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martedì 9 giugno 2026

Goat the Head - Death by Default

 #PER CHI AMA: Death Old School
Quasi venticinque anni di carriera e i norvegesi Goat the Head decidono che il momento giusto per fare un passo indietro, è il 2026. 'Death by Default' si presenta come "raw and primitive, unpolished and unpleasant". Quindi, se stavate cercando un disco di crescita artistica progressiva e raffinamento stilistico, in linea con gli echi psych prog death dei precedenti 'Et Lokalsamfunn I Sorg' e 'Strictly Physical', lasciate perdere. Riprendete in mano semmai i più vecchi 'Doppelgängers' e 'Simian Supremacy', per capire chi sono oggi i quattro scandinavi. Per enfatizzare le cose, i nostri hanno pensato anche di andare a registrare nei Sunlight Studios e lasciare che fosse Tomas Skogsberg, l’uomo che ha dato un suono ai sogni più distorti dei primi Entombed e Dismember. Il risultato lascio a voi immaginarlo. L’apertura affidata a "Instrument of Death", sembra inizialmente percularci con un pianoforte, una falsa promessa che dura una manciata di secondi prima che le chitarre entrino a polverizzare ogni pretesa d'atmosfera, lanciandosi in scorribande estreme di scuola svedese. Poi arrivano pezzi come "Marok's Lot" e la paracula (ancora un intro atmosferico a depistarci) "Hungarian Finger", e i piedi continuano a spingere a tavoletta sull'acceleratore, con una violenza ancestrale che non si sentiva dai primi anni '90. "Infernal Expulsion" è un altro pugno nello stomaco senza preavviso, sebbene la sua natura più melmosa (leggasi sludgy). Seguono i due minuti di "Swedrosian Death March", una fucilata di death metal, di americana memoria, che serve solo a ricordarti che la band non ha bisogno di allungare il brodo per farsi valere. La chiusura è affidata ai cinque minuti scarsi di "Taexas", un finale che sancisce come il minimalismo dei pezzi precedenti sia puramente una scelta estetica e non una vera e propria mancanza di idee. Alla fine, pochissimo grasso, nessuna concessione al superfluo. Ma per il sottoscritto, gli originali rimangono tutt'altra cosa. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records - 2026)
Voto: 62

sabato 29 aprile 2023

Magnify the Sound - Don’t Give Us that Face

#PER CHI AMA: Suoni Sperimentali
Non certo una passeggiata la recensione del duo norvegese che risponde al nome di Magnify the Sound, una band in giro ormai dal 2010, ma di cui francamente non avevo mai sentito parlare, se non fosse che uno dei membri fondatori è Trond Engum che a suo tempo fondò pure i The 3rd and the Mortal e i The Soundbyte, il che aumenta a dismisura la mia curiosità. Escono con un nuovo album quindi, e ‘Don’t Give Us that Face’ sembra essere di primo acchito un esercizio di improvvisazione musicale che esplode potente nelle nostre orecchie (io l’ho ascoltato con la cuffia ed è stata una figata). Quello che deve essere immediatamente chiaro è che verremo sommersi da 40 minuti di suoni unici, affidati a chitarre, a una batteria pazzesca (a cura del jazzista Carl Haakon Waadeland) e all’elettronica, il tutto ideato come una sorta di jam session catartica proiettata nell’universo, un po’ alla stregua dei suoni della sonda Voyager I che inglobavano quelli naturali (le onde del mare o il vento), quelli prodotti dagli animali, come il canto degli uccelli e le balene, cosi come pure percussioni senegalesi o musiche di Bach, Chuck Berry o Mozart. Ecco, se avete avuto modo di ascoltare quel disco d’oro inserito nella famosissima sonda lanciata nello spazio infinito, e poi vi approccerete a questo 'Don’t Give Us that Face', le sensazioni sovrannaturali che sperimenterete potrebbero essere alquanto similari. Difficile parlarvi quindi di un brano piuttosto che di un altro, il flusso sonoro deve essere gustato tutto d’un fiato dall’inizio alla fine, liberi da ogni pregiudizio di sorta, e poi anche voi sarete pronti a contemplare l’infinito dello spazio profondo, ve lo posso garantire. (Francesco Scarci)

(Crispin Glover Records – 2023)
Voto: 74

https://facebook.com/MagnifyTheSound