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domenica 8 novembre 2026

Grave Hex - Domain Of Foul Rebirths

#PER CHI AMA: Death Old School
Con l'EP 'Domain of Foul Rebirths', la formazione finlandese dei Grave Hex s'inserisce stancamente nei ranghi di un underground estremo ormai saturo, proponendo un death metal scolastico che non fa nulla per nascondere la totale assenza di originalità. La produzione si affida a canoni abusati e derivativi, riproponendo il solito mix fangoso e sovraccarico di riverberi che vorrebbe puzzare di marcio ma sa solo di già sentito, con chitarre zanzarose e una sezione ritmica indistinta che ricalcano pedissequamente i cliché del genere, senza un briciolo di personalità. I testi scivolano poi via sterili tra altri cliché triti e ritriti realmente privi di qualsiasi reale mordente o urgenza espressiva. L'ascolto si apre con la prevedibile "Vile Eclosion", un brano che copia-incolla riff e strutture sentiti centinaia di volte in qualsiasi demo sotterranea degli ultimi trent'anni, azzerando ogni fattore sorpresa. Si prosegue con "Leech Eater", traccia che vorrebbe spingere sull'acceleratore ma si arena in un sound banale per quanto oscuro, affidato a una musicalità che avoca di Autopsy, ripetendo tuttavia schemi ritmici abusati dai gods americani, e privi di un minimo gancio compositivo degno di nota. Il viaggio nel deja-vu prosegue con "Sewer Embalmment", episodio in cui i rallentamenti cadenzati suonano come un compitino pigro e senz'anima, incapaci di generare la minima tensione o atmosfera cupa genuina. Con "Master's Lair" la band prova a ravvivare la scaletta con il pilota automatico inserito, cercando di sorprendere l'ascoltatore con dei cori stravaganti per il genere, ma poi inanellando sonorità standardizzate che scorrono via senza lasciare alcuna traccia nella memoria. La chiusura è affidata a "Apparitions of Flesh", il brano più lungo e forse meglio riuscito, grazie ai suoi tremolo picking, che si trascinano stancamente tra rallentamenti telefonati e accelerazioni di routine, confermando una disarmante incapacità del combo di uscire dal seminato. In definitiva, 'Domain of Foul Rebirths' è un disco alquanto inutile che non sposta di un millimetro le coordinate di un genere saccheggiato fino allo sfinimento, consigliabile solo ai collezionisti più incalliti di mediocrità scandinava. La fiera del copia-incolla che non lascia nulla, se non la sensazione di aver sprecato minuti preziosi ascoltando echi lontani di dischi fatti infinitamente meglio altrove. (Francesco Scarci)

(Cavernous Records - 2026)
Voto: 53