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sabato 13 dicembre 2014

Handwrist - A Vibe to the Perplexed

#PER CHI AMA: Post Rock/blues strumentale
Torna la one man band portoghese capitanata da Rui Botelho Rodrigues, con un album, 'A Vibe to the Perplexed', che costituisce il settimo sigillo in poco più di due anni. Glassa accartocciata su se stessa dalla musicalità dolce e ripetitiva. "Evolve" apre l'album con fare suadente, orientaleggiante, assistito da creazioni sonore tintinnanti, sostenute da una traccia di sottofondo graffiante, corposa, quasi isterica, non fosse per le distorsioni intercalate ad arte nel brano. Se vi siete lasciati andare con "Evolve", tornate tra noi, ma solo per uno switch che volge a delle note disinibite, in cui la chitarra elettrica fa da padrone e la masticazione metal trova pane per i suoi denti. Tutto vero sino alla chiusura del pezzo, che offre un soffuso ambient jazz lungo, molto lungo, forse un po' spinto, ma assolutamente apprezzabile. Smarrite ogni pensiero e col tocco d'un dito fate partire "Ripple". So che vi piacerà tenere il tempo col pensiero, lasciando che la giornata si annichilisca, a favore di ritmiche pregiate, in cui non sentirete che carezze e scosse sonore modulate come un rally in cui guidate solo voi. Forse debbo destarvi dal visibilio per portarvi in "Perplexed". Indodossate abiti comodi, portatevi un cocktail d'alta scuola e seguitemi, come fossi il Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie. Si. Perché questo brano mi parla pur essendo strumentale. Perché la traccia ruggisce di gemiti che sguinzagliano suoni improbabili. Perché l'epilogo è ottundimento puro. Fatemi tornare umana. Qualche plettrata e dalla tana del Bianconiglio, ci troviamo proiettati negli anni ottanta. Lasciatemi dire che "Rootkit" è una bella rivisitazione delle nostalgiche suonate, che, che se ne dica sono sempre attuali. Ora un intermezzo. "Sleep". Suoni e voce sembrano amalgamare l'ecletticità passata e futura. Oh sì! Nuova linfa e siamo sempre nello stesso album! "At the Gloomy Carnival". Cambiamo ancora. Lasciamo che questa marcia tamburelli nella mente e costruisca un motivo tortuosamente accattivante. Ripetitività incalzanti smorzate da poche soste ben congegnate, costruiscono un brano originale e così alieno dai precedenti, come ogni brano precedente per ogni brano precedente. Conclusione? Mi sento proiettata per un attimo nelle danze indiane. Sto amando questo album per la sua poliedria. Cosa chiedere ancora a questa band? Credetemi possiamo chiedere! L'album prosegue con "The God of the Machine". Suoni lenti, uno sfiorare corde più animose che metalliche. Un viatico in cui i 9.33 minuti vi faranno rilassare ed al contempo percorrere i sentieri di ognuno dei pensieri che avete lasciato in sospeso. Veniamo ad "Enthropy". Ascoltate. Lo so. Vi sembrerà di stare addentro a una colonna sonora di un film ad alto costo. I suoni vi moduleranno stati d'animo e umore. Proprio così. Stiamo ascoltando un'ottima musica, che senza immagini ne provoca di istantanee. Senza accorgermene e non vi nascondo, con rammarico, giungo a descrivere l'ultimo pezzo. Come potrei, io che vivo di immagini e suoni e sensazioni, non innamorarmi di quest'ultimo brano? Sapete, iniziare una canzone con un temporale cosparso di pioggia è una vittoria facile, ma corollarlo con una batteria lenta, pennellata appena, una voce così decisa eppure effimera, con un volto strumentale che scompare, rende l'essenza del sentire una matrice incorruttibile, che si fa immagine impensata, vivace, personale. Concludo, lasciandovi a questo ascolto che traccia dopo traccia si materializzerà sulla vostra pelle come un tatuaggio indelebile, lasciando i vostri timpani pregni di bramosia che chiede solo il replay. (Silvia Comencini)

(Self - 2014)
Voto: 85