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giovedì 9 aprile 2026

Pale Heaven – Jaws of Eternity

#PER CHI AMA: Melo Death/Deathcore
Non ho trovato troppe informazioni relative a questi Pale Heaven, band originaria dell'Ontario, dedita a un melo death, sporcato di influenze black/deathcore. 'Jaws of Eternity' dovrebbe essere il loro debut album stando a Spotify (stranamente non compaiono nemmeno su Metal Archives), un disco in cui le chitarre s'intrecciano come sciabole a duello, sostenute da un basso fluido che non si limita a marcare il tempo ma a dettarlo, mentre la voce del frontman urla tutta la propria disperazione, in un growl possente, a tratti soffocato. Dopo l'intro, esplode furiosa "Jaws of Eternity", la traccia che dà il titolo al disco, con chitarre sparate a tutta velocità, tra melodie cinematiche, intermezzi atmosferici e vocalizzi a tratti indemoniati. Spettacolare la crescita ritmica, le melodie che vanno gonfiandosi nel finale e le intemperanze deathcore in qualche breakdown che dirompe nel corso del brano. Poi un arpeggio ad aprire "Still We Wander", e poi ancora le chitarre si rincorrono e si frantumano in distorsioni improvvise, mentre la voce sembra quasi sussurrare nel buio. La musica dei quattro musicisti di Toronto va veloce al dunque, ti prende e ti porta esattamente dove essi vogliono portarti, insinuandosi sotto pelle con le loro melodie e gli assoli accattivanti, senza che tu nemmeno te ne accorga. Forse per questo mi hanno entusiasmato al primo ascolto, li ho trovati immediatamente gradevoli, uno di quei dischi che ti si appiccica addosso e non riesci più a togliertelo dalla pelle. E non vi spaventi nemmeno un pezzo come "Torchbearer", forse più ostico dei precedenti, ma comunque super dinamico e devastante. "Abyssal Waters" prova a farci sprofondare nelle viscere degli oceani, complice quel vocione animalesco del cantante, in realtà il pezzo è un bell'esempio di melodie ariose tra ritmiche serrate e rallentamenti soffocanti, ancora nel segno del deathcore più progressivo e melodico. Mi piacciono questi canadesi, lo ribadisco, non hanno troppa paura di suonare come già sentiti o addirittura scontati, io ci sento il cuore nella loro proposta, un connubio di melodie facili da assimilare ("Equinox" e la conclusiva "Winds of the Tempest" sono altre due eccellenti conferme), tonanti ritmiche e quanto di più fresco si possa sentire in una bella e fresca giornata di primavera. Bravi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 8 aprile 2026

Zapovit – Ira Borystheni

#PER CHI AMA: Raw Black Metal
Gli Zapovit ("lascito" in ucraino) non hanno scelto di essere una band black metal nel senso ricreativo del termine; sono diventati un grido di libertà perché il silenzio, a Huliaipole, non era più un'opzione. Nati nel 2024 tra le macerie della regione di Zaporizhzhia, Vladislav e Stanislav hanno trasformato il loro progetto in una trincea sonora. 'Ira Borystheni' (L'ira del Dnepr), il fiume che ha visto passare secoli di sangue e rinascite, è un EP che vibra di un'urgenza, la cui musica è una creatura ibrida che mastica black metal e lo sputa fuori mescolato a improvvise, dolorosissime aperture acustiche. La produzione ruvida e casalinga non è un limite tecnico ma una testimonianza. È il suono di chi sta suonando nello scantinato di casa mentre la storia gli crolla intorno, e ogni nota sembra dire "siamo ancora qui, siamo vivi". Sono solo tre i pezzi contenuti, con la title track ad aprire il lavoro tra furenti accelerazioni black accompagnate da timide melodie di sottofondo e parti acustiche folkloriche, che fungono da richiamo ancestrale per un popolo che rifiuta di essere cancellato dalle mappe. "Berestechko" prosegue con la sua furia estrema, tra disperate grim vocals e glaciali linee di chitarra. C'è poco di innovativo in questa proposta, sia chiaro, non è black metal arricchito di orpelli, anzi, è un black metal inteso come atto di sopravvivenza e memoria collettiva, avvalorato anche dalla conclusiva "Ruina", un grido di battaglia verso l'intruso, un inno alla protezione della patria attraverso il sangue e il dolore di coloro che stanno combattendo per l'Ucraina. Onore a voi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 62

lunedì 6 aprile 2026

Feversea – Wormwood in the Veins of the World

Ascolta "Feversea – Wormwood in the Veins of the World" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Metal/Hardcore/Post Punk
L’apocalisse, quella vera, non farà rumore. Non sarà lo schianto di un meteorite sulla Terra o il crollo coreografico di un grattacielo; sarà qualcosa di molto più intimo, viscido e silenzioso. Forse un veleno che entra in circolo, cambiando il sapore dell'acqua mentre la bevi. I Feversea probabilmente sanno qualcosa di più, complice l'amaricante fil rouge biblico di questo lavoro, e hanno deciso di non aspettare il prossimo album per dircelo. Sono quindi tornati da Oslo con un nuovo EP, 'Wormwood in the Veins of the World', a soli dieci mesi dal debutto 'Man Under Erasure'. Dimenticatevi lunghe suite post-metal, i nostri da sempre sono sostenitori della compressione. Quattro tracce, diciotto minuti. È un post metal animato da fiammate punk quelle che ascoltiamo nell'opener, nonché title track del disco, peraltro con la densità del piombo fuso. Un muro sonoro che crolla addosso, con quella melodia sghemba, marchio di fabbrica dei nostri, al pari della voce femminile di Ada, urlata, suadente, viscerale. Sarà cosi in tutte le tracce del disco. In "All Gall Is Divided", la band spinge che è un piacere, mentre la frontwoman prima sussurra, poi ci urla in faccia e infine ci accorda una carezza. Ma non c'è da abbassare la guardia, anche laddove il sound si ferma un paio di secondi per farci respirare. La ruvidità dei nostri si riprende la scena per un'altra manciata di secondi, poi di nuovo qualche carezza consolatoria e poi ceffoni sulla faccia, gli stessi rifilati anche nella successiva "Bileblack", questa dotata di un suono viscoso e oscuro, che trasuda tutta la tensione di un lavoro in un unico termine cromatico, il nero. Che dire poi di "Sounding The Third Trumpet"? Una devastante, dissonante e disturbante chiusura, l'estinzione della razza umana da un mondo che non ci vuole più. Cali il sipario. (Francesco Scarci)

(Dark Essence Records - 2026)
Voto: 74

domenica 5 aprile 2026

Mek Na Ver – Noctivaga

#PER CHIAMA: Black Metal
C’è un tipo di freddo che non ha niente a che vedere con il meteo. È quel brivido che senti quando la porta di casa non è più un confine sicuro, forse a causa di una presenza che abita i nostri spazi. È cosi che i Mek Na Ver si palesano, senza bussare, con la loro intro "Silenzio d'Incanto e Fiele", opener di 'Noctivaga', il loro secondo atto, che segna il ritorno della band romana dopo ben sedici anni da 'Heresy'. E il quartetto, guidato dalle vocals di Serena (accompagnata peraltro da membri legati a nomi storici come Opera IX e Aborym), non si accontenta di suonare black metal, allestisce un altare di synth e ossidiana su cui sacrificare ogni rassicurante certezza solare. "Strix - Elegia Lunae" è il primo diabolico afflato in cui l'architettura ritmica black è sorretta dai magici synth di Emanuele Telli (Opera IX) che rendono i riff ancora più affilati. "Strige - Altar of Unspoken Vows" esalta le qualità della guest Elisabetta Marchetti al microfono, con un cantato caldo e pulito, mentre il black atmosferico fluttua nell'etere evocando misteriose entità come Saor o Drudkh. Non conoscevo i Mek Na Ver prima di oggi eppure il loro sound suona già familiare nella mia testa. E "Strigae – Canticum Nihilitatis (Il Canto del Nulla)" continua ad ammaliarmi con il suo black venato di sano folklore mediterraneo, fatto di melodie solenni e atmosfere vibranti. Se "Strigoi - In Nihilum" vanta un misterioso break centrale atmosferico con la voce di Serena in primo piano, "Ascensio Astrae (tra le Stelle)" vede la comparsa di un altro ospite, Federico Sanna alla voce, abile nel passare tra clean vocals e screaming efferati, in un brano che riesce a essere contemporaneamente densissimo e trasparente. In coda, "Sabbat – Vespera Ultima" è il pezzo più lungo del lotto, un black sinfonico che è la dissoluzione finale di un rito che spegne l'ultima candela per un disco che non ha paura di guardare nell'oscurità e, cosa ancora più rara, non ha paura di lasciarsi guardare da essa. (Francesco Scarci)

(Masked Dead Records - 2026)
Voto: 73

sabato 4 aprile 2026

Space Traffic – On the Other Side

#PER CHI AMA: Psych Space Rock
Gli Space Traffic non sono stati troppo fortunati nel beccarmi due volte su due a recensire i loro lavori, ma la manovalanza nel Pozzo langue e quindi tocca a me prendere tutto in mano. E cosi, eccomi di nuovo, a distanza di cinque anni da 'Numbness', a parlarvi di questa band valdostana, le cui coordinate stilistiche sono sospese in quel vuoto pneumatico, dove il rock smette di essere rumore e diventa piuttosto esplorazione spaziale. 'On the Other Side' poi, non è solo il titolo sulla copertina, è l'istruzione per l'uso, per spingerci attraverso una porta simbolica (l'introduttiva "Open the Doors") che ci permette di viaggiare attraverso dieci nuovi brani inediti, in un ritmo circolare che ci ricondurrà al punto di partenza, con una consapevolezza diversa, quella di chi ha vissuto l'esperienza di respirare atmosfere psych/space-rock sulla scia di vecchi classici, i Pink Floyd e Hawkwind in testa, ma anche di tutta quella spinta rock anni '70 che si traduce in pezzi in cui il groove delle chitarre, peraltro accordate a 432 Hz, si deposita come polvere stellare sui microfoni ("Lady Bubblegum"). Il vocalist nel frattempo si lancia talvolta in acuti un po' troppo anche per le sue qualità canore ("Fake Memories" o la conclusiva "Back from the Other Side"), mentre il terzetto nostrano continua a sfornare pezzi, senza mai spezzare la musicalità di fondo del disco. Non è il mio genere preferito sia chiaro, ma se siete amanti di space rock, atmosfere psichedeliche in salsa blues ("Looking Forward"), atmosfere dilatate che sanno di jam cosmica di doorsiana memoria ("A Deeper Dream" e la già citata "Back from the Other Side"), 'On the Other Side' potrebbe essere la vostra prossima fermata. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

giovedì 2 aprile 2026

Empire de Mu – The Lotus Legacy

#PER CHI AMA: Orchestral Brutal Death
A Montréal, si sa, il freddo non scherza, ma quello uscito dagli studi degli Empire de Mu, è invece un calore di tipo diverso: un incendio che fonde il marmo dei teatri d'opera con la cenere del brutal death. Se pensavate che il connubio tra lirismo e la violenza del death metal fosse già stato esplorato a sufficienza, 'The Lotus Legacy' è qui per dirci, con una certa dose di arroganza, che ci sbagliavamo di grosso. Eccomi alle prese quindi con un disco, il secondo per i canadesi, di undici pezzi che promette fuochi d'artificio. Se l'intro non fa altro che prepararci all'arrivo di una buona dose di melodia, "Arthefac" ci prende invece a schiaffoni sul muso, proponendo un brutal death frenetico cantato da una voce lirica, si avete letto bene. Potete pertanto immaginare come questo connubio strida non poco: chitarra e batteria lavorano in uno stato di assalto permanente, sebbene qualche interludio ci conceda il lusso di prender fiato, mentre il vero centro gravitazionale ruota attorno alla performance vocale di Arianne Fleury, che passa dal canto lirico più puro che spesso mi spinge a cambiar brano, a un cantato più graffiante (come quello di "Les Volontaires"). "Naga" è devastante musicalmente, ma poi la voce di Arianne prova ad addolcire la pillola, con non qualche difficoltà evidente. Eh si, perchè i due universi, lirico e death metal, alla fine non s'incastrano alla perfezione come invece accade per altre entità analoghe (penso ai Fleshgod Apocalypse). I nostri fanno un gran casino, è innegabile, nonostante alcuni pezzi offrano parti decisamente più atmosferiche che sanno quasi di improvvisazione ("Inukshuk"), mentre "Yakushima" evochi spettri dei Morbid Angel. Quel che conta è che alla fine, personalmente, la proposta del quintetto non mi conquista affatto, anzi mi infastidisce pure. Sicuramente, è un disco da ascoltare senza troppi pregiudizi, altrimenti il rischio di fermarsi al secondo pezzo è davvero elevato. (Francesco Scarci)

(M&O Music - 2026)
Voto: 55

mercoledì 1 aprile 2026

Golgata - Själabod

#PER CHI AMA: Black Melodico
C'è un modo di intendere il black metal che non passa certo attraverso foreste incantate o eterei riverberi. È un modo che sa di acciaio freddo, di precisione chirurgica e di una rabbia che non urla al vento, ma ti guarda dritta negli occhi. Gli svedesi Golgata appartengono a questa stirpe. Con il loro quarto lavoro, 'Själabod', il duo scandinavo mette sul tavolo otto inni che sono lame affilate, forgiate in quel ghiaccio melodico che ha reso immortali nomi come Dissection e Sarcasm, ma con un'urgenza tutta contemporanea che non concede sconti. Dal 2016 a oggi, questo progetto ha provato a limare ogni spigolo inutile, arrivando a una formula che è pura aggressione controllata. Pertanto non aspettatevi troppi spazi atmosferici qui, c'è solo il fuoco che arde nel gelo. Le chitarre si rincorrono infatti in vortici di tremolo picking e assoli che tagliano l'aria come rasoi, con la sezione ritmica che si limita a picchiare con blast beat tempestosi. La voce poi è un ringhio che sembra uscire da una gola consumata dal sale. È cosi che i due musicisti mi hanno investito con i loro pezzi, la dolorosa "Sorg", la più melodica "Villebråd", un concentrato di black/thrash con tanto di voci pulite, di quella che mi sembra una gentil donzella e che tornerà più volte nel corso del disco. Poi la title track, un incrocio di epicità e ferocia che si assesterà su un mid-tempo più in stile norvegese che svedese, non fosse altro per quelle chitarre in sottofondo che corrono come cavalli liberi nella steppa. "Sändebud" è un pezzo che tende a farci sprofondare in anfratti doom, mentre "Dödsdans" sfoggia un bel coro centrale dalle tinte folk-medievali. Con "Sakrament" si torna a sonorità più spedite e forgiate nel ghiaccio, al pari delle successive "Änkedok" (un pezzo semistrumentale tiratissimo, in cui compaiono le spoken words di una donna) e "Skymning" (forte delle sue female vocals), che chiudono l'assalto frontale lanciato dai Golgata. Un disco onesto, un disco plasmato nel ghiaccio, un disco per chi ama il black melodico svedese. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 65


venerdì 27 marzo 2026

Birtawil – Dua Min

Ascolta "Birtawil – Dua Min" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Experimental/Drone/Post Metal
Ci sono dischi che non ti vengono a cercare. Se ne restano lì, rintanati in qualche angolo del mondo, aspettando che sia tu a sentire il bisogno di quel tipo di vuoto. Birtawil è il progetto solitario di un’anima che dal 2013 si ostina a definirsi "post-qualcosa", una dichiarazione che sa di libertà e, allo stesso tempo, di una certa nobile testardaggine. Il nuovo lavoro, 'Dua Min', è un oggetto misterioso. Sei tracce, quaranta minuti abbondanti, titoli che sembrano scritti in un esperanto dell'anima: "Sento", "Ceesto", "Pacon". Non sono parole che vogliono spiegare; sembrano suoni che vogliono evocare un qualcosa, frammenti di un linguaggio privato che l’autore mette a disposizione di chi ha ancora la pazienza di ascoltare. In un mondo che divora canzoni da due minuti, Birtawil decide cosi di dilatare il tempo con pezzi come l'enigmatica "Malpleno" e la pulsante "Konfirmon" che superano entrambi gli otto minuti. Non c’è fretta qui. Che poi sia post-metal o post-rock, alla fine non è importante assegnarne un'etichetta, anche perchè poi le stratificazioni strumentali "post-qualcosa" del polistrumentista di Bordeaux, si anneriscono di freddi e minimalistici suoni elettro-industriali ("Pacon"), spogliati di qualsivoglia velleità commerciale. Eppure a me tutto questo piace dannatamente, è musica che respira, sale di intensità, che si adagia in momenti ambient ("Malpleno") per poi ripartire con sospensioni o una progressione che schiaccia dolcemente, relegandoci in una zona grigia dove il genere non conta più nulla e conta solo il riverbero dronico che resta nelle orecchie quando il silenzio torna a farsi sentire ("Morton"). Quello di Birtawil alla fine è un disco per chi sa stare da solo, un ascolto denso, di quelli che richiedono di spegnere il telefono e chiudere gli occhi. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

martedì 24 marzo 2026

O.N.O.B - L'Invidia che Hai/Tracce Ematiche

#PER CHI AMA: Darkwave/Post Punk
C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi anacronistico, nel gesto di chiudere due EP dentro un unico pezzo di plastica. Gli O.N.O.B (acronimo che sa di manifesto futurista: Onirica Notturna Ostentazione di Bellezza) non sono certo una band da algoritmi o da grandi palcoscenici illuminati a giorno. Sono creature da sottoscala, da stanze umide, dove il riverbero non è un effetto digitale, ma la voce stessa delle pareti. L’unione di 'Tracce Ematiche' e 'L’Invidia che Hai' in un unico CD autoprodotto è il diario di bordo di un progetto che sta imparando a conoscersi, muovendosi tra le ombre del post-punk e della darkwave più viscerale, rigorosamente cantata in italiano. Il primo capitolo, 'Tracce Ematiche', ci riporta indietro al dicembre 2024. Diciotto minuti che profumano di Litfiba delle origini e di quella New Wave italiana che non ha mai smesso di masticare nebbia. "In Mano Nemica" apre le danze con un basso che pulsa come un cuore sotto sforzo durante una maratona mentre le chitarre tagliano l'aria senza troppi complimenti. Betty, la frontwoman, ci mette la faccia e la voce: un approccio cantautorale che racconta la paralisi di chi si sente ostaggio di qualcosa che non riconosce più. Non tutto è perfetto, ed è qui che sta il bello. "Al Delirio!... La Nera Natura Umana" è un mantra ipnotico che scava nel vissuto, mentre la voce di Betty, quando prova a spingere sulle tonalità più alte, mostra qualche spigolo di troppo. Ma è un’imperfezione che ha il suo fascino, come una cicatrice che non vuoi nascondere. Anzi, "Cicatrice" è proprio il titolo del breve intermezzo acustico che ci traghetta verso "Anguana", dove il basso torna a sussultare prepotente, lasciando che la voce si prenda tutta la scena. Facciamo un salto in avanti di dodici mesi e le cose con 'L'invidia che Hai' cambiano, cambiano decisamente. "Demone" ci schiaffeggia subito con un songwriting più maturo, più arrogante, che non ha paura di sporcarsi le mani con il noise rock sul finale. Qui gli O.N.O.B sembrano aver trovato una quadratura del cerchio: il dinamismo aumenta e la produzione "homemade" diventa un punto di forza invece che un limite. In pezzi come "Il Salto" e "Il Segreto", il sound si fa ruvido e armonico allo stesso tempo. È la dimensione che preferisco: quella in cui la voce di Betty non è più l'unico faro, ma si amalgama a linee di chitarra nervose e a ritmiche che sanno quando spingere e quando lasciarti respirare. La chiusura è affidata a "L'Invidia", una traccia che mastica rancore e lo sputa fuori in tre tempi: rabbia iniziale, riflessione centrale e una grinta finale che sa di liberazione. Ascoltare questo disco non è una passeggiata distensiva, sia chiaro. Non è musica per tutti, e probabilmente il nostro Bob Stoner e i suoi, lo sanno bene. È un lavoro che richiede attenzione, che ti costringe a leggere i testi e a scontrarti con una produzione lo-fi che non fa sconti a nessuno. Ma se cercate qualcosa di autentico, lontano dalle produzioni plastificate che infestano le radio, qui troverete pane per i vostri denti. È il suono di chi non ha bisogno di permessi per esistere, ma solo di un basso che pulsa nel buio. (Francesco Scarci)

(Gwened Music - 2024/2025)
Voto: 70

martedì 17 marzo 2026

Raging Void – Degenerator

#PER CHI AMA: Death/Thrash
A volte, il nome di una band è già metà del discorso. I Raging Void arrivano da Krems con un biglietto da visita che non lascia spazio a troppi malintesi: un vuoto rabbioso. Non è la solita posa nichilista da manuale; è più la sensazione di chi guarda il mondo andare a rotoli e decide che l’unico modo onesto per commentare lo sfacelo, sia alzare il volume degli amplificatori fino a far tremare i muri. Niente parti atmosferiche, niente orchestrazioni, nessuna pretesa di scalare le classifiche. Solo un manipolo di uomini che pestano duro su chitarra, basso e batteria. Il loro EP di debutto, 'Degenerator', è un assalto death/thrash che sa di officina, di sudore e di quella polvere che si accumula nei club underground dove la birra costa poco e la musica picchia forte. Quattro pezzi autoprodotti, dotati di un sound aspro e diretto, con le chitarre thrash ronzanti come nei vecchi anni '80, nel solco di vecchi classiconi come Sodom, Destruction e Kreator. Le prime due tracce, "Blinded Knight" e la title track sono due schiaffoni sul muso, mentre "Raging Void" parte più mid-tempo oriented per poi accelerare con improvvisi inserti death più brutali, con anche la voce che passa da un approccio urlato a più growl. La conclusiva "Black Absolute" porta in sé il significato del titolo, il nero assoluto. Cinque minuti di sonorità più oscure, con spazio per variazioni dinamiche che vanno oltre la semplice aggressione continua. Alla fine però non aspettatevi miracoli o rivoluzioni stilistiche. È musica che non chiede di riflettere troppo, ma di sentire. Sentire il peso, la spinta e quel vuoto che, per una volta, non è silenzioso, ma fa un gran baccano. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65

lunedì 3 aprile 2023

Fargo - Geli

#PER CHI AMA: Post Metal, Russian Circle
Quattro lunghissime tracce strumentali per i teutonici Fargo e il loro post-rock/metal sognante, reso ancor più suggestivo dall'idea di affidare i titoli dei brani ai nomi di alcun città tedesche (esperimento già fatto in occasione dei primi due EP). E allora, ecco che il nostro tour di 'Geli' (nickname dato a Angelika Zwarg, madre di due cari amici della band, che fu una insegnante d'arte e pittrice che morì nel 2018 dopo una lunga malattia) parte da "Dresden", affascinante città della Sassonia che sorge sulle sponde del fiume Elba, e da qui si snoda lungo i suoi nove minuti, attraverso sonorità dapprima delicate, e poi decisamente più dirompenti, laddove il rifferama si fa più pesante e contestualmente, si palesano, come unica eccezione, anche le strazianti vocals del frontman. Poi, a braccetto bello veder andare chitarra, basso e batteria, con ampie porzioni strumentali ad accompagnarci in quei landscape sonico-atmosferici, sorretti da un ispirato tremolo picking. La seconda tappa fa sosta in Baviera a "Regensburg", sul bel Danubio blu. Sarà la componente poetica legata a quella del fiume più famoso d'Europa a renderla anche più morbida? Una morbidezza che durerà comunque giusto il tempo di un paio di giri di orologio per lasciare poi spazio ancora ad esplosioni chitarristiche, interrotte comunque da parti più atmosferiche, e nel finale decisamente malinconiche. Peccato solo che qui non si palesi quella lacerante voce che avevamo potuto apprezzare nell'opener, avrebbe fatto giusto comodo per spezzare la monoliticità del riff portante, sorretto peraltro da un drumming che sembra scandire il tempo come le lancette di un orologio. Terzo stop nella capitale, "Berlin", la traccia più lunga con i suoi quasi 10 minuti. Un incipit che mi ha evocato la colonna sonora di "Inception", la splendida "Time" di Hans Zimmer, una scalata lenta e sensuale che per oltre tre minuti sembra quasi rassicurarci con le sue melodie, per poi ringhiare grazie all'ardore delle sue chitarre. Ma il nostro collettivo, che si avvale peraltro anche di un paio di guest star, è abile nell'alternanza di tempi, grazie e soprattutto alla prova magistrale del batterista dietro alle pelli. La band ci porterà con ottime idee fino all'ultima sosta del loro tour, a "Pforzheim", città che in tutta franchezza non conoscevo, ma che nelle sue note racchiude a mio avviso il meglio di questo disco, essendo cosi ricca di pathos, forza e intensità, pur includendo un sample di due minuti di un discorso di Winston Churchill contro le ideologie omicide, il medesimo però che abbiamo già sentito nel 1984 in "Aces High" degli Iron Maiden. Suggestivo ma forse un po' troppo abusato. Nonostante qualche piccola sbavatura comunque, 'Geli' rappresenta un ottimo debutto su lunga distanza per i nostri, sebbene io proverei a puntare maggiormente sulla presenza di un vocalist come parte integrante del collettivo. (Francesco Scarci)

(Kapitän Platte - 2023)
Voto: 74
 

giovedì 30 marzo 2023

Ramen Holiday - Be Poor, Eat Rich B​/​W Crypto Crash

#PER CHI AMA: Punk/Hardcore
Credo di aver trovato la release più breve del mondo e l'ho voluta recensire proprio per tal motivo. Quello dei Ramen Holiday è un lavoro che dura due minuti e 14 secondi, di puro punk/hardcore nudo e crudo che peraltro giunge alle nostre orecchie a circa 21 anni di distanza da quando è stato mentalmente concepito, dalle menti di questi stravaganti musicisti. La band scrive infatti sulla propria pagina Bandcamp che uno dei membri, Curtis Grimstead, stava seduto con gli amici nella veranda del suo appartamento quando vennero colpiti alla testa da una pila di CD che svolazzavano nell'aria. Era il 2002 e quei CD erano i Sampler #1 della Robotic Empire. La band di Curtis ebbe quindi il sospetto che la Robotic Empire fosse stata cacciata da uno degli appartamenti locati nel suo edificio, e si scoprì che era effettivamente vero. Il batterista Adam Palmore pensò quindi che sarebbe stato figo chiedere alla Robotic di pubblicare qualcosa, il che non è mai successo, almeno fino ad oggi. 'Be Poor, Eat Rich B/W Crypto Crash' è il regalo che i nostri si sono finalmente concessi con questi due minuti di felicità hardcore con dei testi che trattano di istituzioni finanziarie, si avete letto bene. E cosi i tre pazzi papà americani si sono riuniti per prenderci a scarpate nel culo con "Be Poor, Eat Rich" (fantastico il coro che subito si fissa nella testa) e con lo schizoide finale corrosivo. Segue "Crypto Crash" che peraltro presenta l'ex Robotic Alumni Michael Backus (The Catalyst) e la guest star alla voce, Fredrika Herr (No Sugar) per un concentrato (e in questo caso vale proprio sottolinearlo) di punk stralunato. Ah, il fatto di essere la release più breve al mondo non ne ha fatto anche la recensione più breve. Un premio alla perseverenza nel crederci. (Francesco Scarci)

mercoledì 29 marzo 2023

Foul Body Autopsy - Shadows Without Light - Pt​.​3

#PER CHI AMA: Melo Death
Ho recensito la prima e la seconda parte di 'Shadows Without Light', non potevo quindi tralasciare quella che dovrebbe essere la terza e ultima parte di questa trilogia che, a differenza delle precedenti, si presenta con sole due tracce (il mix originale e la plan 9 mix - chissà poi che vorrà dire) anzichè tre. Fatto sta che il buon Tom Reynolds continua a macinare sonorità techno death infarcite di buone melodie. "Shadows Without Light - Pt​.​3" è sparata a tutta velocità con il classico sound "in your face", caratterizzato da buone linee di chitarra dritte ed essenziali, azzeccatissime melodie (mai troppo ruffiane), e accelerazioni furenti che mi hanno fatto venire in mente gli Anaal Nathrakh per precisione chirurgica e aggressività. La voce si conferma corrosiva e di ottimo impatto. Il plan 9 remix trasforma ancora una volta quella che è la traccia originale del dischetto e la sublima in una song strumentale (fatto salvo per qualche voce robotica pre-registrata) devota alla synth wave che conferma quanto il buon Tom si diverta nel proporre questo genere di soluzioni, che ora però suonano un filo scontate visto che l'esperimento è già stato ripetuto più volte. Perso l'effetto sorpresa, rimane quell'ottimo brano di death melodico e poco più, in attesa auspico, di ascoltare tutto di un fiato un disco decisamente più lungo. (Francesco Scarci)