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lunedì 9 maggio 2016

Crafter of Gods - The Scarlet Procession

#PER CHI AMA: Black Symph/Power
Nati dalle ceneri dei Black Lotus, i Crafter of Gods si sono formati nel 2007 e in quasi dieci anni di vita hanno prodotto un demo, un promo cd nel 2010 e questo EP nel 2015, nonostante una stabilità nella line-up che perdura dalla loro fondazione. Il genere proposto da questi trevigiani è in apparenza un death gothic che, dalle prime note di "The Tempest Legacy", sembra chiamare in causa il binomio Lacuna Coil/Evanescence. Devo ammettere che ero già terrorizzato all'idea di dover recensire un prodotto cosi mainstream. Fortunatamente la band viene in mio soccorso, pensando bene di infliggere delle percosse ritmiche in stile black sinfonico (ricordate i tappeti tastieristici dei primi Limbonic Art?). Tuttavia, è fin troppo palese che il genere dei nostri volga il suo sguardo a sonorità ben più miti, data la decisione di affidare quasi interamente le vocals a Francesca Eliana Rigato, per carità brava vocalist, ma la cui presenza stona quando la ritmica si fa più incalzante e i nostri, nelle linee di chitarre, arrivano ad evocare addirittura lo spettro dei Cradle of Filth. Dei Crafter of Gods prediligo quindi il loro approccio più black oriented, anche se qui il black viene dosato con una certa parsimonia. Ben venga l'inizio di "In the Midst of Ocean's Infinity", cosi rabbioso nel suo growling; appena subentrano le female vocals però, la proposta della band si fa più orchestrale, e vado in confusione, non riuscendo ben a delineare il genere trattato. Probabilmente, questa difficoltà nel dare un'etichetta potrebbe anche rivelarsi vincente, ma attenzione perchè rischia di essere un pericoloso boomerang. La song si muove infatti tra leggiadre parti atmosferiche, ambientazioni arabesche, brevissime cavalcate black, ritmiche heavy power, assoli e cambi di tempo di chiara matrice prog, il tutto corroborato dalle eteree voci femminili di Francesca, a cui fanno da contraltare il growling e il cantato pulito dei due vocalist della band. Interessante lo ammetto, ma se non ben amalgamate tutte queste sfaccettature tra loro, si rischia di avere una certa difficoltà nel capire il prodotto finale, sebbene chi scriva sia uno che per forza di cose, è in grado di masticare un po' tutti i generi dello spettro metallico. "A Mirage of Hanging Moons" attacca nuovamente con una certa influenza black, sebbene in sottofondo ci siano delle tastiere barocche e il growling lasci ben presto posto a un cantato pulito maschile che stona in un simile contesto, facendomi inarcare paurosamente il mio sopracciglio sinistro, in tono di disapprovazione. Mi ritrovo ancora una volta proiettato in un luogo a me sconosciuto: ci sono ottime melodie, suoni pomposi, parti atmosferiche che si contrappongono ad altre più tirate, ma quelle clean vocals no, proprio no, non devono stare li. "In Silence of Death We March" apre con lo stesso canovaccio: chitarre e vocals black che da li a poco si tramuteranno in eteree voci femminili e ritmiche quasi power, per poi tornare a lanciarsi in infuocati pattern estremi, in una versione black degli Epica, che mi lascia francamente spiazzato. Arrivo alla coda del disco dove ad attendermi c'è "Celestial Breed, Treacherous Blood", il cui inizio tastieristico fantasy richiama i Bal Sagoth: poi la musica dei nostri si affida a una ritmica che lascia ampio margine di manovra alle tastiere, prima che Francesca intervenga e spegni definitivamente la magniloquenza delle linee di chitarra, lasciandomi titubante nella mia stanza. Sono quasi convinto che in 'The Scarlet Procession' ci sia troppa carne al fuoco e che gli ingranaggi della band non siano ancora ben oliati, sebbene l'ensemble veneto palesi buone idee e una certa padronanza strumentale. Tuttavia, questa mistura di generi potrebbe far felice chiunque cosi come nessuno, attenzione quindi. Da rivedere. (Francesco Scarci)