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| #PER CHI AMA: Psichedelia/Post Metal |
Prosegue l'incessante esplorazione del sottosuolo da parte della nostrana Argonauta Records, discesa negli abissi più reconditi per portarci alla luce il secondo e inquietante manoscritto sonoro dei milanesi Hollow Bone. Il nome stesso della congrega evoca le formule rituali di Frank Fools Crow, celebre sciamano dei Lakota Sioux Teton, legato al mito dello "spazio vuoto" atto ad accogliere entità non umane. Intitolata 'Onar', dalla tremenda parola greca ὄναρ, l'illusione del sogno, quest'opera sprofonda nelle geometrie non euclidee di un sound sperimentale, dove le allucinazioni primordiali di Neurosis, Cult of Luna e Isis collidono con pulsioni psichedeliche ed echi ambient alieni. La registrazione, impressa in presa diretta con angosciosa nitidezza, cattura chitarre ritorte e dilatate, un basso che vibra dalle voragini della terra e ritmi ritualistici. L'allucinazione prende forma con "Amigdala", dove trame chitarristiche avvolgenti e crescendo abissali aprono la mente a paesaggi ciclopici e sognanti, spalancando i cancelli del sonno profondo. La successiva "Innocence" insinua una dinamica ipnotica che oscilla tra pause innaturalmente estese e improvvise deflagrazioni di distorsione cosmica, spianando la strada al collasso mentale simulato nella più compassata "Meltdown", traccia sferzata da frequenze sintetiche opprimenti e riff monolitici che sembrano sgretolare gli ultimi residui di sanità mentale. Con "Oceti", la band risveglia antichi spiriti tribali attraverso un basso pulsante e synth sacrileghi che evocano cerimoniali dimenticati, il tutto spruzzato di venature jazzy, mentre "Presence of Eagles" si erge verso vette di pura intensità catartica, spingendo le strutture post-metal al limite della trascendenza. Il tempo perde ogni significato lineare nelle spire di "Shasta", dove le atmosfere si fanno impalpabili e gelide, immobili come le cime delle montagne e quella che credo essere una voce femminile in sottofondo, funge in realtà da puro strumento di evocazione esoterica, in un rituale lisergico. In chiusura, la meditabonda "Wounded Knee" suggella il rito finale, attraverso arpeggi di introspezione abissale e chitarre dall'epicità funesta. 'Onar' non è un decisamente quello che definirei un semplice ascolto, ma è un grimorio sonoro destinato a chi osa avventurarsi in sonorità esperimentali, atmosferiche e soffocanti. (Francesco Scarci)
(Argonauta Records - 2026)
Voto: 70
