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| #PER CHI AMA: Symph Black |
Rilasciato da qualche settimana, 'A Grave Ascent' segna il ritorno dei Lumen Ad Mortem, quartetto originario di Adelaide. A tre anni di distanza dal debutto 'Upon the Edge of Darkness', la band perfeziona la propria formula sonora: chi, come il sottoscritto, è cresciuto con i dischi dei primi anni '90, quelli nati tra le nebbie nordeuropee di Emperor o Limbonic Art, ritroverà qui la stessa fiera e implacabile devozione alla causa. Ma c’è un elemento nuovo, una spigolosità fiera che appartiene solo a chi è abituato agli spazi sconfinati, desolati e indomiti dell'Australia Meridionale. Non è un album registrato per compiacere l'algoritmo di una piattaforma streaming; è un rituale catartico e ferale che parla di morte, perdita e di una fredda, inesorabile vendetta terrena. Il disco si snoda attraverso sette movimenti che non lasciano vie d'uscita. Tutto ha inizio con i synth solenni di "What Was Lost", un'intro che evoca una foresta spettrale avvolta dalla nebbia un attimo prima della tempesta, e prepara il terreno per l'impatto devastante di "The Departed". Qui, il drumming chirurgico di Rory Amoy e lo screaming abrasivo di Gregor Pikl, colpiscono dritti allo stomaco, interrotti solo da aperture atmosferiche di una bellezza dolorosa. Ma è con "I Never Ceded" che il disco svela la sua vera natura di inno alla resistenza spirituale: una marzialità di fondo unita a un groove coinvolgente e riff epici in sottofondo, che amplificano un senso di rivalsa che chiunque sia caduto almeno una volta nella vita, sa riconoscere immediatamente. La seconda metà del disco continua a ruggire che è un piacere, dalla roboante "Ghost Gums", che vanta un intermezzo spettrale che crea una sensazione di smarrimento e isolamento assoluto che si dissolve poi nel crescendo della title-track, una song in cui i suoi passaggi cinematici sposano l'epica intransigente di un qualche disco black nato nelle lande svedesi. La gelida e compassata "A Stone Shall Come to Rest" prepara la strada per il finale, gli oltre dieci minuti della suite conclusiva "And What is Yet to Lose" , un brano che si muove tra intermezzi ambient, la ferocia delle grim vocals di Gregor e l'abrasività delle chitarre che si spengono in una dissolvenza desolata, a offrire il testamento spirituale di una band che sa come trasformare il dolore in maestosità. (Francesco Scarci)
(Hypnotic Dirge Records - 2026)
Voto: 72
