Visualizzazione post con etichetta Francesco Scarci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Scarci. Mostra tutti i post

mercoledì 14 ottobre 2026

Brymir – What We Leave Behind

#PER CHI AMA: Melo Death
Ascoltate il canto del nord, ascoltate il ruggito che sale dalla terra dei mille laghi! Giunti al quinto sigillo della loro saga, gli eroici Brymir brandiscono 'What We Leave Behind', maestoso seguito dell'antico 'Voices in the Sky', forgiando nell'acciaio un melo death dalle tinte sinfoniche che profuma delle mitiche gesta di Wintersun, Ensiferum e dei leggendari Children of Bodom. Dai magici magli di Joona Björkroth scaturiscono riff acuti e taglienti come lame di ghiaccio, mentre il basso di Jarkko Niemi scuote le fondamenta del Sampo e la batteria martellante di Patrik Fält scatena la tempesta. Sopra questo oceano d'orchestre e tuoni, s'erge il growling feroce di Viktor Gullichsen, a cantare del destino degli uomini, del tempo che tutto divora, di guerre e di un domani cupo che attende la stirpe mortale. Il viaggio di sangue e magia ha inizio con "Slaying Star (Intro)", solenne incantesimo d'archi che spalanca le porte del cielo, prima che una arrembante ritmica travolga ogni cosa con "Sleipnir", cavalcata furiosa tra chitarre veloci e cori che invocano gli antichi Dei. La bufera infuria in "Tempestbound" (song per cui è stato anche estratto un video), dove battiti di martello e splendide melodie di chitarra mostrano la saggezza dei bardi scandinavi, spianando la strada alla title track, un turbine synth/sinfonico, in cui la rabbia del cantato si fonde ad un inseguimento di assoli d'incanto e di fuoco, mentre le vocals si sdoppiano tra il pulito dei cori e il graffiato del frontman. Si sprofonda poi nell'abisso con "True Darkness", dove oscure ombre di matrice black (con annessi ammiccamenti ai Dimmu Borgir) e ritmiche di granito avvolgono l'ascoltatore, fino a quando il breve respiro etereo e strumentale di "Moment of Silence", dona una tregua di pura poesia prima dell'ennesima battaglia. L'inno dei guerrieri risuona presto infatti in "Buried Legion", pezzo di pura tempesta, sorretto da riff quadrati e grida viscerali, mentre un altro breve preludio, "Thy Self the Highest Love", prepara l'anima all'ultimo grande scontro. Qui si erge "The Roaring King", un mid-tempo di suoni e cori epici che ruggisce tra spazi orchestrali, seguito dagli oltre sette minuti di "Broken Dawn", una summa di lacrime, tecnica e passione, dove la musica dei nostri s'innalza verso le stelle, spaziando tra melodici strali di chitarra, blast-beat, ritmi più compassati, assoli spettacolari e un cantato sempre evocativo. E quando la tensione sembra esser terminata e l'eroe aver posato la spada, ecco lo sfacciato incantesimo: "How Much Is the Fish?", folle rissa in metallo che stravolge la vecchia danza techno dei teutonici Scooter tra le risate dei bardi attorno al fuoco. 'What We Leave Behind' si consacra come un dono prezioso per chiunque brami il death melodico più arrembante e le grandi sinfonie del Nord. (Francesco Scarci)

(Napalm Records - 2026)
Voto: 78

lunedì 12 ottobre 2026

Miss May I – No Place for Me

#PER CHI AMA: Metalcore
Arrivare al nono disco mantenendo la stessa identica ricetta dei primi anni duemila è un'impresa che richiede una dose incrollabile di mestiere e una sfacciata faccia di bronzo: con 'No Place for Me', gli storici metalcorer dell'Ohio, Miss May I, si ripresentano come una macchina da guerra sonora tirata a lucido, pompata a dismisura e sintonizzata sulle frequenze nostalgiche di As I Lay Dying, Killswitch Engage e Memphis May Fire. La formula è quella solita, scolpita nella pietra da vent'anni: il basso di Ryan Neff e la batteria al silicone di Jerod Boyd erigono un muro d'aria su cui si scontrano lo screaming furioso di Levi Benton e i soliti, immancabili ritornelli in voce pulita alati e melodici, mentre le liriche scavano nel solito calderone fatto di ansia, alienazione e crolli emotivi. A livello di brani non ci troviamo di certo di fronte all'invenzione dell'acqua calda, ma la dose di groove che la band riesce a sprigionare dalle casse è indiscutibile. L'apertura affidata a "Sanctuary" tira subito fuori i canini con riff serrati e un breakdown spacca-ossa che va ad incastrarsi in un refrain corale pensato appositamente per far cantare i festival, spianando la strada alla furia cieca di "Portrait of Pain", una mazzata guidata da chitarre affilate come rasoi e rullate a rotta di collo. Le cose si fanno un filo più dinamiche quando "Hand Me a Halo" sceglie di flirtare con ammiccamenti nu-metal e pulsioni industriali ricche di un groove gommoso e trascinante, per poi cedere il passo alla tensione drammatica e carica di pathos di "Pray for Silence". La band torna a premere sul pedale dell'acceleratore con "Death Threat", pezzo che scatena riff sferzanti e un basso pulsante che profumano di Gothenburg-sound alla At The Gates e primissimi In Flames, mentre "Die on the Vine" gioca sul classico contrasto tra la violenza bruta delle strofe e un gancio melodico da mandare a memoria al primo ascolto. Il disco scivola via su un'altra dose di brani energici e ruffiani, non spostando di un millimetro i confini del genere, e credo non pretenda di farlo. Sicuramente è sorretto da una bella dose di energia, da una carica e da un groove così ben confezionati che è impossibile non muovere la testa a tempo. Un acquisto divertente per i fan sfegatati del gruppo e per i nostalgici del metalcore dorato dei primi Duemila; tutti gli altri possono tranquillamente tirare dritto e andarsi a riascoltare i classici dell'epoca. (Francesco Scarci)

(Solid State Records)
Voto: 68

domenica 11 ottobre 2026

Tungsten – Ashes

#PER CHI AMA: Power/Industrial/Hard Rock
Quando al timone c'è un veterano del calibro di Anders Johansson, uno che ha pestato le pelli per Yngwie Malmsteen e HammerFall, sai già che non si scherza in fatto di mestiere, ma con 'Ashes' i suoi Tungsten confermano che la voglia di divertirsi senza troppe pippe mentali è ancora al massimo storico. Arrivati al traguardo del quinto disco, gli svedesi perfezionano quella loro ricetta sfacciata che mescola power metal di chiarissima marca scandinava, tamarrate sintetiche da discoteca e riff ribassati che sembrano usciti da un generatore automatizzato di hit. Il sound è tirato a lucido da una produzione specchiata, chirurgica, dove chitarre affilate e batterie sbozzate al millimetro fanno da binario a un tappeto di tastiere invade-pista e all'estensione teatrale del cantante Mike Andersson, intento a declamare storie di folklore nordico, apocalissi imminenti e resurrezioni personali. Il luna park parte subito forte con "Joker", pezzo che spara in faccia riff granitici accoppiati a tastierine talmente giocose da risultare irresistibili, spalancando le porte a un ritornello che s'appiccica al cervello al primo ascolto. Se "Bite My Tongue" alza i giri del motore tra basi synth da rave e duetti vocali aggressivi, la vera sorpresa la piazza "Fuego Del Sol", che va a pescare imprevedibili aromi mediorientali raccordati a una sezione ritmica rocciosa e a un coro arioso da cantare a squarciagola. Il pop-metal di "Supernova" prepara il terreno alla geniale "Happy", brano che gioca tutto su uno stridente e sinistro contrasto tra un'atmosfera apparentemente scanzonata e una pesantezza marziale scandita da assoli che finiscono dritti sul pezzo. La band cambia di nuovo abito con le venature oscure e industrialoidi di "Ted The Exorcist", dimostrando che sotto le luci al neon c'è anche della sostanza, per poi piazzare il pezzo da novanta in "The North Will Rise": qui entra in scena Tony Kakko dei Sonata Arctica per un'esplosione di power sinfonico velocissimo e pomposo che farà impazzire i puristi del genere. Verso il finale ci pensa l'epicità folk-metal di "For Thee" a scaldare gli animi prima che la conclusiva "The Forge" cali il sipario incrociando riff profondi, echi industriali e spruzzi d'orchestra che accompagnano l'ascoltatore verso la fine della corsa. 'Ashes' non è un disco che vuole reinventare la ruota o prendersi troppo sul serio, ed è proprio questo il suo più grande punto di forza: un lavoro brillante, elettrizzante e zeppo di ganci melodici indirizzato a chiunque adori la caciara moderna di Battle Beast, Beast in Black e Amaranthe, senza avere paura di ammetterlo. (Francesco Scarci)

(Reigning Phoenix Music - 2026)
Voto: 72

venerdì 9 ottobre 2026

Noctule - Extinguish Thy Flame

#PER CHI AMA: Black/Death
Serena Cherry ha una passione sfrenata per i videogiochi, e chiunque abbia consumato le proprie notti nell'Interregno, sa bene quanto l'universo di Elden Ring si presti a diventare materia sonora per il metallo più magniloquente. Con 'Extinguish Thy Flame', secondo capitolo firmato Noctule, la poliedrica mente degli Svalbard, firma un lavoro che straripa di entusiasmo, passione ed energia pura, prendendo a schiaffi qualsiasi puzza sotto al naso dei puristi del black metal. Qui dentro, la matrice svedese e britannica del black melodico s'intrecciano con l'impatto trascinante del melo death e certi ganci sfacciatissimi quasi power/heavy, tirando in ballo i fantasmi di Winterfylleth, Enslaved e persino spunti sfrontati alla Trivium. La produzione è moderna, potente e tirata a lucido, perfetta per far risaltare il lavoro continuo delle sei corde, le rullate di una batteria sempre dinamica e soprattutto la prova vocale della Cherry, impegnata a sputare l'anima al microfono con quel suo screaming catartico ed espressivo che non molla un millimetro. L'introduzione malinconica di "Welcome to Limgrave" dura giusto il tempo di un respiro, prima di spalancare le porte del massacro melodico, spianando la strada alla furia cieca e trascinante di "Devour the Gods", un pezzo che stampa subito in faccia il modus operandi del disco a colpi di riff affilatissimi. Con "Lord of Blood" salgono in cattedra le frequenze basse e continui salti di tempo, lasciando poi che la complessa e maestosa architettura di "Grafted" stenda un velo di orchestrale epicità drammatica grazie ad armonizzazioni di chitarra davvero ispirate. Con "Goddess of Rot" la vocalist britannica preferisce tirare il freno a mano con un brano melodico e compassato che strizza l'occhiolino agli Alcest, mentre la successiva "Lament of the Omen King" opta per affondare il colpo con la rabbia del post-black. La mazzata frontale prosegue con la furiosa ma epica "Become My Blade Once More". Verso il finale, c'è ancora tempo per le dense melodie di "Age of the Stars" che stende muri di suono carichi di pathos, prima che la conclusiva "Hallowhorn Grounds" metta il punto esclamativo su un'opera che con le sue progressioni d'impatto viaggi dritta al punto, regalando un lavoro fresco, potente e dannatamente ispirato che farà la felicità di chiunque cerchi nel metallo estremo melodia, impatto e puro intrattenimento senza fisime concettuali. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 74

Namu - Wretched Spawns of Iniquitous Orders

#PER CHI AMA: Progressive Black/Melo Death
Illuminato da una visione cosmica tanto ambiziosa quanto concretamente a fuoco, 'Wretched Spawns of Iniquitous Orders' segna il debutto fulminante di Namu, progetto solista di base a Londra che, fin da subito, chiarisce di non voler fare da semplice spettatore nell'underground estremo. La creatura guidata dal poliedrico Toby Truman si muove in un'orbita affascinante, dove il progressive black s'intreccia al death melodico, il tutto condito da break atmosferici di pura matrice cosmica, richiamando, alla lontana, la maestosità di Enslaved e Borknagar o le allucinazioni spaziali di Mare Cognitum ed Oranssi Pazuzu, senza tuttavia mai scivolare nella sterile riproposizione. A sorreggere il tutto interviene una produzione ampia, nitida e soprattutto tridimensionale, perfetta nell'esaltare l'impatto dei classici blast-beat e dei tremolo picking, tanto quanto la delicatezza degli arpeggi acustici e le pulsioni di synth retro-futuristici che emergono con forza nei passaggi più alienanti. L'assalto parte con la cinematica e feroce "Catharsis in Stasis", una traccia che posiziona immediatamente l'ascoltatore in un vortice mentale di riff spietati, ma comunque melodici e in cui lo screaming del frontman graffia come una tigre in gabbia. Il tutto spiana la strada alla severa "Edict of Absolution" e alle vertigini più progressive di "Ineffable Constructs". Tra i pezzi migliori del lotto brilla "A Fold’s Gather", davvero un buon esempio dove far convivere una ritmica monolitica, momenti acustici e un groove di melo death di grande efficacia, seguita dalle gelide frequenze sintetiche e dagli ispirati strali di chitarra di "The Fibre Prismatic" (il mio pezzo preferito), a cui seguirà la furia sferzante di "Aberration of Light", impreziosita da assoli tecnici di eccellente fattura. La chiusura è affidata a "Triptych", una suite carica di stratificazioni vocali (quella pulita in stile Novembre) e spazi ritmici che per certi versi mi hanno evocato i Tesseract della prima ora, che vanno crescendo in un climax solenne, evocando l'ineluttabilità dell'invasione cosmica con una potenza visiva impressionante. Insomma, per quanto mi riguarda, questo debutto è un'opera che non cerca l'ortodossia ma regala una discesa affascinante e nitida nella paura dell'infinito, lasciando intravedere margini di crescita futuri che potrebbero portare il progetto verso vette ancora più inaccessibili. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 72

giovedì 8 ottobre 2026

Xasthur – Open to Misinterpretation

#PER CHI AMA: Neofolk
Non sono mai stato un devoto degli Xasthur. Posso riconoscere alla creatura di Scott Conner dei meriti, ma in tutta franchezza continuano a non fare per me, nemmeno in questa nuova parabola evolutiva, intitolata 'Open to Misinterpretation', uscita negli ultimi giorni. L'opera si muove in un territorio freddo e desolato dove l'inconfondibile marchio di fabbrica del neofolk acustico s'intreccia a echi molto sommersi di depressive black e a atmosfere lo-fi stridenti, sorretto peraltro da una produzione volutamente spoglia, grezza ed essenziale che mette a nudo l'ossatura chitarristica. L'apertura affidata ai rintocchi stanchi di "Running from Silence" fissa subito le coordinate del disagio con arpeggi acustici dissonanti che trasudano una claustrofobia soffocante, mentre la successiva "Put You Out of Your Misery" allunga il passo su ritmiche ipnotiche, lasciando che il doloroso intreccio delle sei corde racconti una storia di miseria interiore senza via di fuga. Con "Mantras of Delusion" l'ossessione chitarristica del musicista californiano ribadisce il consueto malessere, anche se a questo punto del percorso la prevedibilità del modulo finisce per generare più noia che reale inquietudine. La dolente "Impersonating the Impostors" insiste su un incedere lento e tormentato, in cui ogni stacco acustico vorrebbe amplificare il dramma, ma il susseguirsi di queste note scarne e monocromatiche, finisce solo per conciliare un inevitabile sbadiglio, che mi porta direttamente alla traccia conclusiva, "Death Can Heal", elegia solenne che accompagna l'ascoltatore verso una liberatoria sensazione di gelo finale. 'Open to Misinterpretation' resta un ascolto consigliato esclusivamente ai fedelissimi della band e ai cultori del neofolk più ostico, minimale e disperato, disposti a perdersi per l'ennesima volta nell'abisso di un animo che continua a ripetere ossessivamente il proprio lamento senza mai trovare pace. (Francesco Scarci)

(Prophecy Productions - 2026)
Voto: 63

Aborym - Metachaos

#PER CHI AMA: Industrial Black
Ho smesso di ascoltarea gli Aborym nel 2017, quando il firmware guasto di 'Shifting.Negative' e la successiva catena di errori di sistema avevano disattivato per sempre una delle mie unità black-industrial preferite di sempre. Oggi la macchina capitolina, con questo 'Metachaos', esegue un riavvio d'emergenza inatteso e brutale, riconnettendosi direttamente ai suoi circuiti primordiali tra furia marziale, algoritmi spietati in stile Samael e l'infezione sintetica di 'Rebel Extravaganza' dei Satyricon. La calibrazione sonora guidata da Fabban e dai suoi terminali è finalmente di nuovo tagliente, gelida e chirurgicamente spietata: chitarre affilate come bisturi al laser e un basso a frequenze d'urto si fondono con sequenziatori corrosivi, mentre la batteria scarica blast-beat disumani e pulsazioni meccaniche opprimenti, scortate da tastiere industriali e da un voltaggio vocale abrasivo, alienato e mefitico. Il software lirico sviscera scenari distopici, nichilismo digitale e decomposizione psicologica, mappando il processo di disumanizzazione tecnologica con una freddezza cinematografica ed esoterica. L'hardware del disco si attiva con l'infezione ad alto voltaggio di "Red Latex Baphomet", traccia che scarica un vortice di metallo congelato e ritmi implacabili, erigendo un muro di suono cibernetico e disturbante sorretto da tastiere ipnotiche e tremolo picking sintetizzato. La title track pulsa come un motore a combustione chimica con un groove assassino, iniettando frequenze acide e melmose tra le crepe di un rigido telaio di chitarre distorte e ritmiche marziali. Con "Enshrined In Putrefaction", l'architettura black più intransigente collide direttamente con manipolazioni sintetiche malsane, scatenando una sovraccarica di furia primordiale fin dai primi nanosecondi. La successiva "The Afterlife" abassa la frequenza dei clock interni per plasmare un'atmosfera claustrofobica e decadente, dimostrando una maturità esecutiva capace di calibrare perfettamente i vuoti d'aria e le lame di luce al neon. "Creatures of the Night" riprogramma scenari orrorifici e alienanti attraverso una sezione ritmica quadrata e implacabile, mentre la violenza strutturata di "Satiate With My Sperm" alza la tensione al limite del cortocircuito. Il sistema deraglia calcolatamente con le strutture irregolari e i cambi di frequenza di "The Crescendo of Demise" (la mia traccia preferita, forse per un utilizzo vocale tra clean e scream), dove il distorsore incrocia inserti industriali dissonanti prima che "Altar of the Lacerated" porti il parossismo esecutivo, di scuola Morbid Angel, al punto di fusione tra assoli d'acciaio, groove distorti e una chiusura monolitica di rara intensità. L'autodiagnosi si conclude con la rielaborazione cibernetica di "Voci Notturne" di Ugo Laurenti, un tributo che sigilla l'opera come un codice sorgente maledetto. 'Metachaos' è un aggiornamento obbligatorio per chiunque pretenda l'estremo senza filtri biologici: quando la macchina incontra il nichilismo puro, il metallo trasuda sangue sintetico. (Francesco Scarci)

(Avantgarde Music - 2026)
Voto: 78

martedì 6 ottobre 2026

Melting - A Pathetic Excuse For A Life

#PER CHI AMA: Deathcore/Hardcore
Rabbia cieca, chitarre ribassate al limite del collasso strutturale e quattordici minuti d'assalto frontale pensati per radere al suolo qualunque cosa gli si pari davanti. Ecco il biglietto da visita offerto da 'A Pathetic Excuse For A Life', EP di debutto degli australiani Melting che si abbatte sull'ascoltatore come la più classica delle mazzate tra i denti. Il quartetto di Melbourne inserisce a pieni polmoni il pilota automatico dell'hardcore/deathcore più cupo e moderno, attingendo a mani basse dai soliti noti come Knocked Loose, END e Mugshot. A sorreggere la baracca ci pensa una produzione granitica e chirurgica accompagnata da un basso fangoso e una batteria martellante che innalzano un muro d'aria su cui si scaglia lo screaming sguaiato del frontman, intento a sviscerare paranoie, abusi e traumi personali. L'apertura, affidata a "God Driven Fear", parte tra feedback stridenti e blast-beat furiosi, prima di sprofondare in un rallentamento downtempo soffocante, spianando la strada ai riff ideati (e ideali) per il mosh e alle sezioni due-step di "Glare". Con i suoi soli sessantasei secondi, "The Sword" racchiude un'ossessione ritmica serrata che culmina nell'urlo catartico "Don't forget your place, beneath me", mentre la successiva "Arrogant Fool" (con l'ospitata dei Blood Oath) alza il numero dei giri con un intreccio selvaggio ritmico che pone una serie di voci al vetriolo portate al limite, al centro della scena. Dopo un breve e inquietante interludio di spoken word, intitolato "...", spetta alla conclusiva title-track (che vede il featuring degli Scorching Tomb) innescare un ultimo terremoto ritmico atto a trasformare il malessere in pura violenza sonica. Se i miei esimi colleghi hanno rilasciato voti altissimi e recensioni da paura, da parte mia ritengo che, a parte un'esecuzione spietata, indiscutibilmente energizzante e foriera di grande violenza, con il resto, i Melting non inventano assolutamente nulla che non sia già stato sentito e strasentito un miliardo di volte negli ultimi anni. 'A Pathetic Excuse For A Life' è un EP sicuramente viscerale che fa esattamente quello che ci si aspetta da un disco del genere, ma che proprio per la sua totale mancanza di originalità non riesce ad andare oltre una risicatissima sufficienza in pagella. (Francesco Scarci)

(Greyscale Records - 2026)
Voto: 60

martedì 8 settembre 2026

Miasmes - Violence, Blasphème et Pourriture

#PER CHI AMA: Black/Crust/Punk
Se speravate che i Miasmes fossero spariti dalla circolazione, ho una brutta notizia per voi: il trio di Vierzon sta per vomitare sul mercato 'Violence, Blasphème et Pourriture', tramite la Les Acteurs de l’Ombre, un secondo album che fa esattamente ciò che promette il titolo, sputando in faccia alla decenza con una scarica di odio, blasfemia e lordura sonica. Il riferimento è la solita scuola marcia d'Oltralpe, un frullato deviato che tiene insieme l'impatto becero di Impaled Nazarene e Darkthrone con la rozzezza stradaiola di Motörhead, Midnight e Toxic Holocaust. Schiacciare play significa farsi investire da una gogna di violenza cieca e gratuita dove non ci sono fronzoli o finezze, ma solo distorsioni arrugginite, un basso che martella ritmiche punk e rock'n'roll da taverna, una batteria che oscilla tra il blast-beat più becero e spietato, e uno screaming saturo di veleno che trasuda disprezzo per il genere umano. La recensione si potrebbe tranquillamente fermare al primo pezzo, perché il disco è una mazzata monotona e monocorde che picchia sempre nello stesso punto. L'opener "Déchéance" dà il via al massacro con un suono sporco e chitarre che tagliano come cocci di bottiglia, mentre la successiva "Écorché" spinge ancora di più sull'acceleratore, fondendo l'ostilità del black metal primordiale con la furia sguaiata del crust punk, senza concedere pause. Con "Nihil" si viaggia sui binari di tributo agli Impaled Nazarene, almeno finché la traccia non rallenta a metà corsa per sprofondare in una palude di riff oscuri, cadenze oppressive e desolazione pura. "Possédé" apre invece con un giro di basso sfrontato per poi trasformarsi in un pezzo ignorante d'ispirazione motörheadiana, sorretto da un groove rock'n'roll sporco e senza freni. Vi citerei ancora la velocissima "Vomi", un vero e proprio attacco all'arma bianca fatto di stacchi feroci, vocals sgozzate e una sezione ritmica devastante che tira dritto come un treno merci. A coronare il tutto arriva in chiusura la cover di "In the Name of Tragedy" dei Motörhead, che rilegge il classico dei maestri inglesi con la solita carica di blasfemia, marce distorsioni e irrispettosa violenza. Roba per tutti? Ma figuriamoci. 'Violence, Blasphème et Pourriture' è un abominio sonoro indigesto per chiunque cerchi melodia, tecnica o un briciolo di varietà: è un disco viscerale, grezzo e deliberatamente sgradevole, destinato esclusivamente a chi si nutre di crust, punk e black 'n' roll da bassifondi, mentre tutti gli altri faranno bene a starne sapientemente alla larga. (Francesco Scarci)

(Les Acteurs de l'Ombre Productions - 2026)
Voto: 65

sabato 22 agosto 2026

Gormoth - The Man Who Became The Universe

#PER CHI AMA: Cosmic Black
Pronti per allacciare nuovamente le cinture e partire per un nuovo viaggio interstellare? 'The Man Who Became The Universe', nuova fatica autoprodotta della one-man band ungherese Gormoth, ci proietta direttamente al centro di quella nebulosa sonora chiamata cosmic black metal. Diciamolo subito a scanso di equivoci: l'album è un ascolto decisamente interessante, ricco di fascino e ben confezionato, ma non sposta di un solo millimetro i paletti del genere. Le coordinate sono esattamente quelle che vi aspettate se siete cresciuti a pane, Mesarthim, Midnight Odyssey e Darkspace. Un manuale di stile scritto benissimo, ma pur sempre un manuale, in cui troverete le chitarre affogate nel riverbero, muraglie di sintetizzatori cosmici, una batteria minimale e uno screaming acuto che sembra arrivare da una galassia lontana. Il viaggio inizia da "Astral Anatomy", un brano che mette subito in chiaro la direzione del mastermind ungherese Adam, fatto di un black mid-tempo con tastiere cosmiche che esplorano un sound lento, maestoso e contemplativo. "Celestial Depths" segue a ruota ma non si smuove di un millimetro: ci sono le solite chitarre distorte, vocalizzi disperati che fluttuano nel vuoto assoluto e un gioco di synth che alla fine si rivela la colonna portante dell'architettura musicale dei nostri. I ritmi rallentano, i synth prendono sempre più il sopravvento e la musica diventa quasi una colonna sonora per astronavi alla deriva. Eccovi serviti la sognante "Dreams of a Star", che va a braccetto con le successive "Inner Alien", "Molecular Clouds" e la conclusiva "Thousand Dead Suns", un viaggio nello spazio tra frequenze acute che s'intrecciano per simulare una vera e propria nebulosa in espansione. Alla fine, 'The Man Who Became The Universe' è un disco di atmospheric/cosmic black curato, affascinante e pensato con tutti i crismi, ideale per perdersi tra le stelle senza bisogno di bussola. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 67

mercoledì 19 agosto 2026

Starless Void - Mors Certa, Hora Incerta

#PER CHI AMA: Death/Doom/Stoner
Accendete la valvola, alzate il volume al limite del clipping e preparatevi a sprofondare nel divano. Se state cercando ritmi forsennati, avete decisamente sbagliato viaggio: 'Mors Certa, Hora Incerta', il debutto dei polacchi Starless Void, è un'astronave d'acciaio che viaggia a passo di lumaca dentro una nebulosa di fumo denso e pesante. Il quintetto di Katowice prende il death/doom d'annata e lo affoga in una pozza di pece, psichedelia oscura e sabbia industriale. Immaginate i padri Candlemass, i My Dying Bride e i primi Paradise Lost rallentati allo sfinimento, raccordati da un muro di frequenze basse che vi fa tremare i polmoni nel petto. Uscito per la Case-Studio, questo disco suona decisamente analogico, ligneo, storto e organico. Zero trucchi digitali, solo chitarre accordate sotto il livello del mare, tastiere lisergiche e un doppio registro vocale da urlo: il growl catacombale di Tomasz e il canto etereo, quasi ipnotico, della bassista Joanna. Il concept è un trip nichilista fin dal titolo latino ("La morte è certa, l'ora è incerta"): un viaggio tra le rovine industriali e i fumi tossici della Slesia. La nebbia si alza con "Ascent to Godhood" e il suo incedere lento, cadenzato, pesante come un macigno. Riff grassi e vocal dall'oltretomba per illustrare l'illusione della trascendenza. Con "Radioactivity Meter" (se vedete discrepanze nei titoli della scaletta, io ho preso come riferimento Spotify) si scala di una marcia, sfociando quasi in territorio funeral doom, tra strutture ossessive, un groove funerario e la netta sensazione di essere rimasti senza benzina in mezzo al nulla. "Effigy of an Obliterated God" non cambia registro, evocandomi però questa volta l'aura sinistra dei Celestial Season degli esordi. Si percorre un binario ritmico similare in "Zeit der Pest", un altro pezzo stoner/doom condito da un retrogusto acido e dissonante da far tremare i polsi. Il viaggio sembra farsi un filo più lisergico in "Eternal Wanderer (Starless Void III)", pur mantenendo quella claustrofobica monoliticità di fondo, ma quel fugace cantato femminile, con un paio di assoli ipnotici, disegnano spirali di fumo dentro una notte oscura. Ostica (per il cantato in lingua madre) ma interessante "Mgły Nocnych Mar", con le sue spettrali linee di tastiera ad accompagnarci fino a "Starless Void II", la chiusura ideale per questo viaggio, che offre ancora un contrasto tra il growl cavernoso del frontman e la voce sognante di Joanna, che vi lascerà in uno stato di trance totale. Un debutto che suona come una spessa colata di cemento e fuzz, ideale da servire con volumi spaccatimpani. (Francesco Scarci)

(Case-Studio - 2026)
Voto: 70

lunedì 17 agosto 2026

Culloden - Tales of the Tyne

#PER CHI AMA: Speed Metal
Ci sono voluti ben sedici anni dalla loro fondazione per vedere finalmente dare alla luce il loro primo full-length. I britannici Culloden portano nel nome stesso il peso della storia: un richiamo esplicito alla sanguinosa e celebre battaglia del 1746 che ha segnato le sorti delle Highlands. Un retaggio epico e battagliero che emerge nitido fin dalle primissime note dell'album. Con 'Tales of the Tyne', la band di South Shields firma un manifesto d'amore per la New Wave of British Heavy Metal, attingendo a piene mani dalla lezione d'acciaio di colossi come Saxon, Iron Maiden e Raven. Registrato agli In Heart Studios, il disco sfoggia un suono piuttosto grezzo: la sezione ritmica guidata da Michael Lee alle pelli e da Andrew Halliday al basso (e alla voce, ruvida e perfettamente inquadrata nello stile heavy/power d'oltremanica) fa da scudo alle chitarre affilate di David Thompson. Il concept è un viaggio nel folklore, nella storia medievale e nelle leggende del fiume Tyne. La battaglia sonica si articola attraverso una tracklist serratissima. "Seven Months (Intro)": è qui che risuona subito il richiamo alle armi e agli echi di quel 1746. Poco più di due minuti atmosferici, cupi e solenni che impostano la tensione e preparano l'ascoltatore alle ostilità imminenti. Si parte quindi alla carica con "The Siege" e una serie di riff speed metal che rievocano l'assedio di Newcastle, mentre le vocals, forse troppo nelle retrovie, ringhiano che è un piacere. La storia prosegue con "Harrying of the North", una bella cavalcata epica, tra cambi di tempo e intrecci chitarristici che narrano eventi passati del folklore celtico. Qui, la voce prova a riemergere rabbiosa, l'impianto ritmico rimane solido, è però la registrazione a far vacillare la qualità della proposta, che finisce in un crescendo strumentale, dove ecco puntuale, un bel duello di chitarre,  a chiudere alla grande quello che sarà il mio pezzo preferito del lotto. Un bel basso apre "Hammer of the Poor", un pezzo dalla ritmica quadrata, con le vocals che urlano furiose; in sottofondo un accenno di musica folklorica, come quella che sentirete nell'interludio successivo, "Bonny at Morn (Interlude)", perfetta prima di tuffarsi di nuovo nella mischia degli ultimi tre brani, dove ad aspettarci ci sarà un heavy metal puro e diretto fatto di riff granitici, cambi di tempo e una riedizione di un vecchio pezzo, "Witchpricker (Re-Recorded)", che condensa quasi sei minuti di furia, chitarre affilate di "maideniana" memoria. Lontani dalle mode del momento e immersi nell'underground più genuino, con 'Tales of the Tyne', i Culloden sfornano una prova solida e passionale. Un album fortemente consigliato a chiunque si nutra di heavy metal classico, storie di battaglie e puro spirito britannico. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 68

venerdì 14 agosto 2026

Paradogmata - Necrosian Tastings

#PER CHI AMA: Epic/Black/Death 
Nera, imprevedibile ed eclettica: è la nuova pelle dei norvegesi Paradogmata. Con l'EP 'Necrosian Tastings', la formazione di Trondheim inaugura una nuova era. Merito degli innesti alla chitarra di Øystein Granamo Iversen (ex The Embraced) e alla batteria di Kim Sætre (ex Ad Inferos), che affiancano gli altri membri della band in un lotto di brani pensato come aperitivo in vista del full-length atteso per il 2027. Ad aprire le danze ci pensa "Kråkevisa (Kneippversjon)", spiazzante rilettura di un celebre brano popolare norvegese. La band lo spoglia del suo abito folk e lo getta tra le fiamme di un black metal nordico ruvido e affilato, guidato da ritmiche serrate e da uno screaming lacerante. Il primo pensiero mi ha portato direttamente ai Windir. Epico, oserei dire. La successiva "Leave the Crippled Behind" non spariglia certo le carte: qui accanto al black, c'è una puntina di melo-death spruzzato da un thrash più tirato, interrotti solo da un'atmosferica parentesi centrale. Con "Maladieu", il quintetto ci avvolge con uno spaventoso muro chitarristico che non rinuncia a giri melodici e a growling oscuri. A chiudere arriva la seconda anima di "Kråkevisa (Folkesangversjon)": un ribaltamento totale dell'opener, dove l'aggressività cede il passo ad atmosfere evocative, impreziosite dal violino e dall'Hardanger fiddle dell'ospite Ingvild "Sareeta" Strønen Johannesen. Insomma, alla fine uno spritz, patatine e olive, e il nuovo EP dei Paradogmata è servito. (Francesco Scarci)

(Hymns for the End of Times - 2026)
Voto: 68

giovedì 13 agosto 2026

The Crown of Yamhad - What Ghosts Reveal

#PER CHI AMA: Gothic/Doom
Premetto subito una cosa: 'What Ghosts Reveal' non è un disco da ascoltare se cercate scariche d'adrenalina o ritmi forsennati. La proposta della formazione berlinese The Crown of Yamhad infatti si configura come una vera e propria nenia echeggiante e cadenzata, un ninnananna oscura e ipnotica che chiede all'ascoltatore di rallentare i battiti e farsi cullare senza fretta. Ma se vi lascerete inghiottire da questo flusso, l'EP potrebbe regalare un certo fascino, sospeso tra il gothic e atmosfere mediorientali. Il quartetto infatti, riprende la lezione dei maestri degli anni '90, penso ai Theatre of Tragedy o ai The 3rd and the Mortal, e vi innesta una trama folk, caratterizzata dalle pennellate di violino di Sarah Poidomani che s'intrecciano col liuto arabo di Muhammad Shehadeh. Tra riff di chitarra granitici, bassi rotondi (a cura di Finna Björnsdottir, anche voce eterea dell'opera) e un drumming programmato con cura, i nostri bilanciano la pesantezza del doom con delicatezze acustiche, trasformando il dolore della perdita in un'epopea di struggimento. Il viaggio si sviluppa come una lunga e lenta preghiera: la title-track apre le danze con un crescendo drammatico, guidato dall'intersezione tra chitarre e violino, mentre il canto lirico trascina in un senso di totale abbandono. "Keeper of the Flame" è un po' più pesante e atmosferica con la voce di Finna in primo piano, accompagnata qui dalle tastiere, in un flusso sonico che evoca i fasti di un tempo ormai andati. In "Before It Blooms", il gruppo sembra rallentare ulteriormente, privilegiando atmosfere elegiache e malinconiche (merito del violino), dove il tempo sembra quasi fermarsi. E qui la band corre il rischio (calcolato?) di rendere l'ascolto un po' troppo monolitico e ripetitivo. "Renascence" prova a giocarsi la carta della melodia facile, ariosa e catartica, ma ancora una volta si sprofonda in un sound troppo inflazionato (almeno in passato) che ha il solo effetto di farmi sbadigliare. Ci pensa allora "The Progeny of Evil", una rilettura aggiornata di un brano del 2020, a fondere l'oscurità delle chitarre a trame orchestrali e mediorientali, e salvare la band in corner. Lontano dai riflettori del mainstream e immerso nello spirito più puro dell'underground, 'What Ghosts Reveal' prova ad essere un ascolto intimista e magnetico, una nenia malinconica, caldamente consigliata agli amanti del gothic e del symphonic doom. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 64

martedì 11 agosto 2026

Messalina – Golden Wounds

#PER CHI AMA: Post Grunge/Alternative
Se il post-grunge ha spesso la fama di essere un genere fermo al passato, i Messalina arrivano da Nizza per smentire quest'affermazione. Il quartetto francese debutta con questo 'Golden Wounds', un lavoro di sei pezzi che prende la rabbia introversa e i riffoni tipici del versante più oscuro dell'alt-rock e li annega in un mare di struggente malinconia. Immaginate quindi di partire dalla ruvidezza dei Deftones, spolverarla di sonorità darkwave e adagiarla su dilatazioni post-rock e rare sporadiche pesantezze stoner. Il risultato è un disco dall'incedere notturno, dove ogni canzone sembra la colonna sonora di un rimpianto. Tra sintetizzatori avvolgenti, chitarre sature e una voce capace di passare da sussurri eterei a urla viscerali, il dischetto trasforma il dolore emotivo in una vera e propria esperienza estetica. Per certi versi i Messalina mi hanno evocato gli svedesi Lingua, band che ho adorato ai loro esordi e che poi si sono un po' persi per strada. La scaletta si sviluppa comunque con una fluidità disarmante: si parte con la suadente title-track, un'apertura decadente dove chitarre e cupi synth aprono subito le porte a quel senso di struggimento che non vi abbandonerà più per tutto il disco e dove a mettersi in luce è la performance vocale del frontman. Segue "No Color" che alza subito il tiro, tra suoni moderni, pulsazioni elettroniche, strofe al limite del rap (e questo mi è piaciuto meno) ed esplosioni chitarristiche e vocali, in una vena che mi ha richiamato i Nirvana in acido degli esordi. Con "Cold As Before" si torna a percorrere strade più malinconiche, tra saliscendi intimistici e progressioni più aggressive, per un viaggio che profuma di foglie secche e pioggia sui vetri. Con "Narrow Chase" il quartetto continua a utilizzare ammiccanti e ipnotiche sfumature electro-pop per buona parte del brano, prima di esplodere in un finale più roboante. "A Cross" mette definitivamente i muscoli in bella mostra, con un riffing stoner bello dritto, bilanciato da linee vocali forse un po' troppo ruffiane per i miei gusti, sebbene in certi momenti la voce viri verso lidi più disperati. La chiusura è affidata a "Born Again" (che vede peraltro il featuring di Raven van Dorst dei DOOL), per una traccia atmosferica, profonda e ipnotica che lascia un magone alla gola una volta spento lo stereo. Per chi ama sonorità alternative/post-grunge, con quel tocco di struggimento in più capace di stringervi il cuore, questo potrebbe essere l'ascolto giusto. (Francesco Scarci)

(Nova Lux Productions - 2026)
Voto: 70

martedì 4 agosto 2026

Finsmoonth - Chrysalis of Astral Tears

#PER CHI AMA: Post Black
Amo dragare l'underground metallico e oggi, la mia ricerca mi ha portato a incontrare 'Chrysalis of Astral Tears', secondo album degli indonesiani Finsmoonth, band devota a un post-black, che trae linfa sia dalla seconda ondata del black metal che dal post-rock atmosferico. Certo, quello in cui mi imbatto primariamente nell'opener "An Endless Depth", è il muro di chitarre creato da Irwin Dwi Ryanto e Ade Zulkifli, che intrecciano trame armoniche taglienti, sorrette dai blast-beat di Micco Rullyanto e dal growl lacerante di Tino Guruh Putra (che troveremo nello stesso brano anche in forma pulita, direi scuola Alcest). L'album si sviluppa come un diario intimo diviso in sei capitoli di una coesione straordinaria: l'opener sembra fungere da asse emotivo dell'opera, combinando arpeggi malinconici a improvvise esplosioni ritmiche che catturano l'essenza della disperazione. "Foliage of the Wings" incalza con riff serrati e dinamitardi blast-beat, entrambi tipicamente accostabili alla tradizione black svedese, alternati a intermezzi acustici capaci di espandere l'orizzonte sonoro della traccia. "Dimming Palette" parte con un interludio ambient per poi infiammarsi in sfuriate primordiali che trovano il punto di rottura in un cantato epico in coda alla song. "Luminous Unveiling" continua affine alle precedenti, con un dualismo vocale che vede la guest Isa Bellum (voce dei tedeschi Sigils of Ruin, che tornerà peraltro anche nella traccia di chiusura, "Presomnal") a creare un isterico contrappunto post-punk (scuola Amesoeurs) con lo screaming abrasivo di Putra. "Embers at Ethereal Dawn" continua con il suo efferato tremolo picking chitarristico in grado di evocare scenari spogli e desolati di pura sofferenza. Insomma, quello dei Finsmoonth è alla fine un lavoro che mi sento di suggerire a chi cerca nel metal estremo una certa sensibilità emotiva. (Francesco Scarci)

(Disaster Records - 2026)
Voto: 71

domenica 26 luglio 2026

Krakh – Holes in Our Hearts

#PER CHI AMA: Depressive Black/Shoegaze
Prendete la disperazione esistenziale degli Harakiri for the Sky, mescolatela alle intuizioni blackgaze dei primi Deafheaven e immergete il tutto nel gelo siderale russo. Il risultato è 'Holes in Our Hearts', l'ultimo parto discografico dei Krakh, la one-man band di Vadim Nizamov. Dimenticate le vecchie velleità pagane del progetto, ai tempi di 'Strangle Hope', quando il polistrumentista guardava con più interesse ai Saor: qui si sprofonda nel vuoto assoluto, nell'isolamento e in un dolore emotivo che si fa ferita generazionale. La produzione è il manifesto del post-black metal moderno. Da un lato c'è un muro di chitarre stratificato e saturo di riverberi, dall'altro una batteria che oscilla tra mid-tempo ipnotici e blast-beat furiosi. Peccato solo per il basso, sacrificato sull'altare del mix e quasi impossibile da scovare, e per uno scream straziante che, pur pagando il pegno di una certa monocordia stilistica, sputa sangue dall'inizio alla fine. La discesa negli inferi parte con "...And The Silence Started Speaking", la classica intro che cederà ben presto il passo alle sfuriate improvvise di "Walls We Built", dove la disperazione vocale del frontman vi stringerà la gola in una morsa drammatica, e le trame chitarristiche più serrate ed espressive, si mostrano come un perfetto tiro alla fune, tra pura violenza esecutiva e una sottile, costante melodia nostalgica di scuola "alcestiana" che fa da sfondo. Il vero cuore dell'opera batte però nella title-track: qui i Krakh condensano la propria essenza spingendo forte sulle dinamiche post-rock, tra arpeggi in apertura, rallentamenti ipnotici e un climax finale guidato da riff taglienti di chiara matrice shoegaze, mentre le porzioni vocali si dipanano tra grim e growling vocals, non rinunciando peraltro alla classica voce angelica femminile. Le cose non cambiano poi molto anche in "Face Of Happiness", un pezzo che abbraccia ancora sonorità malinconiche per poi deviare verso territori più depressive black. Il sipario cala infine sui giri al minimo di "Ex Umbra in Umbra", una traccia strumentale dal forte sapore cinematico, ideale colonna sonora per un'introspezione cupa e priva di qualsiasi via d'uscita. 'Holes in Our Hearts' è un ascolto solido, viscerale, caldamente raccomandato a chiunque si nutra di blackgaze e di quel post-black metal atmosferico che non vuole fare prigionieri; è un disco avvolto nel mistero dell'underground, che si muove a fari spenti lontano dalle grandi testate mainstream. E direi che è meglio così. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70

sabato 25 luglio 2026

Astral Alchemy - Weaving Chilling Magical Dreamworlds

Ascolta "Astral Alchemy_Weaving Chilling Magical Dreamworlds" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Atmospheric Black
Dimenticate la musica. Dimenticate i dischi. 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds', il primo vagito degli Astral Alchemy, non è un ascolto: è un collasso sensoriale, un veleno che s'insinua tra le pieghe della realtà. Dagli Stati Uniti arriva un'entità che frantuma le catene del black metal atmosferico. Non ci sono canzoni qui, ma cinque portali che si spalancano su derive sperimentali inesplorate, trasformando il rischio di sentire un qualcosa già sentito in un incubo lucido e terrificante. La produzione, evocata dalle mani di B.D. Johannson, ne distilla poi un fumo denso e stratificato. Le chitarre non suonano, s'intrecciano a parassiti elettronici, generando un tappeto alchemico ed esoterico che divora l'aria. La sezione ritmica, mossa da entità note come "He Who Wields Twin Scepters of Malice" e "He Who Walks Under the Blood Moon", è un cuore malato che muta battito senza preavviso, alternando il gelo assoluto a improvvise, brutali lacerazioni della carne. L'album è un trattato sulla cenere: esplora l'annientamento totale della materia, la rinascita che passa attraverso la distruzione del cosmo, usando l'alchimia come grimaldello per una trasformazione atomica e trascendentale. Il viaggio inizia "Bathing in the Sap of the Moonflower", una suite sinfonica che annebbia subito la vista e definisce l'ambizione del progetto. Segue "Tria Prima Offering to the Great Serpent", dove la complessità si fa carne e l'uso dei campionamenti arricchisce una narrazione occulta e strisciante, ad opera della guest Aeterna. Ma è con "Stars of Ruin" che la realtà si spezza: una ritmica serrata che sfocia in un breakdown progressivo e inaspettato, quasi deathcore, per poi collassare in un break al limite dello slam che stupra qualunque linearità di genere. "Collapse of the Cosmos" è il passo successivo, un'enfasi sulla distruzione universale tessuta da trame chitarristiche ancora più tirate e feroci. Il finale è affidato ai quasi dodici minuti di "Eyes Through the Speculum", una distillazione magistrale di tutte le tensioni accumulate. Una conclusione che non dà pace, ferocemente inquietante ma, allo stesso tempo, paradossalmente liberatoria. Non ascoltate 'Weaving Chilling Magical Dreamworlds' se cercate conforto nel passato. Bevetene il veleno solo se siete pronti a guardare il tessuto della realtà mentre si dissolve, per tessere, con successo, nuovi e oscuri immaginari onirici da cui non vi sveglierete più. (Francesco Scarci)

(Naturmacht Productions - 2026)
Voto: 77

mercoledì 15 luglio 2026

The Medea Project - Akkadian Artefacts

#PER CHI AMA: Drone/Ambient/Experimental
Più che un seguito diretto del secondo full-length 'Kharon', questo 'Akkadian Artefacts' dei The Medea Project si configura come un EP di cinque tracce interamente destrutturato, ripensato e remixato da Lucifer X, mente della formazione industrial/noise St. Lucifer. Per chi non conoscesse la formazione britannica, è giusto sapere che sono solitamente dediti a un gothic/sludge, di cui però non troverete assolutamente traccia in questi pezzi. Durante l'ascolto del lavoro vi si pareranno infatti davanti sonorità elettro dark ambient. Se "Babylon (The Fall of Akkadia)" sembra rievocare la vecchia "Babylon" presente in 'Sisyphus', qui riletta in chiave ambient-synth, "Ghosts in the Shell" trascina l'ascoltatore in uno stato onirico profondamente disturbato, con i vocalizzi incastonati in un loop ipnotico che rallenta i battiti cardiaci e ci costringe a fluttuare in un limbo sottile che separa il sonno cosciente dall'incubo. "Cave Dweller" vede l'elettronica farsi più dura e materica, e a dir poco complicata da digerire, almeno per il sottoscritto. Industrial e synth finiscono infatti per sposarsi con la disperazione della componente vocale del brano. Per quanto riguarda "The Drone Song (Desertion)", è difficile non immaginare la direzione che possa prendere: un vero e proprio vuoto pneumatico creato dalla componente dronica che annulla ogni punto di riferimento spaziale e temporale, lasciando che la dilatazione sonora culli l'ascoltatore in un senso di totale smarrimento. A chiudere questo lavoro delirante, ecco "Redacted", l'ultimo atto in salsa "ulveriana" che comporta l'inevitabile dissolvenza della luce, lasciando che i silenzi pesino quanto le note.

(BDB Studios - 2026)
Voto: 66

lunedì 13 luglio 2026

Lumen ad Mortem - A Grave Ascent

#PER CHI AMA: Symph Black
Rilasciato da qualche settimana, 'A Grave Ascent' segna il ritorno dei Lumen Ad Mortem, quartetto originario di Adelaide. A tre anni di distanza dal debutto 'Upon the Edge of Darkness', la band perfeziona la propria formula sonora: chi, come il sottoscritto, è cresciuto con i dischi dei primi anni '90, quelli nati tra le nebbie nordeuropee di Emperor o Limbonic Art, ritroverà qui la stessa fiera e implacabile devozione alla causa. Ma c’è un elemento nuovo, una spigolosità fiera che appartiene solo a chi è abituato agli spazi sconfinati, desolati e indomiti dell'Australia Meridionale. Non è un album registrato per compiacere l'algoritmo di una piattaforma streaming; è un rituale catartico e ferale che parla di morte, perdita e di una fredda, inesorabile vendetta terrena. Il disco si snoda attraverso sette movimenti che non lasciano vie d'uscita. Tutto ha inizio con i synth solenni di "What Was Lost", un'intro che evoca una foresta spettrale avvolta dalla nebbia un attimo prima della tempesta, e prepara il terreno per l'impatto devastante di "The Departed". Qui, il drumming chirurgico di Rory Amoy e lo screaming abrasivo di Gregor Pikl, colpiscono dritti allo stomaco, interrotti solo da aperture atmosferiche di una bellezza dolorosa. Ma è con "I Never Ceded" che il disco svela la sua vera natura di inno alla resistenza spirituale: una marzialità di fondo unita a un groove coinvolgente e riff epici in sottofondo, che amplificano un senso di rivalsa che chiunque sia caduto almeno una volta nella vita, sa riconoscere immediatamente. La seconda metà del disco continua a ruggire che è un piacere, dalla roboante "Ghost Gums", che vanta un intermezzo spettrale che crea una sensazione di smarrimento e isolamento assoluto che si dissolve poi nel crescendo della title-track, una song in cui i suoi passaggi cinematici sposano l'epica intransigente di un qualche disco black nato nelle lande svedesi. La gelida e compassata "A Stone Shall Come to Rest" prepara la strada per il finale, gli oltre dieci minuti della suite conclusiva "And What is Yet to Lose" , un brano che si muove tra intermezzi ambient, la ferocia delle grim vocals di Gregor e l'abrasività delle chitarre che si spengono in una dissolvenza desolata, a offrire il testamento spirituale di una band che sa come trasformare il dolore in maestosità. (Francesco Scarci)

(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 72