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lunedì 14 settembre 2026

Dymna Lotva - Vyraj

Ascolta "Dymna Lotva - Vyraj" su Spreaker.
#FOR FANS OF: Black/Doom
The Belarusian band Dymna Lotva was founded in 2015, and since then, they have undergone a very interesting evolution. Their first albums already showed great potential, combining doom, black, and atmospheric sounds in a compelling way. The palette was rich and intriguing, although a doom-infused pace and its elements played a quite prominent role. Beyond these influences, singer Katsiaryna was a fundamental element of Dymna Lotva thanks to her characteristic and powerful screams. This resource, alongside tasteful guitars and atmospheric arrangements, managed to create truly alluring works that captured the attention of a growing fanbase.

With their new opus, titled 'Vyraj', the band takes a major step forward. This new effort sounds more majestic and intense. The palette of influences is even richer, with a stronger black metal presence successfully coexisting with classic doom, Slavic folk touches, and an ethereal atmosphere. The album opener, "Zory", is an inspired and representative example of this more intense, cinematic approach. It begins with a doomier pace before a purely black metal fury erupts. The tempo and intensity increase severely, and Katsiaryna’s vocals sound as brutal as ever. However, this intensity is further enriched by her clean, ceremonial voices that reinforce a ritual essence, alongside simple yet effective keys that heighten the overall hypnotic atmosphere. The following track, "Veha", is another interesting piece. It also combines fast and slow sections within a more atmospheric composition, where the vocals play a captivating role through a variety of styles, ranging from aggressive shrieks to clean singing and whispers. Enigmatic keys and these varied vocals, combined with sombre melodies, create a strongly ritualistic track that perfectly defines the band's distinct approach.

Doom metal influences reign supreme once again in the third track, "The Boat of Despair", with its slower pace. Clean female and male vocals take center stage this time, forging a deeply melancholic and spiritual track that adds great diversity to the album. By this point, it becomes clear that the keyboard work plays an interesting role: it carries an electronic essence that provides a unique contrast, yet fits seamlessly into the compositions and the overall spirit of the record. The shifts in tempo, the tasteful guitar lines, and a well-crafted atmosphere result in a very diverse album where each track possesses its own identity. This variety allows every listener to find their own favorite track, which is always a hallmark of quality. In any case, I would like to highlight another excellent piece, "Usta Za Mianie", where the contrast between atmosphere, clean vocals, and aggressive sections is once again fused with unquestionable taste. The captivating melodies are sure to delight the listener, not to mention the majestic closer, "Return My Coffin Home", which perfectly summarizes all the strong points of 'Vyraj' and leaves a lasting impression.

Dymna Lotva has gained attention due to political reasons, but ‘Vyraj’ serves as a powerful reminder that the band’s talent alone is more than enough reason to give them a listen. This album is a remarkable and successful example of how to fuse different influences into a truly captivating body of work. (Alain González Artola)

(Prophecy Productions - 2026)
Score: 88

sabato 12 settembre 2026

A Thousand Sufferings - Valley of a Sun

Ascolta "A Thousand Sufferings_Valley of a Sun" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Depressive Black/Doom
Prendere dei classici del folk, dell'hard rock o dell'alternative e sottoporli a un processo di lenta decomposizione è un'operazione perversa, ma è esattamente ciò che hanno fatto i belgi A Thousand Suffering in 'Valley of a Sun'. Il quartetto di Anversa firma un EP di cover che si trasforma in un vero e proprio rituale di autolesionismo sonoro, in cui la materia originale viene completamente prosciugata di ogni forma di vita e riplasmata secondo i canoni più plumbei, malati e soffocanti del depressive black doom. Le influenze di Shining, Urfaust e dei primissimi Forgotten Tomb, non sono un semplice richiamo, ma una condanna a morte: chitarre affogate nella distorsione, batterie che battono il tempo come un'esecuzione capitale e un cantato che alterna screaming disperati a growl cavernosi, pronti a trascinare l'ascoltatore nel buio pesto. Il massacro parte con "De Zotte Morgen", pezzo della tradizione cantautorale folk di Zjef Vanuytsel: il calore acustico dell'originale viene completamente cancellato, lasciando il posto a cinque lunghi minuti di marcia funebre e arpeggi maledetti in lingua madre che sembrano usciti direttamente dalla mente distorta di Kvarforth. Si passa poi agli oltre nove minuti di "Halo Of Flies", dove l'ossatura hard rock di Alice Cooper viene smontata pezzo per pezzo e ricomposta all'interno di un labirinto claustrofobico di riff pesantissimi, bruschi rallentamenti e improvvise folate di gelo metallico. L'oltraggio prosegue con "Jailbreak" dei Thin Lizzy: l'adrenalina stradale e scanzonata dei rocker irlandesi viene brutalmente sedata, ridotta a un groove catramoso e vischioso guidato da un basso sordo e da chitarre che sputano veleno. A mettere la parola fine a questo calvario ci pensa la reinterpretazione di "Stories" dei Therapy?, che cancella ogni residuo di alternative rock per trasformarsi in oltre sei minuti di angoscia pulsante, martellante, un depressive black che priva della minima luce in fondo al tunnel. 'Valley of a Sun' non è un semplice omaggio, ma un atto di profanazione riuscito alla perfezione. Un esperimento nerissimo e malato, caldamente raccomandato a chiunque cerchi nel depressive black metal non una semplice distrazione, ma un'autentica immersione nel nichilismo più puro. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

lunedì 3 agosto 2026

Death by Love - 444

Ascolta "Death By Love_444" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Electro Goth/Darkwave
Probabilmente Il Pozzo dei Dannati non è il posto più indicato per recensire un progetto come Death by Love, guidato dal producer e polistrumentista americano Peter Guellard e dalla vocalist polacca Inga Habiba. La componente electro-dance, che predomina per quasi tre quarti dell'album, imbriglia la musica del duo, che pure trae stimoli da molteplici tendenze: harsh, industrial, electro-goth e persino loop presi dal folk mediorientale, inseriti per rendere il tutto più sofisticato ed etnico. L'intero lavoro suona decisamente retrò: le composizioni sfoderano poche idee davvero nuove in ambito elettronico e l'originalità non è al massimo della sua forma. Ciononostante, nel suo complesso il disco risulta lineare e piacevole, sorretto da un grande lavoro di produzione pensato per metterne in risalto la natura dance-oriented. Quindi, per quanto io possa esprimere un buon giudizio sulla qualità complessiva del prodotto, sono episodi come il singolo "Strong Inside" a rappresentare l'arma migliore da sfoderare su un ipotetico indie dancefloor. Di contro, non posso chiudere gli occhi di fronte alla disarmante, per quanto efficace, staticità creativa del duo, che per l'intero album si limita a inanellare una sequenza di soluzioni sonore più o meno derivate da altre realtà ed epoche che hanno fatto la storia del genere (Siouxsie and the Banshees, Diva Destruction, Hanzel und Gretyl, tra le altre). Tutto è fin troppo perfetto e nulla risulta davvero inaspettato, se si escludono i tre brani conclusivi, stilisticamente staccati dal resto. Fa eccezione anche un brano esemplare come "God", pezzo privo di sbavature in bilico tra Boy Harsher e Hocico, darkwave e industrial anni 2000: un mid-tempo dal grande impatto elettronico con un riff sintetico alla Depeche Mode e la voce, solo in questo caso affidata a Guellard, filtrata da un effetto rigoroso che oscilla tra Dave Gahan e Gary Numan. La voce di Inga, in tutti gli altri brani, si mantiene accattivante e sensuale. Il progetto risulta assolutamente funzionale sotto l'aspetto dell'orecchiabilità e per la sua anima più dance, che fonde synth rock e darkwave. Forse, per le nuove generazioni di oscuri ballerini, '444' potrebbe persino diventare un cult: l'album è stato sicuramente ideato con questa intenzione e ne sfoggia fiero la propensione. "Lost and Found" è la traccia che preferisco, perché mostra una costruzione più profonda e amplia la prospettiva sonora della band. Infine, come già accennato, c'è il trittico finale: "Temros" e "Ziro", che si muovono su coordinate ethereal ed etniche alla Dead Can Dance, e la conclusiva "Sellenno (reprise)", chiaramente di scuola Kirlian Camera. Per concludere, i Death by Love hanno costruito un album sulle ceneri di composizioni immortali, sfruttandone atmosfere e strutture e ottimizzandone il suono in maniera intelligente, gestendo il tutto con maestria e astuzia. Insomma, chi saprà porsi all'ascolto a cuore aperto non potrà che apprezzare gli intenti, le dinamiche, le potenzialità e le doti sonore e vocali emerse in questa raccolta. Andando oltre i riferimenti d'epoca e l'effetto nostalgia, con i riascolti il disco si rivela appieno, affrancato da qualsiasi stereotipo invadente. (Bob Stoner)

(Distortion Promotion - 2026)
Voto: 65

domenica 2 agosto 2026

The Secrecy - Pins & Needles

Ascolta "The Secrecy_Pins & Needles" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Gothic/Dark
Ritmiche ipnotiche, ombre pesanti e quella strana, irresistibile tentazione di chiudere gli occhi e ballare al buio. È questo il biglietto da visita di 'Pins & Needles', l'ottimo debutto dei The Secrecy. Il supergruppo di Indianapolis (con membri rubati a Flesher, Chrome Waves e Bringers of Disease) firma un disco che si piazza a gamba tesa all'incrocio tra il post-punk moderno e un dark/gothic rock denso di atmosfera. Prendete la ferocia dei Killing Joke, le ombre dei Fields of the Nephilim e il sound crepuscolare dei Type O Negative, rimescolate il tutto in chiave contemporanea, ed avrete il suono di quest'opera. Ho ascoltato il disco per sbaglio su Spotify e ho pensato "diamine lo devo recensire assolutamente!". Se la produzione è un piccolo gioiello di dinamica tra synth tridimensionali e chitarre sature, la voce di Dustin Boltjes oscilla da toni profondi e sognanti a improvvisi slanci drammatici. Il disco corre via veloce, un pezzo dopo l'altro. "Theresa" rompe gli indugi con un basso pulsante e ipnotico che mette subito in chiaro la proposta dei nostri. Un'apertura cupa, tesa, quasi cinematografica. "Dancing in the Fire" vede il battito accelerare. Riff taglienti, ritmo sostenuto e un crescendo dinamico e coinvolgente. "Meet Me After Midnight" mostra un differente lato della medaglia, fatto di atmosfere oscure e synth sognanti che mi hanno evocato addirittura gli Actors. Parte piano "Sky", una sorta di ballad crepuscolare solenne ed emozionante, che scomoda qualche scomodo paragone con i The Cure di "Trust". Ovvio, i maestri inglesi sono di un altro pianeta, ma la proposta degli americani, non sfigura affatto. Il disco s'incanala tra pezzi dark/synthwave ("The Watchers"), chiaroscuri intimistici rafforzati da echi di Jaz Coleman e soci ("Set Me Free"), senza dimenticare le origini (la title-track mostra piuttosto palesemente le influenze dei Fields of the Nephilim), per chiudere con le note malinconiche di "Same", che sanciscono come il post-punk abbia ancora diverse frecce al proprio arco da poter scoccare. (Francesco Scarci)

(Disorder Recordings - 2026)
Voto: 77

sabato 25 luglio 2026

Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds

Ascolta "Astral Alchemy_Weaving Chilling Magical Dreamworlds" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Dimenticate la musica. Dimenticate i dischi. 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds', il primo vagito degli Astral Alchemy, non è un ascolto: è un collasso sensoriale, un veleno che s'insinua tra le pieghe della realtà. Dagli Stati Uniti arriva un'entità che frantuma le catene del black metal atmosferico. Non ci sono canzoni qui, ma cinque portali che si spalancano su derive sperimentali inesplorate, trasformando il rischio di sentire un qualcosa già sentito in un incubo lucido e terrificante. La produzione, evocata dalle mani di B.D. Johannson, ne distilla poi un fumo denso e stratificato. Le chitarre non suonano, s'intrecciano a parassiti elettronici, generando un tappeto alchemico ed esoterico che divora l'aria. La sezione ritmica, mossa da entità note come "He Who Wields Twin Scepters of Malice" e "He Who Walks Under the Blood Moon", è un cuore malato che muta battito senza preavviso, alternando il gelo assoluto a improvvise, brutali lacerazioni della carne. L'album è un trattato sulla cenere: esplora l'annientamento totale della materia, la rinascita che passa attraverso la distruzione del cosmo, usando l'alchimia come grimaldello per una trasformazione atomica e trascendentale. Il viaggio inizia "Bathing in the Sap of the Moonflower", una suite sinfonica che annebbia subito la vista e definisce l'ambizione del progetto. Segue "Tria Prima Offering to the Great Serpent", dove la complessità si fa carne e l'uso dei campionamenti arricchisce una narrazione occulta e strisciante, ad opera della guest Aeterna. Ma è con "Stars of Ruin" che la realtà si spezza: una ritmica serrata che sfocia in un breakdown progressivo e inaspettato, quasi deathcore, per poi collassare in un break al limite dello slam che stupra qualunque linearità di genere. "Collapse of the Cosmos" è il passo successivo, un'enfasi sulla distruzione universale tessuta da trame chitarristiche ancora più tirate e feroci. Il finale è affidato ai quasi dodici minuti di "Eyes Through the Speculum", una distillazione magistrale di tutte le tensioni accumulate. Una conclusione che non dà pace, ferocemente inquietante ma, allo stesso tempo, paradossalmente liberatoria. Non ascoltate 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds' se cercate conforto nel passato. Bevetene il veleno solo se siete pronti a guardare il tessuto della realtà mentre si dissolve, per tessere, con successo, nuovi e oscuri immaginari onirici da cui non vi sveglierete più. (Francesco Scarci)

(Naturmacht Productions - 2026)
Voto: 77

domenica 19 luglio 2026

Inferno - The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)

Ascolta "Inferno_The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Cosmic Psych Black
Gli Inferno sono da sempre una di quelle band che seguo con un interesse quasi devozionale. Dopo l'ottimo album del 2021, 'Paradeigma', l'attesa per il loro ritorno era altissima. Ed eccolo qui, servito su un piatto d'argento: 'The Anthropic Sophisms (On the Heights of Despair)'. La band ceca sposta con il proprio sound, ancora più in là i confini dell'avanguardia, consolidando lo status di pioniera di un black metal psichedelico, esoterico e profondamente filosofico. Il titolo stesso è un esplicito e colto omaggio all'opera d'esordio del filosofo Emil Cioran (Al culmine della disperazione), e le liriche ne riflettono la medesima, lucida e nichilista disperazione esistenziale. L'album si sviluppa come un unico, ininterrotto flusso psiconautico capace di destabilizzare i sensi fin dal primo secondo. L'incipit affidato a "Fission of the Soul" è un labirinto quasi totalmente strumentale, che mescola intuizioni psichedeliche ad atmosfere darkwave, per poi esplodere in improvvise accelerazioni ritmiche. Il risultato disorienta l'ascoltatore e ridefinisce le coordinate stesse del genere, strizzando l'occhio in modo palese alle derive cosmiche dei Blut Aus Nord. Man mano che ci si addentra nei movimenti centrali, la contorta "Dekranos Katexochen..." e la monumentale "With Raving Mouths They Utter Things Mirthless, Unadorned and Unperfumed", l'atmosfera si fa densa, marziale, quasi industriale (soprattutto la seconda delle due). Qui sono i feedback disturbanti e gli arpeggi al pari delle spettrali vocals di Adramelech a descrivere quel senso di isolamento totale che l'essere umano sperimenta di fronte all'infinito. Il climax finale giunge come una catarsi necessaria, ma tutt'altro che liberatoria: la ferocia residua si stempera in una psichedelia acida, scura e opprimente, che congela lo stato d'animo in una consapevole accettazione del vuoto. Il finale, "Circulus Vitiosus Deus (The Infinity Ravages All)", prosegue calcando i medesimi tasti di cosmic black. Parliamoci chiaro: chi è cresciuto a pane e Blut Aus Nord o Deathspell Omega, riconoscerà immediatamente la statura immensa di quest'opera. Un disco concepito non per il mercato, ma per chi vede nella musica estrema un puro strumento di trascendenza spirituale e intellettuale. Gli Inferno hanno costruito un rifugio per chi non ha paura di guardare dentro l'abisso; un'opera d'arte stratificata che, una volta passata la tempesta, ti lascia addosso una strana, bellissima inquietudine. (Francesco Scarci)

(Debemur Morti - 2026)
Voto: 74

venerdì 10 luglio 2026

Organ - Immobilism

Ascolta "Organ_Immobilism" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Noise/Post Doom Strumentale
Li avevo lasciati nel 2018 con l’EP 'Eterno'. Dopo ben otto anni di silenzio, i veneti Organ riemergono dall'ombra, e lo fanno spingendo il proprio sound verso territori decisamente più freddi, opprimenti e desolati. Il quartetto di Belluno firma la colonna sonora definitiva della paralisi ipnotica e del tormento psicologico. È esattamente da qui che prende forma 'Immobilism', un titolo che si traduce in cinque tracce tese e angoscianti. Se in passato la band evocava un doom di stampo sabbathiano in chiave strumentale, questo nuovo lavoro evoca visioni disturbanti, a metà tra incubi lovecraftiani, derive psichedeliche e passaggi obliqui che arrivano a lambire i Deathspell Omega. Ascoltarlo è come addentrarsi in un labirinto le cui pareti si stringono a ogni passo. L'opener "Tenebrism" è il manifesto perfetto di questa discesa agli inferi: un rifferama dilatato, sinistro e circolare, che si concentra sulla pura suggestione visiva. Sembra quasi di sentire quei pensieri fissi che tornano a tormentarci di notte e da cui è impossibile liberarsi. La successiva "Confessor" non allenta la presa: il battito rallenta, ma l'atmosfera resta cupa, squarciata da riverberi di chitarra che lasciano spazio a una malinconia quasi sacrale. Con "Devouring" il percorso si fa ancora più stralunato, arricchendosi di una componente fangosa e sludge che aggredisce l'ascoltatore, senza però intaccare l'umore plumbeo dell'opera. La seconda metà del disco trova il suo baricentro in "Dogma", traccia in cui le strutture granitiche del doom metal più ortodosso si fondono con una psichedelia acida, alienante e priva di qualsiasi catarsi. Il viaggio si chiude infine con i nove monumentali minuti di "Inaccessible": un brano ostico, solenne, edificato attorno a un riff che si ripete all'infinito come un mantra ossessivo. La perfetta conclusione per un disco che si candida a colonna sonora ideale per chi ha fatto della propria immobilità uno stile di vita. (Francesco Scarci)

(Invisible Order Records - 2026)
Voto: 75

mercoledì 1 luglio 2026

Cripple Bastards - La Tua Foto sul Marmo

Ascolta "Cripple Bastards - Latua foto sul marmo" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Grindcore
Otto anni dopo 'La Fine Cresce da Dentro', split album e compilation varie, Giulio The Bastard e soci tornano con un EP che è, a tutti gli effetti, un pugno in faccia con guanti di piombo: sei tracce e 13 minuti all'insegna del grindcore tricolore. Con una line-up che si mantiene imperturbabile e coesa da tempo, i Cripple Bastards tornano con la solita genuina proposta a dir poco violenta. "Il Respiro si Chiude" apre veemente con un blast devastante che manda in pezzi qualsiasi aspettativa; è il brano più emblematico del disco, capace di comprimere una quantità assurda di stati d'animo, tra il riflessivo, l'incazzato e il caustico, in meno di tre minuti. Riff sparati a mille, vocals al vetriolo anche per i 66 secondi di "Scarto del Rimorso" che tiene alta la pressione e vira verso un grind-hardcore vorticoso. "Vendicativo" macina ritmiche indemoniate, pur alternando sezioni più controllate a quelle scalmanate, e introducendo delle veloci clean vocals e un assolo di chitarra che spezza il ritmo in modo chirurgico. La title track è il momento più grooveggiante del lotto, sebbene sfoderi dopo il primo minuto, un taglio decisamente punk, con una sensazione di disperazione che si annida sotto ogni nota. "L'Era della Dispersione" e "Ai Confini di Quel che Puoi Dire" chiudono senza lasciare scampo, mantenendo la stessa imprevedibilità strutturale che caratterizza tutto l'EP. Il limite, se proprio lo si deve trovare, è quello della durata: 13 minuti sono pochi anche per un disco di grind, e quando finisce, lascia una sensazione addosso di aver preso solo metà dose di quello che dovevi. Sicuramente un lavoro consigliato a chi mastica grindcore; meno utile per chi vuole un respiro melodico. (Francesco Scarci)

(F.O.A.D. Records - 2026)
Voto: 73

sabato 13 giugno 2026

Ersedu - Gore

Ascolta "Ersedu_Gore" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Death
Tra le cose più intriganti di questo 2026, c'è 'Gore', il nuovo EP concettuale degli ucraini Ersedu, un lavoro che prova a cercare uno spiraglio tra le maglie della nostra mente, per appollaiarsi tra le nostre inquietudini più profonde. Non parliamo di un'uscita come le altre. La band ha infatti concepito questo progetto come il primo tassello di una serie di lavori dedicata ai colori, inaugurando tale percorso con il rosso. Ma il rosso, tra queste note, smette di essere un semplice colore per trasformarsi in un simbolo totalizzante, un filo conduttore che unisce la violenza del sangue al calore della passione. Gli Ersedu si muovono su coordinate symphonic death e dark cinematic metal, una definizione che sulla carta rischia di suonare fredda, ma che qui si traduce in un'atmosfera oscura, quasi teatrale. L'ascolto è suddiviso in quattro capitoli ovviamente connessi tra loro. Si comincia dalla solennità marziale di "God of War", un’intro epic-orchestrale che stabilisce immediatamente le regole del gioco, per poi scivolare nella dimensione sinfonica di "Offering", dove la ritmica schiacciasassi e il growling del frontman, vengono stemperati dalle sensuali vocals di una gentil donzella, in un sound che per certi versi, mi ha evocato l'orchestralità dei Septicflesh. La tensione si fa ancor più funerea e serrata con "Reap Souls", dove a duettare nuovamente sono le voci dei due cantanti (ammetto tuttavia di non essere cosi sicuro che il growl non sia opera sempre della suddetta gentil donzella, visto che nè bandcamp nè il sito della band rivela la line-up del misterioso trio incappucciato) sopra un tappetto sinfonico, plumbeo e cinematico. Si arriva infine al contrasto più affascinante del lotto: "Eros". Inserire il desiderio e la carnalità dentro un impianto sonoro così cupo ed estremo è una scelta coraggiosa, in un pezzo che alla fine, ti lascia lì, con l'ultima nota che vibra nell'aria e una strana sensazione di nudità, consapevole che il rosso non è il colore della vita che continua, ma quello del sangue che sgorga da una ferita che ti ricorda che sei ancora vivo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

lunedì 1 giugno 2026

Numen - Erre

Ascolta "Numen_Erre" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black Metal
'Erre' dei Numen si presenta come un ritorno assai atteso nel black metal: un disco cantato interamente in lingua euskera (il basco), e legato a credenze antiche, caccia alle streghe e Santa Inquisizione. Fuori nei prossimi giorni per la Les Acteurs de l’Ombre Productions, il disco si dipana attraverso un black metal old-school, rapido, aggressivo e dalle tinte melodiche, con una componente epica e improvvisi passaggi progressivi. Lo si evince bene dalle note dell'iniziale "Kez Beteriko Zeru Penatua", esempio di furia cieca black sparata ai mille all'ora che solo in taluni passaggi, apre a porzioni più atmosferiche. È chiaro che l'intento dei nostri punti chiaramente a una resa ruvida, a discapito di porzioni più ariose, che comunque troverete nell'album, al pari di riferimenti folklorici che già nell'incipit si palesano in un finale più melodico e affabile, ideale per ristorarci prima della successiva battaglia, affidata a "Negu Itxian Urtarril Hotza". La chitarra di Jabo innalzata al cielo, come una spada fiammeggiante nella notte, le percussioni tambureggianti di Sistre e le urla furiose del vocalist Aritz, caratterizzano un brano che di nuovo non ha nulla da mostrare e che mette a rischio la band nel rimanere prigioniera di una formula già scritta, e ormai troppo prevedibile nel 2026, da chi soprattutto mastica questo genere da quasi 30 anni. Anche i successivi brani, i cui titoli sembrano formule magiche scritte su pietra, soffrono cronicamente di questo problema e, pur evocando un finale apocalittico nella conclusiva "Euria Infernuko Sutan" (significa pioggia all'inferno), corrono il rischio di finire nel dimenticatoio con una certa celerità. Quindi, se cercate un ritornello che vi salvi la giornata, avete decisamente sbagliato indirizzo, qui troverete solo fuoco e cenere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 62

mercoledì 27 maggio 2026

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising

Ascolta "Dimmu Borgir_Grand Serpent Rising" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C’è una strana forma di rassegnazione che ti assale quando aspetti qualcosa per otto anni, che ti fa guardare il cielo sperando di veder comparire di nuovo un lampo familiare, pur sapendo che, molto probabilmente, vedrai invece le solite nuvole grigie. Quando i Dimmu Borgir hanno annunciato l’uscita di 'Grand Serpent Rising', ero eccitato e preoccupato al tempo stesso, quasi stessi sentendo quella vecchia cicatrice ricominciare a prudere. Mi sono chiesto se ci fosse ancora del veleno in corpo alla band che aveva ridefinito i confini del symphonic black metal più di trent'anni fa, o se la proposta della band seguisse le orme del deludente 'Eonian'. La risposta, purtroppo, non è un urlo trionfale, ma un monumentale lavoro lungo 69 minuti che riflette una volontà tanto ambiziosa quanto poi in realtà, discontinua. Ascoltando la nuova release dell'ensemble norvegese si ha come l'impressione di camminare tra le stanze di un castello immenso, dove i corridoi cercano disperatamente di evocare i fasti di un tempo, mentre i saloni principali restano schiacciati sotto il peso di una pomposità barocca e teatrale. La produzione è al solito, un muro di suoni stratificati, una cattedrale di tastiere, sezioni orchestrali e frangenti gotici. Eppure, proprio quest'abbondanza finisce per essere la zavorra del disco: c'è infatti troppa materia che allunga il brodo, troppe composizioni, soprattutto nella seconda metà del disco, che accumulano quella percezione di già sentito, disperdendo quella tensione emotiva che un tempo toglieva il fiato. Quando parte "Ascent", mi sono illuminato nell'ascoltare un sound quasi miracoloso, tra la brutalità primordiale e la grandeur orchestrale, un qualcosa che la band non scriveva da anni. Tuttavia è già dal brano successivo, "As Seen in the Unseen", che non mi è chiaro dove i nostri vogliano andare a parare; sembra manchi la convinzione dei giorni migliori, forse per quel costante  desiderio di inseguire un'atmosfera che sembra voglia stemperare la furia dei nostri, nel tentativo di accontentare un po' tutti. Non sono affatto male gli arrangiamenti ma, si c'è sempre un ma, che rende l'ascolto poco a fuoco. Arriva "The Qryptfarer", e qui l'uso delle keys torna a tessere quelle trame raffinate che evocano lontanamente 'Enthrone Darkness Triumphant', ma che poi si perdono in una ridondanza ritmica quasi fastidiosa. E sta proprio qui il canovaccio di un disco che vede ogni suo brano partire alla grande, ma che finisce poi di perdersi nelle labirintiche trame di un qualcosa che puzza di una prevedibilità da manuale, che sa più di conservazione che di vera urgenza artistica. Non è un disastro, sia chiaro, le qualità degli scandinavi rimangono intatte, ma sembra che ci sia una svogliatezza di fondo dalla quale i Dimmu Borgir stentano a riprendersi. Non siamo di fronte al crollo di un impero, ma piuttosto alla sua lenta, maestosa burocratizzazione. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2026)
Voto: 66

lunedì 18 maggio 2026

Design - Faithless

Ascolta "Design - Faithless" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post-Punk/Industrial
Da un paio d'anni mi sono avvicinato al post-punk, quindi per me è stato piacevole recensire 'Faithless', terzo album dei marchigiani Design. Non li conoscevo, devo ammetterlo, ma la proposta del quartetto, per quanto poco affabile, si muove in territori che intrecciano post-punk, industrial, darkwave e alternative rock. Quando fate partire il disco, vi immergerete subito nelle atmosfere oscure della title track, capendo che qui non stiamo parlando di metal, quello dei riff d'acciaio e della doppia cassa che ti prende allo stomaco; eppure, c’è un filo invisibile, una densità fatta di chiaroscuri e di silenzi pesanti, che unisce questo lavoro all'estremismo emotivo più nero. I Design si muovono su un crinale scosceso: in "Cold War", il post-punk si scontra con la coldwave e l'elettronica in sottofondo, non credo serva a far ballare, semmai a dare un ritmo regolare al brano, che ho immediatamente eletto come il mio preferito del disco, forse anche per una piega decisamente internazionale che avvicina i nostri a realtà ben più affermate del panorama musicale. Proseguendo nell'ascolto di "Sweet Surrender", delle sue evocative linee di basso e dei suoi testi che vedono una "dolce resa" come un atto di libertà e sopravvivenza emotiva, mi rendo conto che quello che ho fra le mani è proprio un gioiellino, da mettere accanto alla mia collezione fatta di Secret Cameras, Talk to Her e The Slow Readers Club, anche se tutti questi suonano decisamente più commerciali rispetto alla band di quest'oggi. "Deep Dive" è una discesa negli abissi della propria anima, e l'inquietudine sonora creata dai Design mira a toccare esattamente quel nervo scoperto che teniamo nascosto anche a noi stessi. Il suono sembra farsi ulteriormente più cupo in "Blame", con la voce del frontman, sempre notevole dall'inizio alla fine, qui meno "accogliente" rispetto agli standard, stemperata comunque da un coro che sembra voler quasi donare un tocco etereo al brano. Un interludio strumentale e poi è il momento dei "Evil Eye", un pezzo che parla della rottura di un legame tossico e forse per questo, si percepisce una bella dose di rabbia nelle distorsioni sonore e nel graffio vocale. Il disco prosegue ancora per altri quattro pezzi, tra l'industrialoide ("Keyhole") e l'alternative ("The Belly of the Whale"), e il risultato non cambia poi di molto. Non c'è la pretesa di inventare un linguaggio nuovo, ma c'è la dignità di chi usa le vecchie parole della darkwave per scrivere una lettera d'addio estremamente contemporanea. (Francesco Scarci)

(Overdub Recordings - 2026)
Voto: 75

sabato 2 maggio 2026

Galibot – Catabase

Ascolta "Galibot - Catabase" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Non più di due mesi fa, su queste stesse pagine, mi ritrovavo a scavare tra i solchi di 'Euch’Mau Noir Bis', convinto di averne esaurito il fiato e la polvere. Eppure, in un giro di tempo così stretto da sembrare un’accelerazione del destino, i Galibot sono tornati. Non è fretta, la loro; è l'urgenza di chi ha ancora troppo nei polmoni per riuscire a stare zitto. Con 'Catabase', il quintetto del Nord della Francia non si limita a bissare il debutto, ma decide di portarci esattamente lì dove il titolo suggerisce: giù, in un rito di discesa verso l'oscurità. Qui, l'aria ha l'odore ferroso delle miniere di Lens, il silenzio pesante delle fonderie dismesse tra Hénin-Beaumont e quella dignità stanca dei galibot, i ragazzi che un tempo spingevano i carrelli nel cuore della terra. Qui, il suono ha smesso di essere una parete di fumo per diventare un’architettura di nervi e metallo. Le chitarre hanno una qualità melodica che sa di scuola svedese, penso ai Dissection ad esempio, ma è una melodia che non consola, bensì graffia. E poi c’è la voce di Diffamie, che avevo già precedentemente accostato alla nostra Cadaveria ai tempi dei primi Opera IX. Quando affiora il suo cantato pulito, come nel manifesto sonoro della sbilenca "Pénitent", di "Jeanlin" o ancora, della convincente e conclusiva "Mesektet", non senti un artificio tecnico, ma una ferita che si apre. Un grido che entra in un tunnel dove l'aria è finita da un pezzo, una cucitura emotiva che tiene insieme la rabbia cieca del post black e una vena malinconia più nuda. Il concept minerario non è un fondale di cartapesta. È un'identità. Cantare in francese, con quella densità che sembra uscita da un manoscritto di Zola smarrito tra le gallerie, è una scelta ricercata. 'Catabase' ci racconta come la modernità industriale sia stata costruita sul sacrificio di corpi che il sole non l'hanno visto mai, e lo fa senza retorica, con la forza di chi sa che il carbone, in fondo, non è altro che tempo compresso sotto un peso insopportabile. Mentre scorrono le tumultuose rasoiate inferte da brani come "Bleu Noir Rouge", la corrosiva "Voreux" o la veemente "Terril", mi rendo conto come questo disco alla fine parli di noi, della nostra incapacità di imparare dal passato e della bellezza che riusciamo a trovare solo quando abbiamo toccato il fondo del barile. I Galibot diciamocelo, non hanno un sound cosi originale da lasciarci senza fiato, ma ci insegnano tuttavia che scendere non significa perdersi, ma forse smettere di fingere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

sabato 18 aprile 2026

Velzevul - Pandemonium

Ascolta "Velzevul - Pandemonium" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C'è una certa solennità nel guardare una cattedrale che brucia: non è solo il fuoco a incantare, ma la consapevolezza che quelle mura, nate per toccare il cielo, stanno diventando combustibile per un buio più profondo. Con 'Pandemonium', a 16 anni dalla loro fondazione, i russi Velzevul non si accontentano di urlare contro il divino, ma decidono di metterlo in scena, orchestrando una liturgia blasfema dove ogni tastiera è un rintocco funebre e ogni blast-beat un chiodo per sigillare la bara dell'ordine cosmico. Aspettatevi pertanto un black sinfonico che si contrappone alla ferocia tipica thrash dell'est Europa, che non ha mai perso un grammo di veleno. Le sette tracce si susseguono veloci, dalle intermittenze iniziali di "Nuclear Snow" e alle sue pomposità black sinfoniche, passando per la glacialità di "A Rotting Humanity" che si fonde con una grandeur orchestrale, che evoca quel barocchismo infernale della fine degli anni '90, con Limbonic Art e Dimmu Borgir, in testa al movimento. "Crystallization Of Desecration" è il manifesto del disco: qui le chitarre e le sinfonie s'intrecciano in una danza vorticosa, alternando ritmiche compatte a momenti più atmosferici che sembrano studiati per mozzare il fiato, mentre lo screaming efferato del frontman narra chissà quali storie. L'eco dei Dimmu Borgir si fa sempre più forte man mano che si prosegue nell'ascolto, con "The Insignificance of the Universe" e "Christian Luciferia", a evocare i bei tempi andati di 'Spiritual Black Dimensions'. Il viaggio si chiude con "The Valley Of Shadows", un crescendo di pathos che lascia con la netta sensazione di essere scivolati oltre il punto di non ritorno. Alla fine 'Pandemonium' è un disco che non cerca la sottigliezza, punta dritto alla gola con un sovraccarico orchestrale che preferisce il colpo di scena alla meditazione, ricordandoci che il caos non è disordine, ma una forma superiore di architettura. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 68

lunedì 6 aprile 2026

Feversea – Wormwood in the Veins of the World

Ascolta "Feversea – Wormwood in the Veins of the World" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Metal/Hardcore/Post Punk
L’apocalisse, quella vera, non farà rumore. Non sarà lo schianto di un meteorite sulla Terra o il crollo coreografico di un grattacielo; sarà qualcosa di molto più intimo, viscido e silenzioso. Forse un veleno che entra in circolo, cambiando il sapore dell'acqua mentre la bevi. I Feversea probabilmente sanno qualcosa di più, complice l'amaricante fil rouge biblico di questo lavoro, e hanno deciso di non aspettare il prossimo album per dircelo. Sono quindi tornati da Oslo con un nuovo EP, 'Wormwood in the Veins of the World', a soli dieci mesi dal debutto 'Man Under Erasure'. Dimenticatevi lunghe suite post-metal, i nostri da sempre sono sostenitori della compressione. Quattro tracce, diciotto minuti. È un post metal animato da fiammate punk quelle che ascoltiamo nell'opener, nonché title track del disco, peraltro con la densità del piombo fuso. Un muro sonoro che crolla addosso, con quella melodia sghemba, marchio di fabbrica dei nostri, al pari della voce femminile di Ada, urlata, suadente, viscerale. Sarà cosi in tutte le tracce del disco. In "All Gall Is Divided", la band spinge che è un piacere, mentre la frontwoman prima sussurra, poi ci urla in faccia e infine ci accorda una carezza. Ma non c'è da abbassare la guardia, anche laddove il sound si ferma un paio di secondi per farci respirare. La ruvidità dei nostri si riprende la scena per un'altra manciata di secondi, poi di nuovo qualche carezza consolatoria e poi ceffoni sulla faccia, gli stessi rifilati anche nella successiva "Bileblack", questa dotata di un suono viscoso e oscuro, che trasuda tutta la tensione di un lavoro in un unico termine cromatico, il nero. Che dire poi di "Sounding The Third Trumpet"? Una devastante, dissonante e disturbante chiusura, l'estinzione della razza umana da un mondo che non ci vuole più. Cali il sipario. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2026)
Voto: 74

venerdì 27 marzo 2026

Birtawil – Dua Min

Ascolta "Birtawil – Dua Min" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Experimental/Drone/Post Metal
Ci sono dischi che non ti vengono a cercare. Se ne restano lì, rintanati in qualche angolo del mondo, aspettando che sia tu a sentire il bisogno di quel tipo di vuoto. Birtawil è il progetto solitario di un’anima che dal 2013 si ostina a definirsi "post-qualcosa", una dichiarazione che sa di libertà e, allo stesso tempo, di una certa nobile testardaggine. Il nuovo lavoro, 'Dua Min', è un oggetto misterioso. Sei tracce, quaranta minuti abbondanti, titoli che sembrano scritti in un esperanto dell'anima: "Sento", "Ceesto", "Pacon". Non sono parole che vogliono spiegare; sembrano suoni che vogliono evocare un qualcosa, frammenti di un linguaggio privato che l’autore mette a disposizione di chi ha ancora la pazienza di ascoltare. In un mondo che divora canzoni da due minuti, Birtawil decide cosi di dilatare il tempo con pezzi come l'enigmatica "Malpleno" e la pulsante "Konfirmon" che superano entrambi gli otto minuti. Non c’è fretta qui. Che poi sia post-metal o post-rock, alla fine non è importante assegnarne un'etichetta, anche perchè poi le stratificazioni strumentali "post-qualcosa" del polistrumentista di Bordeaux, si anneriscono di freddi e minimalistici suoni elettro-industriali ("Pacon"), spogliati di qualsivoglia velleità commerciale. Eppure a me tutto questo piace dannatamente, è musica che respira, sale di intensità, che si adagia in momenti ambient ("Malpleno") per poi ripartire con sospensioni o una progressione che schiaccia dolcemente, relegandoci in una zona grigia dove il genere non conta più nulla e conta solo il riverbero dronico che resta nelle orecchie quando il silenzio torna a farsi sentire ("Morton"). Quello di Birtawil alla fine è un disco per chi sa stare da solo, un ascolto denso, di quelli che richiedono di spegnere il telefono e chiudere gli occhi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

lunedì 23 marzo 2026

Skaphos – The Descent

Ascolta "Skaphos – The Descent" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Death
Dimenticate la luce che filtra tra le onde e quella rassicurante linea dell'orizzonte. Con gli Skaphos, il mare non è un paesaggio, ma un presagio, quello di morire affogati in quegli abissi infernali raffigurati nell'artwork del disco. La band di Lione torna con 'The Descent', e lo fa per la prima volta sotto l'egida della Les Acteurs de l’Ombre, un’etichetta che di oscurità se ne intende parecchio. Il nuovo disco è un rito di purificazione, una discesa iniziata anni fa con la trilogia 'Bathyscaphe', 'Thooï' e 'Cult of Uzura', che oggi viene ripresa e spinta oltre il limite della sopportazione fisica. Gli Skaphos hanno preso come base il materiale dei primi due lavori e lo hanno trasformato in un biglietto da visita definitivo, un vortice di abyssal death metal che ti trascina sul fondo del mare senza chiederti se hai abbastanza ossigeno nei polmoni. Otto brani di death metal dissonante, quello in cui le chitarre si avvitano su se stesse e in cui la sensazione, è quella di sentire la pressione dell'acqua che schiaccia sopra la nostra testa e sul torace. "Nese Ende" apre i battenti con l'acqua che inizia a entrare copiosa. La sezione ritmica è mostruosa, un capolavoro di claustrofobico black/death, in cui l'oscura voce growl è solo uno dei tanti tasselli che compongono la proposta del quartetto transalpino. Il mio personale suggerimento è di ascoltare il tutto in cuffia, il sound dei nostri vi stritolerà infatti in una morsa divorante, con uno sciame di blast-beat paragonabile alla contraerea, ahimè tanto attiva nell'ultimo periodo. "Okean" prosegue sulla falsariga, evocando incubi affini alle proposte di Ulcerate e Immolation, il tutto immerso in un universo smaccatamente lovecraftiano. "Mireborn" esala quell'odore di putrefazione che risale dalle profondità, con batteria, chitarre e basso, a creare un'atmosfera di morte esaltata dalla rancorosa espressività del frontman. "Ube" non si perde in troppi giri di parole, ci aggredisce immediatamente con la sua ritmica schiacciasassi, un divampare di schegge impazzite che vanno in ogni direzione, prima di un pericoloso e sinistro rallentamento ritmico. Ma la follia è dietro l'angolo e pronta a deflagrare ancora nella seconda metà del brano, in cui l'urlo del vocalist chiude l'incubo. "The Descent" è un'alternanza tra parti più lente e opprimenti ad altre sempre pronte a esplodere in improvvise fughe di caos primordiale mentre "Horror Squid" suona dapprima come una litanica danza di morte, poi come una violenta grandinata, presagio dell'apocalisse che incombe. Ci sono ancora un altro paio di pezzi prima della conclusione, ma le mie orecchie grondano ormai sangue per la profondità degli abissi raggiunti. Lascio quindi a voi il compito di nuotare ancor più in profondità per esplorare la Fossa delle Marianne. Ma attenzione, perchè il mare non perdona. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 75

lunedì 16 marzo 2026

Blackbraid - Nocturnal Womb

Ascolta "Blackbraid_Nocturnal Womb" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Se amate il black metal che sa di muschio e spiriti ancestrali, questo EP non è un'opzione, diventa quasi un testamento. Stiamo parlando dei Blackbraid, che bene han fatto parlare di loro begli ultimi anni e che ritornano con un nuovo EP, 'Nocturnal Womb'. Il progetto solista di Sgah'gahsowáh propone tre tracce per venti minuti di musica: due nuovi inni feroci più una versione acustica strumentale di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil" (song inclusa nel loro primo capitolo), in edizione in vinile 10" in due differenti colori. La proposta del mastermind nativo americano è il classico, dirompente e affannato attacco post black che arriva dalle profondità selvagge dei Monti Adirondack e si palesa con chitarre in tremolo picking, affilate come il vento glaciale che taglia la faccia tra gli alberi, con un senso di natura che non accoglie ma osserva con indifferenza, quasi con ostilità. È cosi che ci investe "Nocturnal Womb", la traccia d'apertura, con una tensione che va lentamente salendo fino a un cataclisma di blast beat, per finire poi in un maestoso finale evocante i Bathory più epici. In "Celestial Bloodlust", il factotum statunitense colpisce con furia devastante, diretta e senza troppi compromessi. A chiudere, ecco la chitarra acustica di "Barefoot Ghost Dance on Blood Soaked Soil", in una versione totalmente trasformata dall'originale, che vede un inno feroce trasmutato in una preghiera solitaria dalle forti tinte folk che verosimilmente richiama le radici animiste del progetto. Alla fine 'Nocturnal Womb' non è un riempitivo, ma un rito di venti minuti che profuma di terra bagnata, sangue antico e legna arsa. (Francesco Scarci)

(Wolf Mountain Productions - 2026)
Voto: 72

mercoledì 11 marzo 2026

Dusk - Bunker

Ascolta "Dusk_Bunker" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Industrial
C’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che il freddo più siderale, quello che ti entra nelle ossa e ti toglie il respiro, non arrivi dalle foreste innevate della Scandinavia, ma dai sobborghi di San José, in Costa Rica. I Dusk sono un’anomalia geografica, l'avevamo già scritto, ma dopo dieci anni di ricerca sonora, con 'Bunker' smettono di essere un esperimento per diventare una certezza, quella che avevo appreso di recente, con la recensione di 'Repoka'. E lo fanno con un sesto album che non chiede permesso a nessuno (in un periodo come questo poi, chi lo fa?), si limita a esistere, denso e inamovibile come una colata di cemento armato. Ascoltare questo disco si rivelerà un’esperienza psico-fisica di un certo livello, ve lo garantisco. Non sono canzoni quelle qui contenute, sono stadi di una discesa verso gli abissi della propria anima. La scelta di chiamare i brani semplicemente "Bunker I-VI" poi, toglie immediatamente ogni distrazione narrativa; non ci sono titoli evocativi a cui aggrapparsi, c’è solo la progressione numerica di chi si chiude dentro e tira il chiavistello. È un album di trenta minuti scarsi, ma sembrano ore passate sotto terra, dove l’elettronica non è un abbellimento, ma l’ossatura stessa di un mostro meccanico. Le chitarre e i blast beat ci sono, certo, ma restano spesso intrappolati sotto strati di synth che ricordano le visioni distopiche di Perturbator o il caos ragionato dei Blut Aus Nord. La voce? Non aspettatevi il classico vocalist che vi urla in faccia. Qui lo screaming è un eco lontano, un graffio sulle pareti del rifugio, un suono tra mille suoni. È come se la band volesse ricordarci che in un mondo post-apocalittico, l'individuo scompare: resta solo l'ambiente, l'atmosfera e il rumore della sopravvivenza. E poi c’è il gran finale. Reinterpretare "Dunkelheit" di Burzum è una mossa coraggiosa, se non fosse che i Dusk la rendono necessaria. Prendono un inno bucolico e meditativo e lo trascinano in fabbrica, lo sporcano di olio industriale e lo passano sotto una pressa idraulica. È il cerchio che si chiude. E restituisce una musica per chi ha bisogno di isolarsi o per chi cerca uno spazio vuoto dentro il rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto. 74