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domenica 14 settembre 2014

Structural Disorder - The Edge of Sanity

#PER CHI AMA: Progressive Metal, Opeth, Dream Theater
Gli Structural Disorder sono una band progressive metal di Stoccolma, formatasi nel 2011. Dopo l'esperienza del primo EP, 'A Prelude to Insanity' (2012), offrono il loro primo full-lenght, 'The Edge of Sanity'. Un intro di sussurri e percezioni sonore scaglia direttamente l'ascoltatore a ricevere un pugno nello stomaco da "Rebirth", brano che lascia il segno per la sua immediatezza non priva di struttura. Scariche a blocchi dai ritmi irregolari si fondono alle striature progressive dalla tastiera di Jóhannes West, creando un connubio che sta a metà strada tra band come Meshuggah e Dream Theater. La voce di Markus Tälth passa dalle vocals pulite a un growl gutturale in un'alternanza tra i due stili che rimanda al frontman dei connazionali Opeth. Alla fine del cantato un lungo strumentale fa conoscere subito l'altra faccia più melodica e progressiva di questa band. E' ora la fisarmonica ad accompagnarci nel terzo brano "Peace of Mind", assieme alla voce pulita del vocalist. Questo duetto che rimanda a una vera e propria ballad spiazza positivamente, soprattutto per la collocazione del brano, ma a poca distanza dall'entrata di un'acustica ecco presentarsi a noi un pezzo bipartito, la cui seconda sezione è introdotta dalle tastiere che continuano anche successivamente all'entrata di tutti gli altri strumenti un giro ipnotico. Davvero dolci e intime le lyrics per un pezzo che trascende la classica semi-ballad metal, incontrando un genere quasi pop/rock. Il pezzo successivo, "The Longing and the Chokehold", dopo la perla minimalista precedente, è quasi come il risveglio da un sogno. Un riff rombante e aggressivo e una ritmica incalzante permettono appena di abituarsi al viaggio che sta per iniziare, per uno dei pezzi più significativi del cd. Nelle lyrics è il puro male a serpeggiare nella mente e a far tremare le membra, in una crisi psico-fisica interpretata da una linea strumentale potente e statuaria, impreziosita da molti stacchi e cambi d'atmosfera e da vocals altrettanto multiformi. Fantastico lo stacco di tastiere dopo il trillo alle chitarre a metà brano. Il finale, che è quasi una parata a ritmi cadenzati incessanti, rimanda a capisaldi death quali 'Deliverance' degli Opeth. "Funeral Bells" si dimostra un pezzo altrettanto aggressivo del precedente, ma le vocals, molto meno asservite alla musica, interpretano il testo in modo maggiormente espressivo. Alcune parti, come l'inizio, risultano quasi avantgarde e le altre, molto dirette e ruvide, strizzano l'occhio al thrash. Adrenalinica la parte finale, dal rombante tappeto di doppia cassa e la prolungata cesura vocale growl. E' il momento del primo strumentale dell'album. "Sleep on Aripripazol", nome curioso, derivante dal farmaco con il quale si curano schizofrenia e disturbo bipolare, quanto mai azzeccato visto che la band svedese presenta proprio due facce distinte nella sua musica: una dolce e l'altra aggressiva. Ed ecco un pezzo introdotto da un cadenzante ritmo di valzer in tempo ternario, in cui la fisarmonica (vero tocco di classe della band) fa da protagonista, assieme a scale cromatiche discendenti, arpeggi di tastiera e una base solida e dall'incedere pesante degli strumenti ritmici. Un intrigante stacco di basso di Erik Arkö e divagazioni melodiche di ogni sorta, accompagnano l'ascoltatore per un brano chiaramente e volutamente ipnotico. Chitarre in delay introducono "Corpse Candles", poi blocchi e poi ancora un cantato dolce ma intrigante e sofferto, mai sentito precedentemente nel cd. Parti in growl impreziosiscono momenti taglienti in un brano altrimenti più leggero nelle vocals, ma non certo nelle lyrics, che toccano riferimenti all'inferno dantesco. Di nuovo ritornano chitarre in delay e poi un calmo tema di fisarmonica con un basso davvero in rilievo e dal caldo suono, sulla base creata dalla batteria, poi un alternarsi di parti solistiche distribuite tra chitarra clean, basso e fisarmonica. Davvero meraviglioso l'assolo di chitarra conclusivo sulla potente base creata da batteria, basso e chitarra ritmica. Un brano davvero particolare e inaspettato che si affianca per importanza al quarto di quest'opera e forse lo supera. Subito l'inizio di "Child in the Ocean" riporta, prepotenti, le grigie e melanconiche immagini di 'Damnation' (Opeth). Ma poi l'associazione viene subito contraddetta da una sezione rabbiosa, crossover, quasi gridata dal vocalist verso la fine, e poi un altro cambio d'atmosfera, chitarre acustiche e cori dalle venature quasi pop/rock, e di nuovo le atmosfere iniziali, senza un attimo per abituarvisi. Un pezzo coraggioso, dato che può fare impazzire un'amante della varietà (come il sottoscritto), come far ubriacare e spiazzare chi non ama particolarmente le contaminazioni. "Sins Like Scarlet"...quando l'ascoltatore pensa di aver già ascoltato tutto ecco che viene stupito ancora da questo breve intermezzo sonoro parlato. Vengono ripresi temi e parti di testo già sentite precedentemente ma in veste nuova e distorta. Con inquietanti ambientazioni sonore e una recitazione da parte del vocalist che ricorda addirittura le stravaganze surreali di Mr.Doctor, vocalist e fondatore della band italo-slovena Devil Doll. Introdotto da una sezione strumentale, "The Fallen" si presenta con un materiale concettualmente simile a "Rebirth" ma una struttura più scorrevole, libera e dai contorni meno netti e di più d'ampio respiro. Un tema in delay di chitarra che viene poi ripreso da tutto l'insieme strumentale. Un assolo di chitarra ben confezionato precede uno stacco e una sezione sussurrata atmosferica minacciata da basso, scariche di chitarra ritmica e un ritmo cupo di batteria che continua fino al ritorno della parte iniziale a chiudere la struttura tripartita. Ora un secondo strumentale affascina le nostre orecchie. Una stupenda chitarra elettrica solista dipinge "But a Painting", un quadro fatto di suoni. Un momento breve ma intenso che riporta alla mente le evocative immagini create da Brian May nell'indimenticabile "Bijou, Queen" e incorona con un'aura di rispetto questa magnifica prestazione chitarristica. "Pale Dresses Masses", penultima traccia, con il suo incipit di delicate note stoppate alla chitarra clean accompagna in un'atmosfera completamente diversa, quasi prog rock e nel suo liricismo offre vedute di più ampio respiro. Le lyrics si fanno più distese, forse perché una mente tormentata ha finalmente trovato pace in ricordi belli e lontani che vivono di nuovo. La title track chiude quest'opera molto vicina a un masterpiece. E' un sunto di tutto ciò che è questa poliedrica band, rappresentandone il punto d'arrivo e la risoluzione del concept, la cui musica verso la fine è cambiata fino a toccare generi molto lontani da quelli proposti inizialmente. Nella parte iniziale dominano cori e ritmi distesi, fino a raggiungere uno stacco improvviso e tornare alla band che ha aperto il cd. Ancora un cambio d'atmosfera con l'improvvisa entrata di una chitarra acustica, la fisarmonica e poi un coro polifonico. Poi un ritorno al tema principale e un nuovo stacco con chitarra clean a note stoppate con delay, prima della parte conclusiva che chiude definitivamente quest'album di ben 70 minuti. Come una vera e propria suite, questo imponente pezzo si presenta come il più lungo del cd e dell'opera il più significativo. Possedere questo lavoro significa aver tra le mani un potenziale compositivo e discografico enorme, specie se considerata la giovane età dell'ensemble. La varietà del lavoro è davvero un punto di forza e denota una maturità a una voglia di sperimentare notevoli. Anche le capacità tecniche dei musicisti, come la batteria del non ancora citato Kalle Björk o la chitarra e piano di Hjalmar Birgersson, sono molto al di sopra della media, che pure, tra le band scandinave, è molto alta. L'unico margine di miglioramento, oltre che nella creazione di un sound il più personale possibile, sta nel songwriting, che spesso risulta un po' oscuro nei concetti e dispersivo nell'espressione, appunto doveroso, semplicemente mirato al miglioramento di una già ottima band. Molto semplice e d'impatto nella sua modernità l'artwork di Anton Näslund e Joel Sjömark, professionale il lavoro di mixaggio e produzione a cura di Scott Crocker. Una band che sicuramente merita di stare nella collezione di ogni appassionato di progressive nel senso più ampio e positivo del termine. (Marco Pedrali)

(Self - 2014)
Voto: 85