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sabato 27 dicembre 2025

Dawn of a Dark Age - Ver Sacrum

Ascolta "Ver_Sacrum_Clarinet_Avant_Garde_Black_Metal" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Avantgarde/Folk
'Ver Sacrum' dei Dawn of a Dark Age segna il ritorno della creatura di Vittorio Sabelli, un progetto che ha saputo ridefinire i contorni del black metal d'avanguardia, innestandovi una colta sensibilità jazz e soprattutto radici folk. La nuova opera, la nona della discografia del polistrumentista italico, qui accompagnato peraltro da nuovi fidi scudieri, prosegue chiudendo quell'esplorazione legata alla tradizione rurale sannita di cui Vittorio si è già fatto portavoce in passato, elevando l'artista a figura centrale per chi cerca un sound raffinato che sia narrazione storica oltre che assalto sonoro. Il nuovo disco s'inserisce quindi nel solco di una sperimentazione che da sempre contraddistingue il mastermind molisano. La visione concettuale prende vita grazie a una produzione cristallina, la cui abilità non sta solo nel far convivere il calore della narrazione con la freddezza delle distorsioni black, ma anche nel dare a ciascun elemento uno spazio definito, scongiurando il caos con gli arrangiamenti che si esplicano come un mosaico sonoro di rara coesione. L'album si sviluppa come un percorso narrativo in quattro tappe che vedono il proprio incipit in un brano, "Il Voto Infranto (L'Ira di Mamerte)", in cui il clarinetto di Sabelli si conferma una splendida voce solista in grado di duettare con chitarre stratificate e una sezione ritmica dinamica, mentre il cantato spazia da screaming ferini a passaggi narranti. Il finale si dipana quasi come un rito di iniziazione (complice anche il tema del disco legato alla Primavera Sacra - il Ver Sacrum appunto - dei Sanniti, un antico rito italico di fondazione e migrazione, promesso agli dei per scongiurare carestie o sovrappopolazione) che rafforza quell'idea di fondo di Vittorio di utilizzare la propria creatura per narrare un viaggio antropologico, in cui il legame con la sua terra assume sembianze ben più profonde e viscerali. Il viaggio prosegue con "Il Consiglio degli Anziani (L'oracolo)", in cui buona parte del brano viene affidato alla musica, fatto salvo per alcuni cori che si palesano tardivamente, in un folk black affascinante che tocca il suo culmine di drammaticità a ridosso dell'ottavo minuto. Qui, la musica assume sembianze tribali mentre la voce narrante spiega quale fosse il tributo al dio Mamerte e la devozione alla sua figura. Chiaro che di fronte a questa proposta musicale, il rischio è di rimane incantati o disorientati, anche perchè l'aspetto musicale sembra concatenarsi con quello visuale e concettuale. Sappiate però che il finale del brano è una cavalcata black di 90 incendiari secondi. Si arriva quindi a "Il Rito della Consacrazione", un mid tempo, in cui voci salmodianti in stile Attila Csihar, si ergono sopra un tappeto ritmico glaciale, sciolto solamente dall'estetica calda e suadente del clarinetto di Vittorio e da un'atmosfera che si fa via via più malinconica. "Venti Anni Dopo: la Partenza (Nascita della Nazione Sannita)" è l'ultimo capitolo del disco: 14 minuti di grande intensità ed eleganza, tra ritmiche roboanti, grim vocals, sprazi acustici e dalle tinte epico-folkloriche, narrazioni storiche e ovviamente, l'immancabile clarinetto, che stempera la furia primordiale black che divamperà a più riprese nel brano. Il pezzo è un gioiello di rara eleganza, tra atmosfere bucoliche che sembrano sospese nel tempo, momenti intimistici (attorno al decimo minuto) e un finale affidato a un'invocazione litanica che sembra rievocare la conclusione de 'La Tavola Osca', da cui tutto ebbe inizio. 'Ver Sacrum' alla fine sottolinea la maturità artistica ormai raggiunta da diversi dischi dal buon Vittorio, un lavoro che chiude un capitolo storico e narrativo della discografia dei Dawn of a Dark Age. L'auspicio è che da questa conclusione possano germogliare, proprio come nel rito che le dà il nome, molti altri capitoli futuri. (Francesco Scarci)

(My Kingdom Music - 2025)
Voto: 82

venerdì 1 maggio 2020

Wows - Ver Sacrum

#PER CHI AMA: Post Metal/Black, Altar of Plagues, Amenra
La Primavera Sacra (Ver Sacrum in latino) era una pratica rituale di origine antica, che consisteva nell'offrire negli anni di carestia, come una sorta di sacrificio, tutti i primogeniti nati dal 1º marzo al 1º giugno; l'immolazione non era però reale, in quanto i bambini crescevano come sacrati, per emigrare in età adulta a fondare nuove comunità altrove. Ora, questa Primavera Sacra è stata traslata per identificare il periodo di uscita di questo nuovo capitolo degli italici Wows, affidando una sorta di sacralità all'evento (questa la mia libera interpretazione), dato che abbiamo atteso quasi cinque anni per ascoltare la terza fatica dei nostri. E non ne vedevo l'ora. Cinque pezzi quindi per tastare il polso ai sei musicisti veronesi, anche se "Elysium" è una malinconica intro pianistica sul cui sfondo si aggira una spettrale e appena percettibile voce femminile. "Mythras" divampa poi spaventosamente nelle mie casse, con una ritmica al vetriolo, schiaffi sui piatti, una voce che arriva direttamente dall'oltretomba e una minacciosa crescita musicale che mi rievoca immediatamente uno dei brani che più ho amato degli Altar of Plagues, "God Alone". Date un ascolto attento alla song e godete con me nel sentire come gli insegnamenti dell'ensemble irlandese siano stati presi in dote dalla band e riadattati, resi forse anche più claustrofobici nell'evoluzione angosciante di una traccia che rischia di divenire alfiere di una nuova ondata post-black. Si perchè, parliamoci chiaro, l'evoluzione dei nostri iniziata già ai tempi di 'Aion' non si è affatto conclusa ma prosegue nel suo dilaniante disagio interiore, esteriorizzato dai suoni malefici e angusti di questo 'Ver Sacrum' che pone la band di fronte ad un nuovo bivio futuro, di cui vorrei conoscerne già la risposta. Tornando alla track, questa si muove in bilico tra un sound melmoso e un più furente e apocalittico post-black, figlio di questo maledettissimo periodo che stiamo vivendo. È gioia estatica la mia nel farmi inglobare dall'insana musicalità della compagine nostrana e quale orgoglio nel sentire che simili suoni escano da una band italiana piuttosto che dalle solite realtà americane o svedesi. Che abilità poi nel passare tra lo sludge, il black, l'hardcore e poi concludere con un funeral dalle tinte morbosamente ossessive. "Vacuum", la terza traccia, è tutt'altra cosa con un incipit shoegaze, fatto di impalpabili e decadenti melodie di chitarra e nostalgiche clean vocals che riversano il proprio straziante malessere su quei minimalistici tocchi di chitarra. Poesia allo stato puro, che non preannuncia nulla di buono, visto che sul finire del pezzo, la realtà sembra distorcersi e sembra volerci annunciare di prepararci ad affrontare una distorta forma di realtà. E cosi sia. "Lux Æterna" parte da lontano, con quanto rimane dal precedente album, ossia un minimalistico pizzicare di corde di chitarra e la voce del buon Paolo Bertaiola a declamare pochi versi (ci sento un po' di scuola Amenra in questo frangente). Un ipnotico riff di chitarra inizia a salire nel frattempo, affiancando il più muscoloso riffing portante, mentre una terza chitarra sembra addirittura lanciarsi in un tremolo picking dal forte effetto disturbante. Un forte senso di angoscia sale man mano che le chitarre nel loro marziale incedere, vedono la voce del frontman urlare straziata. La song rimane però bloccata nelle sabbie mobili di un tortuoso e ossessionante giro di chitarra, francamente avrei osato di più in questo frangente, considerata la sua rilevante durata di oltre 13 minuti, un peccato perchè la song sembra castrata e depotenziata nei dettami di un genere che necessita di nuove intuizioni. E arriviamo, senza nemmeno rendercene conto, alla conclusiva "Resurrecturis", non sembra, ma trentadue minuti di sonorità oscure sono già scivolati e quanto ci rimane, sono gli undici rimanenti dell'ultima traccia. L'inizio è un ambient dronico che funge da apripista ad un sound che persiste nel parcheggiarsi dalle parti di un post-sludge lisergico ove riappaiono i fantasmi dei Neurosis ma pure dei Tool. La voce di Paolo si conferma su tonalità pulite ed acute, ma sempre dotate di un profondo senso di sofferenza, mentre il saliscendi ritmico alla fine è da mal di testa e per questo varrebbe la pena sottolineare la performance dietro alle pelli di un magistrale Fabio Orlandi soprattutto nel roboante finale affidato ad un feroce climax ascendente. Per concludere, non posso che enfatizzare ottima la performance in toto della band italica, sebbene in tutta franchezza, avrei garantito più minutaggio alla componente post-black dell'iniziale "Mythras", vero gioello del disco. Aggiungerei poi i complimenti al duo Enrico Baraldi e Luca Tacconi dietro al mixer presso gli Studi Sotto il Mare dove la band ha registrato e ultima menzione per il lavoro sempre di prim'ordine, di Paolo Girardi per l'ennesima spettacolare cover artwork del disco. Che altro volete di più, devo forse intimarvi di far vostra questa spaventosa creatura che risponde al nome di 'Ver Sacrum'? Ora vi prego, non fateci attendere un altro lustro per avere nuove notizie della band, si sa dopo tutto che la fame vien mangiando e io ho già appetito per un'altra release targata Wows. (Francesco Scarci)

(Dio Drone/Coypu Records/Hellbones Records/Shove Records - 2020)
Voto: 81

https://thewows.bandcamp.com/album/ver-sacrum

domenica 13 marzo 2011

Ver Sacrum - Tyrrenika


In tutta sincerità mi aspettavo qualcosa di meglio da questa release, da più parti osannata per la scelta del combo toscano di celebrare le gesta di un popolo leggendario quanto mai sfortunato, gli Etruschi. E cosa c’è di meglio del black più feroce e tirato per compiere questa commemorazione? Mah in effetti la scelta dei nostri mi sembra quanto mai discutibile e scontata, ma si sa che quando si parla di orgoglio patriottico, non c’è miglior genere che quello oltranzista del black metal. C’è da dire però che il sound estremo proposto in questo lavoro non si limita ai suoni puramente graffianti del genere suddetto, ma convergono anche sonorità più tipicamente classicheggianti come quelle taglienti del death scandinavo o quelle corpose del thrash mittleuropeo. “Tyrrenika” rappresenta il debut album per questo quintetto senese e un po’ di ingenuità è ancora palese nei 40 minuti scarsi di questo platter. 40 minuti di ritmiche tiratissime sostenute da una batteria che più che uno strumento musicale sembra la contraerea delle notti senza stelle di Baghdad, per la sua spaventosa velocità. Le vocals gracchianti di Filippo "Veltha" Piermattei (evocative e suggestive, nei momenti in cui canta in latino) declamano, nel loro straziante incedere, la storia e le difficoltà incontrate dal popolo etrusco nella loro breve vita. In definitiva, nulla di nuovo all’orizzonte, anche se l’auspicio è che questo concept cd, sia un punto di partenza per i nostri e un punto di svolta per il black pagano italico, fiero dei suoi illustri antenati e della sua memorabile storia. Monolitici! (Francesco Scarci)

(Rock Over Records)
Voto: 65