, epico e travolgente in alcuni frangenti, potente e hard in altri; le canzoni sono più curate nei suoni e nell'orecchiabilità, che tocca vette vertiginose in brani come "Bloodred Chapel of Sin", che ha il tiro dei Warrior Soul, e "Nocturnal Bites", che è un singolo perfetto. Tra il tetro di King Diamond, i The 69 Eyes di 'Wrap Your Troubles in Dreams' e la psichedelia heavy dei The Sword di 'Warp Riders', ecco dove si collocano i nostri. L'hard rock innalza la sua ascia di guerra e rilancia la sfida, e se riuscite ad immaginare il tiro di queste due band con l'emotività cupa e rigida del suono degli svedesi Avatarium, avrete un'idea minima di cosa ci sia in questa seconda release della band finlandese. Un disco che esalta l'ascoltatore e lo spinge a sognare figure sinistre e mondi oscuri, incubi surreali, ma che allo stesso tempo lo induce a battere il piede e pestare sull'acceleratore della sua Mustang sulla strada per il castello del conte Vlad, in una notte di luna piena, una sensazione pazzesca. "Shoebox" parte come fosse un brano dei 4 Non Blondes per esplodere in un tragico e lento cammino da marcia funebre in linea perfetta con la musica dei doomster svedesi citati prima, gli Avatarium, un brano dove le doti di Christa emergono a dismisura. Una band di retro rock che non finge, che non scimmiotta il passato ma lo ricrea a modo suo e con stile perfettamente heavy, con la capacità compositiva di dare ai brani quel desiderio irrefrenabile di doverli cantare a squarciagola. Un disco da avere a tutti i costi, adatto a maghi, streghe, stregoni, rocker di ogni età, epici metallari e vampiri nella stessa misura. Hard rock di stampo classico, esplosivo e nero come la pece, una miscela efficace ed attraente per qualsiasi amante dei suoni distorti. Ascolto consigliatissimo. (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 75

mercoledì 2 settembre 2026

Serpent Lord - The Once Forgotten Ways of Old

#FOR FANS OF: Pagan Black
For newcomers, Serpent Lord might seem like a new project as the debut album has recently seen the light of day, but this is far from the truth. This musical endeavour was created back in 2003 by the well-known musician Jake Superchi, who has been (and still is) in some relevant and highly interesting bands like Ceremonial Casting and Uada, to mention the most prominent ones. It is quite obvious that his involvement in these and other additional projects made it remarkably difficult to keep Serpent Lord active, and apart from a few minor releases, this project was laid to rest for many years.

Fortunately, Jake has found the time and inspiration for reviving Serpent Lord, not only for a demo or split, but this time for the release of its debut full-length, which is indeed a key moment in every project’s existence. 'The Once Forgotten Ways of Old' confirms the master lines that one could glimpse in the earlier works. Once again, this musician shares his devotion to extreme metal, and more specifically, to black metal with a notorious approach to the pagan black metal niche. This debut album consists of six pieces where aggression and powerful riffs play a major role. This is indeed a riff-oriented project where guitars create a myriad of tasteful riffs with a good degree of variety. In any case, the most inspired moments come when these riffs have a melodic touch that makes them particularly enjoyable. The album opener, "Aries Ram", is a fine example with a good display of excellent riffing and a variable pace where fast, mid, and slow-tempo sections are excellently combined. "The Once Forgotten Ways of Old" shows again that Serpent Lord creates rich pieces where highs and lows in the pace are a very well-used resource. Vocally, it is also one of the most varied tracks, where the listener will find a great combination of aggressive vocals with a sort of chorus of clear voices in the background, which works very well. On the other hand, some of the weirder voices used in the first part of the track are not so satisfying, in my opinion. But you know, I can’t be too harsh when you take risks: sometimes it works, sometimes it doesn’t.

The album doesn’t have a lot of additional arrangements, although some occasional acoustic guitars can be heard here and there. One relevant example is the album closer, "Forever on the Grounds of Battle", which is one of the highlights of this debut effort. It successfully combines some of the most aggressive sections, which contain remarkably fierce riffs and relentless drums, with mid-tempo melodic sections that I particularly enjoy. This composition flows naturally between speedy parts and slow ones, incredibly easily and naturally. The more solemn final part of this composition shows the true potential of this project to create long compositions with an interesting degree of majesty.

'The Once Forgotten Ways of Old' is a very good debut album by Serpent Lord. The riffing and the undeniable talent for creating enjoyable melodies should form the basis to build upon and create more unique pieces. Aggression must not be left behind, but it should be just one element surrounded by more ambitious riffs which could lead to creating truly epic compositions. (Alain González Artola)

(Eisenwald - 2026)
Score: 78

martedì 1 settembre 2026

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lunedì 31 agosto 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cipher System - Torn Between Realities
Calyss - Vessel of Theseus
Dymna Lotva - Vyraj

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Death8699

Cannibal Corpse - Violence Unimagined
Children of Bodom - Hate Crew Deathroll
Everdying - Departure

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Alain González Artola

Hecate Enthroned- The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried
Funebraum- Beckoning the Void of Eternal Silence
Deus Sabaoth - Distortion of Lies

venerdì 28 agosto 2026

Haggus - The Mincecore Manifesto

#PER CHI AMA: Goregrind
Otto brani per un quarto d'ora di musica... si può fare. "The Mincecore Manifesto" è la nuova deflagrazione sonora degli Haggus, trio originario di Oakland, California, e indiscutibile punto di riferimento del goregrind negli Stati Uniti. Diciamo subito che questa release non è proprio per tutti e la band non fa assolutamente nulla per nasconderlo. Chi conosce il trio capitanato da Hambone, sa che qui non si cerca la novità o il compromesso produttivo. Muovendosi infatti sulla linea tracciata originariamente dai maestri belgi Agathocles, gli Haggus prendono il "mincecore" e lo usano come una dichiarazione di intenti che è politica prima ancora che musicale. La produzione è orgogliosamente lo-fi, ruvida, immersa in un fango sonoro che unisce l'attitudine nichilista del punk/hardcore più oltranzista alla violenza quadrata del grindcore vecchia scuola. I brani durano quasi tutti meno di due minuti, piccoli ordigni costruiti su chitarre sature, sormontate da una performance vocale schizofrenica che si sposta continuamente tra un growl cavernoso, rigurgitato, e urla disumane. Ma l'intelligenza degli Haggus sta tutta nel non cadere nella trappola della pura velocità fine a se stessa. Nel flusso ininterrotto del disco, tra un campionamento parlato e una sfuriata (paurose a tal proposito la tritabudelle "Fucked Up Future", la schizoide "Welcome to the Mincecore Jungle" o la folle "Mincecore Provocateur"), spuntano anche alcune linee di chitarra più ruffiane ("Tyranny and Cruelty") o rallentamenti d'ispirazione sludge/death metal più asfissiante ("Mincecore Gratitude"), momenti in cui l'aria si fa pesante, creando il vuoto ideale prima di ripartire a rotta di collo con la conclusiva "Head Infection" che sancisce come la band voglia preservare un angolo di mondo dove non è possibile mentire, una barriera intransigente per chiunque veda ancora nella musica una forma di resistenza e non un semplice riempitivo per i propri silenzi. (Francesco Scarci)

(Tankcrimes - 2026)
Voto: 65

giovedì 27 agosto 2026

Conflux - In the Wake of Saturn

#PER CHI AMA: Death/Math
Sulla carta, il debutto dei Conflux aveva tutte le credenziali per essere un colpo maestro. Riuniti Chase Fraser e Tommy McKinnon con un manipolo di veterani della scena estrema (gente passata da Decrepit Birth, Augury e Derelict) e aggiunta una manciata di ospiti, il piatto servito è un techno death di chiara ispirazione anni '90. Il risultato finale di 'In the Wake of Saturn', tuttavia, lascia un sapore amaro: l'ennesima dimostrazione di forza muscolare e virtuosismo che rischia di trasformarsi in una sterile prova di tecnica. Se non fosse per le linee di chitarra solista, autentico faro nella notte e ancora di salvezza del disco, l'esito complessivo farebbe fatica a emergere dal calderone dei soliti esercizi di stile. La produzione è nitida e tridimensionale, la batteria di McKinnon viaggia a frequenze chirurgiche e la girandola di voci prova a dare varietà a un concept incentrato su rinascita, paura e superamento del desiderio terreno. Eppure, il senso di già sentito è costantemente dietro l'angolo. La scaletta non fa che evidenziare questo limite, costantemente bilanciato (e salvato) dagli assoli e dai ricami chitarristici. "The Antidote" parte con il pilota automatico tra blast beat travolgenti, riff spietati e i soliti cambi di tempo fulminei che vorrebbero creare tensione, ma finiscono per risultare accademici. "Devoid of True Form" ed "Ethereal Executioner" insistono su ritmiche sparate a mille dalle influenze quasi mathcore, con una progressione che appare prevedibile, riscattata solo da stacchi solisti di pregevole fattura. Potrei fare un copia-incolla per i pezzi successivi e il risultato non cambierebbe: proprio per questo non comprendo come la critica ne abbia lodato la precisione chirurgica. Per me 'In the Wake of Saturn' rimane un lavoro che fatica a trovare un'anima vera e propria. Un ascolto che potrà certo stuzzicare i fanatici del techno death più spinto, ma che, in tutta franchezza, non ha smosso i miei sensi nemmeno per un secondo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 60

mercoledì 26 agosto 2026

Niveous – Cult of the Void Star

#PER CHI AMA: Black Metal
Prendete il manuale di istruzioni del black metal, spuntate tutte le caselle della lista e avrete 'Cult of the Void Star', il debut su lunga distanza degli statunitensi Niveous, un concentrato di black metal senza troppi fronzoli nè pretese. Fuori per la Hypnotic Dirge Records, il lavoro consta di sei pezzi sparati a velocità folle, screaming al vetriolo, chitarre di stampo scandinavo e liriche che parlano di male cosmico, mitologia e mondi boreali. Sorprese? Zero. Innovazioni? Nemmeno a pagarle. Eppure, per chi si nutre esclusivamente di pane e misantropia, questo lavoro fa esattamente quello che deve fare, senza troppi orpelli digitali o derive ammiccanti. Il disco si muove attraverso collaudatissimi binari che vanno dalla lacerante opener "Harbinger of the Void Star" fino alla conclusiva "Boreal Stronghold", passando attraverso blast-beat spietati, chitarre zanzarose, voci alla Attila Csihar (soprattutto in "Servants of the Monolith") e una rabbia glaciale che mettono subito in chiaro il tasso di prevedibilità (e violenza) dell'opera. In mezzo, poco altro per farmi esaltare di fronte a questo lavoro: musica sparata a mille, qualche rallentamento doom, un coro epico con tanto di accelerazione finale in "Frostborne Resistance" di tutto rispetto, andando cosi a ergersi come miglior brano del lotto. Poi, in tutta franchezza, poco altro per farmi gridare al miracolo. 'Cult of the Void Star' è un lavoro rigido e senza compromessi. Se nel 2026 avete ancora voglia di ascoltare per la millesima volta la stessa formula senza chiedervi il perché, fatevi sotto: trovate esattamente quello che state cercando. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 55

lunedì 24 agosto 2026

Gloam - In Spite of Never Ending

#PER CHI AMA: Shoegaze
C'è un momento preciso, quando si ascolta lo shoegaze, in cui il peso delle chitarre cessa di essere semplice rumore e diventa un abbraccio. È esattamente ciò che accade con 'In Spite of Never Ending', l'EP con cui gli australiani Gloam spingono l'acceleratore su quel territorio sfocato e magnetico in cui il distorsore incontra la melodia. Il quartetto di Perth si muove con grazia e violenza nel solco di act come Fleshwater, Nothing e Hum, piazzandosi al centro di un post-shoegaze moderno che non ha paura di pestare duro sul pedale dell'effetto. Fin dall'iniziale "Tunnel to Our Bliss", le chitarre innalzano muri di suono densi, saturi e avvolgenti. Il brano è guidato da una linea vocale calda e malinconica, capace di trasformarsi in un vero e proprio passaggio sonoro verso una forma di cupa beatitudine. La successiva "Never Ending" non si discosta dalle coordinate tracciate in apertura; appare forse un filo più timida, ma il rifferama rimane compatto e pesante, bilanciato da un'impronta melodica che rende il tutto decisamente accessibile. Sia chiaro, non siamo di fronte a chissà quale rivoluzione musicale, ma le qualità al gruppo non mancano di certo. Lo dimostra anche "Smothered, Not Seen", che parte sottovoce con un leggero arpeggio per poi accompagnarci verso lo shoegaze più classico, ipnotico e d'atmosfera. A chiudere il cerchio ci pensa la "In Spite of", un crescendo dinamico da manuale che accumula tensione, nota su nota, fino a spalancarsi in un finale catartico e purificatore. (Francesco Scarci)

(Last Rite Records - 2026)
Voto: 70

sabato 22 agosto 2026

Gormoth - The Man Who Became The Universe

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Pronti per allacciare nuovamente le cinture e partire per un nuovo viaggio interstellare? 'The Man Who Became The Universe', nuova fatica autoprodotta della one-man band ungherese Gormoth, ci proietta direttamente al centro di quella nebulosa sonora chiamata cosmic black metal. Diciamolo subito a scanso di equivoci: l'album è un ascolto decisamente interessante, ricco di fascino e ben confezionato, ma non sposta di un solo millimetro i paletti del genere. Le coordinate sono esattamente quelle che vi aspettate se siete cresciuti a pane, Mesarthim, Midnight Odyssey e Darkspace. Un manuale di stile scritto benissimo, ma pur sempre un manuale, in cui troverete le chitarre affogate nel riverbero, muraglie di sintetizzatori cosmici, una batteria minimale e uno screaming acuto che sembra arrivare da una galassia lontana. Il viaggio inizia da "Astral Anatomy", un brano che mette subito in chiaro la direzione del mastermind ungherese Adam, fatto di un black mid-tempo con tastiere cosmiche che esplorano un sound lento, maestoso e contemplativo. "Celestial Depths" segue a ruota ma non si smuove di un millimetro: ci sono le solite chitarre distorte, vocalizzi disperati che fluttuano nel vuoto assoluto e un gioco di synth che alla fine si rivela la colonna portante dell'architettura musicale dei nostri. I ritmi rallentano, i synth prendono sempre più il sopravvento e la musica diventa quasi una colonna sonora per astronavi alla deriva. Eccovi serviti la sognante "Dreams of a Star", che va a braccetto con le successive "Inner Alien", "Molecular Clouds" e la conclusiva "Thousand Dead Suns", un viaggio nello spazio tra frequenze acute che s'intrecciano per simulare una vera e propria nebulosa in espansione. Alla fine, 'The Man Who Became The Universe' è un disco di atmospheric/cosmic black curato, affascinante e pensato con tutti i crismi, ideale per perdersi tra le stelle senza bisogno di bussola. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

venerdì 21 agosto 2026

Horns of Abomination - S/t

#PER CHI AMA: Black/Death
Abbiamo superato la metà del 2026. Il mondo musicale corre dietro a produzioni laccate, intelligenze artificiali e suoni iper-definiti, e poi spuntano i canadesi Horns of Abomination con un disco che sembra registrato su una cassetta, consumata dentro un bunker antiatomico nel 1993. Rilasciato tramite la solita, per queste sonorità, Sentient Ruin Laboratories, il lavoro del progetto war/black/death metal è un'orgia di violenza cieca, sorda e ottusa, un assalto frontale così cavernicolo da far sorgere spontanea una domanda: ha davvero ancora senso d'esistere un demo-CD del genere nel 2026? Probabilmente no, ed è proprio per questo che i puristi dell'estremismo più marcio finiranno per amarlo. Il suono è una poltiglia viscerale, ruvida e volutamente polverosa: chitarre che grattano come lamette arrugginite, una batteria acustica che spara blast-beat senza grazia né dinamica, e una serie di animaleschi vocalizzi che si muovono unicamente tra il rantolo cavernoso e uno strillo alieno. La scaletta si commenta da sola, un massacro ritmico senza soluzione di continuità dalla title-track per concludere con "Black Blood Offering", in uno stupro sonico senza precedenti. 'Horns of Abomination' è un relitto bellico, un disco ignorante e anacronistico fino al midollo. Un ascolto raccomandato esclusivamente a quei pochi integralisti del dissonant war metal e del black/death che nel 2026 hanno ancora voglia di farsi sfondare i padiglioni auricolari da una registrazione che suona come una motosega dentro un fusto di latta. (Francesco Scarci)

(Sentient Ruin Laboratories - 2026)
Voto: 60