domenica 10 maggio 2026

Dewichor - No Tomorrow

#PER CHI AMA: Epic Black
La Russia si conferma luogo che mastica il black metal e lo sputa fuori sotto forma di melodia disperata. Non è la raffinatezza barocca di certe produzioni nordeuropee, né il rumore bianco e indistinto di chi cerca di nascondere la mancanza di idee dietro un muro di distorsione lo-fi. Con i Dewichor, e con il loro esordio 'No Tomorrow', la sensazione è quella di trovarsi davanti a un incendio che divampa in una foresta ghiacciata, in cui l’aria che respiri taglia i polmoni. L’album, uscito sotto l'egida della Satanath Records, non perde tempo a spiegarsi. Tolta la strumentale e introduttiva "Hell Unchained", capisci poi che qui non si scherza. Le chitarre da "The Great Divide" iniziano a correre su tremolo infiniti, palesando il contrasto tra le accelerazioni rabbiose e rallentamenti marziali, intrecciandosi poi in armonie che sanno di epica antica. È un black metal melodico quello del quintetto di Novosibirsk, ma con quel cuore slavo che trasforma i riff in una condanna a morte. Non ci sono troppi fronzoli moderni, nemmeno tastiere invadenti che cercano di addolcire la pillola. C’è solo la consapevolezza che il domani, come suggerisce il titolo, è un concetto che non ci appartiene più. La voce non è un canto, è un ululato che arriva da lontano, va a fondersi con le asce fino a diventare un unico elemento atmosferico, quasi naturale, come il vento che soffia tra le rovine. L'unico problema è che pezzi come "Requiem", "Face the Hellfire" o "Heresy" suonano un po' troppo scontati e derivativi, un sound già sentito dozzine di volte. Solo "Barbed Wire" e "The Light of the Dead World" sembrano voler prenderne le distanze, cercare un filo di sperimentazione avanguardistica, proponendo l'utilizzo di un sax in un'atmosfera oscura, quasi da lounge bar. E queste si, diamine se mi piacciono. Per il resto 'No Tomorrow' è sicuramente un onesto lavoro di black metal, confermato anche dalla conclusiva e glaciale "Frostfall", perfetto per quei momenti in cui il silenzio fuori è troppo forte e hai bisogno di qualcosa che urli al posto tuo. (Francesco Scarci)

(Satanath Records - 2025)
Voto: 67

venerdì 8 maggio 2026

Rejuvenation – The Pinnacle of Violence

#PER CHI AMA: Techno Death
C’è qualcosa di ancestrale nel modo in cui i Rejuvenation hanno deciso di bussare alla porta di questo 2026, un anno che sembra già soffocarci sotto il peso di troppa informazione, troppa musica e troppa guerra. 'The Pinnacle of Violence' vuole essere un’anatomia lucida della nostra fine, eseguita con la precisione chirurgica di chi è cresciuto a pane e techno death, anche se non mi lascerei troppo ingannare dalla quella dicitura. Certo, c’è la scuola europea, c'è quel rigore algido che ha reso grandi gli Obscura o i Cognizance, ma qui batte un cuore diverso. Le chitarre, di Bozhko Bozhkov e di Vladimir Voloshchuk, non corrono per il gusto di arrivare prime, ma per tessere una tela in cui l'ascoltatore rimane, inevitabilmente, impigliato. È un organismo coeso, un respiro unico dove il basso di Nedislav Miladinov e i pattern di Nikola Ognyanov creano un pavimento solido, su cui il growl di Teodor Bakardjiev esala puro tormento. Il disco si apre con "Timeshift Pt. II: Abyss", e il titolo non è un caso. È un salto verso gli abissi, un maelstrom di suoni iper tecnici che ci stordisce sin dalla prima nota. "The Forest Calls" si muove su coordinate simili, ma quando il basso e la chitarra si mettono a tracciare saette pulsanti e note graffianti, sembra di assistere a un dialogo tra due parti della stessa anima: una che implora e l'altra che condanna. "Mortality Inevitable" funge da ponte tra la prima e la seconda dell'EP, che sfrutta la veemenza della title track per confermare un concentrato di ferocia e melodia che lascia senza fiato. Un altro breve pezzo e poi è il momento della chiusura, affidata a "Shades of Perception", un altro brano tirato, old-school, che ha però il pregio di sfoggiare un'ottima e più progressiva sezione solista. Alla fine, 'The Pinnacle of Violence' è un disco che non chiede di essere capito, ma di essere subìto. C’è un’eleganza brutale nel modo in cui tutto crolla, eppure, per un istante, sembra quasi che valga la pena restare a guardare. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 65


mercoledì 6 maggio 2026

Splendidula - Absentia

#PER CHI AMA: Post Black/Doom
Ci sono assenze che non si possono spiegare e i belgi Splendidula lo sanno bene: hanno capito che per sopravvivere alla perdita, quella che gli ha strappato il compagno di viaggio e bassista Peter Chromiak, non servono discorsi troppo filosofici, ma un posto dove poter urlare tutto il proprio dolore. 'Absentia', il loro quarto album, non è stato scritto per scalare le classifiche, ma per inviare una lettera a un indirizzo che non esiste più. Non c’è un modo soft per entrare in questo disco. Ti investe subito con la title track e un suono enorme e terribilmente vuoto allo stesso tempo. Le chitarre di Guy Van Campenhout costruiscono architetture post-metal che sembrano reggere il peso del mondo, per poi cedere di schianto ad esplosioni doom. E in mezzo a questo caos, c’è la voce di Kristien Cools: limpida e fragile, supportata nell'opening track da Tim Yatras (Austere, Germ) e nella seconda traccia, "Echoes of Quiet Remain", addirittura da Aaron Stainthorpe (ex frontman dei My Dying Bride). La musica dei nostri si arricchisce di ulteriori sfumature: dalle accelerazioni post-black della già citata title track, alla solennità della seconda traccia, un pugno nello stomaco emotivo. Il disco prosegue su questi binari emozionali, proponendo pezzi dal titolo in fiammingo che esprimono a parole, ancora quel dolore che dilania la band: dalla furibonda "Kilte" (il freddo) alla più riflessiva "Donkerte" (l'oscurità). Con i fatti poi, la musica ci trascina in un isolamento che brucia, non promette pace, nè redenzione, ma sembra semmai spingerci ad affrontare i nostri demoni. "Let It Come to an End" chiude il cerchio, con un pezzo vibrante e forse con quella consapevolezza acquisita che il dolore non svanisce mai del tutto, ma rimane un qualcosa con cui imparare a camminare, un passo dopo l'altro, nel buio. (Francesco Scarci)

(Argonauta Records - 2026)
Voto: 78

Scarab - Transmutation of Fate

#PER CHI AMA: Techno Death
Il Cairo non è una città che si dimentica tanto facilmente, e non è solo merito delle piramidi di Giza e della Sfinge. C'è una densità particolare nell'aria, una miscela di polvere, rumore moderno e un silenzio millenario che sembra rimasto intrappolato tra le crepe dei palazzi. È lo stesso tipo di densità che ti si piazza sul petto quando facciamo partire il disco degli Scarab, una band death metal originaria proprio della capitale egiziana. E non si tratta poi degli ultimi arrivati, visto che il sestetto è in giro dal 2006. Chi segue i sentieri meno battuti del death, sa bene che la band non è un nome come un altro, sono una specie di anomalia geografica e spirituale, un organismo che ha passato vent'anni a raccogliere frammenti di riff nel buio per poi fonderli insieme in un'unica, spaventosa colata di piombo che ha trovato la sua forma definitiva in 'Transmutation of Fate'. Qui non troverete l'aggressione cieca, quella fretta adolescenziale di spaccare tutto e tutti che spesso penalizza le band più giovani. Qui stiamo parlando di techno death dalle classiche tinte mediorientali, un sound che ci investe, sin dall'iniziale "Vow of the Sphinx {Abo El-Houl}", con arrangiamenti fitti, quasi soffocanti, e armonizzazioni stratificate che avanzano con la solennità di una processione funebre. Sembrerebbe addirittura che l'uso del ritmo sia modellato su incantazioni fonetiche antiche e concetti neoglifici. È un suono comunque pesante, oscuro, talvolta quasi teatrale nella sua drammaticità, che mi ha evocato i nostrani Fleshgod Apocalypse, quest'ultimi forse un filo più orchestrali. Brani come la già citata opening track, considerata da più parti, la pietra angolare dell'intero EP, la belligerante "Hands from the Sun {Amon}" con le sue scariche di blast-beat e la pulsante (complice un basso da urlo) "Epistle of Secrets {Creators of III}", non sono semplici canzoni, ma nodi concettuali che parlano di risvegli violenti, di memorie sepolte nella carne e di una resa dei conti karmica a cui nessuno può sottrarsi. La mia preferita rimane però la conclusiva "Monarch of Violence {Oriasirius}", una centrifuga di suoni, atmosfere, cori cerimoniali che sembrano proiettaci indietro nel tempo di 3000 anni. 'Transmutation of Fate' in definitiva, è un lavoro maturo, che usa l'immaginario esoterico come l'ossatura di un discorso morale più profondo. (Francesco Scarci)

(Brutal Records - 2026)
Voto: 72

lunedì 4 maggio 2026

Vargrav - Dimension: Daemonium

#PER CHI AMA: Symph Black
Il buio non è solo assenza di luce. È una presenza densa, una stanza che si restringe intorno a te finché non senti il battito del cuore di qualcun altro. E quando ascolti i finlandesi Vargrav, hai questa strana percezione appiccicata addosso. Dimenticati i tempi delle foreste innevate e dei castelli assediati dell’epica high-fantasy dei dischi precedenti, il duo finlandese ha deciso di alzare lo sguardo. E ciò che ha visto lassù, tra galassie che sanguinano e cancelli dimensionali, non è rassicurante. 'Dimension: Daemonium' è il portale per un nuovo mondo, che si fa portavoce di un black sinfonico che, già durante l'ascolto di "Ablaze upon the Nocturnal Realms", è in grado di evocare un sound che combina i maestri del symph black, i Limbonic Art, e quelli dell'avantgarde, i Ved Buense Ende, diventando quindi essi stessi un nuovo punto di riferimento. V-KhaoZ e il leggendario Werwolf (ex Horna e Sargeist) hanno partorito un’opera che ha il coraggio di essere imponente. Le tastiere dominano tutto, non come un semplice tappeto sonoro, ma come una cattedrale costruita dentro una grotta umida. Se chiudete gli occhi durante l'ipnotica "Moonfrost Storms", sentire l’eco dei Dimmu Borgir di 'Enthrone Darkness Triumphant', ma con una sporcizia e una cattiveria che solo la scuola finlandese sa mantenere intatta, complice anche un Werwolf alla voce, che passa dal ringhio ortodosso a una sorta di parlato quasi febbrile, un sermone declamato da un pulpito che fluttua nel vuoto cosmico. E mentre i brani scorrono, pezzi come "Dragons of Nightmare", "The Gates of My Dimension" e "Starlight Chalice", ci ricordano come il cosmo sia un posto gelido, dove le stelle non illuminano, ma bruciano la pelle. Alla fine, "Unveil the Enslavement of Lunar Prophecies" è la ciliegina sulla torta di un lavoro denso, a tratti anche faticoso che, per chi non è abituato a queste profondità cosmiche, rischia di essere risucchiato in una dimensione dove la ragione smette di funzionare. Se portate ancora nel cuore i dischi che hanno cambiato il vostro modo di vedere il metallo nero trent'anni fa, fermatevi qui. Sedetevi. E lasciate che i demoni inizino a danzare sulle vostre teste. (Francesco Scarci)

(Werewolf Records - 2026)
Voto: 74

sabato 2 maggio 2026

Galibot – Catabase

Ascolta "Galibot - Catabase" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Post Black
Non più di due mesi fa, su queste stesse pagine, mi ritrovavo a scavare tra i solchi di 'Euch’Mau Noir Bis', convinto di averne esaurito il fiato e la polvere. Eppure, in un giro di tempo così stretto da sembrare un’accelerazione del destino, i Galibot sono tornati. Non è fretta, la loro; è l'urgenza di chi ha ancora troppo nei polmoni per riuscire a stare zitto. Con 'Catabase', il quintetto del Nord della Francia non si limita a bissare il debutto, ma decide di portarci esattamente lì dove il titolo suggerisce: giù, in un rito di discesa verso l'oscurità. Qui, l'aria ha l'odore ferroso delle miniere di Lens, il silenzio pesante delle fonderie dismesse tra Hénin-Beaumont e quella dignità stanca dei galibot, i ragazzi che un tempo spingevano i carrelli nel cuore della terra. Qui, il suono ha smesso di essere una parete di fumo per diventare un’architettura di nervi e metallo. Le chitarre hanno una qualità melodica che sa di scuola svedese, penso ai Dissection ad esempio, ma è una melodia che non consola, bensì graffia. E poi c’è la voce di Diffamie, che avevo già precedentemente accostato alla nostra Cadaveria ai tempi dei primi Opera IX. Quando affiora il suo cantato pulito, come nel manifesto sonoro della sbilenca "Pénitent", di "Jeanlin" o ancora, della convincente e conclusiva "Mesektet", non senti un artificio tecnico, ma una ferita che si apre. Un grido che entra in un tunnel dove l'aria è finita da un pezzo, una cucitura emotiva che tiene insieme la rabbia cieca del post black e una vena malinconia più nuda. Il concept minerario non è un fondale di cartapesta. È un'identità. Cantare in francese, con quella densità che sembra uscita da un manoscritto di Zola smarrito tra le gallerie, è una scelta ricercata. 'Catabase' ci racconta come la modernità industriale sia stata costruita sul sacrificio di corpi che il sole non l'hanno visto mai, e lo fa senza retorica, con la forza di chi sa che il carbone, in fondo, non è altro che tempo compresso sotto un peso insopportabile. Mentre scorrono le tumultuose rasoiate inferte da brani come "Bleu Noir Rouge", la corrosiva "Voreux" o la veemente "Terril", mi rendo conto come questo disco alla fine parli di noi, della nostra incapacità di imparare dal passato e della bellezza che riusciamo a trovare solo quando abbiamo toccato il fondo del barile. I Galibot diciamocelo, non hanno un sound cosi originale da lasciarci senza fiato, ma ci insegnano tuttavia che scendere non significa perdersi, ma forse smettere di fingere. (Francesco Scarci)

(LADLO Productions - 2026)
Voto: 70

venerdì 1 maggio 2026

The Oneiric Tide - Endlings

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Stoner
C’è qualcosa di ironico, per non dire estremamente cinico, in una band il cui titolo del disco è 'Endlings', visto il momento storico che stiamo vivendo. Se non lo sapete, un "endling" è l’ultimo esemplare di una specie (verosimilmente la nostra), che si configura in quell’unico individuo rimasto a fissare il vuoto, consapevole che dopo di lui, non rimarrà nessuno a ricordare nemmeno come si faceva a respirare. Questo è il concetto che il quartetto, originario di Bisceglie, va a condensare in quello che credo sia il loro debut: preparatevi quindi a un bel pugno nello stomaco, fatto di una miscela di stoner, post hardcore e post metal, che sa di polvere, fumo e verità, di quelle scomode che preferiresti non sentire. La loro musica è un corpo vivo, niente suoni di plastica o produzioni leccate; qui il suono è ruvido, organico, con un basso che batte nelle costole come un cuore affaticato e chitarre che sanno esattamente quando affondare i denti e quando lasciarti lì, nudo, col tuo respiro. L'album, dopo una breve intro, attacca con "The Scent", e senti subito che l’aria si fa pesante e non solo per il growling del vocalist incombente, ma per quell'atmosfera asfissiante che circonda un suono che in realtà sarebbe sorretto da tinte progressive. Ma in quella tensione che incendia l'aria, si nasconde la metafora della guerra che, siamo onesti, non è proprio così lontana come ci piace raccontarci. Ma attenzione, questo non è un disco politico da quattro soldi, è un disco profondamente umano. Se pezzi come la tonante "Fight Back (The Pike)" e "Shell Shock" ci trascinano nel fango delle trincee a colpi di riff tesissimi che non chiedono certo il permesso, "Nexus" è invece quella mano tesa che ti aiuta a rialzarti, grazie a melodie vocali un po' più ruffiane (nella sola componente pulita, attenzione, visti poi i grugniti in seconda battuta), accompagnate da un'architettura sonora che strizza l'occhiolino al post-hardcore. Sia chiaro, non siamo davanti a chissà quale album, le imperfezioni e le derive soniche presenti sono talvolta un filino scontate. Nel frattempo, arriviamo alla title track e il cerchio sembra chiudersi, e stringere alla gola. C’è tutto dentro: la fretta di chi sente il tempo sgocciolare via e la malinconia di chi ha capito che, nonostante tutto, non abbiamo imparato un accidente dai nostri errori. È un urlo verso il passato e un monito per quello che verrà. Il tutto in una modalità post-qualcosa, all'insegna di atmosfere soffuse e tiepide chitarre in tremolo, che mi hanno evocato un che dei miei amici Sunpocrisy, soprattutto nel roboante crescendo del finale. E infine, arriva "Holotype", la chiusura. Breve, definitiva. L'ultimo battito, l'ultimo silenzio, quello che fa molto più rumore di un’esplosione. Specie se ti rendi conto che l'ultima voce rimasta è la tua. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto: 70

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