venerdì 26 giugno 2026

Residuo – Qui non Passa

#PER CHI AMA: Experimental Music
Album radicale sul fronte della sperimentazione per Tommaso Sampaolesi, già con ITDJ e .cora. Sedici brani minuscoli (il più lungo dura 2.02 minuti), per un minimalismo efferato, ottenuti storpiando, processando con effettistica pesante, e castigando il solo suono di un'unica chitarra acustica, resa quasi un'insieme di rumori rubati agli esperimenti di elettronica e della ambient/drone music. Un filo conduttore di disagio sonoro che in sostanza non delude chi saprà apprezzarlo, perché comunque c'è una buona vena di ricerca sonica, e anche il fatto che quasi tutti i brani siano recitati in una forma spoken word molto intima che non guasta proprio, mentre le poche parti cantate hanno qualcosa che ricorda vagamente il Manuel Agnelli dei bei tempi andati. Il disco è velocissimo e non combina strutture riconducibili ad una forma canzone vera e propria, e forse è molto intrigante per questo. Destrutturato alla massima estensione, se ci si lascia travolgere senza pregiudizi, il trasporto verso una lucida follia è garantito. A volte si ha l'impressione di trovarsi l'inizio di un brano dei Primus, come accade nel brano "La Stanza Tiene", ma è solo un'impressione e solo un inizio, un frammento di un'urgenza creativa in totale solitudine che deve emergere, bella o brutta che sia non ha importanza, perché comunque ha una sua esistenza e motivazione artistica. L'aut aut di Sampaoli è servito freddo, anzi congelato e minimale, scarno e ampiamente psichedelico, frammentario, coraggioso e incurante dell'ascoltatore, nessun altro strumento per una parentesi sonora fatta per evadere da tutto. Non fermatevi alle apparenze, è una bella prova di arte musicale astratta, improvvisa ed imprevedibile, prendere o lasciare. Consigliato l'ascolto a chi non si ritrova tra i puritani della musica di qualunque genere essa sia. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 70

mercoledì 24 giugno 2026

Grabunhold - Frostheim

#FOR FANS OF: Black Metal
Grabunhold is a perfect example of the most iconic characteristics of the German black metal scene. As with other noteworthy projects such as Mavorim, this German trio combines fierce black metal with a subtle melodic touch that defines its musical identity. Their excellent debut album, 'Heldentod', offered listeners a highly enjoyable dose of black metal, successfully striking a balance between rawness and melody.

After this remarkably solid debut, Grabunhold has meticulously crafted a sophomore album, which is always a crucial moment in any band’s career: the point where you either confirm the potential shown in your debut or risk becoming a “one good album” band. Once again supported by the prestigious label Iron Bonehead Productions, these Tolkien enthusiasts blend the epic tales of the legendary English writer with their beloved black metal sound, guiding listeners on a dark journey through the lands of Mordor.

Those who discovered the band through their debut will find 'Frostheim' a very familiar listen. The defining aspects of Grabunhold are clearly present in this new opus: classic black metal with a raw production approach, enriched by a distinctive melodic essence in the guitar work throughout the album. In terms of pacing, this effort is largely driven by fast and intense sections, although it also includes notably engaging mid-tempo compositions such as the excellent "Schreckenszauber."

As already seen in 'Heldentod', Grabunhold is also capable of crafting longer tracks that offer a glimpse into the band’s still untapped potential. The album closer, "Eärnus Verderben," is the longest composition and arguably the most compelling. It masterfully blends fast, mid-paced, and slower sections, with particularly tasteful guitar lines. Its extended duration allows for a broader range of riffs and structural variation, making it a standout track. As I have mentioned before, the band would benefit from exploring this approach more often.

The remaining tracks follow a more consistent pattern, with shorter durations and a more straightforward, energetic pace. That said, these compositions still feature excellent guitar work and sufficient tempo variation to keep them engaging. The album opener (and second-longest track), "Der Tod wohnt in Cam Dum," deserves special mention for its acoustic intro and powerful melodic riffing. Acoustic elements also appear in another captivating track, "Reris blauer Schatten," where they serve as an atmospheric bridge between sections, working very effectively. This use of acoustic textures, along with the band’s ability to develop longer compositions, represents a valuable asset that could elevate Grabunhold’s songwriting further.

Overall, 'Frostheim' stands as a very solid successor to Grabunhold’s debut album. The band once again delivers strong black metal compositions where rawness and melody are effectively combined. On the downside, there is a sense that the band still has untapped potential. As noted, further exploration of acoustic and atmospheric elements, along with a greater focus on longer and more dynamic compositions, could help Grabunhold reach a new level and avoid repeating the same formula. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2026)
Score: 75

domenica 21 giugno 2026

Demikhov - The World as Non-Objectivity

#PER CHI AMA: Drone/Noise/Experimental
I Demikhov hanno da sempre sperimentato col rumore, continuamente e in forme diverse, per tutta la loro più che decennale carriera. Ci hanno abituato al noise hc più estremo, alternandolo a composizioni sempre rumorose e violente, ma con una forma canzone più vicina, a grandi linee, e giusto per dare un'idea di base, alle venature alternative dei Jesus Lizard o dei Lightning Bolt. In questo 'The World as Non-Objectivity', in cui si riprendono registrazioni di studio del 2023 e una esibizione al Dio Drone Festival XI del 2024, la band bresciana mostra il suo lato più minimalista, e poco importa se sia prodotto con feedback di chitarre o synth o qualche altra diavoleria, è comunque perfettamente rumorista, e mette in luce tutto il suo fervente legame al drone, quindi per antonomasia, difficilmente catalogabile e spiegabile come opera. Il rumore è la base di partenza per interferenze, esplosioni, movimenti astratti di ronzii e feedback che si muovono per tutta la durata dei brani, alternati a suoni extraterrestri e silenzi abissali. Siamo di fronte ad un formato sonoro di radicale sperimentazione, improvvisazione ed espressione sonora senza confine, che crea una distanza siderale dalle forme musicali di routine di ogni tipo. Questo tipo di sperimentazione trova sempre una sua collocazione nel filone dell'originalità, poiché non vi è possibilità di confronto, ne esiste una vera necessità a farlo, bisogna farsi coinvolgere senza se e senza ma, per coglierne il reale significato artistico. Le musiche sono state ispirate dalle opere del pittore d'avanguardia Kazimir Malevich, e per capire il senso di questo disco potrebbe tornare utile cimentarsi nella visione di tali opere durante il suo ascolto. Un collage di brani anticonvenzionali che trovano il loro epilogo nell'ultima traccia live, la title track, che supera di poco i 30 minuti con la sua proposta di puro noise/drone, rumore minimale senza ritmo o costruzione melodica, suoni disturbanti, e il rumore bianco di una vecchia radio non sintonizzata, mostrando una certa affinità con un'ipotetica soundtrack di un film che parla di un subconscio oscuro, profondo e sconosciuto. 'The World as Non-Objectivity' è alla fine un disco che risulterà molto appetibile per gli estimatori di sonorità ultra sperimentali. (Bob Stoner)

(Archaeological Records/Dio)))Drone/Acvfene Records - 2026)
Voto: 66

sabato 20 giugno 2026

Chullachaqui - Epiphanic Perdition

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Epiphanic Perdition' è il primo album dei Chullachaqui, side‑project sludge/post‑metal di Matt Cooper (voce e basso dei Vulgaris). Non è un ascolto facile, e a essere del tutto onesti, mi sa tanto che non voglia nemmeno esserlo. Cooper, che alcuni di voi già conoscono per il lavoro con il suo main project, qui si spoglia di ogni velleità strutturale per dedicarsi a un rituale fatto di fango, ripetizioni e geometrie dilatate. La sensazione, fin dall'iniziale "Yakruna", è quella di entrare in una stanza dove l'aria è densa, quasi irrespirabile, con le chitarre che mostrano quel suono stoner e fuzzy, talmente grasso da poterlo quasi toccare. Il problema è tuttavia che nei suoi oltre sette minuti, la traccia non mostri alcuna variazione al tema di fondo; percussioni e chitarre viaggiano a braccetto in un loop sciamanico che sembra promettere una pace che, in realtà, non arriverà mai. Il fulcro emotivo di questo viaggio è però la trilogia intitolata "Futility": la prima parte, "Unstoppable Force", mostra come unica differenza con la traccia d'apertura, la presenza di una voce gracchiante, poi ancora una ridondanza dronica, una tensione filosofica ancor prima che sonora, per un'altalena di suoni che persiste anche nella successiva "Immovable Object", ma anche qui prevale la noia per una stasi sonora che sembra farsi più cupa e desolante, complici peraltro i 15 minuti del brano. Il cerchio si chiude con "Death Becomes You", 40 secondi acidi come un limone andato a male e che era meglio buttare nella spazzatura. C’è spazio ancora per la melmosa "The Serpent", un pezzo doom (con voce black) che rallenta ulteriormente il passo, prima che "Oblivion" (traccia del 2023), chiuda il lavoro con gli ultimi 14 minuti e passa di un black sghembo quanto inutile, per un album troppo monolitico che non trova sicuramente il mio favore. Se cercate la melodia che vi salvi la giornata, un guizzo di genio, o qualcosa di accattivante, beh sappiate che questo decisamente non è il vostro posto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

giovedì 18 giugno 2026

Maneating Orchid - Cold Logic

#PER CHI AMA: Mathcore/Techno Death
Vi capita mai di ascoltare un disco e intuire che non ci stia parlando direttamente, ma piuttosto ci stia sfidando? È la sensazione che mi è rimasta attaccata addosso dopo ripetuti ascolti di 'Cold Logic', terzo capitolo dei Maneating Orchid. Questa band di Bangalore possiede una cultura enciclopedica del caos: dentro alla loro proposta musicale troviamo i fantasmi psichedelici dei Voivod, le accelerazioni geometriche dei Dillinger Escape Plan, le architetture malate dei Gorguts e la violenza muscolare dei Converge. Sulla carta, un paradiso per chiunque ami il metallo cerebrale e la dissonanza eletta a forma d’arte. Eppure, mentre i trentaquattro minuti dell'album scorrono implacabili, mi rendo conto che tutta quest'impressionante preparazione rischi di trasformarsi in una trappola d’acciaio lucido e freddo. Undici pezzi che, già in prossimità del terzo, "Ionized Green", finiscono per sfiancarmi e non perchè i nostri siano musicisti impreparati anzi, le chitarre e il basso s'incastrano in geometrie instabili, mentre le vocals abrasive del frontman urlano impazzite, e il batterista spinge il motore oltre i giri consentiti con una precisione chirurgica. Ma è una precisione che stanca. È come guardare un motore di Formula 1 smontato pezzo per pezzo, ne ammiri l'ingegneria, ma ti manca il brivido della velocità su strada. Certo, ci sono intuizioni affascinanti, rallentamenti improvvisi, parti sci-fi ("Neon Wraith") o imprevedibili sonorità sbilenche e atmosferiche ("Malformed Horizon") che provano a deformare la struttura classica del mathcore, ma rimangono frammenti isolati in un mare di iper-tecnicismo fine a se stesso. E penso ai 56 secondi di "Binary Contagion", una scheggia impazzita che finisce per sfociare nel grind. Tutto sembra così perfetto, eppure la perfezione geometrica è un'illusione bellissima, ma a volte l'anima si nasconde proprio in quell'errore umano che questo disco non si è mai permesso di commettere. (Francesco Scarci)

(Subcontinental Records - 2026)
Voto: 65

martedì 16 giugno 2026

Blüdwyrm - The Blissful Sleep of Ignorance

#PER CHI AMA: Sludge/Doom
C’è un momento preciso, di solito già al termine del primo minuto di un disco doom, in cui capisci se chi suona sta semplicemente replicando una formula o se sta cercando di saturare la stanza con gas nervino per impedirci di respirare. Quando parte la traccia d’apertura, "Preacher of my Own Demise', dell'EP di debutto degli inglesi Blüdwyrm, la sensazione non è quella di venire travolti da un’ondata di fango primordiale, piuttosto quella di sfogliare un catalogo di cliché sludge/doom già ampiamente codificati trent’anni fa da gente come Electric Wizard o primi Cathedral. Il problema principale di 'The Blissful Sleep of Ignorance' non sta nella perizia tecnica dei musicisti, che sanno perfettamente dove mettere le mani, né in una produzione volutamente sporca, registrata ai Poole Gateway Studios. Il vero limite è che ogni singolo riff, ogni passaggio di batteria e ogni linea vocale del frontman sembrano calcolati a tavolino per rientrare nei canoni di un genere che, oggi più che mai, avrebbe bisogno di maggior personalità e non di semplici restauratori. Si avverte una totale mancanza di quell'imprevedibilità che rende il metal estremo una materia viva; tutto scorre esattamente come ti aspetti, con una pesantezza prevedibile che, traccia dopo traccia, si trasforma in noia. Persino il singolo "The Vultures", che nelle intenzioni dovrebbe mordere e mostrare il lato più dinamico del trio di Bournemouth, si trascina senza una reale zampata, finendo per suonare come una b-side sbiadita dei Cathedral di 'Forest of Equilibrium'. C’è un momento preciso poi, durante i sei minuti abbondanti della conclusiva "Pesticides", in cui la dilatazione psichedelica e le stratificazioni di chitarra di Alex Jones dovrebbero creare un’atmosfera claustrofobica e spettrale, e invece l'unica cosa che si percepisce è il peso di un minutaggio tirato troppo per le lunghe. Alla fine, non basta abbassare l’accordatura della chitarra, saturare le frequenze e gridare con voce stanca per trasmettere un disagio autentico, serve una scintilla che questo lavoro purtroppo non possiede, preferendo adagiarsi in un sonno fin troppo protetto dalle proprie influenze. (Francesco Scarci)

(Road to Masochist Records - 2026)
Voto: 50

domenica 14 giugno 2026

Vandalheart - Grey

#PER CHI AMA: Metalcore/Djent
Sulla loro pagina bandcamp, gli americani Vandalheart sembrano essersi dimenticati dello scorrere del tempo. Hanno ancora in pre-order il precedente lavoro, datato 2020, 'L|O|W|', mentre non c'è traccia di questo nuovo 'Grey', uscito il 6 giugno in tutta la sua veemenza, su Spotify. Un ritorno quello della band del Michigan che sembra configurarsi più cupo e viscerale rispetto al passato, probabilmente segnato da un qualche evento drammatico che ha portato a un’estetica che ruota esplicitamente attorno al grigio come stato mentale prima ancor che cromatico. L'impianto ritmico poggia su un metalcore moderno con una forte componente emotiva, nei paraggi di un djent/post-hardcore dai contorni scuri. La vecchia identità del gruppo, che mostrava un approccio più orientato a math rock, shoegaze, emo e toni malinconici, sembra esser stato messo da parte, per puntare su un impatto più diretto, caratterizzato da melodie amare come la vita. Lo si evince dalle iniziali "Rot" e "Let Go", che tracciano immediatamente le coordinate del disco, prima di scivolare in un brano come "Time" che mostra invece una maggior propensione alla malinconia, all'urgenza emotiva, e a una vulnerabilità espressiva che sembra esser l'unica arma rimasta. Non sono un fan del genere, eppure 'Grey' l'ho apprezzato non poco, per una certa freschezza delle sue idee, sebbene il rischio di restare troppo legato a formule già note del metal moderno se la scrittura non spinge abbastanza oltre il sentiment, sia abbastanza forte. La tracklist si completa con altri brani più o meno interessanti: dall'accomodante "Rock Bottom" a "Pseudo", che vede una collaborazione con gli Oceans Ate Alaska, in quello che in realtà è il brano più caotico (anche se "Vacant" sfiora il deathcore con i suoi letali breakdown) e che forse meno ho apprezzato nel disco. Se "Hell" lascia intuire una scrittura tesa, dolorosa, costruita con un lessico emotivo talmente diretto da risultare quasi indiscreto, la conclusiva "Grey (Silence)", con le sue atmosfere opprimenti, funziona come il vero perno di questo immaginario pesante, una stanza vuota dove l'assenza di rumore, fa più male di uno schiaffo in pieno viso. (Francesco Scarci)

(Arson Theory - 2026)
Voto: 72

sabato 13 giugno 2026

Ersedu - Gore

Ascolta "Ersedu_Gore" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Death
Tra le cose più intriganti di questo 2026, c'è 'Gore', il nuovo EP concettuale degli ucraini Ersedu, un lavoro che prova a cercare uno spiraglio tra le maglie della nostra mente, per appollaiarsi tra le nostre inquietudini più profonde. Non parliamo di un'uscita come le altre. La band ha infatti concepito questo progetto come il primo tassello di una serie di lavori dedicata ai colori, inaugurando tale percorso con il rosso. Ma il rosso, tra queste note, smette di essere un semplice colore per trasformarsi in un simbolo totalizzante, un filo conduttore che unisce la violenza del sangue al calore della passione. Gli Ersedu si muovono su coordinate symphonic death e dark cinematic metal, una definizione che sulla carta rischia di suonare fredda, ma che qui si traduce in un'atmosfera oscura, quasi teatrale. L'ascolto è suddiviso in quattro capitoli ovviamente connessi tra loro. Si comincia dalla solennità marziale di "God of War", un’intro epic-orchestrale che stabilisce immediatamente le regole del gioco, per poi scivolare nella dimensione sinfonica di "Offering", dove la ritmica schiacciasassi e il growling del frontman, vengono stemperati dalle sensuali vocals di una gentil donzella, in un sound che per certi versi, mi ha evocato l'orchestralità dei Septicflesh. La tensione si fa ancor più funerea e serrata con "Reap Souls", dove a duettare nuovamente sono le voci dei due cantanti (ammetto tuttavia di non essere cosi sicuro che il growl non sia opera sempre della suddetta gentil donzella, visto che nè bandcamp nè il sito della band rivela la line-up del misterioso trio incappucciato) sopra un tappetto sinfonico, plumbeo e cinematico. Si arriva infine al contrasto più affascinante del lotto: "Eros". Inserire il desiderio e la carnalità dentro un impianto sonoro così cupo ed estremo è una scelta coraggiosa, in un pezzo che alla fine, ti lascia lì, con l'ultima nota che vibra nell'aria e una strana sensazione di nudità, consapevole che il rosso non è il colore della vita che continua, ma quello del sangue che sgorga da una ferita che ti ricorda che sei ancora vivo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

venerdì 12 giugno 2026

Aeonus - Омикрон Эридана

#PER CHI AMA: Cosmic Black Metal
A volte capita di guardare fuori dalla finestra, nel cuore di una notte qualunque, e sentire che le luci della città non sono altro che piccoli spilli conficcati in un lenzuolo troppo scuro. Cerchi qualcosa che non ti consoli ma che sia comunque capace di dare una forma, una dignità geometrica a quel vuoto che porti dentro. Desideri un suono che non abbia paura di essere immenso, freddo, persino crudele, ma che in qualche modo sappia esattamente in quale angolo della tua anima andare a riflettersi. È proprio in questa frattura che si colloca 'Омикрон Эридана', il nuovo capitolo degli Aeonus, creatura solitaria del musicista russo Mordorkonan. Qui troverete un'aria rarefatta che sa tuttavia di cenere stellare e di inverni che non hanno mai visto la luce. Siamo nei territori di un cosmic atmospheric black metal che non teme di concedersi lunghe deviazioni progressive; un viaggio lungo, monolitico e profondamente immersivo che, sebbene non pretenda di rivoluzionare il genere, riesce a mantenersi costantemente in orbita. Quattro pezzi dalle durate importanti (dai 9 ai 21 minuti), e dai titoli emblematici, in cui le chitarre creano una tessitura ampia, stratificata, più vicina a una colonna sonora per il collasso di una galassia che non alla classica lama affilata della scuola norvegese, mentre le parti vocali, quando emergono, si muovono su un registro disumano e aspro, perfettamente integrato in quest'estetica della catastrofe. Brani come "F0III" aprono immediatamente una voragine di energia scura, una dissoluzione che percepisci come un'esperienza fisica ancor prima che metafisica. Subito dopo, i 19 minuti di "K0.5V" spingono sulla distruzione materiale, riducendo mondi in cenere e configurandosi forse come l'episodio più devastante dell'intero lotto, sebbene un più etero e grandioso finale. "DA4" sembra trovare un perfetto punto d'equilibrio tra la grandiosità e il senso di annichilimento, attraverso un black atmosferico solido e collaudato. È infine con i 21 minuti di "M4.5Ve", che il disco trova il suo vero centro gravitazionale, un viaggio verso il silenzio assoluto, un deserto di pianeti morti dove la band indulge in una ridondanza sonica, smarrendo un briciolo di tensione pur di farci assaporare la totale assenza di gravità. 'Омикron Эридана' è un album davvero interessante che si limita a mostrarci come il vuoto non sia un'assenza di vita, ma lo spazio esatto che lasciamo alle cose che non siamo mai riusciti a dimenticare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

giovedì 11 giugno 2026

Kokomo - Whip

#PER CHI AMA: Post Metal
Sette anni. Sette anni di silenzio, fatto salvo per quel live al Kulturkirche Liebfrauen del 2021, per tornare con un nuovo disco, 'Whip'. I Kokomo, band originaria di Duisburg, ci ha messo tanto per acquisire una nuova consapevolezza e tornare a proporre il loro sound, fatto di corrosivo post metal. La rabbia dilaniante dell'iniziale "A Torinói Ló" ci regala sei minuti di una densità spaventosa che, paradossalmente, evocano l'immagine di un qualcosa di bloccato, una pietra pesante che si rifiuta di rotolare. Quelle voci urlate, strozzate e caustiche in sottofondo non fanno che aumentare un senso di disagio, che aleggia in realtà lungo tutti i 38 minuti del disco. Il tremolo picking di "1758 Times of Weird Sadness" prova a toglierci di dosso quel peso, quel senso di non essere nel posto giusto al momento giusto, ma con un titolo del genere, cosa ci possiamo aspettare, se non addirittura una sorta di allargamento del disagio già sperimentato nell'opening track. La band enfatizza infatti quel sound scaraventandocelo addosso in una forma ancor più tagliente, che sfiora addirittura il black metal. Le nubi provano a scomparire nel finale, e in effetti "Thigh Kick Knockout Fake" sembra restituirci una fiducia che sembrava persa completamente, in un pezzo dal taglio più contemplativo e rilassato, al pari della successiva "5am", sebbene la seconda metà, dove una voce femminile si accosta al corrosivo cantato del frontman, lanci presagi oscuri all'orizzonte. Subito dopo, "The Lonesome Foghorn Blows" evoca una moltitudine di emozioni: solitudine, rabbia, abbandono, e inadeguatezza mi lasciano li a provare a dare una forma esatta al mio di dolore. In chiusura, "Trümmer Deluxe" sancisce come le nostre difese siano definitivamente crollate e che l'unica cosa da fare sia guardarsi allo specchio e smetterla di mentire. 'Whip' alla fine è un album emotivamente impegnativo, un regalo per chi sa che sette anni passati su sei canzoni non sono pigrizia, ma il tempo necessario per dare una forma esatta al proprio dolore. (Francesco Scarci)

(Dunk!Records - 2026)
Voto: 75

martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

domenica 7 giugno 2026

Vanessa Van Basten - Yes

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze
Ci sono dischi che arrivano senza far troppo rumore e ti entrano dentro come una corrente d'aria fredda sotto una porta chiusa: 'Yes' dei romani Vanessa Van Basten, è esattamente uno di questi. La band di Morgan Bellini e Stefano Parodi, la seguo fin dagli esordi e i loro lavori compaiono nella mia collezione, sebbene, come spesso ho detto, non sia un fan dei dischi strumentali. Tuttavia, grazie a un sound che si muove in quell’angolo d’ombra, dove il post-rock si sporca con la fangosità dello sludge, e le chitarre shoegaze diventano muri di nebbia impenetrabili, i nostri hanno saputo trovarsi un posto nella mia parete di cd. Il disco apre con "Dying In My Bed", un titolo forte, che suona già come una dichiarazione d'intenti e che si stabilizza subito su toni sospesi e oppressivi, come una coperta troppo pesante in piena estate. Largo spazio viene lasciato alla componente strumentale, ma quando la voce fa la sua entrata beh, le cose vanno alla grande. Certo, poi arriva la robusta fisicità di "Spittincotton" e le chitarre smettono di fluttuare nell'aria e ci schiacciano sul petto, ricordandoci come il dolore abbia sempre una consistenza materiale. Con "Giornata de Legno" riprendono spazio quegli squarci shoegaze, e la sensazione è in realtà di quotidianità domestica. Mi sono immaginato infatti quei casolari in Toscana, con le finestre tutte aperte in una giornata di sole, la tavola apparecchiata e i bimbi che corrono in cortile; merito di un sound ancorato tra shoegaze e post rock, sebbene il finale nasconda nuvoloni neri all'orizzonte. Dopo la calma siderale di "Heartheaven", un pezzo dai tratti quasi ambient, il disco trova il suo acme in "La Vita è la Droga della Morte", un brano di ben 13 minuti (non una novità in casa VVB) che irrompe con una certa solarità per spingersi, dopo improvvise fiammate di violenza controllata (verso il quarto minuto), a spazi più cupi, malinconici e dilatati, ma pure più pesanti, soprattutto dal decimo minuto in poi, complice un rifferama solido e compatto. "Nicaragua" chiude i giochi con fare suadente, assorbendoci nella sua soffice e cinematica struttura musicale, prima di catapultarci inaspettatamente in una telecronaca del Milan di Gullit/Van Basten, a cura di Bruno Pizzul, e martellandoci successivamente con una ritmica che mi lascia lì, disorientato e piantato a fissare il soffitto, ascoltando l'ultimo accordo che sfuma nel buio. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2026)
Voto: 74

sabato 6 giugno 2026

Demonologists and Vainoras – Plantae Arcanus

#PER CHI AMA: Ambient/Noise/Jazz/Doom
Parlare di un nuovo album dei Demonologists è sempre un'impresa ardua, visto che il materiale sonoro da analizzare è talmente ampio e variegato che accostarlo a qualcuno o qualcosa, alla fine risulti veramente difficile. I temi musicali da affrontare sono tanti: industrial, darkwave, harsh noise, ambient, musica da cabaret, elettronica, black e doom, il tutto fuso insieme in un grande forziere contenente pepite sonore di puro oro lucente. Se poi sulla strada della band americana s'inserisce anche la figura del polistrumentista australiano Terry Vainoras, già con i Vainoras and the Altar of the Drill e altri numerosi progetti, ecco che si rende necessario aggiungere alla lunga lista dei generi trattati, anche il dark jazz. Quindi, avremo una colonna sonora che al chiaro di una luna piena sarà la sinfonia perfetta per l'apparire dei lupi mannari, e se calerà la nebbia in questa notte, aspettatevi uno scenario tra vie strette e oscure ottimo per le avventure macabre di Jack lo squartatore. Effetti sonori cinematografici, spazi ampi e sonorità ipnotiche riverse in rigurgiti jazz e un'attitudine esoteric black, anche se qui non si acclamano chitarre ma ambientazioni thriller in salsa doom, cosparse di jazz noir ovunque. L'album è una specie di concept, o comunque una serie di brani legati tra loro ideologicamente, sulle piante officinali d'oscura e varia natura presenti in medicina, usate in epoche differenti e situate nel mondo in posti diversi tra loro. Una tematica intellettuale e atipica che rende l'opera ancor più attraente e stimolante per l'ascoltatore attento. Musicalmente, ci si immerge in un sound buio, dove persino il ronzio di una mosca partecipa all'insieme sonoro del brano "Psychotria Viridis" (un'antica pianta sciamanica precolombiana), e per identificarne il suono, potrei dire che potrebbe essere idealmente il punto dove il Dale Cooper Quartet & Dictaphones incontra l'industrial degli Skynny Puppy e la malinconia di dischi come 'A Quick Fix of Melancholy' o 'Perdition City' degli Ulver, decomposto, con la raffinatezza estrema e, ovviamente in una forma più nera, che si può trovare in alcune delle complesse e decadenti composizioni astratte dei dimenticati The Legendary Pink Dots. Un mix letale che trova la sua apoteosi nel brano "Brvgmansia Genvs" (pianta decorativa altamente velenosa), che palesa una cadenza cabarettistica di piano, tra ritmi marziali e ambientazione da film horror, con il superlativo sax di Vainoras a impreziosire il tutto, ancora tra voci sussurrate, lamenti vari e un jazz da club sotterraneo. In sintesi, la collaborazione di queste due realtà musicali ha generato una colonna sonora underground davvero interessante, dal suono denso e profondo, cupo e sinistro, molto ragionato nei suoi molteplici minimi dettagli, un microcosmo di suoni che risulterà ai più di sola nicchia, ma chi lo apprezzerà, lo farà in maniera smodata e ne sarà inebriato. L'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” KÃ¥rstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)

martedì 2 giugno 2026

Monsieur Thibault – Port Cucu

#PER CHI AMA: Experimental/Alternative
C'è qualcosa che non mi spiego in questo nuovo e terzo album dei Monsieur Thibault, band che sicuramente non sfigura tra le file della interessante etichetta francese Dur et Doux, e che trovo perfettamente in linea con le sue stravaganti uscite, ma qualcuno mi deve spiegare come un disco possa cambiare completamente umore musicale e in parte le sue coordinate stilistiche, dopo la prima metà del suo percorso. Infatti, i primi quattro brani di 'Port Cucu', attingono da realtà sonore molto ampie e variegate provenienti dal mondo del prog e del jazz rock, Steve Howe e soci, i Primus di 'The Desaturating Seven', i progsters Samla Mammas Lanna, Frank Zappa, per uno stile personale, ricco in cambi di tempo inaspettati e sorprese musicali sempre dietro l'angolo, con un impatto notevole, sarcastico e dinamico, almeno fino al quarto brano, "Papanari". Dopo questo, l'impeto si dirada, selezionando e dividendo gli stili in maniera selettiva. La band non rinuncia al suo status e modus operandi ma il basso cambia completamente registro diventando più addomesticato, e un brano come "Maze" si trasforma in uno standardizzato math rock moderno, mentre "C'est Bien", una normale e curiosa song pop dal buon taglio jazz. Senza nulla togliere alla bravura e alla tecnica di questi musicisti, preferisco mille volte il piglio compositivo delle prime quattro canzoni, dove i generi si scontravano in campo aperto. Lì, l'esotico tocco caraibico alla David Byrne tende agguati al progressive rock di scuola Gong, Yes o di casa Karisma Records con le vocals che rincorrono ricordi d'avanguardia care ad artisti come Joan la Barbara e Meredith Monk e comunque, in certi momenti ben mirati, si mette in luce una componente di potente alternative rock e neo prog, sulla scia di band culto come Anekdoten o Arabs in Aspic. Nella seconda metà del disco tutta questa commistione di generi, questo crossover di stili va a sfumare, non scompare ma si normalizza, i brani sono sempre più rarefatti, meno folli e non contengono l'esplosività ostentata in precedenza e che contraddistingue i primi pezzi (i cambi di tempo di "BBT Beddy-Bye Time" sono pazzeschi!), chiudendo le composizioni all'interno di recinti più definiti, ovviamente recinti dorati, sia ben chiaro, perchè la band suona che è un piacere, ma l'idea che mi hanno lasciato alla fine è la stessa che si ha quando si va ad ascoltare 'And Then There Were Three...'dei Genesis, che è bello ma non è come dovrebbe essere. Nell'insieme, al netto di questa mia personale sensazione, alla fine dell'ascolto, ci troviamo davanti a un disco molto ben fatto e ben suonato, di sicuro valore artistico e compositivo. Un album indicato ad ascoltatori attenti e appassionati di suoni aperti a molte varianti e cambi di stile, fatti da una band alla ricerca di nuove forme di espressione per la propria arte, magari più morbida, meno frastagliata, per cui questo disco ne è la prova, la prima impronta di un' evoluzione futura. (Bob Stoner)

(Dur et Doux - 2026)
Voto: 65

lunedì 1 giugno 2026

Numen - Erre

Ascolta "Numen_Erre" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black Metal
'Erre' dei Numen si presenta come un ritorno assai atteso nel black metal: un disco cantato interamente in lingua euskera (il basco), e legato a credenze antiche, caccia alle streghe e Santa Inquisizione. Fuori nei prossimi giorni per la Les Acteurs de l’Ombre Productions, il disco si dipana attraverso un black metal old-school, rapido, aggressivo e dalle tinte melodiche, con una componente epica e improvvisi passaggi progressivi. Lo si evince bene dalle note dell'iniziale "Kez Beteriko Zeru Penatua", esempio di furia cieca black sparata ai mille all'ora che solo in taluni passaggi, apre a porzioni più atmosferiche. È chiaro che l'intento dei nostri punti chiaramente a una resa ruvida, a discapito di porzioni più ariose, che comunque troverete nell'album, al pari di riferimenti folklorici che già nell'incipit si palesano in un finale più melodico e affabile, ideale per ristorarci prima della successiva battaglia, affidata a "Negu Itxian Urtarril Hotza". La chitarra di Jabo innalzata al cielo, come una spada fiammeggiante nella notte, le percussioni tambureggianti di Sistre e le urla furiose del vocalist Aritz, caratterizzano un brano che di nuovo non ha nulla da mostrare e che mette a rischio la band nel rimanere prigioniera di una formula già scritta, e ormai troppo prevedibile nel 2026, da chi soprattutto mastica questo genere da quasi 30 anni. Anche i successivi brani, i cui titoli sembrano formule magiche scritte su pietra, soffrono cronicamente di questo problema e, pur evocando un finale apocalittico nella conclusiva "Euria Infernuko Sutan" (significa pioggia all'inferno), corrono il rischio di finire nel dimenticatoio con una certa celerità. Quindi, se cercate un ritornello che vi salvi la giornata, avete decisamente sbagliato indirizzo, qui troverete solo fuoco e cenere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 62

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domenica 31 maggio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising
Trelldom - ...By the Word...
Gravity Sparks - The Dying Room

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Death8699

Moonspell - Night Eternal
Sepultura - Beneath The Remains
Sepultura - Arise