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mercoledì 19 agosto 2026

Starless Void - Mors Certa, Hora Incerta

#PER CHI AMA: Death/Doom/Stoner
Accendete la valvola, alzate il volume al limite del clipping e preparatevi a sprofondare nel divano. Se state cercando ritmi forsennati, avete decisamente sbagliato viaggio: 'Mors Certa, Hora Incerta', il debutto dei polacchi Starless Void, è un'astronave d'acciaio che viaggia a passo di lumaca dentro una nebulosa di fumo denso e pesante. Il quintetto di Katowice prende il death/doom d'annata e lo affoga in una pozza di pece, psichedelia oscura e sabbia industriale. Immaginate i padri Candlemass, i My Dying Bride e i primi Paradise Lost rallentati allo sfinimento, raccordati da un muro di frequenze basse che vi fa tremare i polmoni nel petto. Uscito per la Case-Studio, questo disco suona decisamente analogico, ligneo, storto e organico. Zero trucchi digitali, solo chitarre accordate sotto il livello del mare, tastiere lisergiche e un doppio registro vocale da urlo: il growl catacombale di Tomasz e il canto etereo, quasi ipnotico, della bassista Joanna. Il concept è un trip nichilista fin dal titolo latino ("La morte è certa, l'ora è incerta"): un viaggio tra le rovine industriali e i fumi tossici della Slesia. La nebbia si alza con "Ascent to Godhood" e il suo incedere lento, cadenzato, pesante come un macigno. Riff grassi e vocal dall'oltretomba per illustrare l'illusione della trascendenza. Con "Radioactivity Meter" (se vedete discrepanze nei titoli della scaletta, io ho preso come riferimento Spotify) si scala di una marcia, sfociando quasi in territorio funeral doom, tra strutture ossessive, un groove funerario e la netta sensazione di essere rimasti senza benzina in mezzo al nulla. "Effigy of an Obliterated God" non cambia registro, evocandomi però questa volta l'aura sinistra dei Celestial Season degli esordi. Si percorre un binario ritmico similare in "Zeit der Pest", un altro pezzo stoner/doom condito da un retrogusto acido e dissonante da far tremare i polsi. Il viaggio sembra farsi un filo più lisergico in "Eternal Wanderer (Starless Void III)", pur mantenendo quella claustrofobica monoliticità di fondo, ma quel fugace cantato femminile, con un paio di assoli ipnotici, disegnano spirali di fumo dentro una notte oscura. Ostica (per il cantato in lingua madre) ma interessante "Mgły Nocnych Mar", con le sue spettrali linee di tastiera ad accompagnarci fino a "Starless Void II", la chiusura ideale per questo viaggio, che offre ancora un contrasto tra il growl cavernoso del frontman e la voce sognante di Joanna, che vi lascerà in uno stato di trance totale. Un debutto che suona come una spessa colata di cemento e fuzz, ideale da servire con volumi spaccatimpani. (Francesco Scarci)

(Case-Studio - 2026)
Voto: 70