![]() |
| #PER CHI AMA: Black/Death |
C'è un tipo di marciume che non ha nulla a che fare con la sporcizia fisica. È quel senso di decomposizione morale, di pensiero masticato e sputato, che si respira quando le istituzioni e i dogmi diventano troppo pesanti per lasciarci camminare lungo la rettitudine. Gli Hegeroth, band originaria di Katowice, masticano questa materia oramai da 16 anni, e con 'Soaked in Rot' sembrano aver deciso che non è più il momento di sussurrare tra le ombre del symphonic black metal degli esordi. Ora preferiscono urlare. Il nuovo album del duo polacco è un blocco di metallo puro: produzione secca, quasi scarnificata con le chitarre che tagliano l'aria come rasoi e la batteria tiene il tempo quasi con ritmo militaresco. Non troverete troppi artifizi tipici di certe produzioni atmosferiche, qui tutto è sotto una luce cruda, impietosa, violenta. Brani come "You May Call Me A Witch" o "The Act of Lust" non sono solo canzoni, sono dichiarazioni d'intento. Ci potrete trovare certo, influenze derivanti dagli Emperor, ma sporcate da un'urgenza blackened death che evoca anche Behemoth e Morbid Angel, cosa che avevo già sottolineato nella precedente recensione. Quando Chors (il nuovo vocalist proveniente dagli Eclipse) urla, non sta solo seguendo una metrica, sembra stia vomitando fuori l'ipocrisia di un mondo che chiama santo ciò che è solo un macello. "BÅ‚ogosÅ‚awieni Åšlepi" è un esempio di come gli Hegeroth possano pescare anche da altre realtà musicali per innescare il loro sound belligerante: tra echi alla Master's Hammer, dissonanze alla Deathspell Omega o martellanti ritmiche di basso e batteria alla Altar of Plagues, i nostri non fanno sconti a nessuno. E il disco continua a muoversi lungo binari similari, dove la concessione alla melodia non rappresenta certo uno dei punti di forza della band: sarà inevitabile sbattere il muso contro il cingolato sonoro espresso dalle chitarre in "The Nails" o respirare la furiosa epicità del tremolo picking di "Hypocrisy Demands Blood". Ogni brano è un racconto a sé, in cui il mondo diventa un luogo di putrefazione in cui la ribellione contro il “santo macello” ("ÅšwiÄ™te Szlachtowanie") diventa un semplice atto catartico. Più tecnica invece "The Degrees" mentre "The Swing", ha quel ruolo di concedere la classica pausa prima del gran finale affidato alla più riflessiva, per cosi dire, "Gdybym IstniaÅ‚". Chiaro, se cercate la rivoluzione copernicana del black metal, forse dovete guardare altrove, perché qui non troverete innovazione, modernità o quant'altro, semmai un disco feroce, onesto, senza troppi fronzoli, spinto da quella necessità insomma, di ripulirsi dal fango del mondo per immergersi in un marciume per lo meno più sincero. (Francesco Scarci)
(Self - 2026)
Voto: 69
