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giovedì 31 agosto 2023

Innumerable Forms - The Fall Down

#PER CHI AMA: Death/Doom
Da Boston – Massachusetts fanno ritorno, dopo nemmeno un anno dall’ultimo ‘Philosophical Collapse’, i death doomsters Innumerable Forms, con tre brani dalle tinte assai fosche. Il quintetto statunitense rilascia questo ‘The Fall Down’, un dischetto denso di contenuti, che si muovono dal classico rifferama stile primi My Dying Bride a bordate death metal di scuola americana (Autopsy per intenderci). Questo almeno quanto ci racconta la prima traccia dell’EP, “Impenetrable”, una song che non aggiunge grandi novità a quanto già detto in passato dal quintetto. Anche la title track si muove su coordinate simili, sebbene la band dia qui meno spazio al lato più aggressivo della propria proposta, preferendo piuttosto addentrarsi nei meandri di un suono più funeral, ove a primeggiare saranno le vocals cavernose del frontman Justin DeTore e il riffing possente del duo d’asce formato da Jensen Ward e Chris Ulsh. Come detto, ampio spazio è concesso ai suoni claustrofobici, ma nel finale, i nostri ci deliziano con furenti cinghiate sulla schiena, ammorbidite solo da una melodica linea solistica che rende il tutto decisamente più palatabile. L’ultimo brano è “Satori Part 3” (non ho però trovato le precedenti due parti nella discografia della band), una breve e assai ritmata song strumentale di doom, scuola Candlemass che funge da outro a questo piccolo regalino che consiglierei ai soli fan degli Innumerable Forms. (Francesco Scarci)

Altarage - Cataract

#PER CHI AMA: Death/Doom
È tempo di tempeste nere come la pece, è tempo di ire funeste e giorni oscuri. Per questo ci piove sulla testa il nuovo EP (un vinile 12”) dei baschi Altarage, ‘Cataract’, apripista del full length ‘Worst Case Scenario’ in uscita a settembre. Il sound della band di Bilbao la conoscono un po’ tutti, ossia un muro di riff dissonanti e caotici in grado di inglobarci in una sorta di gorgo infernale, spezzato da ipnotici rallentamenti claustrofobici (“Cataract”), da cui ripartire più violenti e incazzati che mai con “Sacrificial Annihilation”. La pesantezza e l’obliquità delle ritmiche, unite alle solite laceranti vocals, rendono la proposta dei nostri musicisti disturbanti sempre assai ostica da digerire. Ma se siete fan dei Morbid Angel o di altri pazzi scalmanati come Portal o Aevangelist, non avrete certo grossi problemi ad affrontare il delirio sonoro imperante in questo entropico dischetto che vede in chiusura, la presenza di quella che sarà la title track del prossimo disco, “Worst Case Scenario” appunto, un brano di ben sette minuti di inopportuni suoni (un riff e una flebile batteria) ripetuti in un loop infinito. Speriamo bene. (Francesco Scarci)

(Doomentia Records – 2023)
Voto: S.V.

https://altarage.bandcamp.com/album/cataract-ep

Gråande - S/t

#FOR FANS OF: Atmospheric Black
Coming from Sweden, Gråande is a new project recently created by two musicians, Nichil and Nachtzeit. The later one needs no presentation as he is the creator and only member of the well-stablished and respected project Lustre, among many other projects, all of them the quite enjoyable. Backed by the label Nordvis Produktion, the project has released a self-titled debut EP, consisting of only two tracks, but making it clear that Gråande has a quite interesting potential.

The EP 'Gråande' unsurprisingly confirms that the new project is firmly rooted in the black metal genre and, more precisely, in the niche of atmospheric black metal, as it happens with Lustre. However, contrary to his most famous project, Nachtzeit and his colleague Nichil, have forged two tracks with a slightly less trance inducing touch than what we can see in Lustre. The guitars, the rhythmic base and the vocals sound more powerful and powerfully rhythmic, and the music is definitively more intense here. But don’t get me wrong, the similarities are there and both projects don’t differ that much. The hypnotic keys are definitively present, and the general ambience also has its trance inducing touch, but with Gråande, the music definitively sounds a bit heavier. The second and shorter track, "Evighetens Kvarn", is the clearest example with its faster drums, quite unusual in Lustre, its cold-biting riffs and Nichil’s excellent shrieks, that sound quite powerful and desperate. The track is definitively a fine example of a crossover between atmospheric black metal and DSBM. The EP opener "Sjöar Ovan" sounds closer to what we have heard in Lustre or the always present influence of Burzum. This influence is stronger in two thirds of the song, where the evocative keys along with the mid-tempo guitars and the drums represent the trademark of the aforementioned projects. Nevertheless, as it happens in the second song, and as a characteristic aspect of this project, we can enjoy more energetic sections, where the drums have a more vivid pace and the guitars sound quite raspy, creating an excellent song of pure atmospheric black metal. In both tracks, shine the powerful vocals of Nichil, which is definitively a successful inclusion in Gråande.

This self-titled debut EP is without any doubt, a very solid beginning for Gråande, it brings the classic influences of Nachtzeit, but with a refreshing touch and, more important, a quality work in the creation of both tracks. Personally, I can’t wait to listen to a full-length of this project, as I am quite sure that many fans of the genre will rejoice. (Alain González Artola)


(Nordvis Produktion - 2023)
Score: 80

https://lustre.bandcamp.com/album/gr-ande

mercoledì 30 agosto 2023

In the Ponds - Fever Canyon

#PER CHI AMA: Heavy Blues
Rilassiamoci un attimo con il sound dei californiani In the Ponds che, in questo ‘Fever Canyon’, sembrano voler divertirsi con una jam session all’insegna dell’heavy blues, sporcato da partiture ambient e venature western. Questo almeno quanto ci racconta la chitarra che apre “The Lost City” e sembra catapultarci in un mezzogiorno di fuoco di un qualunque film western anni ’70. La chitarra ulula che è un piacere, un po’ come se fosse il lupo di una qualche tribù indiana che guardando la Luna, volge il muso verso il cielo rilasciando il suo inconfondibile verso. Non troverete altri strumenti qui, se non l’intrigante ricamo di David Perez alla sei corde, supportato dai tocchi di basso di Jennifer Gigantino. “Windmill Blades” e “Making Time” si muovono sulla medesima falsariga, offrendo quindi lo stage alla chitarra e ai suoi giochi in chiaroscuro, una sorta di strimpellare al bagliore di un fuoco acceso in mezzo alla foresta, ammirando il pallore della Luna e assaporando l’aria fresca dei boschi del mid-west. (Francesco Scarci)

martedì 29 agosto 2023

Drastisch - Thieves Of Kisses

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Black/Avantgarde
Questo è stato l’esordio discografico della one man band di Chris Buchman, in quest'occasione accompagnato alla voce da Chiara Donaggio e Alessia De Boni. Nonostante sia passato un po’ di tempo dell’uscita di questo disco, ci teniamo a riesumare questo lavoro. Chris viene sicuramente dal metal poiché la struttura compositiva alla base dei suoi pezzi è prevalentemente influenzata dal black di scuola inglese (come è facile intuire ascoltando "…By Untrodden Paths"), dal metal più classico e dal gothic. In realtà, queste influenze sono solo la base del suono dei Drastisch che, partendo appunto da tali coordinate, si muove verso figure musicali che cambiano tempo, atmosfere e anche generi musicali. I brani migliori mi sembrano quelli in cui la vena progressiva/avanguardistica viene sfruttata più di frequente e in modo più variegato: mi riferisco a brani come "Stream Of Unconsciousness" o "Unearthly", in cui compaiono anche suoni techno/elettronici. La strumentale "Idle Worlds" è un buon brano atmosferico di tastiera che ricorda la scuola tedesca di Klaus Schulz. Anche "Voyage Dans La Lune" è un buon pezzo di puro techno metal. Per quanto riguarda l’aspetto vocale, devo dire che le growls e le parti recitate di Chris non sono così particolari da dover essere esaltate, e delle due cantanti, ce n’è una che a volte è un po’ sgraziata e non è propriamente all’altezza di quello che vorrebbe fare. Non sono in possesso dei testi dei brani ma dalla bio leggo che si tratta di “un viaggio attraverso i nostri più profondi sentimenti e le emozioni più forti, volando sulle incantate ali dell’arte…”. Personalmente questo concept non mi ha colpito poi molto e, per quanto riguarda la musica, penso che per migliorare, Chris avrebbe dovuto focalizzare i propri sforzi in modo che i suoi brani fossero nettamente più progressivi o avanguardistici e non rappresentino solo alcuni buoni spunti da contorno a del metal di medio livello.

(Beyond Productions - 1998)
Voto: 67
 

Judith Parts - Meadowsweet

#PER CHI AMA: Ambient/Dreamwave
L'elemento base qui è il trip hop, in una forma ulteriormente rarefatta, liquefatta in profondi echi sconfinati, governati da una calda voce e da un radicato concetto di musica sospesa che condiziona tutta l'opera. È il caso del brano d'apertura che regala il titolo a questo nuovo album, 'Meadowsweet', delicata ma cupa, soave ma decisamente destabilizzante, in un contesto di sensibile estraneazione dalla realtà. Ed è in questo mondo surreale che Judith Parts, violinista, cantante, music producer e sound designer estone, con base operativa in Danimarca, libera ed elabora le sue visioni musicali. Tra musica eterea ed elettronica minimale e futurista, drone music e tappeti cosmici, Judith ha imparato bene la lezione di certo morbido acid jazz evanescente e i vari segreti del trip hop, raffreddando e smembrando gli acuti ritmici dei Portishead, utilizzandone la veste canora, adattandola alle sue tele musicali, utilizzandone i metodi e raffinandone un sound personale anche se non nuovo, che si impreziosisce di piccole venature rubate alla musica classica. E ancora, atmosfere al rallentatore, come quasi a tessere una trama che funge da colonna sonora di un film astratto e dai colori tenui, al contempo abbaglianti, ipnotici ed emotivamente pericolosi ("November"). La veste soundtrack rincorre spesso e volentieri tra i brani di questo secondo lavoro dell'artista baltica, ma è con la sua tonalità eterea da musa irraggiungibile, che unita ad una diffusa tensione emotiva, che si toccano le vette più alte, ed il romantico brano "Burn Like Witches" ne è la prova più tangibile, una song elevata quasi a forma mentale zen per le orecchie. "Intro 1" sembra un estratto da un documentario sciamanico e introduce "Nettle Field", uno dei brani più ritmati del disco, con un sound al confine con le geniali sonorità world music del compianto Mick Karn, ma debitamente ridotte all'osso e sezionate a dovere. "Apple Tree" si muove tra sussulti rumoristici, elettronica sperimentale e un cantautorato d'intima bellezza che trova un altro picco di massima espressione nella conclusiva "Spells", un brano dallo spaziale gusto organistico, dove possiamo immaginare un organo con visuale sul cosmo e in uno schermo ipertecnologico, un lento scorrere d'immagini tratte dai migliori film di Wim Wenders. Un brano che non avrebbe sfigurato nella magnifica colonna sonora del film "The Million Dollar Hotel". Questo disco segna il percorso che potrebbe dare una svolta credibile per una rinascita, ancora più intensa, sperimentale e ricercata della musica elettronica in chiave trip hop. Un disco da non sottovalutare per la qualità delle sue atmosfere sospese ed irraggiungibili, ideali per gli amanti della musica sognante e futurista. Ascolto consigliato. (Bob Stoner)

venerdì 25 agosto 2023

Toehider - Quit Forever​?

#PER CHI AMA: Prog Rock
La Bird’s Robe Records è scatenata: una serie di uscite stanno infatti contraddistinguendo sin qui questa stravagante estate 2023. Tornano sulle scene i Toehider, la creatura di Michael Mills, dopo averli recensiti lo scorso anno con ‘I Have Little To No Memory of These Memories’. Digerito appieno quell’ambizioso lavoro, mi appresto ad affrontare il nuov EP del polistrumentista australiano intitolato ‘Quit Foreverer’, che dovrebbe far parte di una serie di ben 12 EP, un esperimento già compiuto a cavallo del 2009/2010. Il mastermind di Melbourne ci spara subito in faccia “Uncle Aqua”, che si toglie di dosso tutte le scorie orchestrali dello scorso anno e ci investe invece con un bel thrash/speed metal anni ’80, dotato di sonorità di “king diamondiana” memoria, un bel riffing (incluso un tagliente assolo) che ben si combina con i vocalizzi dell’artista. Dopo la prima mazzata in faccia, arriva “Every Day I Wake Up in the Morning and I FAIL! FAIL! FAIL” che sembra trasportarci nei paraggi di un garage pop rock, che viene brutalmente (e fortunatamente) spezzato da folli intermezzi di musica estrema che mi tengono incollato nell’ascolto della psicotica proposta dei Toehider. Se non sapessi con chi ho a che fare, credo che avrei skippato il brano dopo i primi sei secondi, e invece l’imprevedibilità è una delle specialità di casa Mills, non stupisca quindi di passare in una frazione di secondo, da musica pop a sonorità apocalittiche nere come la pece. Esaurito l’effetto sorpresa, ci muoviamo verso “Nobody Even Really Liked it in There But Me”, dove la sensazione è di essere catapultati indietro nel tempo di oltre 50 anni, alle origini del prog rock, per un brano che non ha nulla da spartire con quanto ascoltato sin qui. La canzone conclusiva, la title track chiude in modo malinconico il primo EP della serie, sulle note malinconiche di un pianoforte e sull’ispirata voce del frontman che lascia intendere che nei prossimi mesi ne sentiremo davvero delle belle. (Francesco Scarci)

sabato 19 agosto 2023

The Pit Tips

Francesco Scarci

Hasard - Malivore
Entropia - Total
Celeste - Assassine(s)

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Death8699

Cradle of Filth - Nymphetamine
Cradle of Filth - Thornography
Slayer - Reign In Blood

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Alain González Artola

Sirrush - Molon Labe
Mandragora Thuringia - Rex Silvarum
...and Oceans - As in Gardens, So in Tombs

sabato 12 agosto 2023

Immortal - War Against All

#FOR FANS OF: Black Metal
Demonaz has a strong sound to his vocals just liked Abbath did. Very similar. But on here, the riffs are tighter than most Immortal releases. There's a lot of the albums that I like, mostly 'At The Heart of Winter'. That one didn't have a strong production quality though. 'Blizzard Beasts' was a worst production but the riffs were great especially "Mountains of Might." This is another chapter of Immortal since the dispute didn't keep the band disconnected. I like the direction they're going on here. A lot of epic riffs all by Demonaz. This album is less than 40 minutes but it's worth every moment.

'Northern Chaos Gods' was good but I felt like this one is stronger. The riffs tighter and the intensity more so. Always have been a fan of this band and good to know that they're not dead, defunct. I'm not so impressed about what Abbath is doing with his project, but he has some good songs on his three releases so far. He's just got to quit drinking. This band had a little different dynamic when he was with the band. Less technical on the guitars than Demonaz but still there were a lot of great releases with him in the band. Demonaz was notorious for his lyric writing but now he's in the spotlight with the guitar riffs.

This band I hope has a long life following this one. I feel like the music is totally tight and original. Demonaz is a wizard with the riffs. Really creative and surreal in his music and it leaves Abbath in the dust with his technicality.

As long as Demonaz is the new frontman, he'll hopefully continue to write some more great music like he did on here. Really hit home with his riffs and the session musicians did a strong way in accompanying the riffs and vocals. Maybe he'll recruit some official musicians and tour. A lot of us want to see Immortal kicking ass even without Abbath. I know that's possible. This album tells it all! This guy has some great licks and the vocals emulate those of Abbath with a little twist. I do recommend every Immortal fan to listen to this one because it literally slays. On any platform, I bought the CD! Don't miss out on some great music! (Death8699)


Doortri – PFAS OFF

#PER CHI AMA: Noise Rock/Jazz
I dischi che inglobano tematiche di rilevanza sociale dovrebbero essere presi in considerazione con un punto di vista più esteso e ad ampio spettro. È il caso del primo full length dei vicentini Doortri, rivolto al dramma dell'esposizione ai PFAS di una fetta di popolazione veneta che conta circa 400.000 persone, e all'area avvelenata dalla Miteni (Mitsubishi/ENI), che ha inquinato le falde acquifere di un territorio che tocca ben tre province venete, e che si può considerare ad oggi, il più grande avvelenamento da materiale di scarto da processi di lavorazione d'Europa, uno scandalo rimasto senza colpevoli e con reati ad oggi impuniti, nonostante anni di processi sulla questione e valanghe di prove di colpevolezza. I Doortri sono un trio guidato dai fiati di Tiziano Pellizzari (sax, clarinetto ed elettronica), un musicista che si contraddistingue per un vellutato tocco jazz, raffinato e cupo, mai troppo ritmico, ne troppo invadente, ma sempre protagonista in modo originale e personale, dotato di quel tipico sound newyorkese, da mettere a braccetto con l'Elliot Sharp del progetto Aggregat Trio, che ingabbia il suono vivace e malinconico delle strade notturne della Grande Mela. Supportato dalle percussioni di Giampaolo Mattiello, il suono che ne emerge è un parto multiforme che assume aspetti più dilatati brano dopo brano. Una vena No wave, da rileggersi in retrospettiva come No New York, s'incontra e scontra con alcune deviazioni rock in opposition, senza nascondere influenze hip hop della prima era, con rap e parlato che ne rimandano il ricordo alle sue forme più scarne. Questo grazie alla presenza di Geoffrey Copplestone, in qualità di vocalist, synth e rumoristica varia, prodotta peraltro da una vecchia radio portatile amplificata, alla perenne ricerca della banda radiofonica perduta. Il lato rumoristico si sposa bene con la verve jazz punk della batteria, più rivolta a tecniche percussive che ad una ritmica reale in senso stretto. Un intruglio di Rip Rig and Panic e le velleità anarchiche di Adam and the Ants, uno che tra punk e mille altre influenze ritmiche, di miscugli se ne intende. E ancora, pensando al mondo rumoroso dell'opera 'Marco Polo' dello stesso Sharp, e aggiungendo la parola avanguardia, il quadro si definisce, con i Doortri che ce la mettono tutta per depistare l'ascoltatore, nota dopo nota. Il brano "Caesar" è un singolo di ottima presentazione, mentre la title track incarna un po' tutte le anime della band. Gli spettri però sono molteplici nella musica dei Doortri e li possiamo sentire e toccare in "Haiku", ipnotica e cupa, o nella rumorosa "Mark E. Beefheart", dove presumo che il riferimento nel titolo ai due noti musicisti, non sia una semplice casualità, bensì una forma di ammirazione. "Deviazione" che fa da ponte tra la prima parte dell'opera e la seconda, mostra pesanti inserti noise su di un lento tappeto ritmico molto cadenzato, una sorta di barcollante jazz ubriaco, in stile marcia funebre. Da questo punto in poi ci si evolve in un'ottica più ricercata ed elaborata, una forma che concilia un volto schizoide con un certo tocco sperimentale che si libera in forme più progressive e sperimentali, come in "No Logo(s)". La conclusiva e lunga suite "Johatsu" riporta un'immagine della band che si allontana ancora di più dal sound standard della band, spostandosi più su vie industrial noise dei primi storici sussulti rumorosi dei Throbbing Gristle, con atmosfere ai confini dell'ambient sperimentale e rumorista. Questo disco, registrato interamente dal vivo e mixato e masterizzato dal guru Elliot Sharp, rientra nella cerchia della Zoar Records, e dimostra la qualità raggiunta dal trio di Orgiano, sebbene, per puro sfizio personale, l'avrei voluto sentire con una produzione più da studio e meno live, soprattutto nelle parti vocali. Una vera repulsione nei confronti delle gabbie musicali, e un sano principio di 'musica libera tutti', spinge quest'opera verso la ricerca più astratta e surreale, rinvigorendo quel parco di band che spendono le loro capacità compositive in forme sonore poco catalogabili e in continua evoluzione. Un disco interessante tra improvvisazione, sperimentazione e ricerca che si eleva dal precedente demo 'Deviazione', incentrato a sua volta sulla devastazione pandemica, ampliandone qui i confini compositivi e la qualità sonora. Un album questo che appassionerà i più curiosi avventurieri del mondo jazz sperimentale, magari sensibilizzando più persone possibili sul grave problema dei PFAS presenti da decenni nelle falde acquifere del Veneto. Attraverso la musica, informare su larga scala per ottenere giustizia per la comunità. Anche questo impegno è parte espressiva della forma d'arte di un musicista. PFAS OFF! (Bob Stoner)

venerdì 11 agosto 2023

Sleepwalker – Skopofoboexoskelett

#PER CHI AMA: Black/Avantgarde
Osaka, Tver e New York: in queste tre città vivono rintanati gli Sleepwalker, elaborando suoni sordidi, sperimentali e malati, attraverso una miscela esplosiva di musica black, post rock, avantgarde e noise, che avevo amato follemente ai tempi di ‘Noč Na Krayu Sveta’. La band torna con quattro nuovi pezzi che in questo ‘Skopofoboexoskelett’ si concentrano sulla nozione di autoriflessione, intuizione e le manifestazioni esteriori e interiori della fobia, mentre si relazionano all'interno di quel loro mondo singolare. In un contesto lirico cosi complesso, c’è da attendersi anche che la band si lanci in folli escursioni in bilico tra black, avantgarde e jazz (complice l’utilizzo del sax), già udibile nella caotica traccia in apertura, “Mirrors Turned Inward”. Con i nostri non si può rimanere mai sereni, c’è da aspettarsi che accada di tutto nell’evolversi impetuoso dei loro suoni, quindi non stupitevi se si passa dal grind/black al free jazz/noise, laddove il confine talvolta può essere estremamente labile. Psicotici non c’è che dire, li adoro per questo, nonostante la loro musica sia qualcosa di davvero complicatissimo da digerire. “Silesian Fur Coat” sembra virare verso suoni più ritualistici, ma si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio e quindi ecco che dopo 90 secondi, la band imbocca strade deviate, dove a mettersi in luce saranno un basso mirabolante, synth estatici, una chitarra prog e un’atmosfera etnica che avvolge tutto il tessuto musicale della band, mentre il vocalist prosegue con il suo screaming evocativo. “The Eagle Flies” è una scheggia impazzita di due minuti e mezzo aperta dal suono di un didgeridoo che evolverà velocemente verso sonorità tribali e ci prepara mentalmente all’ultimo delirio sonico della band, “The Bad Luck That Saved You From Worse Luck”. Un pezzo che si apre con atmosfere di pink floydiana memoria e attraverso un avanguardistico black mid-tempo (interrotto da una breve grandinata grind) sarà in grado di accompagnarci fino alla conclusione di questo splendido lavoro che farà la gioia di chi come me, ama le band in grado di prendersi più di qualche rischio e se ne strafotte altamente di mode o trend musicali. Bravi, non aggiungo altro. (Francesco Scarci)

(Sentient Ruin Laboratories – 2023)
Voto: 80

https://sentientruin.bandcamp.com/album/skopofoboexoskelett

giovedì 10 agosto 2023

Tangled Thoughts of Leaving - Oscillating Forest

#PER CHI AMA: Post Metal Strumentale
Ecco, l’hanno rifatto. Sto parlando degli australiani Tangled Thoughts of Leaving che hanno rilasciato un altro album di folle, imprevedibile post metal strumentale, venato di sonorità jazz. Chi pensa che questo genere inizi a stancare, beh si sbaglia di grosso perchè ancora una volta, la band di Perth supera se stessa e ci delizia con un doppio lavoro dal titolo suggestivo, ‘Oscillating Forest’, e da contenuti di altissimo livello che spazziano tranquillamente anche nel versante post rock, nell’ambient, nel prog, nella pura improvvisazione e addirittura nel noise. “Sudden Peril” apre le danze del lavoro e in poco meno di quattro minuti ci mostra il livello di ispirazione odierno della band, ma è con la più claustrofobica e decisamente più lunga (8:28 min) “Ghost Albatross”, che il quartetto australiano inizia col mettersi a nudo tra atmosfere post rock, spaventosi chiaroscuri orrorifici, cambi di tempo improvvisi e (in)frazioni rumoristiche destabilizzanti, che ci fanno capire il genio di questa band davvero multisfaccettata che sa esattamente come scrivere musica di un certo livello, dotata peraltro di un certo impatto emotivo. La cosa si mantiente anche nei quasi 10 minuti della terza “Twin Snakes in the Curvature”, un pezzo che si presenta con un impianto cinematico-sperimentale davvero inquietante a cavallo fra ambient e noise, in grado di annebbiare il cervello come la peggiore delle sostanze psicotrope. Superato questo trip da funghi allucinogeni, la band pensa bene di infarcire il tutto con il pianoforte e a destabilizzarci ancor di più con partiture jazzistiche davvero funamboliche. Non sarà semplice venir fuori interi da questa jam session, un po' come se ci fossimo fatti un tuffo in un frullatore gigante e avessimo lottato contro kiwi, fragole e banane giganti. Abbandonata questa parentesi vegana, vengo risucchiato dai due minuti rumoristici di “Seep Into” che ci accompagna a “Lake Orb Altar” e alle sue derive soniche desolanti, quasi uno scatto del deserto che è emerso dal prosciugamento del lago d’Aral, una visione apocalittica figlia del mondo in cui stiamo vivendo, un mondo che brucia da un lato mentre l'altro viene innondato da acque tumultuose. E questa song brucia, genera emozioni contrastanti, turbamenti interiori, un malessere da cui sarà difficile sfuggire, sebbene la melodia nella sua seconda metà, provi a stemperare l’apocalisse incombente. Ma poi, la ritmica avanza veloce, il basso pulsa come quando il cuore mi esplode nel petto dopo una scalata di una montagna, i giochi di synth diventano ipnotici e le chitarre frastornanti. Ci pensa “Trinket Forest” a ripristinare l’equilibrio con suoni da tempio buddista (o forse giardino zen). Il rumorismo torna sovrano in “Lamprey Strings” e si va mescolare con un’improvvisazione sperimentale davvero da capogiro in grado di rovesciare pensieri, parole ed emozioni. Se avessi scalato l’Everest sarebbe stato decisamente più semplice e invece farsi inghiottire dalle chitarre caustiche di “Bush Wallaby”, con quei suoi giochi di piano e batteria, diventa quasi una delle cose più complicate da affrontare, visto che davanti ci sono altri tre brani per oltre 20 minuti di musica: dal pianoforte impazzito della spettrale “Folded Into”, suonato da un fantasma in un castello maledetto, alle atmosfere da incubo di “The Mantle”, per terminare con la lunghissima (oltre 11 minuti) title track, in grado di darci il definitivo colpo del ko, tra suoni morbosi, deviati e schizofrenici che non pensavate potessero esistere su questa Terra. Semplicemente pericolosi. (Francesco Scarci)

(Bird’s Robe Records/Dunk! Records – 2023)
Voto: 77

https://ttol.bandcamp.com/album/oscillating-forest

mercoledì 9 agosto 2023

The Lumbar Endeavor - You Destroyed All That I Was

#PER CHI AMA: Sludge/Hardcore
L’acidissima band di Portland torna con un nuovo EP (il quarto in questo 2023, a cui aggiungere anche due full length) di quattro pezzi, per raccontarci la loro personalissima lotta interiore. Lo fanno attraverso ‘You Destroyed All That I Was’, un dischetto che sottolinea ancora una volta come i The Lumbar Endeavor siano profondi debitori di un doloroso sludge, stoner, doom multisfaccettato. Il risultato non è affatto male e in pochi minuti si passa dalle sinistre, tetre e angoscianti atmosfere di “An Ancient, Dark Ghost”, corredata dalle caustiche voci del factotum Aaron DC, alle più movimentate atmosfere di “The Stars. The Stripes. The War Drums.”, un brano decisamente nervoso nel suo incedere. Con “I’m Your Lighthouse”, le ritmiche si fanno ancora più tese grazie ad un retaggio punk/hardcore che emerge bello chiaro e potente. Ovviamente, non sto raccontando nulla di nuovo, la creatura del buon Aaron, l’uomo delle quasi 50 band, la conosciamo e apprezziamo da 10 anni. E continuiamo a farlo anche con la più ritmata “Battle-Axe”, il pezzo più compassato del lotto, ma anche quello che preferisco (sarà perché si tratta di una cover dei Deftones), perchè forse più ricercato, soprattutto a livello delle melodie di chitarra che sembrano stamparsi più facilmente nella testa. Ribadisco, nulla di innovativo o originale, come era lecito aspettarsi, ma musica comunque suonata con una genuinità palpabile. (Francesco Scarci)

Esoctrilihum - Astraal Constellations of the Majickal Zodiac

#FOR FANS OF: Atmospheric Black Metal
France’s unique project Esoctrilihum is back again with a new release, only a few months after the remarkably solid and intensely atmospheric album 'Funeral'. That opus, along with the previous album 'Saopth’s', have not been released physically yet, that is a pity, as they were both excellent in their own character. In any case, let’s focus on the newest album, a mammoth release entitled 'Astraal Constellations of the Majickal Zodiac', where Asthâghul pushes his own boundaries, particularly in terms of productivity and richness of ideas. It is admirable to see how he is able of releasing albums each year, which are far from being simple or repetitive. Esoctrilihum’s music is demanding and requires a certain degree of attention to fully appreciate it, and this album, clocking around two hours is indeed a challenging, yet worthily task.

'Astraal Constellations of the Majickal Zodiac' doesn’t deviate too much from its predecessors, something which maybe could disappoint a few fans, particularly those who expect a revolutionary step forward. However, it will satisfy most people who enjoy Esoctrilihum’s particular musical vision. This new opus offers a complete palette of Esoctrilihum has done so far. Those who enjoyed masterpieces like 'Eternity of Shaog' or 'Dy’th Requiem for the Serpent Telepath', will surely appreciate this album as it perfectly reflects what we could hear in those previous ones. The more straightforward aggressiveness of 'Consecration of the Spiritüs Flesh' is also portrayed, at least in certain moments. This is due as this album is like a complete musical depiction of what Esoctrilihum did in the last years and a clear example of Asthâghul’s talent. The length of the album may discourage some of you, but I can assure that the quality is worth of your time. The album opener "Arcane Majestrix Noir" is a perfect example of the project’s trademark sound, with a combination of relentless drums, chaotic riffs, and a strong atmospheric touch, thanks to a huge and interesting use of the keys and of other arrangements. Asthâghul’s vocal approach is aggressive as ever, with a combination of vicious high-pitched screams with deep growls. The whole composition is a crazy combination of all these elements, where aggressiveness and experimentation cohabit in a very natural way. The atmospheric touch is even stronger in "Atlas Eeïm", where keyboards play a prominent role with some majestic melodies able to captivate the listener. The slower pace is some sections of this song also help to provide a greater room for this side of Esoctrilihum’s sound. Keyboard lovers will for sure enjoy a track like "Shadow Lupus of Saemons-Tuhr" as it has an absolutely majestic main melody that sticks in your head. This album offers to the listener tons of great key melodies, regardless of how brutal or experimental sounds the song, which is something I truly appreciate.

Nevertheless, if you prefer compositions more inclined to Esoctrilihum’s most visceral way, you won’t find songs raw as the ones you can find in 'Consecration of the Spiritüs Flesh', but don’t worry, as there are plenty of brutal double bass and blast-beasts through the whole work. A song like "AlŭBḁḁlisme" is a nice example of it, with an insanely speedy drum alongside the crazy riffing that Esoctrilihum always delivers. Pace wise, the songs fluctuate in a very natural way between super-fast, mid-tempo and slow parts, a fact that shows how smoothly the songs have been crafted by the French mastermind. Apart from the guitar-bass-drums-keys combo, Esoctrilihum has always used successfully something like a violin (I don’t know if it’s actually the real instrument or something more artificial), and this album is not an exception with some very nice parts, as the ones you can find in "Säth-Oxd, Stellar Basilisk". This song is also another clear example of how a song of this release can change from some melodic and even nice parts to a truly chaotic one in just a second. As soon as you reach the end of this colossal album, it seems that Asthâghul honours the popular expression "hold my beer" with the two gigantic final songs, each one twenty minutes length. Everything you can expect from this project can be found here and it’s a testimony of what Esoctrilihum can offer, what a conclusion for an album.

With 'Astraal Constellations of the Majickal Zodiac' Esoctrilihum shows that the project isn’t running out of ideas and inspiration. This mammoth release is an excellent sonic depiction of experimentation, brutality and atmosphere done with taste and passion. (Alain González Artola)


Deadspace - Within Haunted Chambers

#PER CHI AMA: Depressive Black
Mi era dispiaciuto molto quando i Deadspace avevano annunciato lo scioglimento qualche anno fa. Era il 2020, ma nel 2021 si erano già riformati con la medesima formazione (fatto salvo per il tastierista). La band di Perth torna comunque in sella con il loro depressive black e la riproposizione di tre vecchi pezzi (due estratti da ‘Dirge’ e uno da ‘The Promise Of Oblivion’), inclusi in questo ‘Within Haunted Chambers’, che fanno da apripista ad un nuovo full length, ‘Unveiling the Palest Truth’, in uscita a settembre. Un vero peccato non poter saggiare lo stato di forma dei nostri oggi (dovremo pazientare un altro mese e mezzo per ascoltare musica nuova, anche se la song su bandcamp non sembra affatto male), la verità è che questi brani sono stati registrati perchè parte della loro setlist dal vivo e per questo, hanno deciso di renderli più vicini ad una performance live. E la verve degli anni migliori non è andata di certo persa dalla formazione australiana e lo dimostrano le atmosfere disperate di “The Malevolence I've Born unto Others” e quel flusso che viaggia costantemente a cavallo tra depressive e post black. Le grim vocals del frontman completano poi il quadro di un brano spettrale e deprimente al massimo che trova il suo acme nella successiva ”Rapture”, cosi feroce ed efficace nel suo incedere tumultuoso, molto in linea con alcuni pezzi degli Shining (quelli svedesi, mi raccomando), laddove anche una componente sinfonica sembra emergere dalle tenebre generate dal quintetto australe. Devo ammettere di avere tutti i loro dischi ed apprezzarne i contenuti sonori, quindi mi sento un po’ di parte a dire che i Deadspace sono tornati e stanno magnificamente bene, anche quando “I’ll Buy the Rope” irrompe nel mio lettore con le sue magniloquenti melodie sorrette da un’ottima linea di tastiera e chitarra, e dalla voce di Chris Gebauer che si conferma un ottimo vocalist. Antipastino quindi consegnato, ora attendo la portata principale. Appuntamento al 22 Settembre. (Francesco Scarci)

martedì 8 agosto 2023

Thumos - Musica Universalis

#PER CHI AMA: Instrumental Post Metal
Recensiti da poco con l’infinita raccolta di loro demo, ecco riaffacciarsi i Thumos e il loro angosciante post-metal strumentale, nonostante in questo 2023, abbiano già visto la luce un full length e un altro EP. ‘Musica Universalis’ è il loro ultimo parto, un lavoro breve che potrebbe fare da preludio ad una nuova, ennesima, più lunga e strutturata release che sicuramente, la prolifica band americana starà architettanto. Nel frattempo, ascoltiamoci “Mysterium Cosmographicum”, un pezzo che riflette tutti i sacri crismi del post metal, grazie a chitarroni super distorti, atmosfere accattivanti, melodie non scontate, ma anche accelerazioni furiose che strizzano l’occhiolino al black metal, come già abbiamo più volte sottolineato in occasione di precedenti recensioni. In questo caso, il sound è piuttosto vario, di più facile ascolto e, sebbene continui a trovare l’assenza della voce penalizzante, non posso che godere della proposta dei quattro anche nella successiva “Astronomia Nova”, un pezzo che nella sua brevità, sembra raccontare in musica, le recenti scoperte fatte dal telescopio James Webb. “Harmonices Mundi” continua su binari similari al primo brano, mostrandosi ancor più varia, sofisticata e in taluni frangenti, davvero aggressiva. Insomma, un buon antipastino in vista di qualche nuovo piatto ricco, che sono certo la band statunitense, stia preparando. (Francesco Scarci)

(Snow Wolf Records – 2023)
Voto: 70

https://thumos.bandcamp.com/album/musica-universalis

Spider God - The Spiders - Blast Masters Volume One

#PER CHI AMA: Epic Black
Che gli inglesi Spider God non fossero un gruppo come gli altri, l’ho sempre sostenuto. Ora con questa nuova release che include quattro cover dei Beatles, mi tolgo definitivamente ogni dubbio. Si parte con la splendida “Eleanor Rigby”, song estratta dall’album ‘Revolver’ dei Fab Four, qui ovviamente riletta in chiave black, tra vocals arcigne e furiose ritmiche, ma le melodie del classico dei Beatles del 1966 rimangono intatte nella sua veloce cavalcata. Adoravo l’originale, adoro questa versione super caustica. Per non parlare poi del singolo un po’ più vecchio (1963), “She Loves You”, incluso in ‘The Beatles' Second Album’, che rappresenta peraltro il maggior successo di vendite dei quattro ragazzi di Liverpool in Inghilterra. Qui diventa una cavalcata tra black ed heavy classico, tra vocals corrosive e melodie super catchy. Si passa poi a “Norwegian Wood” del 1965 (‘Rubber Soul’) e qui la song potrebbe essere assimilabile a un pezzo di True Norwegian black miscelato ad un qualcosa di epico stile Windir. Fantastici. Il gran finale? Non poteva essere che “Yesterday”, il classico per eccellenza della band britannica, che ci catapulta nel 1965 e al lavoro ‘Help!’. Rimane inconfondibile la melodia di fondo, cosi come pure quel senso di malinconia che l’ammanta e ne fa forse il brano più conosciuto in tutto il mondo. Insomma, un’uscita divertente che mi fa ulteriormente apprezzare la vulcanica proposta black degli Spider God. (Francesco Scarci)

Kodiak Empire - The Great Acceleration

#PER CHI AMA: Math Rock/Prog
Gli australiani Kodiak Empire tornano sul luogo del delitto con un nuovo e breve (mezz’ora tonda tonda) quarto album, sotto la super visione della Bird’s Robe Records. ‘The Great Acceleration’, un concept album che affronta i temi della crisi climatica e dell’impatto dell’uomo sull’ambiente, si presenta come un mix di rock progressive, post-rock, ambient, math e sperimentalismi vari. Il disco si caratterizzata sin dall’iniziale “The Difference”, da melodie evocative e influenze che chiamano sicuramente in causa i conterranei The Mars Volta e gli ultimissimi Tesseract, con un fare a tratti un po’ troppo pop per i miei gusti. A far da contraltare a queste sonorità un po’ ruffiane, ci pensano però giri di chitarra ipnotici, che sembrano trarre linfa vitale dal math rock ma qualcosina anche dal djent, cosi come pure quei lunghi e poderosi assoli dall’elevato tasso tecnico, tengono la band di Brisbane ancorata a un rock decisamente robusto. E “Within the Comfort” non fa altro che ribadirlo, con quel suo inizio tumultuoso e super distorto, anche se non appena entra la morbida voce del vocalist, il suono diventa decisamente più mellifluo. Non temete comunque, visto che nel corso del brano ci sarà un’alternanza di tempi, sorretti da ritmiche sostenute, sghembe ed imprevedibili che indirizzano i nostri nuovamente verso lidi math. E questa fondamentalmente sembra essere la forza dei Kodiak Empire, ossia accostare l’irruenza del rock progressivo (che tende talvolta a sfociare nel metal) con il pop. Certo, qualcuno storcerà il naso alla parola pop (me compreso), ma questa è la peculiarità del quintetto australiano. Un pezzo come “Animist” mette in luce un’anima più alternativa, ma la cosa che più mi ha colpito qui è in realtà un drumming estremamente fantasioso coniugato ad un intrigante gioco di atmosfere guidate da un synth dai tratti malinconici. “Maralinga”, complice la sua breve durata, la leggo più come un ponte tra “Animist” e la conclusiva “Marcel”, anche se nei suoi 141 secondi, condensa il lato più sperimentale della band, tra sinuose partiture atmosferiche, turbamenti noise e schitarrate metalliche. In chiusura, la già citata “Marcel” si srotola lungo i suoi quasi nove minuti, attraverso atmosfere suffuse, ammiccamenti pop (complice anche qui il cantato eccessivamente ruffiano del frontman), cambi di tempo bizzarri e gagliarde accelerazioni, peraltro in combinazione con un inatteso growling, che alla fine spariglia completamente le carte in tavola e ti spingono a volerne di più. Invece, il disco si ferma qui, come se voglia ingolosire gli ascoltatori in vista di un nuovo travolgente lavoro dei Kodiak Empire. (Francesco Scarci)

(Bird’s Robe Records – 2023)
Voto: 73

Municipal Waste - Hazardous Mutation

#FOR FANS OF: Thrash/Crossover
Probably the strongest Municipal Waste release that I've heard! It clocks in in under 30 minutes but the music/vocals captivates! I like the guitar the most and well the vocals were anything but annoying. This is a definitely good crossover/thrash band that's put together a great career! I think they did the metal community justice after all these years. Their albums may be short, but they hell of pack a punch, that's for sure. I'm not big on the lyrical concepts, I support their music only. Not what they write about. This one again the songs are short but catchy as all hell! I liked every song on here!

The riffs are way cool and the intensity is high. Definitely a band that you either love or hate though. I say that because it seems to be the case with listeners. I'm new to crossover and I'm liking it a lot! It's a change from death metal, I just need a break from that. The whole band contributed equally on here. They definitely contribute to metal's unique twist here. Everything seemed to fit into place with this release. I like a lot of their albums though. But yeah, this one hits home for sure. They just put it out there to the listener and a lot of people are saying the same thing about this one: it rocks!

The sound quality was good, maybe top notch! Everything on here is mixed really well! I'm glad they had that happen for them where everything seemed to come together on here. I hope that they were definitely proud of this release. They sure as hell amped the intensity! It's a half an hour of ear grueling noise-core! The vocals compliment the music well. I'd say this was likeable the first time around! Really good job on here, the music is the most convincing. And the vocals seemed to keep up that pace here, ABSOLUTELY. They did this band justice with making an everlasting effort to their genres.

I ordered the CD to this album. It was released in 2005 but hey I'm still old school when it comes to LP's. I like to have the physical copy of the album. I'm downsizing my collection, but the classics like this one will stay! If you're streaming, this one is available. Actually, quite a few of theirs is online. I checked out some before I ran into this one. I'm looking at the review scores and have to agree that this one deserves a perfect score wholeheartedly. They put together some great songs. I just wish that the album lasted longer. Oh well, I value the whole 30 minutes of this one! Check it! (Death8699)