sabato 6 giugno 2026

Demonologists and Vainoras – Plantae Arcanus

#PER CHI AMA: Ambient/Noise/Jazz/Doom
Parlare di un nuovo album dei Demonologists è sempre un'impresa ardua, visto che il materiale sonoro da analizzare è talmente ampio e variegato che accostarlo a qualcuno o qualcosa, alla fine risulti veramente difficile. I temi musicali da affrontare sono tanti: industrial, darkwave, harsh noise, ambient, musica da cabaret, elettronica, black e doom, il tutto fuso insieme in un grande forziere contenente pepite sonore di puro oro lucente. Se poi sulla strada della band americana s'inserisce anche la figura del polistrumentista australiano Terry Vainoras, già con i Vainoras and the Altar of the Drill e altri numerosi progetti, ecco che si rende necessario aggiungere alla lunga lista dei generi trattati, anche il dark jazz. Quindi, avremo una colonna sonora che al chiaro di una luna piena sarà la sinfonia perfetta per l'apparire dei lupi mannari, e se calerà la nebbia in questa notte, aspettatevi uno scenario tra vie strette e oscure ottimo per le avventure macabre di Jack lo squartatore. Effetti sonori cinematografici, spazi ampi e sonorità ipnotiche riverse in rigurgiti jazz e un'attitudine esoteric black, anche se qui non si acclamano chitarre ma ambientazioni thriller in salsa doom, cosparse di jazz noir ovunque. L'album è una specie di concept, o comunque una serie di brani legati tra loro ideologicamente, sulle piante officinali d'oscura e varia natura presenti in medicina, usate in epoche differenti e situate nel mondo in posti diversi tra loro. Una tematica intellettuale e atipica che rende l'opera ancor più attraente e stimolante per l'ascoltatore attento. Musicalmente, ci si immerge in un sound buio, dove persino il ronzio di una mosca partecipa all'insieme sonoro del brano "Psychotria Viridis" (un'antica pianta sciamanica precolombiana), e per identificarne il suono, potrei dire che potrebbe essere idealmente il punto dove il Dale Cooper Quartet & Dictaphones incontra l'industrial degli Skynny Puppy e la malinconia di dischi come 'A Quick Fix of Melancholy' o 'Perdition City' degli Ulver, decomposto, con la raffinatezza estrema e, ovviamente in una forma più nera, che si può trovare in alcune delle complesse e decadenti composizioni astratte dei dimenticati The Legendary Pink Dots. Un mix letale che trova la sua apoteosi nel brano "Brvgmansia Genvs" (pianta decorativa altamente velenosa), che palesa una cadenza cabarettistica di piano, tra ritmi marziali e ambientazione da film horror, con il superlativo sax di Vainoras a impreziosire il tutto, ancora tra voci sussurrate, lamenti vari e un jazz da club sotterraneo. In sintesi, la collaborazione di queste due realtà musicali ha generato una colonna sonora underground davvero interessante, dal suono denso e profondo, cupo e sinistro, molto ragionato nei suoi molteplici minimi dettagli, un microcosmo di suoni che risulterà ai più di sola nicchia, ma chi lo apprezzerà, lo farà in maniera smodata e ne sarà inebriato. L'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” KÃ¥rstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)

martedì 2 giugno 2026

Monsieur Thibault – Port Cucu

#PER CHI AMA: Experimental/Alternative
C'è qualcosa che non mi spiego in questo nuovo e terzo album dei Monsieur Thibault, band che sicuramente non sfigura tra le file della interessante etichetta francese Dur et Doux, e che trovo perfettamente in linea con le sue stravaganti uscite, ma qualcuno mi deve spiegare come un disco possa cambiare completamente umore musicale e in parte le sue coordinate stilistiche, dopo la prima metà del suo percorso. Infatti, i primi quattro brani di 'Port Cucu', attingono da realtà sonore molto ampie e variegate provenienti dal mondo del prog e del jazz rock, Steve Howe e soci, i Primus di 'The Desaturating Seven', i progsters Samla Mammas Lanna, Frank Zappa, per uno stile personale, ricco in cambi di tempo inaspettati e sorprese musicali sempre dietro l'angolo, con un impatto notevole, sarcastico e dinamico, almeno fino al quarto brano, "Papanari". Dopo questo, l'impeto si dirada, selezionando e dividendo gli stili in maniera selettiva. La band non rinuncia al suo status e modus operandi ma il basso cambia completamente registro diventando più addomesticato, e un brano come "Maze" si trasforma in uno standardizzato math rock moderno, mentre "C'est Bien", una normale e curiosa song pop dal buon taglio jazz. Senza nulla togliere alla bravura e alla tecnica di questi musicisti, preferisco mille volte il piglio compositivo delle prime quattro canzoni, dove i generi si scontravano in campo aperto. Lì, l'esotico tocco caraibico alla David Byrne tende agguati al progressive rock di scuola Gong, Yes o di casa Karisma Records con le vocals che rincorrono ricordi d'avanguardia care ad artisti come Joan la Barbara e Meredith Monk e comunque, in certi momenti ben mirati, si mette in luce una componente di potente alternative rock e neo prog, sulla scia di band culto come Anekdoten o Arabs in Aspic. Nella seconda metà del disco tutta questa commistione di generi, questo crossover di stili va a sfumare, non scompare ma si normalizza, i brani sono sempre più rarefatti, meno folli e non contengono l'esplosività ostentata in precedenza e che contraddistingue i primi pezzi (i cambi di tempo di "BBT Beddy-Bye Time" sono pazzeschi!), chiudendo le composizioni all'interno di recinti più definiti, ovviamente recinti dorati, sia ben chiaro, perchè la band suona che è un piacere, ma l'idea che mi hanno lasciato alla fine è la stessa che si ha quando si va ad ascoltare 'And Then There Were Three...'dei Genesis, che è bello ma non è come dovrebbe essere. Nell'insieme, al netto di questa mia personale sensazione, alla fine dell'ascolto, ci troviamo davanti a un disco molto ben fatto e ben suonato, di sicuro valore artistico e compositivo. Un album indicato ad ascoltatori attenti e appassionati di suoni aperti a molte varianti e cambi di stile, fatti da una band alla ricerca di nuove forme di espressione per la propria arte, magari più morbida, meno frastagliata, per cui questo disco ne è la prova, la prima impronta di un' evoluzione futura. (Bob Stoner)

(Dur et Doux - 2026)
Voto: 65

lunedì 1 giugno 2026

Numen - Erre

Ascolta "Numen_Erre" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black Metal
'Erre' dei Numen si presenta come un ritorno assai atteso nel black metal: un disco cantato interamente in lingua euskera (il basco), e legato a credenze antiche, caccia alle streghe e Santa Inquisizione. Fuori nei prossimi giorni per la Les Acteurs de l’Ombre Productions, il disco si dipana attraverso un black metal old-school, rapido, aggressivo e dalle tinte melodiche, con una componente epica e improvvisi passaggi progressivi. Lo si evince bene dalle note dell'iniziale "Kez Beteriko Zeru Penatua", esempio di furia cieca black sparata ai mille all'ora che solo in taluni passaggi, apre a porzioni più atmosferiche. È chiaro che l'intento dei nostri punti chiaramente a una resa ruvida, a discapito di porzioni più ariose, che comunque troverete nell'album, al pari di riferimenti folklorici che già nell'incipit si palesano in un finale più melodico e affabile, ideale per ristorarci prima della successiva battaglia, affidata a "Negu Itxian Urtarril Hotza". La chitarra di Jabo innalzata al cielo, come una spada fiammeggiante nella notte, le percussioni tambureggianti di Sistre e le urla furiose del vocalist Aritz, caratterizzano un brano che di nuovo non ha nulla da mostrare e che mette a rischio la band nel rimanere prigioniera di una formula già scritta, e ormai troppo prevedibile nel 2026, da chi soprattutto mastica questo genere da quasi 30 anni. Anche i successivi brani, i cui titoli sembrano formule magiche scritte su pietra, soffrono cronicamente di questo problema e, pur evocando un finale apocalittico nella conclusiva "Euria Infernuko Sutan" (significa pioggia all'inferno), corrono il rischio di finire nel dimenticatoio con una certa celerità. Quindi, se cercate un ritornello che vi salvi la giornata, avete decisamente sbagliato indirizzo, qui troverete solo fuoco e cenere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 62

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domenica 31 maggio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising
Trelldom - ...By the Word...
Gravity Sparks - The Dying Room

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Death8699

Moonspell - Night Eternal
Sepultura - Beneath The Remains
Sepultura - Arise

venerdì 29 maggio 2026

Palmer Generator - Corpo Celeste

#PER CHI AMA: Post Rock Strumentale
I Palm Generator sono una band che non si dimentica facilmente. Composta da padre, figlio e zio, questa formazione marchigiana rappresenta un raro esempio di intima alchimia famigliare tradotta in musica. Il loro nuovo album, 'Corpo Celeste', prosegue lungo la scia stilistica a cui ci hanno abituato in passato: un percorso diviso in quattro movimenti distinti, dove melodie ipnotiche, sinfonie cosmiche e atmosfere cinematiche, si fondono per dar vita a un’esperienza musicale intensa e immersiva. Sin dal primo brano, "Corpo Celeste I", il trio ci conduce per mano verso un viaggio sonoro che sembra esplorare l’infinito. In questo pezzo, lo spazio tra una nota e l’altra si dilata magistralmente, fino a disorientarci e farci perdere qualsiasi punto di riferimento. Le chitarre e le percussioni s'intrecciano in strati che crescono lentamente, quasi con una pazienza monacale, oscillanti tra eco vibranti post-rock e una psichedelia profonda e oscura, simile alla sensazione di guardare attraverso un telescopio puntato verso il nulla. Non c'è però da aspettarsi svolte stilistiche clamorose rispetto ai lavori precedenti. La band rimane fedele al suo caratteristico sound onirico e introspettivo, dimostrando ancora una volta, una sorprendente capacità interpretativa nel mesmerizzare l'ascoltatore. Ovvio, se state cercando il ritornello da canticchiare in macchina, vi trovate decisamente nel posto sbagliato: questa è musica per chi cerca un’esperienza più complessa e meditativa. 'Corpo Celeste' richiede disciplina e un ascolto consapevole, magari al buio, in quel momento sospeso in cui il mondo non esercita più pretese e ci lascia finalmente liberi di perderci. Arriviamo a "Interludio", un ponte estatico, di quasi sette minuti, che ci accompagna attraverso le sue trame lisergiche, in una transizione fluida verso il terzo movimento, "Corpo Celeste II". Qui ci attendono altri dieci minuti di armonie meditative capaci di farci sentire sospesi a metà tra la terra e l'ignoto. Il viaggio si chiude con "Coda", ultima traccia di un album che con i suoi suoni profondamente contemplativi, sembra quasi condurci in una lezione di yoga intergalattica. 'Corpo Celeste' è alla fine un disco da esplorare senza fretta, per palati raffinati e anime sognanti, perfetto per chi ama immergersi in atmosfere avvolgenti e concettuali. (Francesco Scarci)

(Bloody Sound - 2026)
Voto: 74

mercoledì 27 maggio 2026

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising

Ascolta "Dimmu Borgir_Grand Serpent Rising" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C’è una strana forma di rassegnazione che ti assale quando aspetti qualcosa per otto anni, che ti fa guardare il cielo sperando di veder comparire di nuovo un lampo familiare, pur sapendo che, molto probabilmente, vedrai invece le solite nuvole grigie. Quando i Dimmu Borgir hanno annunciato l’uscita di 'Grand Serpent Rising', ero eccitato e preoccupato al tempo stesso, quasi stessi sentendo quella vecchia cicatrice ricominciare a prudere. Mi sono chiesto se ci fosse ancora del veleno in corpo alla band che aveva ridefinito i confini del symphonic black metal più di trent'anni fa, o se la proposta della band seguisse le orme del deludente 'Eonian'. La risposta, purtroppo, non è un urlo trionfale, ma un monumentale lavoro lungo 69 minuti che riflette una volontà tanto ambiziosa quanto poi in realtà, discontinua. Ascoltando la nuova release dell'ensemble norvegese si ha come l'impressione di camminare tra le stanze di un castello immenso, dove i corridoi cercano disperatamente di evocare i fasti di un tempo, mentre i saloni principali restano schiacciati sotto il peso di una pomposità barocca e teatrale. La produzione è al solito, un muro di suoni stratificati, una cattedrale di tastiere, sezioni orchestrali e frangenti gotici. Eppure, proprio quest'abbondanza finisce per essere la zavorra del disco: c'è infatti troppa materia che allunga il brodo, troppe composizioni, soprattutto nella seconda metà del disco, che accumulano quella percezione di già sentito, disperdendo quella tensione emotiva che un tempo toglieva il fiato. Quando parte "Ascent", mi sono illuminato nell'ascoltare un sound quasi miracoloso, tra la brutalità primordiale e la grandeur orchestrale, un qualcosa che la band non scriveva da anni. Tuttavia è già dal brano successivo, "As Seen in the Unseen", che non mi è chiaro dove i nostri vogliano andare a parare; sembra manchi la convinzione dei giorni migliori, forse per quel costante  desiderio di inseguire un'atmosfera che sembra voglia stemperare la furia dei nostri, nel tentativo di accontentare un po' tutti. Non sono affatto male gli arrangiamenti ma, si c'è sempre un ma, che rende l'ascolto poco a fuoco. Arriva "The Qryptfarer", e qui l'uso delle keys torna a tessere quelle trame raffinate che evocano lontanamente 'Enthrone Darkness Triumphant', ma che poi si perdono in una ridondanza ritmica quasi fastidiosa. E sta proprio qui il canovaccio di un disco che vede ogni suo brano partire alla grande, ma che finisce poi di perdersi nelle labirintiche trame di un qualcosa che puzza di una prevedibilità da manuale, che sa più di conservazione che di vera urgenza artistica. Non è un disastro, sia chiaro, le qualità degli scandinavi rimangono intatte, ma sembra che ci sia una svogliatezza di fondo dalla quale i Dimmu Borgir stentano a riprendersi. Non siamo di fronte al crollo di un impero, ma piuttosto alla sua lenta, maestosa burocratizzazione. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2026)
Voto: 66

martedì 26 maggio 2026

Gravity Sparks - The Dying Room

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Avete presente quel momento, nel cuore della notte, in cui ogni minimo scricchiolio della casa sembra amplificare i pensieri? Ti rigiri tra le coperte e ti rendi conto che non stai cercando il sonno, ma una risposta. Ecco, a me capita ogni notte, ed è proprio in questa penombra dell'anima che si sistemano i Gravity Sparks e il loro EP 'The Dying Room'. Si tratta di un lavoro di alternative rock che genera una tensione sottopelle sin dal suo lungo epilogo, una malinconia narrativa che non ha certo bisogno di urlare per farsi sentire. "Epilogue" è quindi molto convincente sebbene i suoi tratti strumentali, ma è con "Call Me" che la band ci spinge a scavare ulteriormente nel nostro io interiore e lo fa attraverso i vocalizzi delicati del frontman e a un suono che miscela prog, rock, alternative con un approccio crepuscolare, onirico che evoca stanze chiuse, confessioni sussurrate a denti stretti e scadenze interiori. Il sound dei nostri, di cui non ho trovato fondamentalmente alcuna informazione in rete, induce un brivido familiare, una nudità emotiva che fa quasi male, grazie soprattutto alla voce del cantante che nella title track si fa ancor più intima. "Waiting for the Death" prosegue lungo questo filo invisibile, che si dipana attraverso caratteristiche musicali assimilabili ai polacchi Riverside o alle cose più introspettive degli Anathema. 'The Dying Room' è un lavoro piacevole, forse troppo breve (20 minuti in cinque brani), dedicato a chi sa perfettamente cosa significhi sentirsi vulnerabili e, per una volta, decide di non vergognarsene e anzi, si mette a nudo (e la conclusiva "Naked" ne è il manifesto). Alla fine, il silenzio che resta dopo l'ultima nota non è vuoto, è solo il posto in cui le nostre paure hanno finalmente smesso di fare rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 72

lunedì 25 maggio 2026

Artillery - Made in Hell

#PER CHI AMA: Thrash Metal
Il tempo non cancella nulla, si limita a stratificarsi sopra le cose, come la polvere sugli scaffali. Te ne stai a guardare un’uscita discografica e pensi quanti inverni sono passati da quando certe formule sembravano l'unica risposta possibile al rumore del mondo. Con gli Artillery dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di ben 44 anni: era il 1982 infatti, quando il quintetto di Taastrup si formava. Da allora, la band danese ha macinato parecchi chilometri e riff senza cercare troppe rivoluzioni, evitando anche quella patetica rincorsa alla giovinezza che spesso rende i veterani una caricatura di se stessi. Se ne escono cosi con questo EP, 'Made in Hell', un dischetto che mette insieme due canzoni nuove di zecca, una rilettura del passato ("Into the Universe", estratto dal mitico 'Fear of Tomorrow') e un pezzo registrato dal vivo ("The Almighty"). Diamo un ascolto ai primi due, la vera novità quest'oggi: la title track apre con echi che mi hanno riportato a 'Master of Puppets', muovendosi sui binari di un thrash metal dotato di un suono secco, frontale, e che non ha bisogno di troppi trucchi per farsi spazio nel petto di chi ascolta. I nuovi membri, il cantante Martin Steene, il chitarrista René Loua e il batterista Frederik Kjelstrup Hansen, mantengono intatta quella precisione chirurgica che da sempre è il marchio di fabbrica degli Artillery. Analogamente, "Ghost in the Machine" fa il suo, proponendo un suono che sembra virare in territori quasi più oscuri, un ponte gettato tra ciò che è stato e ciò che forse sarà, che ha il pregio di mantenere comunque intatto il DNA dei nostri. "Into the Universe" è uno degli inni per eccellenza della band, un brano che ho amato alla follia fin dal primo ascolto, per quella capacità di intersecare linee di chitarra e basso, seppellendo in sottofondo la batteria. "The Almighty", registrata a Roskilde nel 2024, anch'esso presente nel debut dei danesi, è una dimostrazione di quanto anche dal vivo, i cinque musicisti nordici siano davvero potenti. Alla fine, questo EP è dedicato a chi sa che il passato non è un posto in cui tornare, ma una radice profonda da cui continuare a trarre linfa. (Francesco Scarci)

(Mighty Music - 2026)
Voto: 70

domenica 24 maggio 2026

Death Dies - Maledicti in Aeternvm

#FOR FANS OF: Black/Dungeon Synth
Founded in 1995 by Demian De Saba and Samael Von Martin, Death Dies was created as a more visceral and aggressive counterpart of the legendary band Evol, which fused black metal with dungeon synth. Both musicians wanted to create a fiercer band where aggression could play an absolutely dominant role. After the dissolution of Evol, they could concentrate exclusively on this newer project and started to release albums at a more constant pace. As often happens with similar projects, frequent line-up changes alongside the musicians' various side-projects led to a subsequent decrease in the number of albums that Death Dies released.

Fortunately for the project’s future perspective, the band seems to have found its stability now. Following their 2023 release, Death Dies is back with a new opus entitled 'Maledicti in Aeternvm', a short yet engaging release that keeps the project’s core sound intact. Death Dies plays a straightforward form of black metal, speedy, aggressive, and pulling no punches. As you can imagine, fast and short tracks are highly common throughout the whole record. The album opener, "Il Bosco Siamo Noi", is a fine example of this: a short, vivid, and ferocious track which still leaves room for a melodic touch in certain riffs, a feature that I truly appreciate as it enriches the song. Another characteristic I find satisfying are the occasional atmospheric touches that the band introduces as a background ambience, adding an additional layer to the composition and therefore heightening it. This is a quite common resource that the band uses in different tracks like "Asmodevs" or the excellent "Carmina Trivmphalia", among others.

Pace-wise this record is, as aforementioned, mainly fast. Tempo changes are not remarkably abundant, although the listener will find them here and there. Quick songs like ‘Trivia Soteria’ still feature some tempo variations while keeping up with the speedy tone. This is a welcome change and an effort that benefits the final result. "La Casa de Diaol" is perhaps the most distinct track thanks to its mid-tempo nature and backing vocals, which create a calmer and more solemn composition that I consider highly enjoyable. This successful approach is also used in the heavier track "Patavinorvm Tyrannys", where the band effectively combines the widespread speedy brutality with a mid-tempo majesty, creating what is probably the best track of this album.

'Maledicti in Aeternvm' is certainly a compelling album for those who enjoy honest, straightforward black metal. The atmospheric touches already present throughout the record, along with a greater variety in the pacing of the songs, are elements the band should take into consideration and continue to explore in order to move forward and craft something truly distinctive. Even so, this album already feels like a solid step in that direction, as I have genuinely enjoyed it. (Alain González Artola)

(My Kingdom Music - 2026)
Score: 75

venerdì 22 maggio 2026

Vertige – Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!

#PER CHI AMA: Post Black
Pubblicato il 6 aprile, a soli tre giorni di distanza da un altro suo lavoro altrettanto viscerale ('Chute-Libre'), 'Prenez les Restes, Faut pas Gâcher!' è un titolo che morde. "Prendete gli avanzi, non bisogna sprecare!". Sembra quasi un invito rivolto a chi ci ha consumati, un gesto beffardo di chi, invece di elemosinare pietà, ti sbatte in faccia i propri scarti e ti sfida a farne qualcosa. È un black metal atmosferico che trasuda nelle sue note, una solitudine tutta umana. Sotto lo pseudonimo di Vertige, ecco riemergere Brouillard, la poliedrica artista francese (vero nome Marie) che abbiamo già incontrato in passato. Solo tre pezzi in questo EP, tre movimenti che scavano dentro l'anima, espandendosi come una macchia d'inchiostro su un foglio bianco. Si parte con "Écharpé", una ferita aperta che non cerca di rimarginarsi, ma si limita a presentarsi nella sua totale nudità black lo-fi, con suoni compassati, grim vocals paragonabili alla carta vetrata che striscia sulla carrozzeria di un'automobile e, le immancabili, atmosfere angoscianti. Poi arriva "Réchappé", e qui il ritmo sembra cambiare: è la cronaca di una sopravvivenza faticosa, costruita nota dopo nota, su un'iniziale malinconica chitarra acustica, che cederà poi il passo a una più lacerante linea di chitarra elettrica, tra vocals eteree in sottofondo e lo screaming della polistrumentista in primo piano, tra momenti più lenti ad accelerazioni più disperate. Infine, gli otto minuti abbondanti di "Vengeance". Un altro minuto di suoni delicati e poi il martellante post black di Marie a gridare vendetta. Questa è musica che sembra fatta per essere scoperta per caso, in un pomeriggio piovoso, quando si è troppo stanchi per fingere che tutto vada bene. È un invito a raccogliere i pezzi, anche se sono rotti, anche se sono "avanzi". Perché in quegli scarti, in quello che gli altri hanno scartato, si nasconde la versione più vera di noi stessi, quella che non ha più paura di restare nell'ombra. (Francesco Scarci)

(Transcendance - 2026)
Voto: 64

mercoledì 20 maggio 2026

Taxology - A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology

#PER CHI AMA: Instrumental Psichedelia
'A Deep Dive In The Colourful And Mysterious Garden Of Mr. Taxology' è la porta d'ingresso per il visionario mondo dei Taxology. Il disco segna il debutto su lunga distanza del duo di polistrumentisti originario di Taranto, attraverso un corposo viaggio di ben 15 brani, che è però assai distante dalle sponde del metal che solitamente frequentiamo. Quello che ci apprestiamo ad ascoltare infatti, sembra più qualcosa ideale per quei pomeriggi in cui la mente, stanca del solito rumore quotidiano, comincia a cercare un ordine diverso nelle cose, una logica che non sia quella dei doveri o delle scadenze, ma qualcosa di più profondo, quasi sotterraneo. Vi guardate intorno con la necessità di perdere ogni punto di riferimento tradizionale, per scivolare in un luogo dove le regole della fisica e della logica comune, sembrano sospese. Ecco cosa ci si para davanti, una raccolta di brani e intermezzi scientifici, da consumare distrattamente, magari con un bel cocktail in una mano e una canna (anzi Cannabis sativa), nell'altra. Cerchiamo di essere precisi visto che i titoli dei brani riprendono la nomenclatura botanica. "Azadirachta Excelsa", "Mandragora Caulescens" e "Aceranthus Sagittatus" sembrano estratti direttamente dalle pagine ingiallite di un vecchio manuale di medicina medievale o di botanica occulta, mentre il sound ci conduce attraverso atmosfere soffuse, ipnotiche e cinematiche, il tutto rigorosamente in veste strumentale. L'ascolto sottolinea inoltre come la proposta dei due artisti tarantini, misceli sonorità vintage con suoni più contemporanei, anche se a prevalere è sicuramente la prima. La psichedelia si fonde con pulsioni funk, break atmosferici e frammenti orchestrali. Beh, tutto molto bello ma dopo un po', se l'ascolto si fa più attento, per il sottoscritto diventa un filo noioso. Rimane il diktat iniziale allora, ossia di un ascolto distratto, per meglio assaporare le atmosfere caleidoscopiche messe in scena dai due autori in una sorta di jam session botanica. Se dovessi pensare a delle band con tratti similari, il primo nome che mi viene in mente è quello degli Eterea Post Bong Band, anche se quest'ultimi sono decisamente più vivaci dei Taxology. È un debutto eccentrico, coraggioso, perfetto per quelle serate in cui la solitudine smette di pesare e diventa lo spazio ideale per prenderci cura del nostro piccolo bonsai. (Francesco Scarci)

(NOS Records - 2026)
Voto: 68

lunedì 18 maggio 2026

Design - Faithless

Ascolta "Design - Faithless" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Industrial
Da un paio d'anni mi sono avvicinato al post-punk, quindi per me è stato piacevole recensire 'Faithless', terzo album dei marchigiani Design. Non li conoscevo, devo ammetterlo, ma la proposta del quartetto, per quanto poco affabile, si muove in territori che intrecciano post-punk, industrial, darkwave e alternative rock. Quando fate partire il disco, vi immergerete subito nelle atmosfere oscure della title track, capendo che qui non stiamo parlando di metal, quello dei riff d'acciaio e della doppia cassa che ti prende allo stomaco; eppure, c’è un filo invisibile, una densità fatta di chiaroscuri e di silenzi pesanti, che unisce questo lavoro all'estremismo emotivo più nero. I Design si muovono su un crinale scosceso: in "Cold War", il post-punk si scontra con la coldwave e l'elettronica in sottofondo, non credo serva a far ballare, semmai a dare un ritmo regolare al brano, che ho immediatamente eletto come il mio preferito del disco, forse anche per una piega decisamente internazionale che avvicina i nostri a realtà ben più affermate del panorama musicale. Proseguendo nell'ascolto di "Sweet Surrender", delle sue evocative linee di basso e dei suoi testi che vedono una "dolce resa" come un atto di libertà e sopravvivenza emotiva, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è proprio un gioiellino, da mettere accanto alla mia collezione fatta di Secret Cameras, Talk to Her e The Slow Readers Club, anche se tutti questi suonano decisamente più commerciali rispetto alla band di quest'oggi. "Deep Dive" è una discesa negli abissi della propria anima, e l'inquietudine sonora creata dai Design mira a toccare esattamente quel nervo scoperto che teniamo nascosto anche a noi stessi. Il suono sembra farsi ulteriormente più cupo in "Blame", con la voce del frontman, sempre notevole dall'inizio alla fine, qui meno "accogliente" rispetto agli standard, stemperata comunque da un coro che sembra voler quasi donare un tocco etereo al brano. Un interludio strumentale e poi è il momento dei "Evil Eye", un pezzo che parla della rottura di un legame tossico e forse per questo, si percepisce una bella dose di rabbia nelle distorsioni sonore e nel graffio vocale. Il disco prosegue ancora per altri quattro pezzi, tra l'industrialoide ("Keyhole") e l'alternative ("The Belly of the Whale"), e il risultato non cambia poi di molto. Non c'è la pretesa di inventare un linguaggio nuovo, ma c'è la dignità di chi usa le vecchie parole della darkwave per scrivere una lettera d'addio estremamente contemporanea. (Francesco Scarci)

(Overdub Recordings - 2026)
Voto: 75

sabato 16 maggio 2026

Mauser - Casualties of War

#PER CHI AMA: Thrash/Death
'Casualties of War' è l'EP d’esordio dei polacchi Mauser, un concentrato di thrash/death metal, sfornato all'inizio di quest'anno, che rimanda nel suo titolo, al film di Brian de Palma del 1989 (in Italia 'Vittime di Guerra'). Sei brani per quasi 25 minuti di musica che promettono un assalto sporco, bellico e piuttosto classico, per una miscela di ferocia e ignoranza controllata, espressa con la stessa grazia di una scheggia di metallo che riga una carrozzeria pulita. Ovviamente, sotto queste premesse, potrete immaginare come la proposta della one-man band di Cracovia, guidata da Krzysztof Leja, non brilli certo in originalità, ma anzi ci consenta di fare un bel tuffo indietro nel tempo a ripescare vecchie gloriose band del passato. Superato l'inquietante preludio, ecco andare a sbattere contro "Tiger I", che mette subito in chiaro come il mastermind polacco, aiutato da altri musicisti della scena, voglia affrontare le cose: il muro thrash death evoca immediatamente trincee, fango e luoghi dove l'essere umano è ridotto a pura materia sacrificabile. Krzysztof si è caricato il peso delle chitarre sulle spalle, lasciando a Tymon Wiekiera il controllo del microfono e di quel suo growling corrosivo. Nella successiva "You Can't Save Me", emerge una strana e geometrica linea musicale, una di quelle che sembra stritolarti nelle corde di chitarra e basso, mentre la batteria ogni tanto, esplode dardi nel cielo, in una cavalcata comunque che ha il suo fascino, pur evocando palesemente spettri di fine anni '80. Apprezzabile quindi il tentativo dei nostri di provare a fornire una rilettura dei vecchi classici, attraverso i propri brani: "Obscene as a Cancer" è una dimostrazione di nichilismo viscerale in salsa thrash, che non rinuncia a qualche graffiante assolo. "Ripping Guts" è forse il pezzo più devastante, con blast-beat indemoniati, ritmi frenetici alternati a suoni più compassati, per quello che alla fine risulterà essere il pezzo più monolitico del dischetto. A chiudere, "Kill or Help Us!" suona meno come il titolo di una canzone e più come l'ultimo messaggio radio inviato da un avamposto dimenticato da Dio, l'ultimo esempio di un lavoro che non si prefigge certo di cambiare le sorti del thrash/death con velleità avanguardistiche, ma semmai di odorare di cenere e polvere da sparo, e rappresentare il lavoro ideale per chi cerca ancora quella sensazione di suoni primitivi, che la musica mainstream ha dimenticato di poter offrire. (Francesco Scarci)

(Hagalaz Label - 2026)
Voto: 68

Architects of Aeon - Dead Dreamer

#PER CHI AMA: Death/Doom
Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per ricordarci il peso delle cose che ci portiamo dentro, quelle che non diciamo a nessuno perché forse non troveremmo le parole giuste per descrivere le nostre emozioni interiori. Analogamente, in una sospensione un po’ storta e bagnata tipica del periodo autunnale, si posiziona il suono degli Architects of Aeon. Il trio tedesco ha rilasciato 'Dead Dreamer' il 19 marzo di quest'anno, e non serve certo un'analisi accademica per capire quale sia la direzione: ci troviamo di fronte infatti a sei tracce che si muovono dentro le coordinate di un atmospheric death/doom, che preferisce curare le ferite anziché limitarsi a urlare per il dolore. Non c’è quel senso di urgenza di chi vuole spaccare tutto nelle note della band della Turingia, ma la pazienza di chi si siede a guardare il crollo, un pezzo alla volta. La traccia d'apertura, dal titolo quasi programmatico, "This Impending Doom We Carry", sembra proprio voler dare una forma a quel carico invisibile. Musicalmente, il gruppo non cerca l'originalità a tutti i costi ma vuole solo esprimere il proprio disagio interiore attraverso un impasto denso e profondo, dove le chitarre creano tessiture ampie, capaci di accogliere sfumature black e suggestioni post senza perdere però quella spinta solenne, tipicamente doom. Il tutto ovviamente coadiuvato dal classico vocione growl del frontman PT. Altri brani come "...Where Lights Can Thrive", la title track e la conclusiva e strumentale "Pyre Echo, Still Glowing", si muovono su coordinate simili, alternando un death doom a tratti ostico, a momenti in cui il ritmo sembra accelerare o ancora sprofondare in break più riflessivi di malinconiche chitarre acustiche. "Verloren" e "Vergessen" funzionano invece come stazioni di posta in mezzo a una brughiera desolata, brevi attimi in cui il ritmo rallenta per lasciarti solo con i tuoi pensieri. Alla fine 'Dead Dreamer' è un EP onesto, che non promette grosse novità e non regala finti sorrisi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 14 maggio 2026

Scythe of Mephisto – Till Life do Us Part

#PER CHI AMA: Epic Black
C’è un momento preciso, quando la luce del giorno si arrende all'oscurità e al freddo della notte: è in questo esatto istante che dovreste far scorrere i quasi diciannove minuti di 'Till Life do Us Part', opera prima degli italiani Scythe of Mephisto. Sebbene arrivino da Novara, la loro anima abita chiaramente tra le foreste svedesi degli anni '90 (in compagnia di ciò che rimane dei Dissection e dei Lord Belial?). Il loro debut è un’incisione rapida, una reinterpretazione del black melodico delle band sopracitate, all'insegna di un sound che è insieme tagliente e profondo: le chitarre non gracchiano, ma tagliano l'aria come vetro rotto, sostenute da una sezione ritmica che non si limita a picchiare, ma costruisce architetture di tensione pura attraverso blast-beat e passaggi quasi epici. Niente di nuovo sia chiaro, ma la proposta del duo ha comunque il suo fascino. La voce di Qayin è uno screaming urticante, una sorta di preghiera rovesciata che parla di occultismo e satanismo anti-cosmico. L’apertura affidata a "Moonlight over Babylon" è una discesa ripida verso un abisso senza luce, tra linee di chitarra epiche, mid-tempo che si contrappongono a rasoiate furiose, e momenti più atmosferici. Proprio questi ti prendono per mano con melodie quasi malinconiche, per poi lasciarti cadere nel vuoto di "Bloodstained Sacrifice", li dove il ghiaccio viene a contatto col fuoco, sprigionando una forza devastante di black metal old-school. Ma è nella terza traccia, "Chants of Qayin", che la band rivela la sua vera statura: sei minuti abbondanti in cui la narrazione si fa più ampia, il respiro più pesante e l'evoluzione armonica delle chitarre e di quel basso pulsante in sottofondo, ti portano verso un climax che non risolve, ma lascia sospesi. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 70

martedì 12 maggio 2026

Hexcastle - The Hexcastle

#PER CHI AMA: Raw Black/Dungeon Synth
Il tempo è un giudice severo si sa, ma talvolta anche distratto, uno che lascia cadere tra le crepe della memoria alcuni lavori che meriterebbero un pizzico di attenzione in più. Quando nel 2022 Lucifero Errantis Bellator, artefice solitario dietro al progetto messicano Hexcastle, consegnò al mondo queste nove tracce, lo fece nel silenzio quasi assoluto, quello di una manciata di musicassette. Eppure, c’è un motivo se nel 2026, la Flowing Downward ha pensato di ridare visibilità, con un bel vinile, a questo fantasma. Ascoltare 'The Hexcastle' è infatti come varcare la soglia di una castello in rovina, infestato di spettri. E non è solo l'organo di "Funeral Mist" a darci questa sensazione ma tutto un insieme in cui non c’è nulla di moderno, nulla di patinato. Il suono è lo-fi e lo si evince immediatamente quando "The Hex Castle" si palesa nel mio stereo, per una scelta estetica deliberata, una nebbia che avvolge le chitarre per proteggerle dalla luce del sole. Un nichilismo che guarda dritto negli occhi la seconda ondata black norvegese, con una sensibilità, tuttavia, diversa, più densa, quasi rituale. Non solo black però, visto che Bellator ha pensato di arricchire la propria proposta anche con pezzi dungeon synth ("Ancient Shadow", "The Fallen" e qualche altro momento di ambient neoclassica che non è un semplice riempitivo), cosi da completare il raw black più feroce (penso all'assalto frontale di "Profane Ritual" o la più controllata "Chaotic Boreal Paganism") del polistrumentista messicano. Questo disco non è solo musica, è un luogo dove rifugiarsi quando il mondo fuori diventa troppo luminoso e superficiale per essere sopportato. È la prova che alcune storie, per quanto oscure e nascoste, trovano sempre il modo di tornare a galla, perché il vuoto che colmano, è lo stesso che portiamo dentro noi stessi. (Francesco Scarci)

(Canti Eretici/Flowing Downward - 2022/2026)
Voto: 66