martedì 13 gennaio 2026

Jours Pâles - Résonances

#PER CHI AMA: Depressive Black
Quarto album per i transalpini Jours Pâles che con questo 'Résonances', consolidano quella visione malinconica e decadente iniziata dopo la fine del progetto Asphodèle, confermandosi una delle realtà più lucide del panorama post black contemporaneo. Tre album, i precedenti, che abbiamo sempre trattato con i guanti qui nel Pozzo dei Dannati, vediamo allora come andrà con il quarto. Spellbound, il mastermind che si cela dietro il moniker, continua a tessere una tela sonora che affonda le proprie radici nel malessere urbano, strizzando l'occhiolino alle strutture disperate del depressive black degli svedesi Shining, combinadolo con il post-black e certe oscure aperture melodiche post-punk. La produzione è cristallina ma tagliente, capace di valorizzare un'intelaiatura ritmica che funge da esoscheletro a chitarre mai sature di distorsione, ma ricche di riverberi ed eleganza spettrale. La voce del factotum francese alterna uno screaming lacerante a passaggi growl, ad altri più puliti quasi sussurrati, conferendo al disco un dinamismo teatrale e profondo, in linea con liriche che deduco (sono in francese), esplorino i temi della perdita e della disperazione, analizzando il rapporto con la figlia Aldérica. All'interno della tracklist, dopo la lunga intro strumentale, citerei "Une Splendeur Devenue Terne", che evidenzia nei suoi 11 minuti, le caratteristiche sopra menzionate tra sfuriate black, intermezzi più intimistici, sprazzi di grande melodia, interrotti da una ferocia ritmica disarmante, con le vocals che si adattano appunto ai vari momenti del disco. "L'Essentialité du Frisson" è più breve della precedente, ma la qualità e la dinamicità non mancano ad esaltare la proposta del polistrumentista francese, questa volta supportato alla batteria da Ben B-Blast (Devoid) e nella sesta traccia, "Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire", dal vocalist Kim Carlsson, ex Lifelover e ora voce degli Hyportemia. Interessante peraltro l'utilizzo della fisarmonica all'interno del brano a donare un leggero tocco folklorico al tutto. "Cinéraire" si pone come una miscela incendiaria di blackaze e derive post punk, qualificandolo alla fine come il mio brano preferito. Un altro pezzo strumentale, "Incommensurable (Chanson pour Aldérica II)", è un inno che abbina melodia e malinconia, per poi lasciare spazio alla già citata "Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire", un pezzo dal forte tenore abrasivo. Un po' meno riuscita a mio avviso, è la successiva "Viens Avec Moi", troppo confusionaria nella sua progressione devastante, come se Spellbound avesse perso il focus in questo episodio, e nel successivo "J. Savile". Troppa carne al fuoco e il rischio alla fine è quello di bruciacchiare tutto. Forse un paio di brani in meno e le cose sarebbero risultate riuscitissime come per i precedenti lavori. Fortunatamente, "La Plus Belles des Saisons" ristabilisce l'inerzia dei primi brani e ci regala un finale da brividi, che avrebbe fatto volentieri a meno della conclusiva e fuori posto, "10-11-2021". Alla fine 'Résonances' rischia di non essere all'altezza dei precedenti lavori, ma sicuramente ci mostra una versione 2.0 dei Jours Pâles. (Francesco Scarci)

(LADLO Prouctions - 2025)
Voto: 74

lunedì 12 gennaio 2026

Deogen - The Graves and Ghosts of Yore

#FOR FANS OF: Symph Black
The USA-based duo Deogen is one of those projects that clearly refuse to sound contemporary and prefer to show an unbreakable loyalty to black metal’s golden era. This band’s debut effort, entitled ‘The Endless Black Shadows of Abyss’, was a clear manifesto of this devotion and an impressive first album, where rawness and atmosphere reached an excellent balance.

Five years later, Deogen is back with the sophomore album entitled ‘The Graves and Ghost of Yore,’ released by the always reliable label Iron Bonehead Productions. The second album is always a crucial moment, which can confirm the potential seen in the debut album or make a band just a one-off project. In contrast to the first opus, this one features a somewhat more abstract art style. Fortunately, fans have no reason to fear, as it is still a painting that fits the music. Musically, the album will satisfy all who enjoyed the debut opus. There are some changes, as naturally happens from one album to another, but the essence is still there. Production-wise, the sound is still raw, but the guitars have a slightly less fuzzy tone, resulting in a cleaner sound. I personally consider that this modification makes the overall balance better, and the whole package sounds more cohesive. Therefore, the listener can enjoy the music more satisfactorily.

Musically, Deogen masterfully mixes classic raw black metal with very enjoyable keyboard work. This mixture irremediably reminds me of classic outputs from the '90s, where bands used to introduce some atmospheric and symphonic elements without the sometimes excessive nature of some big modern productions. Unfortunately, in some of those albums, these arrangements can relegate the guitars and the rhythmic base to a secondary role. This is not the case with ‘The Graves and Ghost of Yore,’ where both elements coexist with great results. "Clawing Into Sphere and Sun" is a clear example of this. This track is one of the richest in terms of keyboard use, but in a good way. The rawness of the guitars and Maelström’s high-pitched vocals still command the composition, as the very present keys enhance the majesty of this song, making it sound powerful and high-toned at the same time. Deogen mixes tracks where this combination can tend more to one side or the other but always keeps the balance right. For example, the album opener "By Torchlight" is a more straightforward composition, although it still contains some key touches that make it sound coherent with the rest of the album. Pace-wise, the album generally has quite a fast tempo, combining really speedy sections with some other vivid parts, but always trying to add some little variation. The galloping track "Cataclysm And Deluge" is one of those compositions that will make the listener headbang actively in the less speedy, but still fast sections. Another successful example of well-structured pace is the great track entitled "Desolation Bestowed," where Deogen aptly combines one of the few slower sections with a powerful, relentless one.

'The Graves and Ghost of Yore' is undoubtedly a remarkably solid step in Deogen’s career. This second effort refines what we heard in the debut album, improving some areas while maintaining the core sound and particular atmosphere that make Deogen a very interesting choice for fans of '90s black metal. (Alain González Artola)

(Iron Bonehead Productions - 2025)
Score: 82

martedì 6 gennaio 2026

Memories of a Lost Soul - Songs from the Restless Oblivion

Ascolta "Memories of a Lost Soul" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Gothic
Dando uno guardo alle classifiche sparse in rete dei migliori dischi metal usciti nel 2025, direi che senza far fatica, ci si ritrova sovente, a fare a pugni con dubbiosi pensieri scaturiti da certi nomi, magari anche relativamente famosi e interessanti ma molto spesso scontati, che provengono da ogni parte del pianeta, sicuramente spinti da una certa mirata propaganda. E, come succede di solito, anche quest'anno, a malincuore, possiamo notare che se non fosse per il botto di celebrità dei Messa, sono poche le band italiche che hanno avuto una grossa visibilità. Questo è il caso del disco in questione, 'Songs from the Restless Oblivion' dei calabresi, Memories of a Lost Soul che, senza calcare la mano sul fatto che sono al loro quinto full length e vantano una trentennale carriera alle spalle, direi che questo loro ultimo album, uscito per la My Kingdom Music, potrebbe essere dichiarato una delle più belle uscite dell'anno, almeno per quanto riguarda il versante tricolore. Un lavoro lungo e articolato con suoni caldi e umani, dove un ottimo lavoro sulla voce gutturale, con sfumature alla Moonspell e tastiere piene di pathos, inserite con estro e fantasia, fanno passare i violentissimi blast beat in secondo piano, dando una connotazione gotica anche ai brani più potenti e dinamici. Il consiglio spassionato che mi sento di dare a tutti, è di ascoltarlo in cuffia, poiché certe sfumature si assaporano meglio, e meglio si ascoltano le varie influenze che hanno dato vita a queste composizioni dai risvolti, certamente familiari per i sapienti del genere, magari anche un po' datate a volte, ma sempre variegate, ben concepite e piene di sfaccettature. Suoni e intuizioni che si spostano dal melodic death metal al black, al gothic e quant'altro, come il progressive e vagamente anche chitarre, che nel sottofondo respirano un buon sano e polveroso rigurgito di vecchio classic rock. Dalla metà circa del disco emergono poi in ordine sparso, anche una spiccata vena sinfonica, con azzeccati scambi vocali, doppie voci, clean/scream e male/female; inoltre si sentono spunti classici e vagamente etnici, che avvalorano la musica ("Into this Maze of Torment" ne è un esempio), rendendo l'ascolto ancor più piacevole, per una commistione di suoni potenti e carichi di teatrale, sinistra e malinconica epicità. "Two Dividing Souls", con quel ponte assurdo, ai confini con l'avangarde e quel suono di violino, è devastante, demoniaca e romantica allo stesso tempo. Intro, outro e un intermezzo di piano dal sapore fantasy, contribuiscono poi a stemperare i toni duri dell'opera. Insomma, 'Songs from the Restless Oblivion' è un disco complesso e completo che insieme ai lavori di Shores of Null e Novembre, dovrebbe essere un must per l'anno che si è appena chiuso. Non lasciatevelo quindi scappare. (Bob Stoner)

(My Kingodm Music - 2025)
Voto: 75

domenica 4 gennaio 2026

Theatres des Vampires - The Vampire Chronicles

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Gothic/Black
Mi è capitata tra le mani quella che dovrebbe essere la ristampa di un lavoro dei Theatres des Vampires, datato 1999. Devo dire che li ho rivalutati molto. La loro continuità stilistica è impressionante, anche per quanto riguarda produzione ed esecuzione. Questo album ed il loro successivo ('Bloody Lunatic Asylum'), si spingono pienamente addentro il filone “vampirico”, sfornando canzoni piene di atmosfere cupe, melodiche, grottesche potrei dire, pienamente teatrali, dove la voce e l’interpretazione di Lord Vampyr Draculea tesse delle trame incredibili, già spinte da una batteria che freme con fraseggi di doppia cassa alquanto ispirati e da chitarre che cavalcano magistralmente i tappeti orchestrali di una tastiera veramente tetra e paranoica. Da notare la quarta traccia ("Throne of Dark Immortals") dove gli strumenti fondono magistralmente i loro arrangiamenti per portare l’ascoltatore in una vera selva oscura di suoni e immagini: la giusta colonna sonora dell’apocalisse. Anche le voci femminili sono notevoli e non un accessorio fine a se stesso, ma parte integrante del progetto concettuale dei nostri vampiri. Nell’ambiente del metal in cui si tratta di tematiche vampiresche, i testi di questo gruppo risaltano in fatto di originalità e scorrevolezza: il che non è poco visto la marea di gruppi dediti a questi argomenti. Non c’è che dire: vale veramente la pena investire soldi per procurarsi un’attimo di sicura oscurità.

(Alkaid Records/Dissonance Productions - 1999/2016)
Voto: 75

sabato 3 gennaio 2026

Dark Sanctuary - Vie Éphémère

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Gothic/Neoclassical Darkwave
Ero curioso di ascoltare del materiale dei Dark Sanctuary, band francese formatasi nel 1996 come un duo ma oggi composta da cinque elementi. I nostri, all'epoca di questo 'Vie Ephémère' proponevano un dark atmosferico, abbastanza oscuro ed etereo, composto da una base di archi ed orchestrazioni varie sopra cui estendersi una voce femminile tutt’altro che banale; anzi, la voce di Dame Pandora esprime una tristezza e una disperazione come poche altre. Il lavoro che ho analizzato era il mcd che apriva la strada al full-length 'L'Être las - L'Envers du Miroir'. Ascoltandoli mi viene in mente il bellissimo lavoro dei Collection d'Arnell-Andréa: forse il qui presente è un po’ meno arrangiato, ma si respirano le medesime atmosfere romantico-decadenti di questi ultimi. Le tracce sono solo due, ma sufficienti per poter capire il discorso dei Dark Sanctuary. Ad un primo ascolto ero scettico, ma poi mi sono lasciato coinvolgere in queste spirali ipnotiche che, per chi non è un estimatore del genere, possa essere di difficile sopportazione, tanto meno apprezzamento.

(Wounded Love Records - 2002)
Voto: 70

martedì 30 dicembre 2025

The Pit Tips

Francesco Scarci

Luxferre - The Light Within Us
Autrest - Burning Embers, Forgotten Wolves
Dawn of A Dark Age - Ver Sacrum

---
Alain González Artola

Heretoir - Solastalgia
Thorondir - Wächter des Waldes
Achathras - A Darkness Of The Ancient Past

sabato 27 dicembre 2025

Dawn of a Dark Age - Ver Sacrum

Ascolta "Ver_Sacrum_Clarinet_Avant_Garde_Black_Metal" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Avantgarde/Folk
'Ver Sacrum' dei Dawn of a Dark Age segna il ritorno della creatura di Vittorio Sabelli, un progetto che ha saputo ridefinire i contorni del black metal d'avanguardia, innestandovi una colta sensibilità jazz e soprattutto radici folk. La nuova opera, la nona della discografia del polistrumentista italico, qui accompagnato peraltro da nuovi fidi scudieri, prosegue chiudendo quell'esplorazione legata alla tradizione rurale sannita di cui Vittorio si è già fatto portavoce in passato, elevando l'artista a figura centrale per chi cerca un sound raffinato che sia narrazione storica oltre che assalto sonoro. Il nuovo disco s'inserisce quindi nel solco di una sperimentazione che da sempre contraddistingue il mastermind molisano. La visione concettuale prende vita grazie a una produzione cristallina, la cui abilità non sta solo nel far convivere il calore della narrazione con la freddezza delle distorsioni black, ma anche nel dare a ciascun elemento uno spazio definito, scongiurando il caos con gli arrangiamenti che si esplicano come un mosaico sonoro di rara coesione. L'album si sviluppa come un percorso narrativo in quattro tappe che vedono il proprio incipit in un brano, "Il Voto Infranto (L'Ira di Mamerte)", in cui il clarinetto di Sabelli si conferma una splendida voce solista in grado di duettare con chitarre stratificate e una sezione ritmica dinamica, mentre il cantato spazia da screaming ferini a passaggi narranti. Il finale si dipana quasi come un rito di iniziazione (complice anche il tema del disco legato alla Primavera Sacra - il Ver Sacrum appunto - dei Sanniti, un antico rito italico di fondazione e migrazione, promesso agli dei per scongiurare carestie o sovrappopolazione) che rafforza quell'idea di fondo di Vittorio di utilizzare la propria creatura per narrare un viaggio antropologico, in cui il legame con la sua terra assume sembianze ben più profonde e viscerali. Il viaggio prosegue con "Il Consiglio degli Anziani (L'oracolo)", in cui buona parte del brano viene affidato alla musica, fatto salvo per alcuni cori che si palesano tardivamente, in un folk black affascinante che tocca il suo culmine di drammaticità a ridosso dell'ottavo minuto. Qui, la musica assume sembianze tribali mentre la voce narrante spiega quale fosse il tributo al dio Mamerte e la devozione alla sua figura. Chiaro che di fronte a questa proposta musicale, il rischio è di rimane incantati o disorientati, anche perchè l'aspetto musicale sembra concatenarsi con quello visuale e concettuale. Sappiate però che il finale del brano è una cavalcata black di 90 incendiari secondi. Si arriva quindi a "Il Rito della Consacrazione", un mid tempo, in cui voci salmodianti in stile Attila Csihar, si ergono sopra un tappeto ritmico glaciale, sciolto solamente dall'estetica calda e suadente del clarinetto di Vittorio e da un'atmosfera che si fa via via più malinconica. "Venti Anni Dopo: la Partenza (Nascita della Nazione Sannita)" è l'ultimo capitolo del disco: 14 minuti di grande intensità ed eleganza, tra ritmiche roboanti, grim vocals, sprazi acustici e dalle tinte epico-folkloriche, narrazioni storiche e ovviamente, l'immancabile clarinetto, che stempera la furia primordiale black che divamperà a più riprese nel brano. Il pezzo è un gioiello di rara eleganza, tra atmosfere bucoliche che sembrano sospese nel tempo, momenti intimistici (attorno al decimo minuto) e un finale affidato a un'invocazione litanica che sembra rievocare la conclusione de 'La Tavola Osca', da cui tutto ebbe inizio. 'Ver Sacrum' alla fine sottolinea la maturità artistica ormai raggiunta da diversi dischi dal buon Vittorio, un lavoro che chiude un capitolo storico e narrativo della discografia dei Dawn of a Dark Age. L'auspicio è che da questa conclusione possano germogliare, proprio come nel rito che le dà il nome, molti altri capitoli futuri. (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music - 2025)
Voto: 82

martedì 23 dicembre 2025

Eternal Enemy - Fatal Disease Called Life

#PER CHI AMA: Techno Brutal Death
Tra gli album che non ho particolarmente apprezzato in quest'ultimo scorcio d'anno, figura 'Fatal Disease Called Life', opera prima (all'attivo hanno solo un EP) dei canadesi Eternal Enemy. Se al primo ascolto ero stato gravemente critico nei confronti della band originaria di Victoria, tanto da pensare di massacrarli in sede di recensione, al secondo, il buon senso ha prevalso. Questo non significa che andrò a premiare il disco del duo nord americano, ma di certo non lo bistratterò in malissimo modo. Otto i brani inclusi (la cui durata media è di tre minuti) che si rifanno al classico old school americano, fatto di riff cavernosi ultra ribassati e vocals effettate probabilmente dall'utilizzo di soda caustica durante i gargarismi pre-registrazione. La musica sembra piuttosto piattina al primo impatto, la produzione non ne agevola peraltro l'ascolto, ma la proposta viene salvata in un qualche modo, da soluzioni chitarristiche/assoli vari che mi hanno indotto a immaginare la band come un mostro mitologico che combina il virtuosismo dei primi Nocturnus, coniugato con l'abominio degli Autopsy e alla follia recondita degli Akercocke, il tutto annaffiato dalla putrescenza dei teutonici Carnal Tomb. Una bell'accozzaglia di suoni insomma che probabilmente, alla fine non accontenterà nessuno. Tuttavia qualche buon pezzo, almeno musicalmente parlando, c'è: "Dark Days Ahead" non sarebbe infatti male, se poi non ci fosse quella voce mostruosa che rovina il tutto. Anche la successiva "Corpse Stench", song stralunata e sperimentale, potrebbe avere qualcosa di interessante da dire, se solo avesse una componente vocale di tutt'altra caratura. "Massacre the Masters" ha una linea di chitarre fresca, sinistra e melodica, ma nuovamente, il vocalist ci mette del suo per rovinare il tutto. Lo stesso dicasi dell'altrettanto atmosferica "Rivers of Ghosts", e da un taglio progressive completamente devastato da un cantato a dir poco peccaminoso. Il verdetto finale è un peccato che penalizza la proposta del duo. Il potenziale compositivo non basta infatti a superare lacune tanto gravi. La diagnosi è chiara e il rimedio uno solo: rinnovare chirurgicamente le corde vocali del frontman. Senza questo intervento cruciale, sarà impossibile per gli Eternal Enemy ripresentarsi con una proposta più solida e decorosa. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 58

sabato 20 dicembre 2025

Who Bastard - Ghoul

#PER CHI AMA: Black/Punk
Della serie album diabolici e come evitarli, vi presento oggi il nuovo EP (il secondo della loro discografia) degli australiani Who Bastard. Quattro brani, soli dieci minuti di black punk che vi corroderanno le orecchie. Ecco in soldoni 'Ghoul', uscito da poche settimane autoprodotto. Si parte col basso assassino di "Raven" che innesca la prima traccia, tra ritmiche punk e screaming vocals che, in poco meno di un minuto, risolverà la pratica in tutta la sua banalità. Si prosegue con la lunga title track, ben quattro minuti di sonorità che evocano, almeno a livello musicale, un che della creatura che ha preceduto gli Entombed, ossia i Nihilist, qui solo in una veste più thrash metal e meno death furibondo. Un bel tuffo indietro nel passato quindi, tra suoni old school che s'intrecciano con l'acidità del black odierno e addirittura sprazzi doomish che si palesano a metà brano. Poca tecnica, zero solismi, una gran voglia di spaccare culi e poco altro. Il tutto si conferma anche in un brano più compassato, come il sulfureo "Grave Hag", un pezzo che inizia piano per poi aumentare il numero di giri in un paio di riprese. Per evocare (ma sarebbe stato meglio invocare) i mostri sacri svedesi, ecco la conclusiva "Deathbringer", un'altra zampata di diabolico black punkeggiante che chiude un dischetto di cui io farei francamente a meno. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 58

giovedì 18 dicembre 2025

Dusk - Repoka

Ascolta "Dusk_Repoka_Industrial_Metal_Breakdown" su Spreaker.
#PER CHI AMA: EBM/Industrial/Black
Costa Rica "Pura Vida": questo era il mantra che i costaricensi continuavano a pronunciare durante il mio soggiorno in quel paese meraviglioso, un luogo fatto di sole, mare e natura sconfinata. E da un posto cosi assolato, mai mi sarei aspettato di ritrovarmi un lavoro come il qui presente 'Repoka', un emblematico esempio di industrial black a dir poco disturbante. I Dusk non sono certo dei pivelli, avendo alle spalle ben cinque full length e tre EP, tra cui il dischetto di oggi. La proposta dei nostri è un furibondo esempio di fredda estetica cibernetica nichilista che evoca i fasti dei Mysticum, miscelati alla pesantezza dei Godflesh. Al pari del sound sparatoci in pieno volto, un iceberg frantumaossa, la produzione è un monolite di freddezza chirurgica, costituita da un'indiavolata drum machine su cui si stagliano effetti sintetici ubriacanti, beat meccanici e spietati, con suoni in bassa frequenza. Dall'iniziale "Dark Shaman .2.25" alla conclusiva, e qui sta la sorpresa, "Raining Blood .2.25" (cover degli Slayer), il quartetto di Heredia, ci spiattella uno sciame di effetti alienanti, accompagnati da uno screaming de-umanizzato che resta sepolto nel sottosopra, come un rantolo proveniente da un mainframe impazzito. L'effetto finale è quello di un'atmosfera sospesa (special modo in "Directive7 .2.25") in cui la componente elettronica unita a quella estrema, collidono con violenza inaudita. La scelta di coverizzare "Raining Blood" degli Slayer poi non credo sia un omaggio alla band californiana, piuttosto una radicale operazione di rielaborazione. L'aggressione primordiale e viscerale del classico thrash viene qui trasmutata in un terrore freddo, psicologico e meccanico: il brano è quasi irriconoscibile, se non per il riff portante che emerge a fatica da un inedito e terrificante turbinio musicale in cui convogliano EBM, interferenze industrial noise, voci che sembrano uscite direttamente da 'Stranger Things', elettronica e tanta malvagità. ‘Repoka’ è un'opera di una coerenza feroce. Dall'inizio alla fine, i Dusk perseguono la loro visione estrema senza il minimo compromesso, costruendo un'esperienza sonora che non cerca di piacere, ma di sopraffare. Il risultato è un disco volutamente ostico, un assalto sensoriale che definisce con precisione chirurgica il proprio pubblico di riferimento. (Francesco Scarci)

(Self - 2025)
Voto: 70