lunedì 29 settembre 2025

Wurmian - Immemorial Shrine

#PER CHI AMA: Death/Doom
I Wurmian sono una one-man-band francese guidata da Antoine Scholtès, il classico polistrumentista che un bel giorno (era il 2024) si è svegliato e ha deciso di mettere su una band, anche se l'artista di Clermont Ferrand, ha in realtà altri due progetti, i Lyrside (che suonano melo death) e gli Inherits the Void (dediti a un interessante black atmosferico). Nei Wurmian, Antoine, ha invece pensato di muoversi tra le pieghe di un death melodico vecchio stampo sporcato da derive doom, con 'Immemorial Shrine' a ergersi come debutto assoluto. Un disco di sette pezzi che si apre con le melodie di scuola Amorphis di "Aeon Afterglows". È palese sin dal primo secondo che non ci troviamo però di fronte alla classe dei gods finlandesi, e che il progetto è ancora in fase embrionale e merita qualche aggiustamente per trovare la sua più giusta configurazione. Però la melodia delle chitarre ha sicuramente una certa vena catchy che in un qualche modo cattura l'ascoltatore, soprattutto nella parte più atmosferica di metà brano, senza tuttavia rinunciare a una certa ruvidezza negli arrangiamenti o in alcune frequenti sfuriate ritmiche. Anche l'incipit della title track mostra forti reminiscenze verso i finlandesi e sicuramente questo sembra rappresentare il punto di forza dei Wurmian. Da rivedere invece forse la sezione ritmica, che ha un'intelaiatura dal piglio decisamente furibondo e old school, che forse tende a far perdere il focus sul sound proposto. Decisamente meglio laddove il musicista francese rallenta, rasentando territori doom alla October Tide, prestando più attenzione alla cura dei dettagli, come accade negli ultimi 90 secondi della stessa traccia. In stile Katatonia invece la terza "Haven", in cui è più evidente la ricerca di freschezza nelle linee melodiche e nel break di tastiera attorno al secondo minuto, con un giro di chitarra in sottofondo ancora a evocare i master svedesi, al pari di altre intersezioni di melodia verso il terzo e quarto minuto, quasi a voler dare modo di riprenderci prima della battaglia pronta a incombere. La voce si conferma qui, ma in generale ovunque, assai roca, un growling robusto, e forse troppo ancorato agli anni '90, su cui farei magari qualche aggiustamento. "Spires of Sorrow" si muove sulla falsariga, iniziando più roboante per poi assestarsi su un mid-tempo, per poi assestare qualche scheggia di death nudo e crudo qua e là, evocante gli At the Gates e gli Entombed. Il lavoro dei Wurmian prosegue poi sostanzialmente seguendo un canovaccio piuttosto simile, mettendosi in mostra nelle parti più atmosferiche di "Yearning Unseen", nel break centrale di "Sleeping Giants", che mi ha portato alla mente gli albori death/doom dei The Gathering (quelli senza Annecke), al pari della conclusiva e sempre (fin troppo) coerente "The Everflowing Stream", per quello che definirei il più classico dei tuffi nel passato, per una sorta di riaffermazione di suoni che mancavano tra i miei ascolti da un bel po' di tempo. (Francesco Scarci)

(Pest Records - 2025)
Voto: 68

The Pit Tips

Francesco Scarci

Amorphis - Borderland
Paradise Lost - Ascension
Anfauglir - Akallabêth

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Alain González Artola

Bloodywood - Nu Delhi
Sepulchre - Psalms Unto Caesar
Slaugther to Prevail - Grizzly

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Death8699

Cradle of Filth - Dusk...and Her Embrace
Falconer - Falconer
Grave - Fiendish Regression

3 - Antichristian Kaos

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Raw Black/Industrial
Già fidato collaboratore di Agghiastru, Kaos si presenta come l'unico artefice di questo entusiasmante progetto di black metal industriale. Non c’è il minimo calo d’intensita nei tre brani che compongono il demo, che nella versione su bandcamp in realtà, include tre bonus track addizionali (incluse nello split 'Mediterranean Scene Bonus Blood' con "Malamore" e il suo incipit di "dimmu borgiriana" memoria a palesare un sound decisamente più pulito e maturo): la chitarra si muove tra riff spezzati, altri relativamente melodici ed altri ancora più classici ma sempre coinvolgenti. Le parti di batteria, grazie ad una buona programmazione e a degli efficaci suoni industriali, sono costantemente presenti, ricche, pesanti, pazzescamente veloci, e dall’incessante ritmo distruttivo. Ci sono brevi parti di pura elettronica ("Infernal Sterminiu" è un esempio lampante); le tastiere sono sempre presenti e spesso con un ruolo primario nell’economia delle linee melodiche. La voce è uno screaming lancinante, effettato e malsano. Bisogno d’altro?

(Inch Productions - 2001/2014)
Voto: 70

giovedì 25 settembre 2025

Dark Solstice - Where Black Stars Beckon

#PER CHI AMA: Melo Death/Symph Black
Quello dei bavaresi Dark Solstice è un debutto assoluto, un EP che segna l'inizio di una nuova era per una band che vede comunque musicisti aver militato in precedenti formazioni, come Agathodaimon e Ristridi. 'Where Black Stars Beckon' contiene solo tre tracce, che forse non sono del tutto sufficienti per delineare la proposta di questa nuova entità teutonica. Il lavoro si posiziona infatti inizialmente sulla linea di galleggiamento di un melodeath, contaminato da influenze più moderne, dark/gothic grooveggianti. Un mix interesssante, che nell'iniziale "Pathways", mi obbliga piacevolmente a tenere l'orecchio sul pezzo: partenza in sordina, una buona dose di melodia, una ritmica compassata, un discreto growl, una cascata di riff, una certa varietà nei tempi, chorus puliti e qualche zampata di black melodico dal taglio scandinavo, che non guasta mai. E il gioco è fatto. Più classica e rocciosa invece la successiva "Open", che sfodera un riffing groove che marcia oppressivo e furente, mentre il cantato di Jonathan Rittirsch spinge al limite la propria ugola. Il brano sembra scivolare via senza fare una piega, tuttavia la ritmica va mutando verso sonorità quasi symph black, a ricordarmi da dove sono venuti gli Emperor a metà degli anni '90. Un cambio di rotta inaspettato rispetto al primo pezzo. E un nuovo cambio di rotta con la traccia finale, la title track, che si affida a una buona linea di tastiere per aprire le danze e lanciarsi poi in un cosmic black che per certi versi mi ha evocato i Mesarthim, fatto salvo per un growling sempre più orientato verso lidi death, e aancora giri di chitarra decisamente ricchi di groove (per non parlare di un assolo da urlo). Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino, potremmo sentirne delle belle, quando a breve, mi aspetto di poter ascoltare un più strutturato full length dei Dark Solstice. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

Skyforger - Teikas

#PER CHI AMA: Pagan/Folk
Nel panorama del folk metal europeo, dove le tradizioni antiche si fondono con la furia del metal estremo, gli Skyforger rappresentano un pilastro indiscusso, una band che dal 1995 a oggi, ha portato con fierezza la voce della propria eredità culturale. 'Teikas" è il settimo album dell'ensemble lettone, che da sempre mescola pagan metal con elementi folk autentici, e ancora oggi mantiene un ruolo centrale nella scena, quasi come se fossero i custodi di un prezioso segreto. Il nuovo lavoro segna un gradito ritorno, dopo un preoccupante decennio di silenzio discografico. Il disco è influenzato dalle radici black metal dei primi lavori (e "Dieva Suss" già conferma questo spirito indomito) ma arricchito da un folk più maturo e narrativo, confermando i nostri come un punto di riferimento per chi cerca un metal che sia al tempo stesso brutale e culturalmente profondo, complici anche liriche che affrontano miti e leggende della tradizione lettone. Gli arrangiamenti poi sono stratificati e organici, con un uso di strumenti folk, mai invasivi, come cornamuse e flauti, che s'intrecciano a riff black/speed metal affilati e una batteria martellante, creando un contrasto tra aggressività e melodia epica. La voce di Pēteris Kvetkovskis al microfono alterna growl feroci a un cantato pulito. Per quanto riguarda i brani chiave, citerei "Spēlmanis", che palesa una certa vena speed metal, arricchita da lievi derive folkloriche. Ottima quella linea di basso potente che apre invece la più roboante "Spīgana", mentre "Mājas Kungs" si distingue per la sua tellurica intro, l'intensità epica, e un rifferama compassato che marcia, rutilante, alla stregua di un corteo funebre, e si muove tra porzioni atmosferiche quasi fiabesche, merito di un flauto che si guadagna la scena per la melodia che rilascia. Una chitarra poi ne raddoppia il suono per prenderne successivamente il posto e lanciarsi in un bell'assolo, elemento che di certo non scarseggia in questa release. E se l'incipit di "Rex Semigalliae" sembra uno dei vecchi pezzi acustici degli In Flames, di sicuro quando inizia a premere sull'acceleratore, fa capire come i nostri negli ultimi dieci anni, non si siano certo cullati sugli allori, ma accanto a quel sound che evoca anche i vecchi Annihilator e Skyclad, si divertono ancora a impreziosire il proprio sound con tutto l'armamentario folk in loro possesso e, ciliegina sulla torta, a piazzarci un altro fantastico assolo in chiusura. Le cornamusa aprono "Svētbirzs" e sembra quasi che la band ci voglia narrare qualcosa della storia del proprio paese, in un brano decisamente più controllato rispetto ai precedenti. E se "Velnakmens" lascia intravedere alcune reminiscenze di "Iron Maideniana" memoria nella linea delle chitarre, ecco che zampogne e zampognari, calano quegli elementi etnici per rendere il brano più peculiare. Il disco contiene 13 tracce e sarebbe delirante soffermarsi su tutte, cosi ecco che la conclusiva "Vecie Latvieši" chiude con un finale fatto di ancestrali melodie folk che chiudono un disco che brucia ancora come un fuoco antico. (Francesco Scarci)

(Thunderforge Records - 2025)
Voto: 74

mercoledì 24 settembre 2025

Waste Cult - Blame

#PER CHI AMA: Sludge/Doom/Stoner
È stata una bella sorpresa appurare che i Waste Cult provengono dal nostro Belpaese, Bologna per l'esattezza, e vederli pubblicati dalla Aesthetic Death è stata ulteriore fonte di orgoglio. In una scena doom metal contemporanea poi, dove questo sound spesso oscilla tra revival nostalgici e ibridazioni estreme, i quattro musicisti nostrani si collocano quasi come una voce autentica e introspettiva della scena italica, con 'Blame' che ne segna il debutto sulla lunga distanza. La band si affida a un doom sporcato di venature stoner e post-metal, per dar fiato alla propria voce, provando a consolidare una presenza significativa nell'underground europeo. Per quanto riguarda poi gli aspetti puramente contenutistici del disco, diciamo che ci troviamo di fronte a un lp di 45 minuti, che include otto pezzi, di cui una traccia strumentale ("Kerberos"), che si muovono su un fronte che vede la band proporre un doom classico, ma andando anche a esplorare poi anfratti più moderni. Forti di una produzione equilibrata, il disco si muove con chitarre che dominano attraverso riff potenti e distorti di scuola "sabbatiana", supportati da un bel basso tellurico e da un drumming che varia da ritmi lenti e cadenzati a groove più dinamici. Il primo nome che mi è venuto alla mente durante il mio ascolto è stato quello dei primi (non primissimi) Cathedral (la stoner "Delirium of Manners" mi ricorda parecchio da vicino la band di Lee Dorian e soci) ma anche i Monster Magnet. Questo mi dice almeno l'opener "Ad Astra", che vanta peraltro qualche riffone di scuola Paradise Lost (ai tempi di 'Shades of God'). Più morbida e introspettiva invece la title track, che apre con un tiepido arpeggio di chitarra, prima di sferragliare un rifferama più di matrice post e acquietarsi nuovamente nel caldo abbraccio di melodie crepuscolari. La voce del frontman, sempre pulita, segue un po' pedissequamente i dettami del genere; se la cava bene, ma secondo me c'è spazio per il miglioramento. Altri brani interessanti sono "Blended as One", più atmosferica, più post metal a livello ritmico, più affine anche al mio palato, devo ammettere, fatto salvo sempre per una componente vocale che qui sembra rimanere troppo nelle retrovie. E ancora, ho apprezzato la più ipno-cosmica, "The Warmest Shelter", che si affida a larghi spazi strumentali, mentre il finale consegnato a "Maze", il pezzo più lungo del disco, sembra il giusto compromesso, in bilico tra arpeggi e dinamiche linee di chitarra (e tra vocals pulite e qualche sporadico growl), a chiudere un disco interessante, considerato anche il bagaglio di musicisti che affonda le proprie radici in territori punk/thrash. Diamogli quindi un ascolto a questi Waste Cult e facciamo in modo che la nostra scena si elevi al pari delle altre grandi europee. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2025)
Voto: 70

martedì 23 settembre 2025

Undead - This Side of the Grave

#PER CHI AMA: Swedish Death
Sembra che in queste ultime sere se non ho piantato nelle orecchie un bel disco di death old school, non riesca a dormire bene. Dopo aver recensito ieri gli svedesi Grand Cadaver, oggi mi ritrovo alle prese con gli spagnoli Undead, che sembrano volermi fare un altro giro nelle lande sconfinate scandinave. 'The Side of the Grave' è il loro nuovo EP, il terzo della discografia che conta anche due full length. Le coordinate stilistiche penso siano piuttosto chiare: Swedish death che ricorda non poco quei suoni emersi dai capolavori dei primi Entombed e Dismember, con le classiche chitarre ribassate, un bel growling chiaro e distintivo, ritmiche serratissime e una solidità di base inamovibile. Se da un lato questi sono i punti di forza del quartetto di Madrid, alla fine si riveleranno anche un inevitabile boomerang, che spinge a dire che l'inventiva dei nostri è pari quasi a zero e che gli originali erano decisamente meglio. Eppure, i brani sono interessanti, diretti, oscuri, addirittura con un pizzico di melodia (il mio preferito è il più ipnotico e morboso "I am the Curse") e con tematiche che evocano addirittura la spiritualità orientale (penso a "Samsara" che rimanda al ciclo buddhista di morte e rinascita). Ottima sicuramente la porzione tecnica (pirotecnico l'assolo di "Blood Enemy") ma quello che mi rimane alla fine dopo l'ultimo brano di questo EP, è una forte sensazione di aver ascoltato qualcosa che emula quello che realmente mi faceva impazzire nel 1991. Peccato solo che oggi siamo nel 2025. (Francesco Scarci)

(Edged Circle Productions - 2025)
Voto: 63

Vigljós - Tome II: Ignis Sacer

#PER CHI AMA: Raw Black/Psichedelia
Dalla Svizzera con furore. È proprio il caso di dirlo. Gli svizzeri Vigljós tornano con un nuovo album, dopo il debutto dello scorso anno intitolato 'Tome I: Apidæ'. Quanto contenuto in questo 'Tome II: Ignis Sacer' è un feroce black metal che vede come tematica principale la vita delle api, si avete letto bene, il cui senso metaforico è da rapportarsi però ai cicli di vita e di morte della società. Per quanto riguarda gli aspetti puramente musicali, la band fonde la freddezza del black metal con elementi più psichedelici (ascoltate la seconda metà di "A Seed of Aberration" per capire meglio la proposta del quartetto di Basilea) e medievali (l'intro "Sowing" o "Fallow - A New Cycle Begins" sono alquanto emblematiche a tal proposito). Quindi se da un lato la proposta nuda e cruda di un rozzo black metal potrebbe suonare alquanto abusata, tra deliranti grim vocals, blast-beat impazziti e chitarre taglienti più di una lama di rasoio, è in realtà poi il contorno ad arricchire una proposta, che rischierebbe di passare totalmente inosservata. E fortunatamente, il risultato non è affatto male, con le ritmiche incendiarie che rallentano in "The Rot", mentre la voce di L, continua a urlare sgraziatamente, e in sottofondo si palesa un po' ovunque, l'eco di un mellotron. Chiaro che non ci troviamo di fronte a chissà quale proposta innovativa: forse l'idea di fondo era quella di mantenere la ruvidezza del black, con giusto una spolverata di elementi psichedelici. Diciamo quindi che ci sono cose apprezzabili, il tentativo di miscelare raw black con elementi esoterici appunto, mentre altre, quelle più puramente ancorate a una tradizione di stampo '90s, che francamente iniziano un po' a stancare (dae un ascolto a "Claviceps" o "Delusions of Grandeur", con quest'ultimo pezzo che puzza addirittura di black'n'roll, ma che per lo meno sfodera interessanti divagazioni dal sapore settantiano). "Decadency and Degeneration" ha un piglio che richiama ancora il black'n'rock, ma le chitarre in sospensione, il vortice di furia incontrollata che si palesa dopo 90 secondi, e quello screaming, alla lunga fastidioso, la ricolloca nei ranghi, dopo poco. Un altro tentativo apprezzabile lo ritroviamo nel sound compassato di "Harvest", che in sottofondo sforna visioni oniriche di doorsiana memoria. Insomma, l'avrete capito, c'è ancora da lavorara affinchè il sottoscritto diventi un fan della band elvetica anche se, devo pur ammettere, di apprezzare il tentativo di portare nuove idee a un genere quasi in fase di stagnazione. E allora serve più coraggio se si vuole fondere tradizione e innovazione e i Vigljós porebbero anche averlo. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2025)
Voto: 64