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venerdì 10 luglio 2026

Organ - Immobilism

Ascolta "Organ_Immobilism" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Noise/Post Doom Strumentale
Li avevo lasciati nel 2018 con l’EP 'Eterno'. Dopo ben otto anni di silenzio, i veneti Organ riemergono dall'ombra, e lo fanno spingendo il proprio sound verso territori decisamente più freddi, opprimenti e desolati. Il quartetto di Belluno firma la colonna sonora definitiva della paralisi ipnotica e del tormento psicologico. È esattamente da qui che prende forma 'Immobilism', un titolo che si traduce in cinque tracce tese e angoscianti. Se in passato la band evocava un doom di stampo sabbathiano in chiave strumentale, questo nuovo lavoro evoca visioni disturbanti, a metà tra incubi lovecraftiani, derive psichedeliche e passaggi obliqui che arrivano a lambire i Deathspell Omega. Ascoltarlo è come addentrarsi in un labirinto le cui pareti si stringono a ogni passo. L'opener "Tenebrism" è il manifesto perfetto di questa discesa agli inferi: un rifferama dilatato, sinistro e circolare, che si concentra sulla pura suggestione visiva. Sembra quasi di sentire quei pensieri fissi che tornano a tormentarci di notte e da cui è impossibile liberarsi. La successiva "Confessor" non allenta la presa: il battito rallenta, ma l'atmosfera resta cupa, squarciata da riverberi di chitarra che lasciano spazio a una malinconia quasi sacrale. Con "Devouring" il percorso si fa ancora più stralunato, arricchendosi di una componente fangosa e sludge che aggredisce l'ascoltatore, senza però intaccare l'umore plumbeo dell'opera. La seconda metà del disco trova il suo baricentro in "Dogma", traccia in cui le strutture granitiche del doom metal più ortodosso si fondono con una psichedelia acida, alienante e priva di qualsiasi catarsi. Il viaggio si chiude infine con i nove monumentali minuti di "Inaccessible": un brano ostico, solenne, edificato attorno a un riff che si ripete all'infinito come un mantra ossessivo. La perfetta conclusione per un disco che si candida a colonna sonora ideale per chi ha fatto della propria immobilità uno stile di vita. (Francesco Scarci)

(Invisible Order Records - 2026)
Voto: 75

sabato 28 luglio 2018

Organ - Eterno

#PER CHI AMA: Doom strumentale
In attesa di ricevere buone nuove dagli Amia Venera Landscape, andiamo a gustarci uno dei side project della band veneta: gli Organ. Formatisi nel 2014 per mano appunto di membri degli AVL, dei Discomfort e degli Hobos, gli Organ propongono, in questo lungo 3-track (della durata di quasi 28 minuti) intitolato 'Eterno', un concentrato orrorifico di doom strumentale. La band attacca con i dieci minuti e passa di "Aidel", song dall'intro dronico che pian piano evolve in una lenta e strisciante cavalcata doom, tra suoni potenti e rallentamenti da brivido, che risentono evidentemente del retaggio delle rispettive band madri, il che si traduce in lugubri riffoni dal chiaro sapore hardcore. Questa caratteristica dà quel pizzico di peculiarità alla band originaria di Venezia/Belluno. Sarebbe infatti troppo semplice saccheggiare la storia del doom mondiale e proporla in forma strumentale, i nostri invece ci mettono un po' della loro personalità, proponendo una visione alquanto melmosa del loro sound. Per forza di cose, la proposta degli Organ tende a sconfinare un po' qui e un po' là, in territori post metal e sludge, mantenendosi comunque focalizzata all'interno di binari doom dai forti tratti psichedelici, come testimoniato dalla seconda parte della opening track. Un bel riffone schiacciasassi fa il suo esordio in "Faithless" e qui il quartetto veneto ricorda che, oltre ai maestri Black Sabbath, anche i primissimi Cathedral si sono dati da fare egregiamente nel mondo doom. L'ossessività del riffing, unito a degli arrangiamenti deflagranti e ad una fortissima ripetititità di fondo, costituiscono l'ossatura portante del pachidermico trip al quale dovremo sottostare anche in questi asfissianti otto minuti della seconda traccia. Non bastano quelle tastiere in sottofondo a smorzare i toni mortiferi della song, così cupa e lenta nel suo incedere ipnotico. E non aspettatevi nulla di buono neppure da "Decadence", il terzo atto di questo EP, che prosegue nel suo malsano avanzare a rallentatore. Ecco, francamente, una cosi monolitica proposta senza un briciolo di growl, risulta parecchio difficile da digerire, soprattutto perchè il suono dei nostri non è particolarmente dinamico, fatto salvo un giro di chitarra riverberata in quest'ultima traccia, che ha nuovamente un pericoloso effetto disturbante per il cervello. Comunque, il terzo brano appare il più sperimentale dei tre, soprattutto per un altro bel cambio di tempo a metà pezzo e altre piccole diavolerie ricercate dall'ensemble italico. 'Eterno' alla fine è un lavoro che mi sento di consigliare a pochi eletti, o a chi è veramente preparato psicologicamente a scalare una cosi insormontabile montagna. (Francesco Scarci)