venerdì 13 febbraio 2026

The Ruins of Beverast – Tempelschlaf

#PER CHI AMA: Atmospheric Black
I The Ruins of Beverast sono da sempre uno dei progetti più affidabili e particolari della scena black metal, grazie a una discografia incorruttibile frutto di un'evoluzione sonora costante, capace di bilanciare la devozione all'ortodossia, con una flessibilità sperimentale rara. Li ho amati ai tempi del ritualistico 'Blood Vaults - The Blazing Gospel of Heinrich Kramer', al pari del più atmosferico 'Exuvia'; ora la band di Alexander von Meilenwald torna ora con questo obliquo e psichedelico 'Tempelschlaf', un album difficile da immagazzinare cerebralmente al primo ascolto, ma che alla fine sarà comunque in grado di conquistarvi. Mi ci sono voluti infatti almeno tre ascolti per cristallizzare nella mia testa le nuove melodie sghembe del mastermind teutonico. Ma ora non riesco a togliermi dalla testa il cantato litanico e pulito dell'opener, cosi come i suoi lisergici passaggi che lasciano saltuariamente il passo ad un caos controllato. Quello che non manca sicuramente nella seconda "Day of the Poacher", affiancata da harsh vocals, e in cui la linea ritmica scalpita come un destriero indomito per la prima metà, prima di trovare un cambio d'abito in una seconda frazione che è tutto un programma. D'altro canto, la band tedesca ci ha da sempre abituati a una certa imprevedibilità di fondo. E infatti, la terza "Cathedral of Bleeding Statues" torna a muoversi in territori più soffusi, quasi gothic/shoegaze, complice l'utilizzo anche di vocals pulite che si contrappongo a un cantato più efferato, laddove le chitarre tornano a macinare ritmiche più incandescenti. L'alternanza tra pezzi più meditabondi ad altri più aggressivi, si conferma con l'irruenza ritmica di "Alpha Fluids", più black/thrash oriented con quei suoi blast beat martellanti, sebbene non rinunci a qualche trovata estetica che sembra portare il polistrumentista verso sonorità alla Ved Buens Ende. La robusta inerzia ritmica prosegue anche in "Babel, You Scarlet Queen!", un pezzo che comunque riserverà qualche simpatica trovata nel suo interno, tra cui un gradevolissimo bridge a metà brano. Interessante poi l'apertura elettro-acustica di "Last Theatre of the Sea", cosi come quel suo devastante break e controbreak tra il secondo e il quinto minuto, che ci porterà ad un'esplosiva salita sino alle soglie di "The Carrion Cocoon". Questa, con i suoi oltre 13 minuti, si configura come una suite monumentale, tra ipnotiche atmosfere sospese, accelerazioni potenti e repentine, e angoscianti discese verso gli abissi, in uno dei brani più appaganti della one-man band germanica. Un altro capolavoro per i The Ruins of Beverast, ma per l'ennesima volta, non ne rimango certo stupito. (Francesco Scarci)

(Van Records - 2026)
Voto: 80