mercoledì 8 luglio 2026

Vintregal - Towards the Last Dawn

#FOR FANS OF: Pagan Black
The eastern lands of Europe have always been a great niche for excellent black metal. The combination of an equally soulful and aggressive subgenre with rich folklore and the fiery Slavic character has created excellent projects whose music is highly appreciated by fans.

Ukraine is certainly a land where great bands have appeared over the years, and fortunately the arrival of new gems seems to remain active. Vintregal is the name of this new beast, a very obscure project as we don’t know the names or number of members. In any case, the music itself speaks volumes, and the result is the excellent debut EP entitled 'Назустріч Останньому Світанку | Towards the Last Dawn'. Vintregal plays very enjoyable pagan black metal where rudeness, melody, and atmosphere coexist with great balance. Considering that this is a debut effort, the production is remarkably solid. It tends to be a bit raw, but vocals and instruments are perfectly distinguishable, and the sound is overall powerful and clean enough.

Pace-wise, the structures flow very naturally between fast and furious parts, creating very enjoyable pieces. Acoustic-style guitars and occasional keys create a great mysterious atmosphere that fits perfectly with the aggressive vocals and relentless guitars. The EP opener "Wolf’s Heart" is a perfect example of this tasteful use. In five minutes, all these elements are perfectly combined. The band also seems to be inspired when composing melodic guitar parts. There is a nice number of catchy melodies that fans will enjoy, as we can appreciate in the great composition "Steadfastness," for example. The atmospheric essence of Vintregal appears in its full glory in the EP closer "Sons of Winter," where keys have a majestic touch, helping to create the most epic track of this short yet fruitful release. It’s great to see once again how good this project is when it wants to combine fury and atmosphere. This is probably my favourite song and a reminder that this project should add more keys if they are as good as these.

Vintregal definitely appears to be a great addition to the pagan black metal scene, and I am reasonably hyped about a future full-length where this project should show all its potential. (Alain González Artola)

(Self - 2026)
Score: 82

martedì 7 luglio 2026

Mylingen - Det Inre Mörkret

#PER CHI AMA: Death/Doom
Quando ho ascoltato 'Det Inre Mörkret', secondo capitolo degli svedesi Mylingen, la prima sensazione è stata di aver scoperchiato qualcosa che era rimasto troppo a lungo nascosto sotto la superficie. Questo duo scandinavo si muove in quella terra di nessuno, dove il blackened death metal perde la sua componente più sguaiata per sposare la freddezza del progressive e il passo rallentato, quasi funereo, del death-doom. La produzione avvolgente sembra offrire un calore antico e un suono organico dove le chitarre non cercano la violenza gratuita ma preferiscono lavorare per sottrazione, alternando riff taglienti a momenti in cui lo spazio si dilata a dismisura. È una musica che respira, anche quando l'aria si fa vischiosa e pesante. La scelta di mantenere i testi rigorosamente in lingua madre non fa poi che aumentare questa sensazione protettiva. Il disco si compone di otto pezzi, che aprono con "Vansinne" che impatta subito con i suoi oltre sette minuti di progressioni progressive e sfuriate blackened death, seguita dall'incedere più compatto e aspro di "Utan Mening" in cui, il growling del frontman si fa più corrosivo. "I Mörkret" mostra un lato inedito del duo di Söderköping, più ricco di groove nella prima metà e più saturnino nel proseguio. La tensione emotiva rallenta, facendosi più opprimente nella successiva "Tomheten", comunque sempre abbondante sul versante melodico. Si riparte poi con le melodie cosmico-stralunate di "Den Oönskade", forse vera hit del disco, lasciando a "Fallna Änglar" il compito di ridefinire l'equilibrio tra aggressività e melodia prima della chiusura formale del lotto, affidata agli ultimi due brani, "Norr" e "Till Slut", che confermano la vena death atmosferica dell'act svedese. Alla fine 'Det Inre Mörkret' è un viaggio intimo, un blocco monolitico pensato per chi ha ancora la pazienza di sedersi al buio e ascoltare la propria ombra senza la fretta di dover accendere la luce. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

domenica 5 luglio 2026

Pontecorvo - Scheletri

#PER CHI AMA: Noise/Punk
Il terzo capitolo dei Pontecorvo, intitolato 'Scheletri', s'inserisce nell'underground italiano con un approccio tagliente che coniuga noise rock, punk, garage e sfumature stoner. Questo album è profondamente segnato dalla tragica perdita del bassista Alessandro Milani, riflettendo un'urgenza espressiva che permea l'intera opera. Realizzato e prodotto da Fabio Intraina presso il Trai Studio di Inzago, l'album presenta arrangiamenti fieramente viscerali e diretti. La chitarra e la voce abrasiva di Fili, al pari di Luca, la batteria potente e precisa di Fra, e le linee di basso suonate da Ste e Laura creano un sound compatto, privo di eccessi digitali. A livello tematico, 'Scheletri' esplora con disillusione e intensità emotiva il dolore della perdita, la memoria e la resilienza necessaria per andare avanti. I testi in italiano si trasformano poi in uno specchio lucido del disagio esistenziale. L'approccio spigoloso è evidente fin dall'inizio con "Un Altro Sbaglio", che colpisce con il suo punk ruvido e intenso. Seguono la title track e il singolo "Troppe Parole", pezzi trainanti che denunciano in modo rapido l’ipocrisia delle frasi fatte in occasione di un lutto. La tensione prosegue nella più dinamica "Cenere", per poi addentrarsi nella malinconia di "mAle". Qui, il suono raggiunge una potente fusione tra urgenza noise e pesantezza stoner, accompagnati da ritmi punk. Ulteriori brani arricchiscono l'album, dalla grooveggiante "Porter" alla conclusiva "Tramonto", che con i suoi quasi sei minuti di riflessione, offre la degna chiusura per 'Scheletri'. Un lavoro questo, nudo e crudo, pensato quasi esclusivamente per chi apprezza un rock genuino e intransigente, privo di qualsiasi compromesso. (Francesco Scarci)

(Argo Dog Sound/I Dischi del Minollo/Porco Rosso Records - 2026)
Voto: 68

venerdì 3 luglio 2026

Endseeker - Coffin Born

#PER CHI AMA: Swedish Death
C’è un momento preciso della vita in cui capisci che una storia è arrivata alla fine. Gli Endseeker hanno scelto giugno 2026 per posare gli strumenti, e lo hanno fatto consegnando ai fan un EP, l'ultimo testamento intitolato 'Coffin Born'. La band di Amburgo ha trascorso l'intera esistenza respirando la polvere del death metal svedese più crudo, quello dei primi Entombed e Dismember. E ispirandosi a questi modelli, la produzione non poteva che mantenere un profilo analogico, sporco e arrogante, peraltro anche nei toni, urlando posizioni politiche chiare, volte a un antifascismo viscerale. L’apertura affidata a "Enemies of Peace" è un assalto che puzza di hardcore e crust punk, un pezzo che riprende gli esordi delle due band di cui sopra e alla fine, ci travolge con le sue chitarre ringhianti ribassate e quelle vocals perennemente incazzate. Non c'è un filo di novità, è un semplice tuffo indietro nel tempo, per ricordare che la musica estrema, quando ha qualcosa da dire, sa ancora far paura. Subito dopo, "No After. No Before." aggiunge giusto quel pizzico di groove che mi costringe a muovere la testa. La title-track è introdotta da una sirena d'allarme che sembra preannunciare un crollo imminente, poi largo a una ritmica pesante, pur mantenendosi su un mid-tempo; il tutto serve a preparare il terreno per il passo oppressivo e schiacciante della successiva "Life Breeds Death", una mannaia dal cielo. Poi, quando pensi di aver capito la traiettoria del disco, arriva la bizzarria finale: una cover dissacrante di "True Survivor" di David Hasselhoff, dove il growl di Lenny s'incastra con la voce pulita di Chris Harms dei Lord Of The Lost. Insomma, alla fine per essere ricordati davvero, bisogna avere il coraggio di consumarsi prima che sia il tempo a decidere la nostra usura. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2026)
Voto: 70

giovedì 2 luglio 2026

Mucky Muck - Seeds

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Indie
Il ritorno sulle scene dei Mucky Muck, con quello che dovrebbe essere il loro secondo album, 'Seeds', segna un nuovo capitolo per la band islandese, nota agli appassionati per muoversi in territori a cavallo tra l'alternative rock, il post-grunge e l'indie, riversando una certa spigolosità nel proprio sound. Questo lo si evince immediatamente dall'opening track, "Breathe It Out", ruvida quanto basta e con le sue ritmiche che strizzano l'occhiolino alle derive più fangose del grunge anni '90, richiamando alla mente le trame storiche di acts d'oltreoceano e l'approccio sfrontato dei primissimi Nirvana, ma anche per l'utilizzo di vocals che si muovono costantemente tra linee melodiche, ritornelli di forte presa e improvvise fiammate corrosive, sporche e cattive. Se parliamo poi di produzione e arrangiamenti, il disco sembra presentarsi volutamente privo di sovrastrutture digitali e ancorato a un mixaggio che mette in risalto il timbro graffiante e abrasivo delle chitarre. "I Got Something" è un altro schiaffone acido e scontroso, dall'incedere ritmico serrato corredato dalle vocals abrasive e malinconiche del frontman. Totalmente opposta "This Time", decisamente più melliflua e suadente nei primi 60 secondi, più indie punk nella seconda metà (si, dura 2 min e 20). La title track è un altro calcio nelle palle, uno di quelli che fa stringere denti e chiappe nello stesso tempo e in cui, a mettersi in luce, c'è una bella linea di chitarra dal piglio hard-rock. Se "Come Undone" mostra il lato più stralunato del gruppo, "Slave to the Trade" ne evidenzia quello più schizzato, complice una sezione ritmica implacabile e una voce caustica come la soda. In chiusura, "Take Me Away" ha il compito di chiudere il disco, dapprima con una calma diffusa, poi con una verve che evoca ancora sentori di Nirvana memoria, lasciandoci riflettere su quanto 'Seeds', sia alla fine, un lavoro solido, consigliato principalmente agli amanti del grunge più viscerale e di quelle sonorità underground che rifiutano le produzioni patinate. (Francesco Scarci)

(DistroKid - 2026)
Voto: 70

mercoledì 1 luglio 2026

Cripple Bastards - La Tua Foto sul Marmo

Ascolta "Cripple Bastards - Latua foto sul marmo" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Grindcore
Otto anni dopo 'La Fine Cresce da Dentro', split album e compilation varie, Giulio The Bastard e soci tornano con un EP che è, a tutti gli effetti, un pugno in faccia con guanti di piombo: sei tracce e 13 minuti all'insegna del grindcore tricolore. Con una line-up che si mantiene imperturbabile e coesa da tempo, i Cripple Bastards tornano con la solita genuina proposta a dir poco violenta. "Il Respiro si Chiude" apre veemente con un blast devastante che manda in pezzi qualsiasi aspettativa; è il brano più emblematico del disco, capace di comprimere una quantità assurda di stati d'animo, tra il riflessivo, l'incazzato e il caustico, in meno di tre minuti. Riff sparati a mille, vocals al vetriolo anche per i 66 secondi di "Scarto del Rimorso" che tiene alta la pressione e vira verso un grind-hardcore vorticoso. "Vendicativo" macina ritmiche indemoniate, pur alternando sezioni più controllate a quelle scalmanate, e introducendo delle veloci clean vocals e un assolo di chitarra che spezza il ritmo in modo chirurgico. La title track è il momento più grooveggiante del lotto, sebbene sfoderi dopo il primo minuto, un taglio decisamente punk, con una sensazione di disperazione che si annida sotto ogni nota. "L'Era della Dispersione" e "Ai Confini di Quel che Puoi Dire" chiudono senza lasciare scampo, mantenendo la stessa imprevedibilità strutturale che caratterizza tutto l'EP. Il limite, se proprio lo si deve trovare, è quello della durata: 13 minuti sono pochi anche per un disco di grind, e quando finisce, lascia una sensazione addosso di aver preso solo metà dose di quello che dovevi. Sicuramente un lavoro consigliato a chi mastica grindcore; meno utile per chi vuole un respiro melodico. (Francesco Scarci)

(F.O.A.D. Records - 2026)
Voto: 73

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The Pit of the Damned is looking for enthusiastic album reviewers to join our team! Are you excited to be part of our crew?


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martedì 30 giugno 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Cemetery Skyline - Nordic Gothic (Deluxe Edition)
The Holeaum - Ensis
Junius - Sotera

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Death8699

Emperor - In The Nightside Eclipse
Sarkrista - Summoners of the Serpents Wrath
Trivax - The Great Satan

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Alain González Artola

A Forest of Stars - Stack Overflow In Corpse Pile
Dust in Mind - Hcno
Cnoc An Tursa - A Cry For The Slain

lunedì 29 giugno 2026

Abrasive Trees – Light Remaining

#PER CHI AMA: Alternative Rock/Post-Punk
Ci ho messo un po’ di tempo per assimilare il nuovo lavoro degli Abrasive Trees, non tanto perché la loro sia musica di difficile comprensione, ma perché lo stupore e la meraviglia che mi hanno investito dopo il suo ascolto sono stati davvero intensi. La scoperta di 'Light Remaining' (forse un gioco di parole che richiama il celebre 'Remain in Light' dei Talking Heads) ha, per un ascoltatore attento, la capacità di far ripercorrere la memoria avanti e indietro tra decenni di musica alternativa e underground, nota dopo nota, innescando quasi una gara mentale per individuare quali band del passato possano aver influenzato questo o quel brano. Mettendo subito da parte anche la più banale ipotesi di plagio, per questo quartetto inglese non posso che spendere parole estremamente positive: si tratta della loro miglior produzione fino ad oggi, con un sound ricercatissimo, ipnotico e spettrale, senza mai risultare eccessivamente cupo. Al suo interno si cela una vena di malinconia sognante e, soprattutto, emerge un’impronta mistica, delicata e profonda, davvero degna di nota. Volendo riassumere velocemente il loro sound, potremmo immaginarlo come una fusione tra il potere allucinogeno delle parti più morbide e intense di "Wrist of Kings" degli Isis e, in una versione meno tetra, il modo di intendere il post-hardcore dei francesi Year of No Light, il tutto amalgamato con il post-rock estatico dei Bark Psychosis di 'Hex'. Ciò che mi ha colpito maggiormente è la capacità della band di attingere da riferimenti concreti come il post-punk dei The Chameleons o gli intrecci chitarristici che richiamano il periodo neo-psichedelico degli Echo & The Bunnymen, per poi costruire nuovi paesaggi sonori, in parte affini anche agli ultimi lavori degli storici The Danse Society (pur orientati maggiormente verso il prog rock). Prendiamo ad esempio "Flickering Flame", un brano spaventosamente bello, che unisce un’ipnotica psichedelia minimale a un senso di chiusura, quasi affine a una marcia funebre, come quella percepibile in "Decades" degli inarrivabili Joy Division, qui però trasfigurata in un mantra liquido dalle tinte post-rock. "Carved Skull", così come l’inizio di "Tao to Earth", richiama fortemente i The Church, ma la band riesce a fondere queste influenze con una concezione chitarristica che rilegge la psichedelia in chiave anni ’60: espansa, dilatata, con sfumature quasi doom, sicuramente ipnotiche e cerebrali. Ascoltate il lungo brano strumentale "I Didn’t Mean to Hurt You", che supera i dieci minuti: chiudete gli occhi ed entrate in uno stato di trance, trasportati da echi cinematografici dal sapore orientaleggiante disseminati lungo la traccia. Intorno al quarto minuto, una rullata improvvisa e un cambio di tempo, accompagnati da un arpeggio di chitarra fortemente evocativo, vi faranno sobbalzare, come se foste tornati a metà anni Ottanta davanti a un nuovo pezzo dei Fields of the Nephilim o dei The Mission, con un finale pseudo-elettronico che richiama i Section 25: pura delizia per gli appassionati di quel periodo. È davvero una sensazione straordinaria lasciarsi travolgere dal suono di questo disco, prodotto in modo sobrio e naturale, capace di mettere a nudo tutta la sensibilità dei musicisti. Il modo in cui riescono a intrecciare il post-punk degli anni ’80 con il post-rock e il post-hardcore più recenti risulta estremamente fluido e coerente, conferendo all’album un fascino senza tempo. Un disco prezioso, dal contenuto sonoro criptico. Ascolto caldamente consigliato. (Bob Stoner)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 85

venerdì 26 giugno 2026

Residuo – Qui non Passa

#PER CHI AMA: Experimental Music
Album radicale sul fronte della sperimentazione per Tommaso Sampaolesi, già con ITDJ e .cora. Sedici brani minuscoli (il più lungo dura 2.02 minuti), per un minimalismo efferato, ottenuti storpiando, processando con effettistica pesante, e castigando il solo suono di un'unica chitarra acustica, resa quasi un'insieme di rumori rubati agli esperimenti di elettronica e della ambient/drone music. Un filo conduttore di disagio sonoro che in sostanza non delude chi saprà apprezzarlo, perché comunque c'è una buona vena di ricerca sonica, e anche il fatto che quasi tutti i brani siano recitati in una forma spoken word molto intima che non guasta proprio, mentre le poche parti cantate hanno qualcosa che ricorda vagamente il Manuel Agnelli dei bei tempi andati. Il disco è velocissimo e non combina strutture riconducibili ad una forma canzone vera e propria, e forse è molto intrigante per questo. Destrutturato alla massima estensione, se ci si lascia travolgere senza pregiudizi, il trasporto verso una lucida follia è garantito. A volte si ha l'impressione di trovarsi l'inizio di un brano dei Primus, come accade nel brano "La Stanza Tiene", ma è solo un'impressione e solo un inizio, un frammento di un'urgenza creativa in totale solitudine che deve emergere, bella o brutta che sia non ha importanza, perché comunque ha una sua esistenza e motivazione artistica. L'aut aut di Sampaoli è servito freddo, anzi congelato e minimale, scarno e ampiamente psichedelico, frammentario, coraggioso e incurante dell'ascoltatore, nessun altro strumento per una parentesi sonora fatta per evadere da tutto. Non fermatevi alle apparenze, è una bella prova di arte musicale astratta, improvvisa ed imprevedibile, prendere o lasciare. Consigliato l'ascolto a chi non si ritrova tra i puritani della musica di qualunque genere essa sia. (Bob Stoner)

(Self - 2026)
Voto: 70

mercoledì 24 giugno 2026

Grabunhold - Frostheim

#FOR FANS OF: Black Metal
Grabunhold is a perfect example of the most iconic characteristics of the German black metal scene. As with other noteworthy projects such as Mavorim, this German trio combines fierce black metal with a subtle melodic touch that defines its musical identity. Their excellent debut album, 'Heldentod', offered listeners a highly enjoyable dose of black metal, successfully striking a balance between rawness and melody.

After this remarkably solid debut, Grabunhold has meticulously crafted a sophomore album, which is always a crucial moment in any band’s career: the point where you either confirm the potential shown in your debut or risk becoming a “one good album” band. Once again supported by the prestigious label Iron Bonehead Productions, these Tolkien enthusiasts blend the epic tales of the legendary English writer with their beloved black metal sound, guiding listeners on a dark journey through the lands of Mordor.

Those who discovered the band through their debut will find 'Frostheim' a very familiar listen. The defining aspects of Grabunhold are clearly present in this new opus: classic black metal with a raw production approach, enriched by a distinctive melodic essence in the guitar work throughout the album. In terms of pacing, this effort is largely driven by fast and intense sections, although it also includes notably engaging mid-tempo compositions such as the excellent "Schreckenszauber."

As already seen in 'Heldentod', Grabunhold is also capable of crafting longer tracks that offer a glimpse into the band’s still untapped potential. The album closer, "Eärnus Verderben," is the longest composition and arguably the most compelling. It masterfully blends fast, mid-paced, and slower sections, with particularly tasteful guitar lines. Its extended duration allows for a broader range of riffs and structural variation, making it a standout track. As I have mentioned before, the band would benefit from exploring this approach more often.

The remaining tracks follow a more consistent pattern, with shorter durations and a more straightforward, energetic pace. That said, these compositions still feature excellent guitar work and sufficient tempo variation to keep them engaging. The album opener (and second-longest track), "Der Tod wohnt in Cam Dum," deserves special mention for its acoustic intro and powerful melodic riffing. Acoustic elements also appear in another captivating track, "Reris blauer Schatten," where they serve as an atmospheric bridge between sections, working very effectively. This use of acoustic textures, along with the band’s ability to develop longer compositions, represents a valuable asset that could elevate Grabunhold’s songwriting further.

Overall, 'Frostheim' stands as a very solid successor to Grabunhold’s debut album. The band once again delivers strong black metal compositions where rawness and melody are effectively combined. On the downside, there is a sense that the band still has untapped potential. As noted, further exploration of acoustic and atmospheric elements, along with a greater focus on longer and more dynamic compositions, could help Grabunhold reach a new level and avoid repeating the same formula. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2026)
Score: 75

domenica 21 giugno 2026

Demikhov - The World as Non-Objectivity

#PER CHI AMA: Drone/Noise/Experimental
I Demikhov hanno da sempre sperimentato col rumore, continuamente e in forme diverse, per tutta la loro più che decennale carriera. Ci hanno abituato al noise hc più estremo, alternandolo a composizioni sempre rumorose e violente, ma con una forma canzone più vicina, a grandi linee, e giusto per dare un'idea di base, alle venature alternative dei Jesus Lizard o dei Lightning Bolt. In questo 'The World as Non-Objectivity', in cui si riprendono registrazioni di studio del 2023 e una esibizione al Dio Drone Festival XI del 2024, la band bresciana mostra il suo lato più minimalista, e poco importa se sia prodotto con feedback di chitarre o synth o qualche altra diavoleria, è comunque perfettamente rumorista, e mette in luce tutto il suo fervente legame al drone, quindi per antonomasia, difficilmente catalogabile e spiegabile come opera. Il rumore è la base di partenza per interferenze, esplosioni, movimenti astratti di ronzii e feedback che si muovono per tutta la durata dei brani, alternati a suoni extraterrestri e silenzi abissali. Siamo di fronte ad un formato sonoro di radicale sperimentazione, improvvisazione ed espressione sonora senza confine, che crea una distanza siderale dalle forme musicali di routine di ogni tipo. Questo tipo di sperimentazione trova sempre una sua collocazione nel filone dell'originalità, poiché non vi è possibilità di confronto, ne esiste una vera necessità a farlo, bisogna farsi coinvolgere senza se e senza ma, per coglierne il reale significato artistico. Le musiche sono state ispirate dalle opere del pittore d'avanguardia Kazimir Malevich, e per capire il senso di questo disco potrebbe tornare utile cimentarsi nella visione di tali opere durante il suo ascolto. Un collage di brani anticonvenzionali che trovano il loro epilogo nell'ultima traccia live, la title track, che supera di poco i 30 minuti con la sua proposta di puro noise/drone, rumore minimale senza ritmo o costruzione melodica, suoni disturbanti, e il rumore bianco di una vecchia radio non sintonizzata, mostrando una certa affinità con un'ipotetica soundtrack di un film che parla di un subconscio oscuro, profondo e sconosciuto. 'The World as Non-Objectivity' è alla fine un disco che risulterà molto appetibile per gli estimatori di sonorità ultra sperimentali. (Bob Stoner)

(Archaeological Records/Dio)))Drone/Acvfene Records - 2026)
Voto: 66

sabato 20 giugno 2026

Chullachaqui - Epiphanic Perdition

#PER CHI AMA: Black/Doom
'Epiphanic Perdition' è il primo album dei Chullachaqui, side‑project sludge/post‑metal di Matt Cooper (voce e basso dei Vulgaris). Non è un ascolto facile, e a essere del tutto onesti, mi sa tanto che non voglia nemmeno esserlo. Cooper, che alcuni di voi già conoscono per il lavoro con il suo main project, qui si spoglia di ogni velleità strutturale per dedicarsi a un rituale fatto di fango, ripetizioni e geometrie dilatate. La sensazione, fin dall'iniziale "Yakruna", è quella di entrare in una stanza dove l'aria è densa, quasi irrespirabile, con le chitarre che mostrano quel suono stoner e fuzzy, talmente grasso da poterlo quasi toccare. Il problema è tuttavia che nei suoi oltre sette minuti, la traccia non mostri alcuna variazione al tema di fondo; percussioni e chitarre viaggiano a braccetto in un loop sciamanico che sembra promettere una pace che, in realtà, non arriverà mai. Il fulcro emotivo di questo viaggio è però la trilogia intitolata "Futility": la prima parte, "Unstoppable Force", mostra come unica differenza con la traccia d'apertura, la presenza di una voce gracchiante, poi ancora una ridondanza dronica, una tensione filosofica ancor prima che sonora, per un'altalena di suoni che persiste anche nella successiva "Immovable Object", ma anche qui prevale la noia per una stasi sonora che sembra farsi più cupa e desolante, complici peraltro i 15 minuti del brano. Il cerchio si chiude con "Death Becomes You", 40 secondi acidi come un limone andato a male e che era meglio buttare nella spazzatura. C’è spazio ancora per la melmosa "The Serpent", un pezzo doom (con voce black) che rallenta ulteriormente il passo, prima che "Oblivion" (traccia del 2023), chiuda il lavoro con gli ultimi 14 minuti e passa di un black sghembo quanto inutile, per un album troppo monolitico che non trova sicuramente il mio favore. Se cercate la melodia che vi salvi la giornata, un guizzo di genio, o qualcosa di accattivante, beh sappiate che questo decisamente non è il vostro posto. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 50

giovedì 18 giugno 2026

Maneating Orchid - Cold Logic

#PER CHI AMA: Mathcore/Techno Death
Vi capita mai di ascoltare un disco e intuire che non ci stia parlando direttamente, ma piuttosto ci stia sfidando? È la sensazione che mi è rimasta attaccata addosso dopo ripetuti ascolti di 'Cold Logic', terzo capitolo dei Maneating Orchid. Questa band di Bangalore possiede una cultura enciclopedica del caos: dentro alla loro proposta musicale troviamo i fantasmi psichedelici dei Voivod, le accelerazioni geometriche dei Dillinger Escape Plan, le architetture malate dei Gorguts e la violenza muscolare dei Converge. Sulla carta, un paradiso per chiunque ami il metallo cerebrale e la dissonanza eletta a forma d’arte. Eppure, mentre i trentaquattro minuti dell'album scorrono implacabili, mi rendo conto che tutta quest'impressionante preparazione rischi di trasformarsi in una trappola d’acciaio lucido e freddo. Undici pezzi che, già in prossimità del terzo, "Ionized Green", finiscono per sfiancarmi e non perchè i nostri siano musicisti impreparati anzi, le chitarre e il basso s'incastrano in geometrie instabili, mentre le vocals abrasive del frontman urlano impazzite, e il batterista spinge il motore oltre i giri consentiti con una precisione chirurgica. Ma è una precisione che stanca. È come guardare un motore di Formula 1 smontato pezzo per pezzo, ne ammiri l'ingegneria, ma ti manca il brivido della velocità su strada. Certo, ci sono intuizioni affascinanti, rallentamenti improvvisi, parti sci-fi ("Neon Wraith") o imprevedibili sonorità sbilenche e atmosferiche ("Malformed Horizon") che provano a deformare la struttura classica del mathcore, ma rimangono frammenti isolati in un mare di iper-tecnicismo fine a se stesso. E penso ai 56 secondi di "Binary Contagion", una scheggia impazzita che finisce per sfociare nel grind. Tutto sembra così perfetto, eppure la perfezione geometrica è un'illusione bellissima, ma a volte l'anima si nasconde proprio in quell'errore umano che questo disco non si è mai permesso di commettere. (Francesco Scarci)

(Subcontinental Records - 2026)
Voto: 65

martedì 16 giugno 2026

Blüdwyrm - The Blissful Sleep of Ignorance

#PER CHI AMA: Sludge/Doom
C’è un momento preciso, di solito già al termine del primo minuto di un disco doom, in cui capisci se chi suona sta semplicemente replicando una formula o se sta cercando di saturare la stanza con gas nervino per impedirci di respirare. Quando parte la traccia d’apertura, "Preacher of my Own Demise', dell'EP di debutto degli inglesi Blüdwyrm, la sensazione non è quella di venire travolti da un’ondata di fango primordiale, piuttosto quella di sfogliare un catalogo di cliché sludge/doom già ampiamente codificati trent’anni fa da gente come Electric Wizard o primi Cathedral. Il problema principale di 'The Blissful Sleep of Ignorance' non sta nella perizia tecnica dei musicisti, che sanno perfettamente dove mettere le mani, né in una produzione volutamente sporca, registrata ai Poole Gateway Studios. Il vero limite è che ogni singolo riff, ogni passaggio di batteria e ogni linea vocale del frontman sembrano calcolati a tavolino per rientrare nei canoni di un genere che, oggi più che mai, avrebbe bisogno di maggior personalità e non di semplici restauratori. Si avverte una totale mancanza di quell'imprevedibilità che rende il metal estremo una materia viva; tutto scorre esattamente come ti aspetti, con una pesantezza prevedibile che, traccia dopo traccia, si trasforma in noia. Persino il singolo "The Vultures", che nelle intenzioni dovrebbe mordere e mostrare il lato più dinamico del trio di Bournemouth, si trascina senza una reale zampata, finendo per suonare come una b-side sbiadita dei Cathedral di 'Forest of Equilibrium'. C’è un momento preciso poi, durante i sei minuti abbondanti della conclusiva "Pesticides", in cui la dilatazione psichedelica e le stratificazioni di chitarra di Alex Jones dovrebbero creare un’atmosfera claustrofobica e spettrale, e invece l'unica cosa che si percepisce è il peso di un minutaggio tirato troppo per le lunghe. Alla fine, non basta abbassare l’accordatura della chitarra, saturare le frequenze e gridare con voce stanca per trasmettere un disagio autentico, serve una scintilla che questo lavoro purtroppo non possiede, preferendo adagiarsi in un sonno fin troppo protetto dalle proprie influenze. (Francesco Scarci)

(Road to Masochist Records - 2026)
Voto: 50

domenica 14 giugno 2026

Vandalheart - Grey

#PER CHI AMA: Metalcore/Djent
Sulla loro pagina bandcamp, gli americani Vandalheart sembrano essersi dimenticati dello scorrere del tempo. Hanno ancora in pre-order il precedente lavoro, datato 2020, 'L|O|W|', mentre non c'è traccia di questo nuovo 'Grey', uscito il 6 giugno in tutta la sua veemenza, su Spotify. Un ritorno quello della band del Michigan che sembra configurarsi più cupo e viscerale rispetto al passato, probabilmente segnato da un qualche evento drammatico che ha portato a un’estetica che ruota esplicitamente attorno al grigio come stato mentale prima ancor che cromatico. L'impianto ritmico poggia su un metalcore moderno con una forte componente emotiva, nei paraggi di un djent/post-hardcore dai contorni scuri. La vecchia identità del gruppo, che mostrava un approccio più orientato a math rock, shoegaze, emo e toni malinconici, sembra esser stato messo da parte, per puntare su un impatto più diretto, caratterizzato da melodie amare come la vita. Lo si evince dalle iniziali "Rot" e "Let Go", che tracciano immediatamente le coordinate del disco, prima di scivolare in un brano come "Time" che mostra invece una maggior propensione alla malinconia, all'urgenza emotiva, e a una vulnerabilità espressiva che sembra esser l'unica arma rimasta. Non sono un fan del genere, eppure 'Grey' l'ho apprezzato non poco, per una certa freschezza delle sue idee, sebbene il rischio di restare troppo legato a formule già note del metal moderno se la scrittura non spinge abbastanza oltre il sentiment, sia abbastanza forte. La tracklist si completa con altri brani più o meno interessanti: dall'accomodante "Rock Bottom" a "Pseudo", che vede una collaborazione con gli Oceans Ate Alaska, in quello che in realtà è il brano più caotico (anche se "Vacant" sfiora il deathcore con i suoi letali breakdown) e che forse meno ho apprezzato nel disco. Se "Hell" lascia intuire una scrittura tesa, dolorosa, costruita con un lessico emotivo talmente diretto da risultare quasi indiscreto, la conclusiva "Grey (Silence)", con le sue atmosfere opprimenti, funziona come il vero perno di questo immaginario pesante, una stanza vuota dove l'assenza di rumore, fa più male di uno schiaffo in pieno viso. (Francesco Scarci)

(Arson Theory - 2026)
Voto: 72

sabato 13 giugno 2026

Ersedu - Gore

Ascolta "Ersedu_Gore" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Death
Tra le cose più intriganti di questo 2026, c'è 'Gore', il nuovo EP concettuale degli ucraini Ersedu, un lavoro che prova a cercare uno spiraglio tra le maglie della nostra mente, per appollaiarsi tra le nostre inquietudini più profonde. Non parliamo di un'uscita come le altre. La band ha infatti concepito questo progetto come il primo tassello di una serie di lavori dedicata ai colori, inaugurando tale percorso con il rosso. Ma il rosso, tra queste note, smette di essere un semplice colore per trasformarsi in un simbolo totalizzante, un filo conduttore che unisce la violenza del sangue al calore della passione. Gli Ersedu si muovono su coordinate symphonic death e dark cinematic metal, una definizione che sulla carta rischia di suonare fredda, ma che qui si traduce in un'atmosfera oscura, quasi teatrale. L'ascolto è suddiviso in quattro capitoli ovviamente connessi tra loro. Si comincia dalla solennità marziale di "God of War", un’intro epic-orchestrale che stabilisce immediatamente le regole del gioco, per poi scivolare nella dimensione sinfonica di "Offering", dove la ritmica schiacciasassi e il growling del frontman, vengono stemperati dalle sensuali vocals di una gentil donzella, in un sound che per certi versi, mi ha evocato l'orchestralità dei Septicflesh. La tensione si fa ancor più funerea e serrata con "Reap Souls", dove a duettare nuovamente sono le voci dei due cantanti (ammetto tuttavia di non essere cosi sicuro che il growl non sia opera sempre della suddetta gentil donzella, visto che nè bandcamp nè il sito della band rivela la line-up del misterioso trio incappucciato) sopra un tappetto sinfonico, plumbeo e cinematico. Si arriva infine al contrasto più affascinante del lotto: "Eros". Inserire il desiderio e la carnalità dentro un impianto sonoro così cupo ed estremo è una scelta coraggiosa, in un pezzo che alla fine, ti lascia lì, con l'ultima nota che vibra nell'aria e una strana sensazione di nudità, consapevole che il rosso non è il colore della vita che continua, ma quello del sangue che sgorga da una ferita che ti ricorda che sei ancora vivo. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

venerdì 12 giugno 2026

Aeonus - Омикрон Эридана

#PER CHI AMA: Cosmic Black Metal
A volte capita di guardare fuori dalla finestra, nel cuore di una notte qualunque, e sentire che le luci della città non sono altro che piccoli spilli conficcati in un lenzuolo troppo scuro. Cerchi qualcosa che non ti consoli ma che sia comunque capace di dare una forma, una dignità geometrica a quel vuoto che porti dentro. Desideri un suono che non abbia paura di essere immenso, freddo, persino crudele, ma che in qualche modo sappia esattamente in quale angolo della tua anima andare a riflettersi. È proprio in questa frattura che si colloca 'Омикрон Эридана', il nuovo capitolo degli Aeonus, creatura solitaria del musicista russo Mordorkonan. Qui troverete un'aria rarefatta che sa tuttavia di cenere stellare e di inverni che non hanno mai visto la luce. Siamo nei territori di un cosmic atmospheric black metal che non teme di concedersi lunghe deviazioni progressive; un viaggio lungo, monolitico e profondamente immersivo che, sebbene non pretenda di rivoluzionare il genere, riesce a mantenersi costantemente in orbita. Quattro pezzi dalle durate importanti (dai 9 ai 21 minuti), e dai titoli emblematici, in cui le chitarre creano una tessitura ampia, stratificata, più vicina a una colonna sonora per il collasso di una galassia che non alla classica lama affilata della scuola norvegese, mentre le parti vocali, quando emergono, si muovono su un registro disumano e aspro, perfettamente integrato in quest'estetica della catastrofe. Brani come "F0III" aprono immediatamente una voragine di energia scura, una dissoluzione che percepisci come un'esperienza fisica ancor prima che metafisica. Subito dopo, i 19 minuti di "K0.5V" spingono sulla distruzione materiale, riducendo mondi in cenere e configurandosi forse come l'episodio più devastante dell'intero lotto, sebbene un più etero e grandioso finale. "DA4" sembra trovare un perfetto punto d'equilibrio tra la grandiosità e il senso di annichilimento, attraverso un black atmosferico solido e collaudato. È infine con i 21 minuti di "M4.5Ve", che il disco trova il suo vero centro gravitazionale, un viaggio verso il silenzio assoluto, un deserto di pianeti morti dove la band indulge in una ridondanza sonica, smarrendo un briciolo di tensione pur di farci assaporare la totale assenza di gravità. 'Омикron Эридана' è un album davvero interessante che si limita a mostrarci come il vuoto non sia un'assenza di vita, ma lo spazio esatto che lasciamo alle cose che non siamo mai riusciti a dimenticare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

giovedì 11 giugno 2026

Kokomo - Whip

#PER CHI AMA: Post Metal
Sette anni. Sette anni di silenzio, fatto salvo per quel live al Kulturkirche Liebfrauen del 2021, per tornare con un nuovo disco, 'Whip'. I Kokomo, band originaria di Duisburg, ci ha messo tanto per acquisire una nuova consapevolezza e tornare a proporre il loro sound, fatto di corrosivo post metal. La rabbia dilaniante dell'iniziale "A Torinói Ló" ci regala sei minuti di una densità spaventosa che, paradossalmente, evocano l'immagine di un qualcosa di bloccato, una pietra pesante che si rifiuta di rotolare. Quelle voci urlate, strozzate e caustiche in sottofondo non fanno che aumentare un senso di disagio, che aleggia in realtà lungo tutti i 38 minuti del disco. Il tremolo picking di "1758 Times of Weird Sadness" prova a toglierci di dosso quel peso, quel senso di non essere nel posto giusto al momento giusto, ma con un titolo del genere, cosa ci possiamo aspettare, se non addirittura una sorta di allargamento del disagio già sperimentato nell'opening track. La band enfatizza infatti quel sound scaraventandocelo addosso in una forma ancor più tagliente, che sfiora addirittura il black metal. Le nubi provano a scomparire nel finale, e in effetti "Thigh Kick Knockout Fake" sembra restituirci una fiducia che sembrava persa completamente, in un pezzo dal taglio più contemplativo e rilassato, al pari della successiva "5am", sebbene la seconda metà, dove una voce femminile si accosta al corrosivo cantato del frontman, lanci presagi oscuri all'orizzonte. Subito dopo, "The Lonesome Foghorn Blows" evoca una moltitudine di emozioni: solitudine, rabbia, abbandono, e inadeguatezza mi lasciano li a provare a dare una forma esatta al mio di dolore. In chiusura, "Trümmer Deluxe" sancisce come le nostre difese siano definitivamente crollate e che l'unica cosa da fare sia guardarsi allo specchio e smetterla di mentire. 'Whip' alla fine è un album emotivamente impegnativo, un regalo per chi sa che sette anni passati su sei canzoni non sono pigrizia, ma il tempo necessario per dare una forma esatta al proprio dolore. (Francesco Scarci)

(Dunk!Records - 2026)
Voto: 75

martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

domenica 7 giugno 2026

Vanessa Van Basten - Yes

#PER CHI AMA: Post Rock/Shoegaze
Ci sono dischi che arrivano senza far troppo rumore e ti entrano dentro come una corrente d'aria fredda sotto una porta chiusa: 'Yes' dei romani Vanessa Van Basten, è esattamente uno di questi. La band di Morgan Bellini e Stefano Parodi, la seguo fin dagli esordi e i loro lavori compaiono nella mia collezione, sebbene, come spesso ho detto, non sia un fan dei dischi strumentali. Tuttavia, grazie a un sound che si muove in quell’angolo d’ombra, dove il post-rock si sporca con la fangosità dello sludge, e le chitarre shoegaze diventano muri di nebbia impenetrabili, i nostri hanno saputo trovarsi un posto nella mia parete di cd. Il disco apre con "Dying In My Bed", un titolo forte, che suona già come una dichiarazione d'intenti e che si stabilizza subito su toni sospesi e oppressivi, come una coperta troppo pesante in piena estate. Largo spazio viene lasciato alla componente strumentale, ma quando la voce fa la sua entrata beh, le cose vanno alla grande. Certo, poi arriva la robusta fisicità di "Spittincotton" e le chitarre smettono di fluttuare nell'aria e ci schiacciano sul petto, ricordandoci come il dolore abbia sempre una consistenza materiale. Con "Giornata de Legno" riprendono spazio quegli squarci shoegaze, e la sensazione è in realtà di quotidianità domestica. Mi sono immaginato infatti quei casolari in Toscana, con le finestre tutte aperte in una giornata di sole, la tavola apparecchiata e i bimbi che corrono in cortile; merito di un sound ancorato tra shoegaze e post rock, sebbene il finale nasconda nuvoloni neri all'orizzonte. Dopo la calma siderale di "Heartheaven", un pezzo dai tratti quasi ambient, il disco trova il suo acme in "La Vita è la Droga della Morte", un brano di ben 13 minuti (non una novità in casa VVB) che irrompe con una certa solarità per spingersi, dopo improvvise fiammate di violenza controllata (verso il quarto minuto), a spazi più cupi, malinconici e dilatati, ma pure più pesanti, soprattutto dal decimo minuto in poi, complice un rifferama solido e compatto. "Nicaragua" chiude i giochi con fare suadente, assorbendoci nella sua soffice e cinematica struttura musicale, prima di catapultarci inaspettatamente in una telecronaca del Milan di Gullit/Van Basten, a cura di Bruno Pizzul, e martellandoci successivamente con una ritmica che mi lascia lì, disorientato e piantato a fissare il soffitto, ascoltando l'ultimo accordo che sfuma nel buio. (Francesco Scarci)

(Subsound Records - 2026)
Voto: 74

sabato 6 giugno 2026

Demonologists and Vainoras – Plantae Arcanus

#PER CHI AMA: Ambient/Noise/Jazz/Doom
Parlare di un nuovo album dei Demonologists è sempre un'impresa ardua, visto che il materiale sonoro da analizzare è talmente ampio e variegato che accostarlo a qualcuno o qualcosa, alla fine risulti veramente difficile. I temi musicali da affrontare sono tanti: industrial, darkwave, harsh noise, ambient, musica da cabaret, elettronica, black e doom, il tutto fuso insieme in un grande forziere contenente pepite sonore di puro oro lucente. Se poi sulla strada della band americana s'inserisce anche la figura del polistrumentista australiano Terry Vainoras, già con i Vainoras and the Altar of the Drill e altri numerosi progetti, ecco che si rende necessario aggiungere alla lunga lista dei generi trattati, anche il dark jazz. Quindi, avremo una colonna sonora che al chiaro di una luna piena sarà la sinfonia perfetta per l'apparire dei lupi mannari, e se calerà la nebbia in questa notte, aspettatevi uno scenario tra vie strette e oscure ottimo per le avventure macabre di Jack lo squartatore. Effetti sonori cinematografici, spazi ampi e sonorità ipnotiche riverse in rigurgiti jazz e un'attitudine esoteric black, anche se qui non si acclamano chitarre ma ambientazioni thriller in salsa doom, cosparse di jazz noir ovunque. L'album è una specie di concept, o comunque una serie di brani legati tra loro ideologicamente, sulle piante officinali d'oscura e varia natura presenti in medicina, usate in epoche differenti e situate nel mondo in posti diversi tra loro. Una tematica intellettuale e atipica che rende l'opera ancor più attraente e stimolante per l'ascoltatore attento. Musicalmente, ci si immerge in un sound buio, dove persino il ronzio di una mosca partecipa all'insieme sonoro del brano "Psychotria Viridis" (un'antica pianta sciamanica precolombiana), e per identificarne il suono, potrei dire che potrebbe essere idealmente il punto dove il Dale Cooper Quartet & Dictaphones incontra l'industrial degli Skynny Puppy e la malinconia di dischi come 'A Quick Fix of Melancholy' o 'Perdition City' degli Ulver, decomposto, con la raffinatezza estrema e, ovviamente in una forma più nera, che si può trovare in alcune delle complesse e decadenti composizioni astratte dei dimenticati The Legendary Pink Dots. Un mix letale che trova la sua apoteosi nel brano "Brvgmansia Genvs" (pianta decorativa altamente velenosa), che palesa una cadenza cabarettistica di piano, tra ritmi marziali e ambientazione da film horror, con il superlativo sax di Vainoras a impreziosire il tutto, ancora tra voci sussurrate, lamenti vari e un jazz da club sotterraneo. In sintesi, la collaborazione di queste due realtà musicali ha generato una colonna sonora underground davvero interessante, dal suono denso e profondo, cupo e sinistro, molto ragionato nei suoi molteplici minimi dettagli, un microcosmo di suoni che risulterà ai più di sola nicchia, ma chi lo apprezzerà, lo farà in maniera smodata e ne sarà inebriato. L'ascolto è consigliato. (Bob Stoner)

(Aesthetic Death - 2026)
Voto: 80

venerdì 5 giugno 2026

Trelldom - …By the Word…

#PER CHI AMA: Avantgarde
I Trelldom sono tornati con un nuovo album, '…by the Word…', un disco che non cerca di farti compagnia, ma un labirinto in cui spingerti a perderti. Il nuovo lavoro di Gaahl ha compiuto la sua fuga definitiva dal black metal, per spingersi in una zona obliqua, quasi allucinata. Dimenticatevi pertanto il black da manuale, quello dei cliché o della nostalgia per i tempi che furono, qui troverete qualcosa di profondamente disturbante, al contempo magnetico. Forse per questo motivo mi sono avvicinato a questo disco, dal momento che non sono mai stato un grande fan della band norvegese. Quando per sbaglio ho dato un ascolto a questa nuova release, ecco ritrovarmi catapultato ai tempi di 'Written in Water', l'unico lavoro dei Ved Buens Ende, che uscì ormai 32 anni fa e a quel sound avanguardistico, sinistro, sghembo e oscuro. Non un ascolto facile sia chiaro, anzi l'inquietudine che questo disco emana già nelle prime due tracce, "When This Was Young" e "I Speak Forgotten Voices", è un qualcosa che ti prende la gola, e genera un senso d'ansia, una sensazione da vertigini. Complice la chitarra affilata di Stian “Sir” Kårstad, ma soprattutto il sassofono di Kjetil Møster, che qui diventa proprio lo strumento perfetto per dare una forma fisica all'ansia. La voce di Gaahl completa il quadro, con fare misterioso, muovendosi tra i quasi sussurrati delle prime due tracce a toni più contorti che rendono ogni traccia un'esperienza dolorosa. Nella terza "This Moment the Life of a Memory", quando il sassofono s'insinua tra i riff, il nero del black non si annacqua, si contamina di una libertà espressiva che sa di jazz notturno, di locali fumosi dove ogni punto di riferimento viene meno all'ascoltatore. Sperimentazione allo stato puro, lo adoro. I vecchi fan della band si ribelleranno sentendo le mie parole, ma in tutta franchezza, trovo questo lavoro una piccola gemma, che anche con i successivi pezzi, e penso alla stralunata title track, alla magnetica "Folding the Mind", alla rarefatta e lisergica "The Word - Choose to Vanish", e alla conclusiva, delirante e mesmerizzante "Is There Outside", sapranno cucirvi addosso la colonna sonora ideale per quelle notti in cui la mente si piega su se stessa e l'unica cosa che rimane da fare è accettare di svanire, un pezzo alla volta, nel silenzio. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 78

giovedì 4 giugno 2026

Chaospra – The Masquerade of Horror

Ascolta "Chaospra - The Masquerade of Horror" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Hardcore/Alternative
Succede a volte di imbattersi in dischi che sembra quasi ti stessero aspettando, pur proponendo un genere che non è fondamentalmente nelle tue corde. Ti siedi, premi play e all’improvviso la stanza cambia densità. È quello che è capitato a me con 'The Masquerade of Horror', l'ultimo singolo dei canadesi Chaospra, nati da una costola degli Into the Afterimage, che presto dovrebbero avere un full lenght in uscita. Quello che ho sentito qui non è solo musica, è quel genere di confessione che fai a te stesso alle tre del mattino, quando il silenzio diventa troppo rumoroso per essere ignorato. Quindici minuti, tre tracce. Eppure, in questo tempo contratto, la band riesce a infilarti sottopelle un immaginario che sa di velluto strappato e trucco colato. Il suono è un equilibrio precario e bellissimo tra la spinta del post-hardcore e quella pulizia melodica che ti culla prima di colpirti, evocando un che degli Sleep Token. Le chitarre in "The Masquerade of Horror" si muovono agili tra tapping cristallini e distorsioni che sanno di pioggia sull'asfalto, mentre le clean voice scivolano verso lo scream, senza mai forzare la mano, come un pianto che diventa urlo, solo quando le parole finiscono. La traccia centrale, "The Idea of Motion (Burn Without Brightness)", realizzata proprio con i compagni di viaggio degli Into the Afterimage, è il momento in cui ho capito che il disco mi stava chiamando: tra sonorità orientaleggianti, labirinti emotivi alla Architects, ancora echi degli Holding Absence e spinte math, i Chaospra hanno fatto breccia nel mio cuore. La song si configura come un dialogo tra due voci che sembrano abitare lo stesso dolore, cercando di capire come si possa continuare a bruciare senza produrre luce. Poi arriva la chiusura, "They'll Sew My Name in Their Tongues - The Masquerade". Il titolo stesso è un'immagine che disturba e affascina: l’idea che l’unica nostra traccia nel mondo sia cucita nella bocca di qualcun altro. È una scrittura più viscerale, cattiva, frammentata, che parla di abbandoni misurati in battute spezzate e di cadenze che graffiano la colonna vertebrale. Forse i Chaospra non avranno ancora un'identità definitiva, ma trovo questo antipasto un lavoro onesto, di quelli che non cercano di impressionarti con la tecnica, ma semmai di trovarti nel buio. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 75

mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)