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mercoledì 11 marzo 2026

Dusk - Bunker

Ascolta "Dusk_Bunker" su Spreaker.
#PER CHI AMA: Black/Industrial
C’è qualcosa di profondamente poetico nel fatto che il freddo più siderale, quello che ti entra nelle ossa e ti toglie il respiro, non arrivi dalle foreste innevate della Scandinavia, ma dai sobborghi di San José, in Costa Rica. I Dusk sono un’anomalia geografica, l'avevamo già scritto, ma dopo dieci anni di ricerca sonora, con 'Bunker' smettono di essere un esperimento per diventare una certezza, quella che avevo appreso di recente, con la recensione di 'Repoka'. E lo fanno con un sesto album che non chiede permesso a nessuno (in un periodo come questo poi, chi lo fa?), si limita a esistere, denso e inamovibile come una colata di cemento armato. Ascoltare questo disco si rivelerà un’esperienza psico-fisica di un certo livello, ve lo garantisco. Non sono canzoni quelle qui contenute, sono stadi di una discesa verso gli abissi della propria anima. La scelta di chiamare i brani semplicemente "Bunker I-VI" poi, toglie immediatamente ogni distrazione narrativa; non ci sono titoli evocativi a cui aggrapparsi, c’è solo la progressione numerica di chi si chiude dentro e tira il chiavistello. È un album di trenta minuti scarsi, ma sembrano ore passate sotto terra, dove l’elettronica non è un abbellimento, ma l’ossatura stessa di un mostro meccanico. Le chitarre e i blast beat ci sono, certo, ma restano spesso intrappolati sotto strati di synth che ricordano le visioni distopiche di Perturbator o il caos ragionato dei Blut Aus Nord. La voce? Non aspettatevi il classico vocalist che vi urla in faccia. Qui lo screaming è un eco lontano, un graffio sulle pareti del rifugio, un suono tra mille suoni. È come se la band volesse ricordarci che in un mondo post-apocalittico, l'individuo scompare: resta solo l'ambiente, l'atmosfera e il rumore della sopravvivenza. E poi c’è il gran finale. Reinterpretare "Dunkelheit" di Burzum è una mossa coraggiosa, se non fosse che i Dusk la rendono necessaria. Prendono un inno bucolico e meditativo e lo trascinano in fabbrica, lo sporcano di olio industriale e lo passano sotto una pressa idraulica. È il cerchio che si chiude. E restituisce una musica per chi ha bisogno di isolarsi o per chi cerca uno spazio vuoto dentro il rumore. (Francesco Scarci)

(Self - 2026)
Voto. 74

domenica 9 ottobre 2022

I.N.R.I. – Hyper Bastard Breed

BACK IN TIME: recensione gentilmente concessa da Nihil Zine
#PER CHI AMA: Death/Grind
La sigla del nome di questa band sta per Insane Non-commercialised Rock Insitute. Questo quintetto proviene dall’Olanda e ci propone una miscela di death-grind senza infamia e senza lode. Per capirci, gli INRI non suonano affatto male ed il disco è prodotto ottimamente, quello che però salta fuori subito al primo ascolto è un po' la staticità, nonché la mancanza di spunti interessanti. Questi pezzi non riescono a trasmettermi nulla, una piattezza abbastanza fastidiosa, soprattutto per il fatto, ripeto, che la band ha discrete capacità tecniche individuali. Il cd passa via inosservato e questo non è un bene. Ma parliamo un po' sul tecnico di questo 'Hyper Bastard Breed': ci troviamo di fronte ad un disco caratterizzato da pezzi brevi e da una velocità medio alta. 15 per 32 minuti di musica. Il sound è compatto e cristallino, si sente bene tutto, ma da mio modesto parere di batterista, avrei tenuto un po' più su il rullante, che nella parti veloci si sente un po’ poco. Magari non piacciono a me, ma altri possono sicuramente trovare gli INRI più interessanti, non lo metto in dubbio, resta comunque il fatto che per me 'Hyper Bastard Breed' sia stato un po' un passo falso per la Cold Blood Industries.
 
(Cold Blood Industries - 2002)
Voto: 50