mercoledì 3 giugno 2026

Deliverance - The Voyager Golden Banquet

#PER CHI AMA: Psych/Post Metal/Doom
Mettersi ad ascoltare il percorso di una band dagli esordi ai giorni nostri, è un po’ come ritrovare una vecchia fotografia infilata tra le pagine di un libro che non aprivi da anni: riconosci i lineamenti, certo, ma è lo sguardo a essere cambiato, la direzione dei pensieri che si è fatta più profonda, o forse solo più stanca. Quando ho recensito i Deliverance la prima volta nel 2017, in occasione di 'Chrst', l’impressione era quella di trovarsi di fronte a un animale in gabbia, una creatura che ringhiava nel buio di una cantina umida, indecisa se azzannare alla gola o lasciarsi morire di fame. Era un concentrato maligno e fangoso, dove il black metal più acido s'impastava con le paludi dello sludge, eppure c’era qualcosa che frenava la loro corsa, e che ha contribuito a consegnarci un debutto affascinante ma inevitabilmente incompiuto, sospeso tra le luci di una melodia malata e le ombre di un rodaggio non ancora terminato. Oggi, con 'The Voyager Golden Banquet', quarto disco dei parigini, quel fango terrestre sembra si sia dissolto in una sottile cenere siderale. Il loro vecchio DNA, con quel misto di black metal e denso sludge, qui si contamina di una luce nuova. Di colpo compaiono echi post-rock, dilatazioni psichedeliche, doom, e persino certe timbriche dell'indie rock. Anche la voce di Pierre Duneau ha cambiato casa: se all'inizio si muoveva su registri arcigni, pronta a sfidare il muro di chitarre, ora preferisce galleggiare su aperture spaziali, assecondando una narrativa cosmica che parla di abbandono e di viaggi senza ritorno. Tutto questo emerge chiaramente in pezzi come "Hellisual", con quella sua andatura pachidermica che improvvisamente accelera senza preavviso, o quando sprofondi nelle derive psych space rock di "Headspace Collapse", con la sua bella coda sludge post metal. E poi c'è quel titolo che è quasi una dichiarazione di intenti, "Turn On, Tune In, Drop Out": più di otto minuti di suggestioni progressive che ti fanno chiedere come avrebbero suonato certe band degli anni '70 se avessero frequentato più spesso i vicoli bui della periferia parigina. Certo, non tutto è perfetto. Se "Ground Zero" ti riporta bruscamente con i piedi nel fango grazie alla sua carica ansiogena, e "The Banquet Part 1" ti tormenta con il suo fare al limite del black melodico, la sua seconda parte accusa qualche cedimento che forse non rende del tutto giustizia all'architettura dei minuti precedenti. La mia preferita rimane però "Chasing the Dragon": le sue melodie fresche e dinamiche contrastano in modo affascinante con la pesantezza evocativa tipica del post-metal a la Cult of Luna. 'The Voyager Golden Banquet' è un’opera che merita di essere vissuta pienamente, trovando il suo valore in chi sa abbandonarsi al viaggio senza richiedere necessariamente un percorso lineare. È un album ricco e stimolante per chi cerca l’essenza mutevole di una band in continuo movimento. (Francesco Scarci)

martedì 2 giugno 2026

Monsieur Thibault – Port Cucu

 

#PER CHI AMA: Experimental/Alternative
C'è qualcosa che non mi spiego in questo nuovo e terzo album dei Monsieur Thibault, band che sicuramente non sfigura tra le file della interessante etichetta francese Dur et Doux, e che trovo perfettamente in linea con le sue stravaganti uscite, ma qualcuno mi deve spiegare come un disco possa cambiare completamente umore musicale e in parte le sue coordinate stilistiche, dopo la prima metà del suo percorso. Infatti, i primi quattro brani di 'Port Cucu', attingono da realtà sonore molto ampie e variegate provenienti dal mondo del prog e del jazz rock, Steve Howe e soci, i Primus di 'The Desaturating Seven', i progsters Samla Mammas Lanna, Frank Zappa, per uno stile personale, ricco in cambi di tempo inaspettati e sorprese musicali sempre dietro l'angolo, con un impatto notevole, sarcastico e dinamico, almeno fino al quarto brano, "Papanari". Dopo questo, l'impeto si dirada, selezionando e dividendo gli stili in maniera selettiva. La band non rinuncia al suo status e modus operandi ma il basso cambia completamente registro diventando più addomesticato, e un brano come "Maze" si trasforma in uno standardizzato math rock moderno, mentre "C'est Bien", una normale e curiosa song pop dal buon taglio jazz. Senza nulla togliere alla bravura e alla tecnica di questi musicisti, preferisco mille volte il piglio compositivo delle prime quattro canzoni, dove i generi si scontravano in campo aperto. Lì, l'esotico tocco caraibico alla David Byrne tende agguati al progressive rock di scuola Gong, Yes o di casa Karisma Records con le vocals che rincorrono ricordi d'avanguardia care ad artisti come Joan la Barbara e Meredith Monk e comunque, in certi momenti ben mirati, si mette in luce una componente di potente alternative rock e neo prog, sulla scia di band culto come Anekdoten o Arabs in Aspic. Nella seconda metà del disco tutta questa commistione di generi, questo crossover di stili va a sfumare, non scompare ma si normalizza, i brani sono sempre più rarefatti, meno folli e non contengono l'esplosività ostentata in precedenza e che contraddistingue i primi pezzi (i cambi di tempo di "BBT Beddy-Bye Time" sono pazzeschi!), chiudendo le composizioni all'interno di recinti più definiti, ovviamente recinti dorati, sia ben chiaro, perchè la band suona che è un piacere, ma l'idea che mi hanno lasciato alla fine è la stessa che si ha quando si va ad ascoltare 'And Then There Were Three...'dei Genesis, che è bello ma non è come dovrebbe essere. Nell'insieme, al netto di questa mia personale sensazione, alla fine dell'ascolto, ci troviamo davanti a un disco molto ben fatto e ben suonato, di sicuro valore artistico e compositivo. Un album indicato ad ascoltatori attenti e appassionati di suoni aperti a molte varianti e cambi di stile, fatti da una band alla ricerca di nuove forme di espressione per la propria arte, magari più morbida, meno frastagliata, per cui questo disco ne è la prova, la prima impronta di un' evoluzione futura. (Bob Stoner)

(Dur et Doux - 2026)
Voto: 65

lunedì 1 giugno 2026

Numen - Erre

Ascolta "Numen_Erre" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black Metal
'Erre' dei Numen si presenta come un ritorno assai atteso nel black metal: un disco cantato interamente in lingua euskera (il basco), e legato a credenze antiche, caccia alle streghe e Santa Inquisizione. Fuori nei prossimi giorni per la Les Acteurs de l’Ombre Productions, il disco si dipana attraverso un black metal old-school, rapido, aggressivo e dalle tinte melodiche, con una componente epica e improvvisi passaggi progressivi. Lo si evince bene dalle note dell'iniziale "Kez Beteriko Zeru Penatua", esempio di furia cieca black sparata ai mille all'ora che solo in taluni passaggi, apre a porzioni più atmosferiche. È chiaro che l'intento dei nostri punti chiaramente a una resa ruvida, a discapito di porzioni più ariose, che comunque troverete nell'album, al pari di riferimenti folklorici che già nell'incipit si palesano in un finale più melodico e affabile, ideale per ristorarci prima della successiva battaglia, affidata a "Negu Itxian Urtarril Hotza". La chitarra di Jabo innalzata al cielo, come una spada fiammeggiante nella notte, le percussioni tambureggianti di Sistre e le urla furiose del vocalist Aritz, caratterizzano un brano che di nuovo non ha nulla da mostrare e che mette a rischio la band nel rimanere prigioniera di una formula già scritta, e ormai troppo prevedibile nel 2026, da chi soprattutto mastica questo genere da quasi 30 anni. Anche i successivi brani, i cui titoli sembrano formule magiche scritte su pietra, soffrono cronicamente di questo problema e, pur evocando un finale apocalittico nella conclusiva "Euria Infernuko Sutan" (significa pioggia all'inferno), corrono il rischio di finire nel dimenticatoio con una certa celerità. Quindi, se cercate un ritornello che vi salvi la giornata, avete decisamente sbagliato indirizzo, qui troverete solo fuoco e cenere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 62

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domenica 31 maggio 2026

The Pit Tips

Francesco Scarci

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising
Trelldom - ...By the Word...
Gravity Sparks - The Dying Room

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Death8699

Moonspell - Night Eternal
Sepultura - Beneath The Remains
Sepultura - Arise

venerdì 29 maggio 2026

Palmer Generator - Corpo Celeste

#PER CHI AMA: Post Rock Strumentale
I Palm Generator sono una band che non si dimentica facilmente. Composta da padre, figlio e zio, questa formazione marchigiana rappresenta un raro esempio di intima alchimia famigliare tradotta in musica. Il loro nuovo album, 'Corpo Celeste', prosegue lungo la scia stilistica a cui ci hanno abituato in passato: un percorso diviso in quattro movimenti distinti, dove melodie ipnotiche, sinfonie cosmiche e atmosfere cinematiche, si fondono per dar vita a un’esperienza musicale intensa e immersiva. Sin dal primo brano, "Corpo Celeste I", il trio ci conduce per mano verso un viaggio sonoro che sembra esplorare l’infinito. In questo pezzo, lo spazio tra una nota e l’altra si dilata magistralmente, fino a disorientarci e farci perdere qualsiasi punto di riferimento. Le chitarre e le percussioni s'intrecciano in strati che crescono lentamente, quasi con una pazienza monacale, oscillanti tra eco vibranti post-rock e una psichedelia profonda e oscura, simile alla sensazione di guardare attraverso un telescopio puntato verso il nulla. Non c'è però da aspettarsi svolte stilistiche clamorose rispetto ai lavori precedenti. La band rimane fedele al suo caratteristico sound onirico e introspettivo, dimostrando ancora una volta, una sorprendente capacità interpretativa nel mesmerizzare l'ascoltatore. Ovvio, se state cercando il ritornello da canticchiare in macchina, vi trovate decisamente nel posto sbagliato: questa è musica per chi cerca un’esperienza più complessa e meditativa. 'Corpo Celeste' richiede disciplina e un ascolto consapevole, magari al buio, in quel momento sospeso in cui il mondo non esercita più pretese e ci lascia finalmente liberi di perderci. Arriviamo a "Interludio", un ponte estatico, di quasi sette minuti, che ci accompagna attraverso le sue trame lisergiche, in una transizione fluida verso il terzo movimento, "Corpo Celeste II". Qui ci attendono altri dieci minuti di armonie meditative capaci di farci sentire sospesi a metà tra la terra e l'ignoto. Il viaggio si chiude con "Coda", ultima traccia di un album che con i suoi suoni profondamente contemplativi, sembra quasi condurci in una lezione di yoga intergalattica. 'Corpo Celeste' è alla fine un disco da esplorare senza fretta, per palati raffinati e anime sognanti, perfetto per chi ama immergersi in atmosfere avvolgenti e concettuali. (Francesco Scarci)

(Bloody Sound - 2026)
Voto: 74

mercoledì 27 maggio 2026

Dimmu Borgir - Grand Serpent Rising

Ascolta "Dimmu Borgir_Grand Serpent Rising" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Symph Black
C’è una strana forma di rassegnazione che ti assale quando aspetti qualcosa per otto anni, che ti fa guardare il cielo sperando di veder comparire di nuovo un lampo familiare, pur sapendo che, molto probabilmente, vedrai invece le solite nuvole grigie. Quando i Dimmu Borgir hanno annunciato l’uscita di 'Grand Serpent Rising', ero eccitato e preoccupato al tempo stesso, quasi stessi sentendo quella vecchia cicatrice ricominciare a prudere. Mi sono chiesto se ci fosse ancora del veleno in corpo alla band che aveva ridefinito i confini del symphonic black metal più di trent'anni fa, o se la proposta della band seguisse le orme del deludente 'Eonian'. La risposta, purtroppo, non è un urlo trionfale, ma un monumentale lavoro lungo 69 minuti che riflette una volontà tanto ambiziosa quanto poi in realtà, discontinua. Ascoltando la nuova release dell'ensemble norvegese si ha come l'impressione di camminare tra le stanze di un castello immenso, dove i corridoi cercano disperatamente di evocare i fasti di un tempo, mentre i saloni principali restano schiacciati sotto il peso di una pomposità barocca e teatrale. La produzione è al solito, un muro di suoni stratificati, una cattedrale di tastiere, sezioni orchestrali e frangenti gotici. Eppure, proprio quest'abbondanza finisce per essere la zavorra del disco: c'è infatti troppa materia che allunga il brodo, troppe composizioni, soprattutto nella seconda metà del disco, che accumulano quella percezione di già sentito, disperdendo quella tensione emotiva che un tempo toglieva il fiato. Quando parte "Ascent", mi sono illuminato nell'ascoltare un sound quasi miracoloso, tra la brutalità primordiale e la grandeur orchestrale, un qualcosa che la band non scriveva da anni. Tuttavia è già dal brano successivo, "As Seen in the Unseen", che non mi è chiaro dove i nostri vogliano andare a parare; sembra manchi la convinzione dei giorni migliori, forse per quel costante  desiderio di inseguire un'atmosfera che sembra voglia stemperare la furia dei nostri, nel tentativo di accontentare un po' tutti. Non sono affatto male gli arrangiamenti ma, si c'è sempre un ma, che rende l'ascolto poco a fuoco. Arriva "The Qryptfarer", e qui l'uso delle keys torna a tessere quelle trame raffinate che evocano lontanamente 'Enthrone Darkness Triumphant', ma che poi si perdono in una ridondanza ritmica quasi fastidiosa. E sta proprio qui il canovaccio di un disco che vede ogni suo brano partire alla grande, ma che finisce poi di perdersi nelle labirintiche trame di un qualcosa che puzza di una prevedibilità da manuale, che sa più di conservazione che di vera urgenza artistica. Non è un disastro, sia chiaro, le qualità degli scandinavi rimangono intatte, ma sembra che ci sia una svogliatezza di fondo dalla quale i Dimmu Borgir stentano a riprendersi. Non siamo di fronte al crollo di un impero, ma piuttosto alla sua lenta, maestosa burocratizzazione. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2026)
Voto: 66

martedì 26 maggio 2026

Gravity Sparks - The Dying Room

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Avete presente quel momento, nel cuore della notte, in cui ogni minimo scricchiolio della casa sembra amplificare i pensieri? Ti rigiri tra le coperte e ti rendi conto che non stai cercando il sonno, ma una risposta. Ecco, a me capita ogni notte, ed è proprio in questa penombra dell'anima che si sistemano i Gravity Sparks e il loro EP 'The Dying Room'. Si tratta di un lavoro di alternative rock che genera una tensione sottopelle sin dal suo lungo epilogo, una malinconia narrativa che non ha certo bisogno di urlare per farsi sentire. "Epilogue" è quindi molto convincente sebbene i suoi tratti strumentali, ma è con "Call Me" che la band ci spinge a scavare ulteriormente nel nostro io interiore e lo fa attraverso i vocalizzi delicati del frontman e a un suono che miscela prog, rock, alternative con un approccio crepuscolare, onirico che evoca stanze chiuse, confessioni sussurrate a denti stretti e scadenze interiori. Il sound dei nostri, di cui non ho trovato fondamentalmente alcuna informazione in rete, induce un brivido familiare, una nudità emotiva che fa quasi male, grazie soprattutto alla voce del cantante che nella title track si fa ancor più intima. "Waiting for the Death" prosegue lungo questo filo invisibile, che si dipana attraverso caratteristiche musicali assimilabili ai polacchi Riverside o alle cose più introspettive degli Anathema. 'The Dying Room' è un lavoro piacevole, forse troppo breve (20 minuti in cinque brani), dedicato a chi sa perfettamente cosa significhi sentirsi vulnerabili e, per una volta, decide di non vergognarsene e anzi, si mette a nudo (e la conclusiva "Naked" ne è il manifesto). Alla fine, il silenzio che resta dopo l'ultima nota non è vuoto, è solo il posto in cui le nostre paure hanno finalmente smesso di fare rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 72